Giusepppe
Iannozzi intervista Franco Ricciardiello
digilander.libero.it/dailyopinions/
marzo
2003
GI
— Perché la guerra?
FR
— Le guerre non hanno mai un unico motivo scatenante. Mi viene in mente per
prima una spiegazione psicopatologica: il presidente degli Stati Uniti ha
bisogno di una legittimazione politica perché è stato eletto con meno voti di
quelli del suo diretto avversario. Poi c'è un problema culturale, più
statunitense che arabo: la mancanza di volontà di risolvere i problemi se non
con lo scontro diretto. In quanto superpotenza egemone, gli USA sono ormai
disabituati alla negoziazione e al confronto. Mi viene in mente perfino una
spiegazione estetica: gli americani possiedono un gusto necrofilo che imbarazza
noi europei, risultato dell'innesto fra il senso tutto luterano del peccato e
della punizione, eredità delle origini puritane delle Tredici Colonie, e un
radicalismo manicheo alimentato da Hollywood. Un cocktail mortale per il mondo.
Il cittadino medio d'oltre oceano ha una vera e propria passione per la morte,
la sedia elettrica, il possesso delle armi, il feticismo dei serial killer. In
questo modo la guerra diventa poco più di uno spettacolo sul piccolo schermo.
L'americano è convinto dell'impossibilità della redenzione e dell'inevitabilità
della punizione.
GI
— Quali le conseguenze a lungo o breve termine?
FR
— La conseguenza più nefasta sarà l'estensione della cosiddetta
"dottrina Monroe" dal continente americano al mondo intero. Già oggi
gli USA considerano il resto del mondo come un protettorato della superpotenza,
si comportano come se avessero ricevuto un mandato, suppongo da Dio, per
controllare l'evoluzione politica degli altri paesi. Chiaramente, espropriano
funzioni che appartengono all'ONU. La conseguenza è che gli USA intervengono
arbitrariamente solo dove hanno un interesse di volta in volta predominante,
addirittura contro la volontà delle Nazioni Unite. Però il diritto del più
forte non genera solo acquiescenza, ma anche e soprattutto ribellione,
indignazione e solidarietà. Come conseguenza a breve termine, vedo la sconfitta
elettorale dei Repubblicani; a medio termine penso che diventerà molto più
difficile impegnarsi in un nuovo conflitto armato perché il rischio di
mobilitare l'opinione pubblica fortemente contraria sarà un deterrente
abbastanza efficace; a lungo termine, credo che il prestigio e l'autorità
dell'ONU rimarranno ridimensionati. Questo è decisamente un male perché esiste
già un precedente: dopo la prima guerra mondiale gli USA non entrarono nella
Società delle nazioni, che anche per questa ragione non ebbe mai
l'autorevolezza di cui aveva bisogno per fermare il fascismo in Europa. Come è
noto, questo portò alla seconda guerra mondiale.
GI
— Chi è colpevole? Chi è innocente?
FR
— Colpevoli sono i cittadini USA che hanno votato questo presidente incapace e
sostengono questa amministrazione sanguinaria. Colpevoli sono le lobbies
industriali, militari e politiche che hanno voluto fortissimamente questa
guerra. Innocenti sono tutti quei cittadini iracheni che, dopo aver subito per
anni un regime sanguinario sul quale l'Occidente ha chiuso un occhio, perché
era nostro alleato nella guerra di aggressione contro l'Iran degli ayatollah,
adesso devono affrontare questa catastrofe umanitaria, le conseguenze di una
guerra che erano davvero gli ultimi a volere.
GI
— Uno slogan per la “Pace” potrebbe essere…?
FR
— Il mondo è già pieno di slogan per la pace, non vedo il bisogno di
coniarne di nuovi. Quasi tutte le filosofie, qualsiasi morale e tutte le
religioni possiedono interi sistemi di ottimi motivi per respingere la guerra.
Ciò non ha impedito né a quasi tutte le società di considerare la guerra come
un sottosistema della politica. Oggi siamo a uno stadio successivo: il conflitto
armato non è più la continuazione della politica con altri mezzi, come scrisse
Von Clausewitz ai tempi dell'imperialismo: oggi la guerra è la continuazione
della cinematografia con altri mezzi. Ad ogni modo, mi sembra un controsenso
richiedere uno slogan della pace a chi, come il sottoscritto, è nato e vive
nella nazione che ha inventato il fascismo.