Giuseppe Lippi
intervista Franco Ricciardiello
Urania n. 1440, giugno
2002
GL
– È il secondo romanzo che pubblichi su "Urania". Quali sono,
secondo te, le differenze con "Ai margini del caos", il libro con cui
vincesti il nostro Premio?
FR
– Questo romanzo è stato costruito apposta con lo stesso stile di "Ai
margini del caos": ambientazione contemporanea, tra Torino e la Germania;
punto di vista unico (terza persona immersa), con eccezione delle ricostruzioni
del passato; utilizzo di documenti veri e di apocrifi; flashback negli anni
Trenta e Quaranta, con punti di vista di protagonisti dell'epoca. Apparentemente
si tratta di un seguito, ma la differenza principale è che c'è molta meno
scienza e molta più fantascienza: ho seguito con perplessità le discussioni
sulla mailing list fantascienza all'uscita di "Ai margini del
caos", gli scambi di opinione giravano intorno alla questione: "è un
romanzo di fantascienza o no?" piuttosto che alla domanda "è un bel
romanzo o no?" Un approccio che ovviamente non condivido. Inoltre, molti
lettori erano certi che non si trattasse di fantascienza; sono convinto che gli
stessi giudicheranno invece science fiction questo secondo romanzo, e
temo che questo giudizio dipenda dal fatto che nella trama ci sono gli
immancabili, beneamati extraterrestri. In realtà di scienza ce n'è poca, ma
siamo in Italia e basta inserire qualche elemento tratto dalla mitologia della
fantascienza per farti classificare all'interno del genere.
GL
– Vuoi dirci cosa significa, per te, scrivere fantascienza in un mercato
difficile come quello italiano?
FR
–Non mi faccio mai questa domanda consciamente, altrimenti non scriverei o mi
darei al romanzo rosa o alla letteratura erotica. Sono perseguitato da alcune
ossessioni, quasi tutte appartengono alla storia della scienza, passata o
futura: ho in mente delle relazioni tra personaggi, conflitti simbolici tra
volontà contrapposte; quando questi elementi si incontrano, nasce l'idea di una
storia. Siccome il mio immaginario si è nutrito per anni delle nostre comuni
ossessioni tecnologiche, gli incubi che mi restituisce sono quasi tutti
classificabili nel genere fantascienza. Non cerco di assecondare il mercato, ma
di trovare nel panorama delle idee SF più attuali quelle che sento più
congeniali.
GL
– A tuo parere la fantascienza degli ultimi due anni, italiana e no, ha
mostrato sintomi di evoluzione o involuzione?
FR
– La seconda che hai detto. Mi sembra che la spinta propulsiva del cyberpunk
sia esaurita, i nuovi lettori sono di nuovo abituati, per mancanza di materiale
migliore, alle avventure spaziali: una volta ancora, nella fantascienza trionfa
l'aspetto più superficiale dell'avventura fine a se stessa. Romanzo d'azione
non significa necessariamente romanzo d'evasione. Per quanto riguarda l'Italia,
si pubblicano troppo poche opere di autori nazionali per giudicare.
GL
– Leggi molta sf, o almeno abbastanza? Quali sono gli autori e le tendenze che
preferisci?
FR
– Tra le mie letture, più o meno un libro su dieci è sf; poi leggo saggi
scientifici, quasi esclusivamente fisica o filosofia della scienza, molti
thriller. La fantascienza che preferisco è quella contaminata con altri generi:
seguo sempre con molta attenzione William Gibson, anche se non dà più i
brividi di un tempo, scrive storie perfette. Amo ancora alla follia Bruce
Sterling, leggo tutti i suoi romanzi. Dopo "Snow Crash" e "L'era
del diamante", Neal Stephenson ha composto il suo capolavoro con "Cryptonomicon",
un romanzo che davvero rappresenta il prototipo della fiction del futuro. Cerco
sempre di leggere tutto quello che esce di Connie Willis, ha una voce di una
originalità sorprendente.
GL
– Tu metti molta cura nello
stile. È un fatto spontaneo o devi lavorarci molto?
