FRANCO RICCIARDIELLO
1968
La
ragazza dal vestito di raso seduta sugli scalini dell’ambulatorio medico
osservava il lento traffico estivo sul lungomare di palme. Gli autisti si
affacciavano dai finestrini spalancati per guardare le sue lunghe gambe lisce.
Io
avevo parcheggiato all’ombra la mia 1.100. Il mangiadischi sul sedile
posteriore suonava Atlantis appena uscita su 45 giri. Estrassi una
Muratti dal pacchetto floscio nel taschino della camicia. “Dà fastidio?”
domandai schiarendomi la gola.
La
ragazza sembrò risvegliarsi da un intorpidimento dei sensi. “No...” disse,
e poi aggiunse sorridendo più morbida “No, non dà fastidio.”
Suo
marito era ancora sdraiato sul lettino, nell’ambulatorio allestito in un
container scaricato nel controviale di fronte al mare. Nessuno dei due
portava la fede al dito, ma la confidenza fra di loro lasciava supporre un
legame matrimoniale.
La
ragazza osservò affascinata gli svedesi che presi nella tasca dei pantaloni.
Tirai una boccata di fumo, gettando il fiammifero di legno in un posacenere
pieno di sabbia.
“Lo
sa che provocano cancro ai polmoni e malattie cardiocircolatorie?” domandò la
ragazza; aggiunse “Posso?”, poi allungò le dita per prendere il pacchetto
di svedesi. Le automobili passavano lente nell’agosto torrido. Un ciclista che
scivolava in bicicletta da un’ombra di palma all’altra si voltò a guardare
le gambe della ragazza.
“Siete
piemontesi?” domandai.
“Svizzeri”
rispose frugando nella borsetta “Canton Ticino” si voltò per guardare il
marito rimasto da solo nell’ambulatorio.
Quando
lui si era sentito male stavamo percorrendo in auto la provinciale parallela al
litorale, fiancheggiata da chioschi di venditori di frutta e stabilimenti
balneari. Avevo fatto appena in tempo ad accostare sotto l’insegna a croce
rossa dell’ambulatorio estivo che l’uomo era svenuto sul sedile posteriore
della mia 1.100.
Sbadigliai
nel bianco e nero del tardo pomeriggio tirreno. Donovan continuava a lamentarsi
sul destino di Atlantide dal suo solco di vinile: Way down below the Ocean
where I wanna be, She maybe. Ero distratto dalle gambe della ragazza seduta
nel vento anacronistico che le insidiava l’orlo del vestito, ma mi sentivo
controllato dal paramedico nell’ombra dell’ambulatorio. “Giornata
splendida, vero?” dissi.
“Un
gelato” rispose la ragazza.
“Come?”
replicai credendo di non avere capito.
Lei
mi additò l’insegna di plastica di un bar. Annuii.
“Che
gusto?” domandai, ma si alzò per venire anche lei.
Avevo
caricato i due appena fuori Roma; mi avevano chiesto un passaggio a un
distributore Supercortemaggiore dove mi ero fermato per fare rifornimento.
Mentre osservavo il numeratore della pompa ruotare lentamente fino a segnare i
40 litri, avevo visto avvicinarsi la ragazza dal vestito di raso bordeaux. Si
era fermata a due passi da me, guardandomi interdetta come se mi riconoscesse,
poi aveva domandato se ero diretto a nord.
“Torino”
le avevo risposto passandomi la lingua sulle labbra asciutte. Ero certo di non
conoscerla.
“Andiamo
a Torino anche mio marito ed io” aveva risposto con accento leggermente alieno
“Può darci un passaggio?”
Due ragazzini giocavano con biglie di vetro colorate di fronte
alla porta del bar. Schiacciai con la punta delle scarpe di vernice il mozzicone
della Muratti e mi fermai sulla soglia, facendo segno alla donna di precedermi,
ma lei scosse il capo come se si vergognasse.
