Emiliano
Farinella intervista Franco Ricciardiello
Delos
EF
– Prima di iniziare puoi darmi una definizione di Ucronia?
FR
– Nel 1516 Thomas More ha coniato dal greco la parola Utopia (“nessun
luogo”) per descrivere la sua isola governata da un regime politico ideale. Da
questo vocabolo sono nati per contrasto alcuni neologismi: per esempio,
anti-utopia e distopia. Ricordandosi di More, nel 1875 Charles Renouvier coniò
la parola Ucronia (“nessun tempo”), ovvero tempo che non esiste. Sta
ad indicare un mondo fantastico nel quale la storia umana ha seguito un corso
differente, di solito a causa di un evento terminato con un esito antitetico: i
confederati vincono a Gettysburg, le 13 colonie inglesi d’America perdono la
guerra d’indipendenza, l’Asse trionfa a Stalingrado, l’Inghilterra rimane
cattolica, l’Invencibile Armada sconfigge la flotta inglese, e via dicendo. In
sostanza, si può dire che il genere ucronico si occupa di indagare come sarebbe
il mondo contemporaneo se la storia avesse seguito un corso diverso. In genere
si tratta di un mondo peggiore, forse perché la maggior parte delle ucronie
sono opera di scrittori statunitensi, i quali pensano seriamente che il nostro
è il migliore dei mondi possibili. La domanda più classica dell’ucronia è: What
if? Cosa sarebbe accaduto se…? Se Cleopatra avesse avuto il naso lungo, la
storia sarebbe differente?
EF
– Sotto quali altri termini è conosciuto questo genere di storie, ci sono
sottili differenze?
FR
– Per chi fosse interessato, sul sito di Intercom (http://www.intercom.publinet.it)
c’è un ottimo intervento di Danilo Santoni a proposito dell’ucronia o
“storia alternativa”, in cui troviamo una lista dei diversi termini con cui
è conosciuto il genere: allostoria, storia controfattuale, mondi paralleli. Il
termine più in uso è però ucronia, mentre “storia alternativa” viene
impiegato più che altro per spiegare il primo, la cui etimologia può risultare
poco trasparente.
EF
– Quali sono le Ucronie che più hai amato? Cosa ti ha colpito?
FR
– “The difference engine” di Gibson e Sterling (“La macchina della realtà,”
Mondadori) è forse in assoluto l’ucronia che preferisco: la macchina
differenziale di Charles Babbage si è evoluta già nel XIX secolo in un
computer azionato dalla forza del vapore. “Fatherland” (Mondadori) di Robert
Harris non è mai stato classificato come letteratura di genere, ma è un’ucronia.
Mi piacerebbe molto leggere una storia alternativa firmata da alcuni scrupolosi
autori contemporanei, come Kim Stanley Robinson o Rudy Rucker. Per quanto
riguarda l’Italia, voglio ricordare “I biplani di D’Annunzio” di Luca
Masali, uno spunto veramente originale sull’aviazione italiana durante la
Grande guerra, e i lavori di Pierfrancesco Prosperi: “Seppelliamo Re John”
mi è piaciuto più di “Garibaldi a Gettysburg”. Danilo Santoni ha curato
alcuni anni fa un numero speciale di Intercom intitolato Règia Italia: in tutte
le storie (abbiamo partecipato come autori io, Nico Gallo, Domenico Cammarota e
Santoni stesso) l’Italia era ancora una monarchia.
EF
– L'ucronia è un genere che raccoglie molti consensi in Italia. Come mai?
FR
– Non mi pare che sia una particolarità solo italiana, anzi credo che gli
americani siano molto più appassionati di questo sottogenere, anche se si
lasciano spesso prendere la mano nel tentativo di dimostrare la perfezione delle
loro istituzioni politiche. Vedo un certo interesse anche in Francia: un mio
racconto è stato da poco selezionato per apparire in una antologia steampunk
presso l’editore Bifrost/Etoiles vives. Una raccolta steampunk di
ambientazione italiana offrirebbe davvero parecchi spunti, e sarebbe
l’occasione di indagare sulla tradizione scientifica degli antichi stati della
penisola.
EF
– Le ucronie sono godibili da tutti o si trovano più a loro agio gli
appassionati di fatti storici?