FR
– Sono costretto a rispondere a questa domanda con parole che non sono mie:
"Il mezzo è il messaggio". Non credo che esista altro approccio alla
scrittura che una ricerca sulla scrittura stessa. Il "contenuto" della
letteratura non è un elemento che possa essere distinto dallo stile, dalle
scelte linguistiche dello scrittore. Il piacere estetico del lettore è
inseparabile dal mezzo linguistico scelto dall'autore. Occorre molto lavoro
perché mi consideri soddisfatto, ma secondo me il bello della scrittura è
proprio questo. Esistono due funzioni del linguaggio: quella comunicativa e
quella evocativa; la prima consiste nell'esporre concetti nel modo più
chiaro e comprensibile, la seconda nel far nascere nel lettore emozioni
che non sempre sono spiegabili razionalmente. Qui sta lo specifico della
narrativa: per raggiungere questa abilità irrazionale che fa appello alla
nostra facoltà estetica, bisogna aprire una via di comunicazione tra le nostre
ossessioni e il potenziale lettore.
GL
– Quest'anno festeggiamo tutti il cinquantennale della sf e di
"Urania". Guardando indietro a questo cinquantennio, cosa pensi
dell'avventura della fantascienza tradotta in italiano e prodotta da italiani?
FR
– Non posso che pensarne bene. Io stesso mi sono nutrito per anni quasi
esclusivamente di science fiction e non sento la minima sudditanza
culturale nei confronti della letteratura "alta". Theodore Sturgeon
scrisse che il 90% della fantascienza è spazzatura, ma aggiunse che la stessa
proporzione è riscontrabile nel resto della letteratura mondiale. La migliore
fantascienza fornisce un'apertura mentale incomparabile, è in grado di
suscitare riflessioni sulla tecnologia che attenuano lo choc del momento in cui
quella tecnologia sarà davvero fra di noi. Per quanto riguarda gli italiani
vale lo stesso discorso, tranne per il fatto che gli autori dalle nostre parti
sono più propensi al sense of wonder che al nocciolo scientifico della
sf. Il mio gusto estetico mi porta invece a prediligere storie in cui la scienza
è una componente essenziale del contesto. Per questa ragione ho molto faticato
a leggere la maggior parte dei (pochi) romanzi italiani pubblicati negli ultimi
anni.
GL
– Torniamo al tuo romanzo. È un filone nel quale continuerai a scrivere?
Perché ti attirano tanto le ricostruzioni d'epoca?
FR
– Non sono un appassionato dei sequel. Credo di avere esaurito con
questo romanzo il mio interesse per il crepuscolo del nazismo. Una storia è
fatta di personaggi e di idee, ma ci sono così tanti personaggi interessanti
che aspettano solo di vivere! Trovo riduttivo utilizzare sempre gli stessi
protagonisti in diverse avventure. Se qualcosa rimarrà in futuro di questi due
romanzi, saranno lo stile e la costruzione della trama. Per quanto riguarda le
"ricostruzioni d'epoca", non saprei fornirti una spiegazione
razionale. Di sicuro ho un interesse indiscreto per la storia, ma forse la
risposta migliore è quella che mi ha dato di recente una cara amica: molto del
fascino di quello che scrivo è proprio dovuto alle ricostruzioni in cui si
mescolano fantasia e accuratezza storica, soprattutto l'azione di personaggi
realmente esistiti a contatto con storie inventate, indotti ad agire in un mondo
reso vivido grazie a una serie di dettagli ricostruiti, spero, con una certa
accuratezza. La storia della scienza otterrà sempre più spazio nella mia
narrativa.
GL
– Quali progetti hai per il futuro?
FR
– Durante l'estate dovrebbe uscire, proprio su Urania, l'antologia Destination
3001 compilata per la casa editrice francese Flammarion da Robert Silverberg
e Jacques Chambon: per l'Italia sono presenti Valerio Evangelisti e il
sottoscritto con un racconto inedito, L'inverno di Turing. Sempre
quest'anno dovrebbe uscire in Francia il tascabile di Aux frontières du
Chaos per la casa editrice J'ai Lu; dovrebbe apparire in autunno
un'antologia horror con un mio inedito sul ghoul, il vampiro dei paesi
arabi. Infine, sto lavorando a un thriller con un lieve background
fantascientifico, il cui titolo di lavorazione è La lingua segreta della
notte: parla di un manoscritto segreto di Keplero che attraversa i secoli
dal Seicento ai giorni nostri, passando di mano in mano, per custodire un
segreto di portata cosmica.
Vercelli,
aprile 2002