Gianluca
Mercadante intervista Franco Ricciardiello
Orizzonti
anno III n. 10 giugno 1999
Stanley
Kubrick avrebbe girato il suo prossimo film interamente sotto la pioggia, in
omaggio all’amico Ridley Scott. Peccato sapere già da ora che non sarà
possibile vederlo, fra altri dieci anni. Ma attraversare in automobile le strade
di una città mentre piove, confortato dalle luci del cruscotto e dall’ipnosi
che scatena un sottofondo come Kemiospiritual degli Üstmamò, ti fa pensare al
futuro anche se non ti chiami Deckard e i replicanti bisogna ancora inventarli,
prima di cacciarli per ucciderli o promuoverli testimonial per l’evento
umanitario di turno. Però c’è la pioggia e quando la vedi che ti sporca i
vetri, senti lo stridio delle ruote sull’asfalto lucido, allora ci pensi, al
futuro. Un futuro che per qualcuno, come Kubrick, non arriverà mai più. Ma per
Franco Ricciardiello è un futuro che sta iniziando proprio adesso. Anche
stasera, a casa sua, con due curiosi attorno armati di una macchina fotografica
e di un microfono rompipalle.
GM
–
La tua vita editoriale sembra legata ai premi letterari sin dagli esordi.
Qual è stato il tuo primo riconoscimento significativo?
FR
– Ero arrivato secondo alla prima edizione del premio letterario Città di
Montepulciano, il presidente della giuria era Moravia. Ho vinto con un racconto
di fantascienza ambientato a Cordoba. La cosa straordinaria fu che la notizia mi
venne data da mio fratello mentre mi trovavo in vacanza... proprio lì! A
saperlo, avrei scritto un racconto ambientato in Australia.
GM
–
Che cosa si prova a passare dal ruolo di partecipante a quello di giurato?
FR
– Non
è molto eccitante. Leggi un numero di racconti sempre esorbitante, dal quale
solo un cinque per cento è leggibile, figurati come ci si trova al momento di
giudicare i lavori pubblicabili. Questo perché, triste ammetterlo, l’Italia
è il Paese degli scrittori, dei poeti, dei santi e dei navigatori. Tutti
vogliono scrivere, in pochi si preoccupano di leggere, cosa assai più
importante.
GM
–
Adesso facciamo un salto, Franco. Arriviamo al 1998, un anno molto importante
per te. “Ai Margini del Caos” è il titolo del tuo romanzo che vince
il Premio Urania e guadagna la pubblicazione in Mondadori. Il Premio Urania, lo
ricordiamo ai lettori, è un concorso letterario a carattere fantascientifico,
ma il tuo lavoro non sembra corrispondere a questo requisito...
FR
– Infatti
è strano che abbia vinto proprio il mio romanzo con meno elementi
fantascientifici fra tutti quelli che ho scritto. Era la terza volta che
partecipavo al Premio Urania; in fase di progettazione intendevo scrivere un
thriller, e questo credo sia rimasto, tutto sommato. “Ai Margini del Caos”
è un romanzo che non rispetta le convenzioni della fantascienza classica. Anche
se poi nella trama ho inserito elementi rilevanti sotto l’aspetto scientifico,
cosa indispensabile per il genere, strutturalmente è rimasto comunque molto
legato alla matrice thriller.
GM
–
Un aspetto molto intrigante del libro è l’irruzione del linguaggio
artistico nel fantastico. La protagonista è affetta da Sindrome di Sthendal e
la trama ruota attorno alle visioni che le provoca un dipinto di Böcklin. Ha un
significato particolare per te inserire un registro come l’arte in
letteratura?
FR
– Il contesto letterario - e nella fattispecie quello fantascientifico - ha
sempre relegato l’arte a ruolo marginale, eccetto rari esempi. La
fantascienza, appunto, si occupa di divulgare, in modo semplice e comunicativo,
il rapporto tra la scienza e l’uomo, nonché gli effetti che la tecnologia può
avere su un futuro probabile. Siccome però io ritengo che l’arte sia
profondamente legata alla natura umana, per motivi di sensibilità e di cultura,
mi è sembrato giusto trattarla in ambito letterario.
GM
–
Perché la tua scelta è caduta proprio su “L’Isola dei Morti” di Böcklin?