Entrai
nel bar flagellato di mosche. Due vecchi ammazzavano il tempo al fresco, in un
tavolino d’angolo, e la luce che entrava dalla porta sul cortiletto del retro
era insopportabilmente bianca.
La
ragazza volle un gelato nocciola e crema. “Che andate a fare al nord?”
domandai osservando con le mani in tasca le biglie dei bambini “un gelato
costa almeno 50 lire in Piemonte.”
La
ragazza sorrise di nuovo e assaggiò il gelato come fosse un afrodisiaco. Bevvi
il mio caffè, scostandomi leggermente dal banco per tenerle d’occhio le
gambe. L’uomo del bar accese la radiolina nella vetrina fra le bottiglie di
liquori nazionali e d’importazione.
“Lucio
Battisti” disse la ragazza con un cenno del dito “le piace?”
Mi
strinsi nelle spalle. “Abbiamo cantanti migliori...”
“Quel
disco, nella sua macchina” disse lei improvvisamente interessata “chi è che
canta?”
“Donovan”
risposi “ho anche il 33 giri, Barabajagal. Le piace la musica?”
“Donovan”
ammiccò la ragazza “è quello che marciava contro la guerra in Vietnam,
vero?”
“To
Susan on the West Coast waiting. Ero a Londra, 3 anni fa. Lavapiatti in un
ristorante italiano di Leicester Square. Donovan prese parte a quel rally
contro la guerra partito da Marble Arch. C’era gente con cartelli del tipo Better
to lose face than the human race, Donovan era in testa al corteo insieme a
Vanessa Redgrave. Tirava un vento bastardo all’arrivo a Trafalgar Square, dove
Joan Baez si è messa a cantare.”
“A
che ora arriveremo a Grosseto? “domandò lei mentre l’uomo del bar asciugava
un bicchiere con uno straccio di tela.
Consultai
l’orologio da polso “E’ svizzero” dissi mostrandoglielo come se avessimo
qualcosa in comune “17 jewels. Arriveremo a Grosseto alle 7 e mezza.”
La
ragazza leccò il gelato. “19 e 30” tradusse “pensa che i negozi siano
ancora aperti a quell’ora?”
Posai
la tazzina di porcellana dozzinale. “Senta, conto di fermarmi a dormire per
strada” dissi “non me la sento di guidare di notte. Se volete continuare
stasera il viaggio per Torino, dovete cercare un altro passaggio.”
“Mi
rincresce di darle tutto questo fastidio” disse la ragazza abbassando la voce
perché il barista non potesse sentire “prosegua pure da solo, mio marito ed
io troveremo un altro passaggio quando starà meglio.”
“Niente
affatto” risposi “con questo caldo preferisco fare riposare il motore e i
pneumatici.”
La
ragazza si illuminò. “Quando riaccende il motore, me lo fa vedere?” domandò
“intendo dire, aprendo il coperchio.”
“Il
cofano?” risposi “se vuole... Non capisco cosa ci sia di così
divertente...” aggiunsi poi voltandomi verso il bancone per sentire meglio la
radiolina. “Come si chiama?” le domandai.
“Letizia”
rispose mordendo l’ultimo frammento di cialda.
Tornammo
in strada ma faceva troppo caldo, tanto che desiderai di avere bevuto una spuma
invece del caffè. Sollevai il cofano dell’Innocenti passando le dita sul
radiatore rovente.
La
ragazza, Letizia, si affacciò sul motore scostandosi con le dita ciocche di
capelli biondi. Inspirò a pieni polmoni l’esalazione di olio minerale e
benzina. “Un motore endotermico” commentò “è meraviglioso. Va a petrolio
distillato, vero?”
Mi
raspai la guancia rasata male. “Sì. La benzina è distillata dal
petrolio...” risposi pensoso, arretrando di un passo per guardarle i fianchi.
“Conta
di fermarsi a dormire in albergo?” domandò Letizia sollevandosi dal motore
“potremmo fermarci con lei, se domani continuerà il viaggio.”
Lasciai
ricadere il cofano. “Andiamo a vedere come sta suo marito. Se non si sente di
riprendere il viaggio potremmo fermarci a dormire qui. Sono stanco.”
