GL
& VE– Come vedi il rapporto tra arte e fantascienza, che è centrale in Ai
margini del caos?
FR
– La fantascienza si deve occupare di scienza: non basta scrivere un racconto
ambientato nel futuro per fare della letteratura di genere. L’arte è spesso
stata considerata nella narrativa di sf un piacevole contorno per creare
ambiente invece che un soggetto legittimo. Quasi mai si è considerato il fatto
che il piacere estetico, il bello, ha origine dal riconoscimento della Forma: e
questa è una solida concezione strutturalista che ha poco da invidiare a certa
epistemologia. Trovo invece che l’Arte sia un interessantissimo campo di
speculazione, sul quale purtroppo gli autori di SF si sono raramente soffermati:
siccome la science fiction è la metafora epistemologica per eccellenza,
scrivere di espressioni artistiche è stato a lungo considerato poco
conveniente. Posso ricordare così, a memoria, La sinfonia delle tenebre di
D.R.Koontz o Venere sulla conchiglia di Farmer. L’Arte ha conquistato
un proprio statuto autonomo nella sf solo con il cyberpunk, cioè con il
post-moderno della fantascienza. P.K.Dick si era fermato al recupero
dell’attività artigianale dell’uomo, si era fermato a William Morris:
questo è stato invece solo il punto di partenza di W.Gibson che con l’automa
artista di Count Zero ha fatto un deciso passo avanti. “Ai margini del
caos” non è però un romanzo su un dipinto, anche se la sindrome di Stendhal
offrirebbe spunti narrativi davvero interessanti.
GL
& VE– Come vedi Ai margini del caos in rapporto alla
science-fiction in generale?
FR – Scrivendo il romanzo pensavo a un thriller, con frequenti
colpi di scena e continue rivelazioni che facessero progredire la storia sulla
lama di un rasoio; ma alla fine ho verificato che il rapporto con la
science-fiction è molto più viscerale di quanto si pensi. Il vero
protagonista, l’idea centrale, non è di certo “blandamente” fantastica.
Penso infatti che non si debba confondere l’aspetto scientifico con la
spiegazione degli eventi che, al termine della narrazione, i protagonisti
presumono che sia vera: l’idea di fondo, pur non essendo un novum alla Darko Suvin, uno straniamento tecnologico rispetto al
presente, è comunque un’idea radicalmente “hard”. La teoria del caos è
il protagonista indiscusso, il personaggio più affascinante, il deuteragonista
rispetto a Nico e Vic. Si tratta di una teoria scientifica rigorosa che sta
cambiando la storia non solo della scienza, ma del pensiero umano. L’intera
struttura profonda di “Ai margini del caos” è costruita sui principi della
matematica del caos; questo è un fatto importante, che a un primo livello di
lettura si stenta a riconoscere: la costruzione del romanzo — non esistono in
pratica brani di esposizione, le scene possiedono unità di tempo e di azione e
quasi sempre anche di luogo — è
fondata sulla elisione di eventi non significativi. Al posto della spiegazione
del narratore, la reticenza della voce narrante, che non ha bisogno di
riepilogare a se stesso quello che sa. Ripeto, la struttura narrativa di “Ai
margini del caos” è fondata su una metodologia scientifica, la matematica del
caos. Il romanzo è diviso in cinque parti, ognuna delle quali ha termine con la
trascrizione di un’esperienza di trance di Vic. Immaginiamo di descrivere la
costruzione di un’opera narrativa mediante la rappresentazione di un frattale,
con 5 successivi passaggi in cui la definizione dei particolari viene
ricalcolata a partire dai dati precedenti — quelle che Benoit Mandelbrot chiamò
“iterazioni” della curva frattale. Ecco la struttura di questo romanzo: ogni
iterazione ha termine con la trascrizione di un’esperienza di transfert, e
ogni successiva iterazione ridefinisce i medesimi particolari del quadro
generale che i protagonisti stanno rivelando per il lettore. Si tratta di un
tentativo consapevole di applicare una metodologia scientifica a un’opera di
narrativa. In questo senso l’ispirazione è stato lo strutturalismo sovietico
di Cvetan Todorov: la letteratura come manifestazione di qualcosa di altro, una
trasposizione di fatti non-letterari che non ne mortifica comunque il valore
estetico. Per questo dico che l’ispirazione basilare del romanzo è
un’intera teoria scientifica.
GL
& VE – Parlaci del fantastico italiano. Quali sono i problemi per un
autore di casa nostra?
FR
– Penso che la letteratura di science fiction abbia finalmente
conquistato in Italia una legittimazione che le è stata negata per decenni.