FR
– Mi ha colpito l’influsso che questo dipinto ha avuto sulla cultura della
prima metà del secolo. Inoltre è stato anche un veicolo per introdurre in
scena alcuni personaggi legati al periodo storico su cui mi sono documentato,
quello che ha visto il declino del Terzo Reich. L’appropriazione da parte del
nazismo ne ha causato la sfortuna nel secondo dopoguerra: navigando in Internet,
ho infatti messo gli occhi su qualche fascistoide che lo segnalava come suo
dipinto preferito. Nel romanzo, la protagonista femminile rivede i giorni finali
di Berlino attraverso le varie versioni del quadro esposte nel mondo, il che mi
ha consentito di sfruttare al massimo l’espediente narrativo della Sindrome di
Stendhal; grazie alla trance la trance di cui è preda la ragazza, ho inserito
visioni di altre vite che ricostruiscono come un mosaico la storia di quei
giorni. In questo caso, ho sfruttato anche la fama esoterica che molte voci
attribuirebbero al dipinto di Böcklin.
GM
–
Un altro aspetto molto importante nella tua scrittura, presente tanto nel
romanzo quanto nei racconti, è proprio la ricerca storica. Prima la accennavi
appena, ma nei tuoi lavori c’è ed è molto documentata, estremamente
dettagliata per una letteratura di tutt’altro genere. Quali sono le ragioni
che ti spingono a compierla?
FR
– È una questione di struttura. Il mio metodo narrativo si può definire
storico, si può definire sincronico, un criterio di narrazione che svela gli
eventi per accumulazioni successive. È come tagliare la trama a fette e poi
disporle una dopo l’altra, in sequenza. La letteratura adopera in genere il
metodo diacronico, cioè attraversa diagonalmente le informazioni che l’autore
elabora per il lettore. Siccome io sono interessato a narrare a strati una serie
di eventi, mi sono accorto che questo - il procedimento appena descritto - è un
metodo funzionale a raccontare la Storia in un dato momento, più che la sua
evoluzione nel tempo. Ecco perché, negli anni, sono arrivato a questa
ricerca. La Storia, inoltre, mi offre non solo un percorso interessante
per struttura, ma anche un tentativo di raccontare con la fantascienza
l’esperienza umana attraverso lo scorrere dei secoli.
GM
–
È un punto di vista piuttosto singolare, il tuo, rispetto all’uso
tradizionale della Storia in ambito fantascientifico...
FR
– Sì, questo devo ammettere di sentirmelo ripetere spesso. La fantascienza ha
sempre visto la Storia come un elemento narrativo messo in scena a
giustificazione di eventi futuri. Un esempio tipico è quello della
“Fondazione” di Asimov, dove si arriva addirittura a un futuro lontanissimo
in cui domina un’assurda società medievale, il che è quanto di più
anacronistico si possa produrre. Quello che invece interessa a me personalmente,
non è narrare la Storia solo attraverso le realtà alternative, ma piuttosto
descrivere il singolo periodo esattamente com’è stato. So che è strano usare
la fantascienza per parlare di passato - quando ci si dovrebbe dedicare al
futuro, possibilmente fantastico, ma il recupero delle memorie remote fa parte
indiscutibilmente dell’esperienza umana, ed è questo che in letteratura
dovrebbe interessare.
GM
–
Se invece ritorniamo alla fantascienza, cosa ti ricorda “Einstein e la
luna”?
FR
– Mi ricorda uno straordinario testo di divulgazione scientifica scritto da
David Lindley intitolato in italiano “La Luna di Einstein”, e mi ricorda la
coincidenza di aver voluto intitolare “Einstein e la Luna” il mio nuovo
romanzo, iniziato prima di leggere Lindley. Non è gratuito il paragone, sia io
che l’autore del saggio ci siamo ispirati a una frase celebre di Einstein che
nel 1926, posto di fronte alle stranezze nel comportamento delle particelle
elementari, criticò il “principio di indeterminazione” di Heisenberg.
Secondo quest’ultimo, non è possibile conoscere contemporaneamente la
posizione di una particella subatomica e la velocità con cui si muove. Un
corollario inevitabile stabilisce che una particella non si trova in nessuno
stato definito fino al momento in cui viene osservata. E così, la risposta di
Einstein fu “Non posso credere che la luna non sia lì quando non la
guardo”.
GM
–
È un romanzo sulla meccanica quantistica?
FR
– Sì, anche se non viene utilizzata come mezzo di divulgazione scientifico,
ma è piuttosto il metodo con cui si tenta di giustificare un universo
alternativo dove la rivoluzione comunista non è mai scoppiata in Russia ma
negli Stati Uniti, a seguito della grande depressione del 1929.
