Roberto
Sturm intervista Franco Ricciardiello
Intercom,
giugno 2002
RS
— Quali sono i motivi per cui hai scelto la letteratura di genere, in
particolare la fantascienza, per scrivere i tuoi romanzi e i tuoi racconti?
FR
— Ho l'impressione che sia stata la fantascienza a scegliere me, non il
contrario. Ad attirarmi quando ero ragazzo è stato il senso del meraviglioso:
le astronavi, l'incognita attraente del futuro remoto, l'avventura della
conoscenza. All'età di 13 anni, il film "Solaris" fece su di me
un'impressione enorme, e la scoperta di Urania e Galassia in edicola mi lasciò
a bocca aperta. Mi trovai catturato mio malgrado. Ricordo l'emozione che mi
davano certe illustrazioni; nella mia via alla fantascienza le immagini hanno
avuto un fortissimo potere di attrazione: mondi alieni, di ghiaccio o fuoco,
cieli extraterrestri con lune sospese come spade di Damocle, fantastiche città
scintillanti di luci. La consapevolezza delle potenzialità della scrittura di
genere è arrivata in un secondo tempo: prima venne il rapimento, la sospensione
estatica, il brivido alla spina dorsale.
RS
— Pensi che una letteratura di "confine", una letteratura di
contaminazione tra generi sia oggi uno dei migliori strumenti per indagare sulla
realtà? Penso, ad esempio, alla fantascienza che sconfina verso l'horror, il
giallo ecc.
FR
— Purtroppo in Italia prevale una concezione che vede la creazione artistica
come un momento catartico, una auto-liberazione mediante la quale l'autore
trasmette la sua spiritualità ai lettori, che magari soffrono degli stessi
desideri irrealizzabili. È la posizione di Freud: l'arte come liberazione delle
tensioni della psiche. Quando insegno, io cerco invece di sfatare questa
concezione romantica che fa derivare la scrittura dall'ispirazione: sostengo
piuttosto che l'arte è conoscenza. Come ci ha insegnato Della Volpe, la
letteratura è uno strumento straordinario per comprendere tutto ciò che non è
riconducibile all'indagine scientifica. Ultimamente, ho una posizione ancora più
radicale: hai presente la teoria decadente dell'estetica, "la vita imita
l'arte", in contrapposizione alla concezione positivista, "l'arte
imita la vita"? Forse meno noto è invece lo slogan dei surrealisti
all'inizio del XX secolo: "l'arte cambia la vita". Ecco, mi
piace pensare che la letteratura abbia la capacità di influire sul mondo,
piuttosto che la funzione di riprodurlo così com'è. Sarebbe la trasposizione
dalla fisica all'estetica di un corollario del principio di indeterminazione di
Heisenberg: l'atto di osservare influenza l'oggetto dell'osservazione. La
letteratura, nel momento in cui indaga sulla realtà, la influenza. La cambia.
RS
— Ritieni possibile in un futuro non troppo remoto di scrivere racconti di
altro genere o mainstream?
FR
— A dire il vero ci ho già provato. Ho partecipato almeno due volte a due
concorsi di letteratura gialla, il Mystfest e l'Orme gialle, ma senza successo.
Credo che per me la strada del thriller sia più adatta: per la verità, già
"Ai margini del caos" era stato progettato come thriller, anche se poi
il genere SF mi aveva preso la mano. Mi piacerebbe cimentarmi in uno di quei
romanzi ambientati tra il presente e il passato in cui si mettono in scena
all'interno di una cornice di avventure personaggi realmente esistiti, magari
figure minori della storia della scienza. Si tratta di un sottogenere
conosciuto di solito come "storia segreta" perché recupera
episodi secondari della storia mondiale, mischiando personaggi realmente
esistiti con protagonisti di fantasia; nulla di nuovo, si intende, ma adesso
esiste un forte interesse nei lettori.