FR
– Sarebbe come dire che la fantascienza è godibile solo dagli appassionati di
scienze. Posso ammettere che un’ampia conoscenza storica accresca il piacere
intellettuale della lettura, ma questo vale anche per la scienza: forse un
appassionato di hard science fiction si è mai lasciato scoraggiare dal
contenuto troppo tecnologico di qualche romanzo? Direi che, al contrario, c’è
sempre da imparare: da Rudy Rucker o da Greg Egan come da un autore di ucronie.
EF
– Non conoscere bene il fatto storico su cui interviene l'ipotesi fantastica
dell'autore (cosa che accade facilmente leggendo ucronie di scrittori non
europei) può pregiudicare qualcosa?
FR
– Non pregiudica comunque il godimento della lettura. Se l’autore è il
gamba e la vicenda è affascinante, al limite il lettore ha solo da imparare.
Persino da qualche ucronia su un oscuro (per noi occidentali) episodio della
dinastia khmer di 500 anni fa.
EF
– Adesso una domanda di carattere opposto: utilizzare l’ucronia per
raccontare una storia è una posizione di comodo, quando l'autore affronta
argomenti che si presuppone qualsiasi suo lettore conosca, per risparmiare
informazioni?
FR
– Questo è un aspetto che riguarda unicamente l’ambientazione. La science
fiction è un genere letterario che quasi sempre prevede una ambientazione su
altri mondi o in un futuro più o meno lontano: all’autore l’onere di
ambientare la storia e di renderla credibile, tanto che alcuni scrittori si sono
distinti per la particolare fantasia nel ricostruire civiltà lontane (penso,
per tutti, a Jack Vance). L’ucronia permette, naturalmente, di risparmiare
lunghi dettagli di ambientazione: sono sufficienti magari brevi cenni grazie ai
quali il lettore si può fare un’idea “per contrasto” del mondo in cui si
sta muovendo. Penso per esempio al fatto che, in “The difference engine”,
Disraeli è un uomo di lettere e George Gordon Byron uno statista.
EF
– Come si inquadra l’ucronia nel contesto fantascientifico? Hai dichiarato
che "La science fiction è nata, almeno nella sua forma meno commerciale,
come speculazione intellettuale sul futuro, sull’impatto della scienza (forse,
ancora meglio, della tecnologia) sull’umanità." L’ucronia è rivolgere
questa speculazione al passato e al presente?
FR
– Esatto. La fantascienza speculativa, attraverso un’indagine sul nostro
futuro, ci dice qualcosa sul presente, o comunque sulla specie umana (oltre,
naturalmente, al piacere irrinunciabile che ci deriva dal “senso del
meraviglioso” e da una “sospensione dell’incredulità” che nella sf non
riguarda solo la trama ma anche l’ambientazione). Se pensiamo che lo sviluppo
del pensiero scientifico abbia una influenza determinante sulla civiltà, così
come le scoperte tecnologiche sulla qualità della vita, prima o poi cominceremo
a speculare anche sul presente. Che importanza hanno avuto sul nostro modo di
vivere e di pensare la scoperta della vaccinazione, il motore endotermico, il
marxismo? E fra porre queste domande e tentare di rispondere, il passo è breve.
EF
– L'ucronia oltre che da fatti storici può partire da fatti scientifici o
tecnologici?
FR
– Naturalmente sì. Le scoperte scientifiche e l’innovazione tecnologica
sono fra i fatti storici più interessanti, e la storia economica è
probabilmente la più diretta analisi delle loro conseguenze. Temo che una delle
ragioni per cui le storie ucroniche vedono spesso un evento militare come
origine della “biforcazione alternativa” (p.es. la vittoria araba a Las
Navas de Tolosa in “A transatlantic tunnel, hurrah!” di Harry Harrison) sia
la maggiore conoscenza dei fatti politici piuttosto che dell’influenza delle
scoperte scientifiche. Vige ancora un pregiudizio abbastanza fondato: la storia
è una sequenza cronologica di eventi, scandita dalle date delle battaglie,
delle incoronazioni e delle scoperte geografiche. In questo senso è educativo
un gioco per pc che ha avuto una certa fortuna qualche anno fa, “Civilization”:
si trattava di fare progredire una civiltà fondando nuove città e colonie,
coltivando il territorio e soprattutto perseguendo la scoperta di innovazioni
tecnologiche e conoscenze scientifiche, che si potevano acquisire solo “in
cascata”. Se non possiedi la scrittura non puoi ottenere la Repubblica, per
fare un esempio. Il giocatore che dedica troppe risorse economiche e umane alla
guerra, trascurando la scienza, perde inesorabilmente.