GM
–
Qualche indiscrezione sulla trama?...
FR
– Alcuni personaggi sono realmente esistiti, come la fotografa italiana Tina
Modotti e il cantante americano Woody Guthrie, mentre altri tipo Trockij e
Antonio Gramsci fanno d comparsa. Questi ed altri personaggi di pura invenzione
si intrecceranno nel corso di una trama che si dipana dal 1933 al 1951. Il
soggetto principale vede una conferenza sulla fisica quantistica che si svolge
ad Ann Arbor negli Stati Uniti. Ti ricordo che l’America, nella realtà
alternativa del romanzo, è una repubblica comunista. In Italia, d’altro
canto, c’è ancora il fascismo e il governo sospetta che Gran Bretagna e Stati
Uniti stiano cercando di costruire un’arma derivata dalla meccanica
quantistica e dalla fusione nucleare: fanno così in modo che al congresso
assista un ragazzo italiano per fare la spia sulla produzione della bomba
atomica. Questo perché sia a Londra che in America, così come nel Québec,
sono presenti molti fisici italiani riparati all’estero e le intenzioni dei
Servizi Segreti sono quelle di indurli a rinunciare al progetto. La spia si
troverà a questo punto a fare i conti con tutta una serie di problemi generati
dal paradosso del gattino di Schrödinger.
GM
–
Esemplificando?
FR
– Be’, non è molto facile, la teoria è assolutamente paradossale. In buona
sostanza, c’è un gatto chiuso in una scatola con una fiala di veleno e un
martello, innescato da un dispositivo casuale come il decadimento di un atomo
radioattivo che può verificarsi o meno in un dato tempo. L’osservatore
esterno non può sapere se il gatto è vivo o morto, fino al momento in cui apre
la scatola. Per la fisica classica, l’animale è vivo O morto: per la
meccanica quantistica, il gatto è vivo E morto fino a quando l’osservatore
non apre la scatola. Fino a quel momento, è come se coesistessero due
“universi paralleli”.
GM
–
Per quando prevedi l’uscita?
FR
– Spero in autunno.
GM
–
E che ne dici di pubblicare una raccolta dei tuoi racconti? Finora è
possibile reperirli solo in Internet, tranne gli ultimi.
FR
– In rete esiste una vera e propria raccolta con 15 lavori selezionati da me,
sono scaricabili e stampabili su qualunque PC. Poi l’editore Pequod di Ancona,
ha in mano sei racconti scritti negli anni ’80 e tutti ambientati in Spagna. A
parte questo, sto in effetti progettando un’idea in merito, il mio agente sta
verificando il materiale.
GM
–
In AA.VV. parliamo spesso di Francia, o meglio degli autori italiani tradotti
lì. Con Pinketts, ad esempio, ci siamo dilungati sul noir. Tu stai per essere
tradotto come autore di science fiction... che tipo di rapporto intravedi tra il
pubblico francese e la letteratura di questo genere?
FR
– I francesi hanno conosciuto gli scrittori nostrani a partire da Cesare
Battisti, per altro obbligato da una condanna per ergastolo a restare lontano.
Lui però scriveva noir e il pubblico l’ha subito amato ed apprezzato. La
fantascienza ha fatto irruzione da circa un paio d’anni con Valerio
Evangelisti, attualmente l’autore italiano di genere più letto in Francia,
prova ne è la recente vittoria al Premio Tour Eiffel che lo ha consacrato ai
vertici. Valerio ha anche preparato in esclusiva per la Francia un’antologia
di fantascienza italiana che attinge ai migliori racconti degli anni passati, vi
compariamo io e Nicoletta Vallorani fra gli altri.
GM
–
Franco, tu hai lavorato all’enciclopedia Scrivere della Rizzoli, insegni ai
corsi di scrittura creativa... che consiglio daresti all’esordiente?
FR
– Consiglierei di non partire dal presupposto che la scrittura sia materia per
iniziati o nasca puramente dall’ispirazione, anche perché la prima sarebbe
una falsità, la seconda una mezza verità. Per un buon 60% la scrittura è
metodo, artigianato, attitudini che possono tranquillamente essere apprese dallo
studio di certi scrittori che per primi le hanno messe in pratica per poi
sistematizzarle in una divulgazione più fruibile. I corsi di scrittura creativa
insengano questo. Poi, è chiaro: se non hai niente dentro, nessun corso al
mondo è in grado di arricchire una sensibilità che non esiste!