Letizia
si avviò verso l’ambulatorio, la gonna sventagliata dai colpi d’aria delle
auto di passaggio. “Pensa che possiamo trovare un negozio di dischi ancora
aperto?” domandò “vorrei comprare quello” aggiunse con un gesto del
pollice verso la radiolina del bar.
*
* *
“E’ sicura che suo marito si senta bene?” domandai
sottovoce a Letizia. Ci trovavamo alla reception di un piccolo albergo sull’Aurelia
appena fuori città.
“Perché?”
domandò lei sinceramente stupita.
“Voglio
dire... tutti quei dischi che ha comprato... Non per essere curioso, ma che
lavoro fa?”
“Elettronica”
rispose la ragazza accavallando le gambe con noncuranza. Accanto a lei, sul
cuscino del piccolo divano di iuta dell’albergo, era posata una pila di
giornali che aveva acquistato all’edicola di fronte: Grazia, Annabella,
Sorrisi e Canzoni, Duepiù, Radiocorriere TV, Epoca, Le Scienze.
Mi
domandai come facesse a leggerli tutti. “Avete speso almeno 50.000 lire di
dischi” dissi disorientato.
“Musica
italiana” tagliò corto Letizia “non si trova in Canton Ticino.”
Un
piccolo ventilatore di plastica verde acqua combatteva la propria battaglia
persa in partenza contro l’afa serale, appoggiato sul banco delle chiavi. Mi
slacciai il colletto del camiciotto, sospirando nel guardare le gambe della
ragazza. “Non ha fame?” sussurrai.
Lei
alzò un sopracciglio. “Aspetti che sento Arduino” rispose raccogliendo il
pacco di riviste. Scomparve sulla scala, nel controluce serale della finestra
ingiallita di nicotina.
Sentivo
la vista annebbiata. Accesi il televisore, tornando a sedermi comodamente sul
divano. Con un sibilo, la palla di luce del tubo catodico si allargò in pochi
secondi a tutto schermo.
“Improvvisamente
gli eventi si sono infiammati nella giornata di ieri” disse un giornalista con
occhiali di celluloide “la polizia e la guardia nazionale hanno dovuto
impedire ai dimostrati contro la guerra di raggiungere l’International
Amphiteater della città di Chicago, dove è in corso il congresso del Partito
Democratico. I giovani, alcuni dei quali sventolavano bandiere vietcong, hanno
risposto con lancio di sassi e bottiglie ai manganelli e ai lacrimogeni della
polizia, mentre la guardia nazionale ha addirittura impiegato baionette operando
centinaia di arresti. Per domani è previsto l’arrivo di migliaia di
dimostranti al raduno di Grant Park dove terrà un discorso l’attivista
radicale Tom Hayden.“
Sbadigliai,
pensando che non mi importava nulla di quello che succedeva in America. L’uomo
dell’albergo si schiarì la gola e sentii i tacchi di Letizia che scendeva le
scale. “Arduino si ferma in camera,” riferì ritta in piedi davanti al
divano “faremmo meglio a uscire per mangiare qualcosa, lui non ha fame.”
Quasi
stentai a comprendere, poi mi alzai in piedi di scatto. “Noi... noi due?”
balbettai arrossendo. Il proprietario dell’albergo ticchettava nervosamente
con lo scatto di una penna a sfera. Prima che potessi rimettere a fuoco lo
sguardo, mi accorsi che la ragazza era già uscita e mi aspettava con aria
interrogativa in strada.
*
* *
Quando
il marito ci raggiunse stavamo finendo di mangiare il dentice, seduti nel déhors
di un piccolo ristorante a cento metri dall’albergo. La sera era mite, un
vento fresco saliva dalla marina portando profumo di alghe e atomi di iodio. Ero
stordito dal viaggio, dal vino bianco e dalle gambe di Letizia.
Suo
marito arrivò spettinato e con la barba non rasata, sedette fra noi due
lanciando uno sguardo di complicità a Letizia. “Che hai fatto finora?” gli
domandò lei.