EF
– Quale dei due punti di partenza ti pare più interessante? La speculazione
sui fatti della politica o su quelli della scienza?
FR
– Sono fortemente tentato di rispondere “La seconda che hai detto”, anche
se non si tratta di due serie di eventi scollegati.
EF
– Puoi farci qualche esempio di questo genere di ucronia?
FR
– Oltre a Gibson & Sterling, mi vengono in mente soprattutto racconti:
Sharon N. Farber, “L’ultimo cavallo di tuono a ovest del Mississippi”,
comparso sull’IASFM italiana, è una storia sul rinvenimento di sauri fossili
(il tema era già marginalmente affrontato in “The difference engine”).
Anche “Georgia on my mind” di Charles Sheffield, però lì l’ucronia era
nascosta, rivelata a posteriori. Ho trovato molto divertente anche il romanzo
breve “Ottentote” contenuto in “The steampunk Trilogy” di Paul Di
Filippo (“Steampunk,” Editrice Nord), che ruota intorno al naturalista
anti-darwinista Louis Agassiz.
EF
– Abbiamo deciso di interpellarti sull’ucronia colpiti dalla trama del
romanzo che hai in visione presso Mondadori: “Einstein e la luna”. Nella tua
speculazione, concretamente, che armi in più ti ha dato il fatto che stessi
scrivendo un’opera ucronica?
FR
– Ho provato a spiegare in un breve intervento su Delos di qualche mese fa (il
n. 42) quella che chiamo “teoria di compressione dell’informazione,” un
artificio narrativo che dovrebbe permettere di evitare lunghe spiegazioni (in
scrittura creativa si definiscono esposizione, cioè tutte le
precisazioni fornite al lettore non tramite una scena). L’ucronia si presta
molto bene a questa veicolazione di informazione compressa, che dovrebbe
permettere al lettore di ricevere dal testo letterario una quantità di
indicazioni molto superiore a quella esplicitamente fornita dall’autore.
“Einstein e la luna” si svolge in un universo parallelo in cui la
rivoluzione bolscevica non è mai scoppiata in Russia; al contrario, a seguito
della grande depressione del 1929 una rivoluzione trasforma gli Stati Uniti in
una repubblica socialista. Posso permettermi di risparmiare lunghe spiegazioni
se la narrazione si svolge in un terreno di conoscenza comune che permette allo
scrittore di veicolare informazione semplicemente citando alcuni avvenimenti che
si suppone il lettore conosca: in questo caso, mi riferisco all’involuzione
nella democrazia politica, all’esistenza delle Guardie rosse, alla psicosi
atomica, per citare alcuni esempi.
EF
– Quali altre opere ucroniche hai scritto?
FR
– Alcuni racconti di lunghezze diverse: “Torino” e “Una bambola di
stoffa rubata” sono ambientati nella stessa ucronia: l’industrializzazione
ha preso la via del medio oriente anziché dell’Europa. “La rosa bianca di
Bonaparte” è uno steampunk ambientato alla fine del XVIII secolo in Liguria,
quando il generale Bonaparte arriva a invadere l’Italia con i suoi carri
armati a vapore. In “Storia di un commissario” la monarchia ha vinto il
referendum del 1946 e l’Italia si è spaccata in due, come la Corea o il
Vietnam. “Con gli occhi di Lavrentij” e “La scala d’oro” sono due
ucronie atipiche: nel primo c’è una rappresentazione ipertecnologica
dell’invasione nazista dell’Unione Sovietica, nel secondo l’evoluzione
biologica dell’umanità ha permesso la sopravvivenza di un solo sesso, quello
femminile.
EF
– A livello personale scrivere storie ucroniche ti dà una soddisfazione
diversa rispetto allo scrivere di temi più classici?
FR
– Ho frequentato all’università un corso di laurea in scienze storiche,
posso dire che è il mio interesse privilegiato. Diciamo che ho il piacere
intellettuale di addentrarmi in una materia più “colta”, a causa dei
riferimenti culturali che io adoro inserire in quello che scrivo: citazioni
musicali, scientifiche, storiche.
EF
– Grazie tante della cortesia e degli interessanti spunti che ci hai fornito,
Franco!