RS
— Politica e letteratura. Tu che hai fatto della denuncia sociale e
dell'impegno politico due cavalli di battaglia della tua narrativa (e della tua
esistenza, aggiungo), cosa pensi di questo binomio all'interno della situazione
politica italiana? La letteratura potrà essere usata più di ieri contro questo
potere arrogante che cerca la deriva verso il totalitarismo oppure anche la
letteratura rischia un'omologazione come gli organi di informazione?
FR
— Bella domanda. Non basterebbe un'intera intervista per rispondere. Come ho
già sostenuto altrove, il contenuto dell'arte non può essere l'impegno
sociale, sarebbe un controsenso: l'arte crea un prodotto che richiede
un'interpretazione estetica. Ho letto romanzi fortemente impegnati e decisamente
orribili, mentre ho molto amato storie assolutamente lontane da qualsiasi
preoccupazione estetica, e altre addirittura politicamente lontane come "Il
dottor Zivago" o "L'insostenibile leggerezza dell'essere". Mi
viene la pelle d'oca se penso a un "messaggio" che dovrebbe essere
contenuto nelle mie storie: questa è una ingenuità da ragazzini o una
perversione alla Zdanov. La narrativa mette in rappresentazione eventi che
servono al lettore per interpretare gli eventi della vita; all'interno della
trama questi elementi di incastrano in una struttura che è la manifestazione di
qualcosa di astratto, di preesistente, una "forma" implicita nella
nostra psicologia. Il gradimento o meno da parte del lettore consiste nel
riconoscimento (o nel rifiuto) di questa forma. Chiaramente, se c'è affinità
ideologica tra l'autore e il lettore, il godimento estetico è immediato. La
forma è il contenuto dell'arte; l'impegno sociale è il significato della sua
interpretazione, il "colore" o il "tono" degli eventi messi
in rappresentazione. Quando scrivo non ho nessun esplicito messaggio tra i miei
obiettivi: mi lascio semplicemente cullare dalle mie ossessioni. Ecco, la mia è
una scrittura ossessiva: se risulta impegnata è perché io ho precise idee a
proposito del mondo. Per quanto riguarda la seconda parte della tua domanda,
letteratura omologata o di opposizione, io non possiedo risposte. Dal dopoguerra
a oggi, poco per volta la cultura di sinistra è diventata egemone in Italia,
anche grazie al fatto che parlare di "cultura di destra" fa sbellicare
dalle risate. Penso che avremo sempre una minoranza di intellettuali allineati
con l'establishment e una maggioranza dissidente, indifferente o anarcoide,
qualsiasi sia il colore del potere. Più che i regimi totalitari, il mio timore
sono le democrazie autoritarie come gli Stati Uniti, un modello che stiamo
importando acriticamente: da quelle parti gli intellettuali sono isolati come
gli eremiti dell'alto medioevo, a fare kultura sono gli opinionisti dei mass
media.
RS
— Quanto hanno contato le fanzine e il fandom sulla tua formazione di autore?
Credi che anche oggi possano svolgere quel ruolo propedeutico che, secondo me,
hanno svolto fino agli inizi degli anni Novanta?
FR
— Indubbiamente le riviste amatoriali degli anni Ottanta hanno avuto una
importanza fondamentale nella mia crescita all'interno della fantascienza, credo
di avere riconosciuto questo debito all'uscita di "Ai margini del
caos". Questo è vero per molti altri autori italiani: le prime
soddisfazioni, i primi riscontri arrivavano dai pochi lettori delle fanzine. Non
so però cosa possa prendere oggi il posto di questo vuoto: è vero che allora i
curatori pubblicavano "quasi" tutto quello che arrivava in redazione,
ma adesso in rete è possibile pubblicare davvero tutto, e ognuno può
essere editore di se stesso, con il risultato che essere letti davvero è
difficile, e la qualità dell'offerta si è ulteriormente abbassata.