“Ho
ascoltato tutto” le disse “il proprietario dell’albergo mi ha prestato il
suo giradischi. Dovresti sentire il doppio bianco dei Beatles, è divino.
Niente a che vedere con i compact: questo è suono autentico del vinile.“
“Non
hai paura di rovinarli?” lo rimproverò la moglie “questi giradischi hanno
un pickup duro come un aratro. Potremmo avere difficoltà a rivenderli ai
collezionisti.”
“Ah!”
esclamai “ci sono, commerciate in dischi. Possibile che in Svizzera non si
trovi la musica americana?”
“Inglese”
precisò il marito fulminandomi con un’occhiata perplessa come accorgendosi
solo allora che Letizia era in compagnia.
Rimpiansi
l’intimità di pochi minuti prima. “Faccio due passi” dissi alzandomi e
salutando con un cenno la coppia.
Ritornai
rapidamente verso l’albergo. Al banco presi le chiavi di entrambe le camere e
salii gli scalini due a due, con il cuore in gola per il timore che Letizia
rientrasse insieme al marito. I dischi erano sparsi ovunque: sul letto
matrimoniale, sul comò, sulle poltrone e sul pavimento. Lucio Battisi, Gino
Paoli, Luigi Tenco, Fabrizio De Andrè, i Dik Dik, Mina, Giorgio Gaber, Jacques
Brel, Rolling Stones, Beatles, Bob Dylan, Doors, Donovan, Joan Baez, Creedence
Clearwater Revival, e diversi altri. Decine e decine di 33 giri, 45 giri e 78
giri.
Pensai
che i due fossero pazzi, oppure che avessero clienti disposti a pagare a prezzo
salato dischi reperibili in qualsiasi negozio della Svizzera italiana. Rimasi in
silenzio ad origliare eventuali rumori nel corridoio, poi aprii la valigia della
coppia, nell’armadio: conteneva alcuni libri nuovi di stampa, ancora con il
prezzo, capi di vestiario e una decina di stecche di sigarette di marche
diverse: Muratti, Marlboro, Camel, Gitanes, persino Alfa senza filtro. Trovai
anche una scatoletta di cartone con sopra scritto I.U.D., e la aprii
vedendo con divertimento che conteneva una spirale di rame. Intra-uterine
device. Una busta di carta era piena di oggetti vari, tutti ancora nelle
loro confezioni: un pettinino, pacchetti di figurine da edicola (calciatori, la
vera storia del West, animali del mondo), cartoline illustrate di Roma, un
fischietto da vigile urbano, lacci da scarpe, un Pinocchio di legno snodabile
alto dieci centimetri, un caleidoscopio di cartone colorato.
Sotto
la valigia, una scatola di cartone piena di riviste illustrate. Passeggiai
perplesso per la camera da letto, cercando inutilmente qualche particolare che
confermasse la provenienza svizzera della coppia.
Riportai
le chiavi al bancone, sedendo a guardare l’edizione notturna del telegiornale
con le notizie dal Vietnam fino al ritorno di Letizia e del marito, dopo di che
li seguii risalendo in camera a dormire.
*
* *
“Sta
meglio?” domandai guardando l’orologio.
Letizia
uscì dal bagno e vide il gesto. “Mi spiace” gli disse “so che deve
ripartire, non si preoccupi per noi: troveremo un altro passaggio.”
Osservai
perplesso le pile di dischi sul letto. Il marito di Letizia uscì dal bagno
pallido come uno straccio. “Abbiamo abusato della sua pazienza” disse con un
filo di voce e un tentativo di sorriso “mi rincresce, la ringrazio di
tutto.”
Erano
quasi le 11 del mattino. Guardando Letizia nel controluce della finestra, mi
dissi che non era poi così urgente arrivare a Torino a metà pomeriggio. “Ha
mangiato frutti di mare ieri sera, vero?” dissi
comprensivo “non importa, se partiamo adesso potremo arrivare a Livorno
per l’ora di pranzo.”