Naturalmente, questo riconoscimento deve essere ancora ratificato dalle vendite,
ma mi sembra che i risultati eccezionali dei romanzi di Valerio Evangelisti
abbiano ulteriormente ampliato le possibilità offerte agli autori nazionali. Il
romanzo di Luca Masali che ha vinto questo stesso premio nel 1995 ha ricevuto
dai lettori un riconoscimento molto più che lusinghiero, perché coniugando
avventura intelligente e spunti interessanti si può catturare l’attenzione
del pubblico. Inoltre, numerose iniziative da edicola o da libreria — gli
economici di Stampa Alternativa curati da Franco Forte o le raccolte dei libri
di Avvenimenti — offrono agli scrittori italiani una vetrina che è
un’occasione mai avuta prima per conquistare credibilità, quindi mi dichiaro
decisamente ottimista. Quando un’editoria interessata alla diffusione del
prodotto nazionale incontra una nuova leva di autori in grado di soddisfare
questa richiesta di “italiani”, c’è solo da essere ottimisti. Spesso il
problema principale per un autore indigeno, oltre alla mancanza di spazio
nell’editoria, è quello di una scarsa professionalità unita a un’acuta
propensione alla polemica. Come se non bastasse, da noi la narrativa
d’anticipazione si contamina spesso con la tradizione del fantastico, che
malgrado possieda una propria dignità, è molto distante dalla forza visionaria
e speculativa della science-fiction.
GL
& VE – Come si nutre la tua passione per la science-fiction?
FR – La mia passione per la science fiction risale ai primi anni 70. Il primo romanzo che ho letto era un Urania, poi per parecchio tempo ricorsi ai tascabili che mi prestava la zia di un amico. A tutt’oggi ho letto 513 romanzi di science fiction, il 40% almeno di tutte le mie letture. Non credo che questa passione si possa definire razionalmente: da ragazzo si tratta soprattutto di perdersi in quel senso del meraviglioso su cui molto è stato scritto. Ancora adesso quando penso a certo libri, a copertine di riviste USA degli anni ruggenti, ad alcuni film della mia infanzia mi sorprendo con il fiato sospeso per l’emozione. Con il tempo è rimasto, se non proprio un sense of Wonder così assoluto, una suspension of disbelief che nella science-fiction è sempre incomparabilmente maggiore che negli altri generi letterari. Ultimamente leggo molta sf tecnologica, a partire dal cyberpunk che ho scoperto con William Gibson; ho trovato straordinari i romanzi di Neal Stephenson e di K.W.Jeter, “Hyperion” di Dan Simmons e “Dead girls” di Richard Calder, e ho adorato l’edizione italiana dell’Isaac Asimov SF Magazine che ha importato anche da noi questi autori e tanti altri.
GL
& VE – I tuoi programmi futuri?
FR
– Sono molto pigro, scrivo raramente e per periodi limitati di tempo. La prima
scrittura di “Ai margini del caos” mi ha preso da settembre del 1996 a
febbraio del 1997, e quando ho cominciato avevo già approntato una trama
dettagliata suddivisa in capitoli, con indicazione degli avvenimenti. Da alcuni
anni scrivo quasi esclusivamente con un obiettivo mirato, per esempio Valerio
Evangelisti mi chiede un racconto per un’antologia sui vampiri, oppure
Piergiorgio Nicolazzini per una raccolta dedicata all’ingegneria genetica:
allora mi documento sulla clonazione, vinco la mia ripugnanza letteraria
all’argomento vampiri, cerco di costruire mentalmente per alcuni giorni una
vicenda con dei personaggi. Poi per una quindicina di giorni — se si tratta di
un racconto — quasi tutte le sere oppure durante il fine settimana, scrivo le
scene che ho elaborato mentalmente nelle ore precedenti. Un lungo lavoro di
editing rende il tutto omogeneo. Per questo non ho programmi futuri dettagliati:
le iniziative varate già prima della vittoria a questo premio letterario sono
la partecipazione a una raccolta da edicola di “Avvenimenti” e un romanzo
scritto alcuni anni fa, in uscita sulla rivista Futuro Europa diretta da Lino
Aldani e Ugo Malaguti. Inoltre, poiché spero di avere trovato una mia
collocazione fra gli autori di romanzi e non soltanto nella narrativa breve,
voglio provare a scrivere un’altra opera lunga. Siccome i miei tempi di
documentazione sono davvero lenti, talvolta più della stesura vera e propria,
mi sono messo subito al lavoro. Una volta terminata questa fase, manca
l’ispirazione estetica, che si nutre dei particolari più strani. Sono
incappato durante la stesura di questo romanzo in alcune coincidenze
interessanti dal punto di vista letterario. La vicenda è quasi esclusivamente
costruzione di fantasia, ma mi sento in dovere di dedicare “Ai margini del
Caos” alla mia amica Paola F. Un giorno di novembre del 1996 curiosavo fra i
suoi CD musicali cercando senza successo l’Op. n. 29 (L’Isola dei Morti) di
Rachmaninov — stavo terminando la prima stesura del romanzo. Per non lasciarmi
a mani vuote Paola mi prestò un libro a caso, l’edizione rilegata di “Il
giudice e il suo boia” di Dürrenmatt. Mi sono accorto di essere
pericolosamente vicino al margine del caos quando, aprendo quel libro scelto
senza intenzione, ho letto a pag. 2: “Attraversarono il corridoio passando
davanti a un gran quadro in una pesante cornice dorata. Bärlach diede
un’occhiata: era L’Isola dei morti.”
Segrate,
luglio 1998