RS
— Domanda d'obbligo, anche se scontata. Parlaci del tuo ultimo romanzo in
imminente uscita presso Mondadori a giugno.
FR
— Dopo la vittoria al Premio Urania e la pubblicazione di "Ai margini del
caos", scrissi un altro romanzo, un'ucronia intitolata "Einstein e la
luna" che però Urania non ritenne adatto. Allora insieme al mio agente
Piergiorgio Nicolazzini ho contrattato un soggetto con Giuseppe Lippi, il
curatore della collana Mondadori, che avrebbe gradito un seguito del romanzo
precedente. Una volta ottenuto un "via libera" di massima ho
sviluppato una trama divisa in capitoli, ho scritto il primo capitolo e in una
serata vis à vis in una birreria di Milano, una happy hour con
penne al pomodoro e birra, ho concordato con Lippi alcune variazioni nella
trama. Ho scritto il romanzo nell'inverno 2000/2001 con lo stesso stile dinamico
di "Ai margini del caos": ambientazione contemporanea tra Italia e
Germania, uso dell'indicativo presente, ellissi tra una scena e l'altra,
riproduzione di documenti veri e di apocrifi, capitoli ambientati nel passato.
Il nocciolo storico si innesta su quello di "Ai margini del caos",
dopo la resa di Berlino ai sovietici, quando Stalin non crede che Adolf Hitler
sia morto e incarica una équipe medica della perizia autoptica sui cadaveri
rinvenuti nel bunker della cancelleria. Nella mia storia esiste la possibilità
che la moglie di Hitler, Eva Braun, invece di suicidarsi sia fuggita in
incognito; questo viene suggerito alla protagonista, una giornalista del nostro
tempo, dalle trasmissioni video di un ex generale sovietico che pretende di
trovarsi in orbita su un'astronave extraterrestre.
RS
— Tu insegni ormai da anni scrittura creativa. Vuoi dirci come scrivi
generalmente un racconto o un romanzo? Usi due metodi differenti per le due
diverse lunghezze dei testi oppure agisci nello stesso modo?
FR
— Da diversi anni a questa parte scrivo quasi esclusivamente "su
ordinazione": ad esempio, un racconto commissionato per una rivista o per
qualche antologia in volume, oppure un argomento o un tema specifico per
partecipare a un determinato concorso. Raramente scrivo di mia iniziativa, senza
una commissione o un fine specifico. Nel caso del romanzo, oppure quando per un
racconto da pubblicare in antologia mi viene richiesto un argomento preciso,
sottopongo al committente un breve soggetto, che può essere di dieci righe
oppure di due, tre pagine a seconda della lunghezza. La trama del romanzo che
sto scrivendo attualmente è stata concordata preventivamente con Nicolazzini,
con l'indicazione del riassunto di ogni capitolo ancora da scrivere. Questi
soggetti o trame più dettagliate in genere sono abbastanza flessibili, quindi
possono variare in corso di scrittura, ma solo se trovo idee migliori di quelle
del riassunto. Qualche anno fa, la prima stesura dei miei racconti era in genere
quasi identica alla versione finale, nel senso che tendevo solo a cambiare o
aggiungere qualche parola o qualche frase: adesso invece durante le successive
revisioni (difficilmente meno di otto o nove) tendo a limare, a togliere più
che ad aggiungere, a spostare le parole per rendere più scorrevole la frase.
Lavoro molto con il dizionario dei sinonimi del word processor. Poi sottopongo
il testo nella sua versione definitiva (se si tratta di un racconto) o in una
prima versione (per i singoli capitoli dei romanzi) al committente o al mio
agente; quasi sempre prima ho già effettuato un "passaggio" di
verifica con qualche amico. In particolare, un'amica con la quale sono molto in
sintonia legge in anteprima praticamente tutto quello che scrivo, e di solito
basandomi sulla sua reazione riesco a capire se ho mantenuto il mio standard
consueto, se il pezzo ha una forza minore o se è venuto come volevo.