Aiutai
Letizia a portare giù la valigia piena di dischi e oggetti vari, e mentre
Arduino pagava il conto dell’albergo caricai il baule.
“Sicuro
che non siamo di disturbo?” domandò Letizia. Aveva ancora il vestitino di
raso del giorno prima.
Accesi
l’autoradio. “Una fonte interna all’Accademia militare di West Point che
intende restare anonima” disse la voce formale di un giornalista
“attribuisce la completa sorpresa con la quale l’esercito statunitense ha
accolto l’offensiva del Tet a un cattivo funzionamento dei servizi di
informazione americani. Gli specialisti dei servizi segreti inviati a Saigon nel
maggio scorso per una indagine ufficiale avrebbero stabilito che l’intensità,
il coordinamento e la successione nel tempo degli attacchi vietcong non erano
stati pienamente previsti. La capacità dei comunisti di colpire così tanti
obbiettivi simultaneamente è stato un altro importante elemento inatteso. I
militari americani si sarebbero in sostanza cullati in un falso senso di
sicurezza a causa di rapporti illusori sulle perdite nordvietnamite e vietcong e
sul morale dell’avversario. L’offensiva del Tet ha colto completamente
impreparato l‘esercito americano e sudvietnamita.”
“Tempi
sanguinosi, vero?” dissi notando nello specchietto retrovisore che Arduino si
era accasciato con gli occhi chiusi sul sedile posteriore, pallido e stanco.
“Avevano promesso che quella contro i tedeschi sarebbe stata l’ultima
guerra, e invece continuano, dappertutto. Tra poco passeremo proprio in riva al
mare. Piace il mare a voi svizzeri, vero?”
*
* *
Letizia
inspirava il profumo di iodio filtrato dalla pineta. Nuvole fastidiose
continuavano a spegnere ed accendere il sole, e un vento di Liguria scivolava
piatto verso le colline metallifere minacciando il suo vestito corto e leggero.
Guardavo
la strada, fumando piano appoggiato alla macchina. Arduino, sdraiato sul sedile
posteriore, ascoltava con gli occhi chiusi una radiolina con auricolare.
“Temo
che le convenga lasciarci qui” disse la ragazza levandosi i capelli dagli
occhi.
Feci
un cenno verso suo marito. “In quelle condizioni? Non mi faccia ridere.”
“Quanto
manca per Grosseto?”
Sbadigliai.
“20 km., direi.”
Mi
accorsi di stare bene. Era il primo pomeriggio di un giorno di fine agosto,
nella bassa Toscana, in compagnia di una donna veramente bella. Perché avrei
dovuto affrettarmi per arrivare a Torino qualche ora prima?
“Possiamo
ripartire anche se dorme” disse Letizia “ma forse lei vuole mangiare...”
Ravviai
il motore, l’uomo neppure si svegliò. “Mangeremo a Grosseto” dissi mentre
la ragazza tornava a sedere nel sedile accanto. Estrasse qualcosa dalla
borsetta, una specie di cerotto che sembrava un foglietto di metallo sottile.
Tirò via una pellicola traslucida dal retro e, sporgendosi in mezzo ai sedili,
applicò il grosso cerotto circolare all’interno dell’avambraccio del
marito.
Osservai
disorientato tutte le operazioni, badando a non uscire di strada. “Che cosa è?”
domandai a Letizia quando richiuse la borsetta.
“Idrossido
di alluminio” rispose laconica.
*
* *
Ma
a Grosseto Letizia non aveva più fame. Mangiai un panino con frittata mentre
Arduino guardava passare i camion diretti a nord. Letizia passeggiava in fondo
alla piazza, lungo il lato dei negozi, suscitando il nervosismo di alcuni
pappagalli seduti sui gradini del monumento.
Scommetto
che adesso compra qualcosa,
pensai, e sorrisi indulgente con me stesso quando la ragazza entrò nella
merceria d’angolo, sotto i portici.
Arduino
mi fece un cenno del dito, camminando incerto verso il bar. Sedetti al volante,
raccogliendo dal sedile posteriore la radiolina con auricolare che l’uomo
ascoltava in continuazione.
“Perturbazioni
negli anni ‘30 del XIV”
disse una voce monotona nel mio orecchio “due Sacche di Mälgratz stanno
viaggiando a ritroso dal ‘39 verso, presumibilmente, il ‘33. Per quanto
riguarda il II avanti Cristo, il puntatore di recupero sta effettuando una
iterazione ciclica a distanza di 7 giorni ogni 60 secondi. Una imprevista marea
di ritorno rischia di provocare perturbazioni nel IX d.C., si consiglia un
anticipo del rientro a non più tardi di 100.000 secondi a partire da ora.”
Sfilai
l’auricolare, cercando sul lato della radio la rotellina della frequenza,
senza trovarla. Vidi che Letizia stava rientrando con la borsa di cartone di una
merceria. “Ce l’ha uno specchietto?” domandò.
Avevo
posato in fretta la radiolina per non farmi sorprendere a curiosare. “Se
abbassa il parasole del sedile anteriore troverà lo specchietto.”
La
ragazza mi gettò la borsa di mano e sedette, cercando con le dita lo specchio.
Estrasse da una scatoletta che portava in mano un tubetto color oro, e con un
movimento a vite espulse il glande a missile di un rossetto dal colore tenue.
Cominciò a ripassarsi le labbra sotto i miei occhi, ricoprendo il colore rosso
vivo di prima. Non è possibile, pensai, lo fa apposta? Ci sta
provando?
Gettai
un occhio alla borsa di carta della merceria. Senza muovere le spalle per non
che Letizia potesse vedermi nel retrovisore, allargai con due dita la borsa per
controllare cosa avesse acquistato.
Trattenni
il fiato. Infilai la mano nell’apertura e ne estrassi due reggicalze di pizzo
bianco con l’etichetta di cartoncino verde e oro. Sentii girare la testa. La
ragazza si stava ripassando le palpebre con un pervinca malinconico, non vedeva
che frugavo nei suoi acquisti.
Suo
marito Arduino ritornò con una dozzina di pacchetti di sigarette differenti fra
le mani: Ambassador, Rothman’s, Wilson, Windsor e altri che non riconobbi. Credo
che siano pazzi, pensai ritornando alla guida. E che razza di stazione
ascoltano? Non sembra un radiogiornale.
“Come
stai?” domandai all’uomo, che si strinse nelle spalle. Era molto pallido.
Letizia
mi sorrise con le labbra vermiglie. “Che te ne pare?” domandò. Mi sembrava
uguale a prima.
Cercai
nel retrovisore lo sguardo di suo marito, ma si era adagiato contro lo schienale
e teneva gli occhi chiusi. “Bello” sussurrai rimettendo in moto.
*
* *
C’era
più vento. Letizia si era messa un fazzoletto bianco e rosso sui capelli come
una diva di Cinecittà, ma aveva ancora le gambe nude. Suo marito Arduino fumava
con attenzione, seduto al tavolino di uno stabilimento balneare dove cucinavano
gamberetti fritti e insalata di mare. Ogni dieci minuti barcollava fino ai
servizi igienici di legno, di fianco alla scala che portava sul lungomare.
“Temo
che arriverai in ritardo” disse Letizia raggiungendomi alla sedia a sdraio.
“Sono
in vacanza” risposi “posso fare quello che voglio.”
La
ragazza mi osservò a braccia conserte, i capelli che le spazzolavano gli occhi
perché il vento scendeva dalle colline. Aveva indossato un cardigan dello
stesso colore del vestitino, con imprevedibili maniche sottili come sigarette e
lunghe fino alle nocche delle dita. “Non è una donna quella che ti aspetta a
Torino?” mi domandò.
Mi
strinsi nelle spalle. “In qualunque posto si vada, in teoria c’è sempre una
donna che aspetta. E qualunque donna sia in attesa, in verità non aspetta mai
te.”
Letizia
rimase perplessa, poi si spostò fra i miei occhi e il sole, così che fui
costretto a guardarla controluce. Non mi rispose, ma dopo mezzo minuto con le
braccia conserte si voltò e senza scioglierle camminò fino alla linea di
conchiglie e castelli di sabbia della battigia.
Il
vento frustava gli ombrelloni e le cartacce, avvertendo che la sera era in
arrivo. Gli ultimi bagnanti si arrendevano alla stanchezza dell’olio solare e
raccoglievano borse e asciugamani per battere in ritirata verso le vie parallele
al lungomare.
Arduino
era scomparso dal tavolo del bar. Letizia disegnò un’iperbole di impronte che
tagliava migliaia di altre impronte del pomeriggio, poi ritornò a raccogliere
le scarpe parcheggiate contro le cabine azzurre.
“Ehi!”
mi gettò una voce sezionata senza rispetto dal vento. Mi alzai sbadigliando e
la raggiunsi, ma era già sulla scala di cemento frantumato dalla gramigna che
portava sul lungomare. “Andiamo a cercare una pensione” disse “e se
troviamo un negozio di dischi sulla strada...”
Scoppiai
a ridere. “Ma come è possibile?” dissi “ancora dischi?”
Letizia
si morse le labbra. “Non ti piace la musica? Rimarrà... io penso che
rimarrà a lungo nella memoria di questi anni.”
“La
musica?” risposi incredulo “Ti sbagli. C’è una guerra, e tu pensi
alla musica. La guerra in Asia e la guerra in Europa. Parigi a ferro e fuoco, i
carri armati in piazza. Il maggio francese, n’est-ce pas?” La
raggiunsi sul controviale.
“L’hai
fatta anche tu quella guerra?” domandò lei di rimando, “hai tirato le
pietre ai poliziotti, all’università? Pasolini...”
“Questa
da naoi è guerriglia di provincia” risposi atteggiandomi “in Francia sì
che ci sanno fare. Sartre. La Sorbona. Daniel Cohn-Bendit. Dovrei andare
anch’io a gridare fratello Ho Chi Minh in strada. Mi ci vedi?”
Si
fermò in mezzo alle strisce pedonali, mi squadrò da capo a piedi con
espressione seria, ancora con la frangia negli occhi, e rispose “Sì, ti ci
vedo.”
*
* *
“La
battaglia di Hué?” domandò Arduino arrivando silenzioso dalla porta della
reception.
Mi
voltai, sorridendogli. “Sì, sono
immagini di febbraio, quando Van Thieu e i marines hanno ripreso Hué.”
Guardammo
le immagini senza audio, perché l’altoparlante del televisore nella sala
comune della pensione non funzionava. Letizia si stava mordendo le unghie, ma
riuscì a dire “Hanno un certo fascino, così senza colore.”
Mi
domandai cosa volesse dire, ma Arduino aggiunse subito “Ricordi il film di
Kubrick?”
Drizzai
le antenne. “Kubrick? Orizzonti di gloria...”
Letizia
scosse il capo, poi rispose senza riflettere. “No, il film sul Vietnam. Full
Metal Jacket.”
Arduino
la fulminò con un’occhiata.
“Un
film di Kubrick sul Vietnam?” dissi “è appena uscito 2001 Odissea nello
spazio nelle sale cinematografiche.”
“Il
film è ancora in in lavorazione” rispose frettolosamente Arduino “Letizia
ed io ci interessiamo anche di cinema.”
Voltai
appena l’occhio senza girare il capo, e notai che tentava di farle un
pizzicotto al braccio per avvertirla. Pensai che era strano. “Mai sentito
parlare...” borbottai “e che vuol dire?”
“Che
vuol dire cosa?”
Feci
un gesto del dito. “Full...”
“Full
Metal Jacket” rispose Arduino a denti stretti “così i marines chiamano
i proiettili con bossolo di metallo.”
Letizia
si alzò stirando le braccia. “Usciamo a fare due passi” disse “avrei
bisogno di digerire.”
Arduino
sembrò cercare qualcosa sul divano sdrucito, poi tentò di alzare il volume del
televisore.
“Devi
girare quel pulsante” dissi vedendo che non sapeva neppure dove mettere la
mano “No, quell’altro... Ma come sono fatte le TV in Svizzera?”
“Non
vieni?” mi domandò Letizia, lasciandomi un’altra volta di stucco.
“Che
facciamo?” domandai a suo marito, che si strinse nelle spalle e girò sul
retro del televisore come per cercare di aprirlo.
Letizia
raccolse il suo cardigan fuori moda dall’attaccapanni accanto a un’agave
giallo nicotina. “Che aspetti?” mi domandò “non vorrai lasciarmi uscire
da sola?”
La
seguii in strada, nella freschezza quasi violenta della sera. Una radio stava
snocciolando note di chitarra. “Cohen” disse Letizia infilando il cardigan
con un movimento che sembrava un ombrello nella custodia a tubino.
“Te
ne intendi, di musica...” constatai, cacciando le mani nella tasche dei
pantaloni di cotone.
Si
strinse nelle spalle con una smorfia.
“E...
di cinema?” proseguii.
Mi
precedette perso il lungomare. Le strade erano quasi deserte, i marciapiedi
pieni di automobili parcheggiate per la cena.
“Come
sarebbe quella storia del film di Kubrick?” dissi raggiungendola.
“Non
so” rispose secca, proseguendo a braccia conserte “L’esperto di cinema è
Arduino. Pensi che ci saranno zanzare?”
Riflettei
sulle parole del marito, poi vidi una cabina telefonica all’angolo della
strada principale che portava dal municipio al lungomare. “Devo chiamare un
amico” dissi “ti spiace?”
Mi
seguì addirittura dentro la cabina. Feci ruotare la porta per richiuderla e mi
ritrovai stretto contro Letizia, fra i vetri sudici con il marchio SIP al
contrario. Osservò con interesse il mio dito indice che ruotava il disco, contò
i gettoni che inserivo nel caricatore e sillabò il numero. Aveva un profumo
floreale, una fragranza quasi commestibile. Le avrei passato volentieri le
labbra sul collo.
“Mario?”
strillai quando mi risposero “ho pochi gettoni, scusa una domanda. Davvero
Kubrick sta girando un film sul Vietnam?”
Letizia
si irrigidì, trattenendo il fiato.
“Che
dici?” mi rispose la voce dall’altro lato del filo “il prossimo dovrebbe
essere un altro film di fantascienza, un romanzo di Anthony Burgess. Ma dove
sei?”
“Niente,
scusa. Ho finito i gett...” riappesi perché era caduta la linea.
“E
allora?” disse Letizia con un‘espressione offesa “che volevi
dimostrare?”
Era
alta almeno 1,80, solo 5 centimetri meno di me. Molto alta per una donna.
“Tu e tuo marito mi prendete in giro. Spiegami questa faccenda del film di
Kubrick sulla battaglia di Hué.”
“Il
tuo amico non se ne intende” rispose con aria di sfida “parlava di Arancia
Meccanica. Stanley Kubrick non farà mai quel film, il governo inglese lo
giudica troppo politico.”
Gonfiai
le guance. “E tu come fai a saperlo?”
“E
tu come fai a sapere che quella donna sarà ancora ad aspettarti, quando
arriverai a Torino?” mi scimmiottò lei, poi aprì la porta della cabina.
Guardai il suo vestito ondeggiare verso ponente, una Giulietta che passava a
velocità elevata suonò il clacson ossessivamente.
Mi
aspettò, non sembrava offesa. La affiancai in silenzio e ci dirigemmo verso la
spiaggia. “Hai una sigaretta?” domandò con una voce troppo acuta di
un’ottava.
Alzai
un sopracciglio. “Fumi?”
Si
strinse nelle spalle. Sfilai con un gesto fluido una Muratti dal taschino e le
porsi gli svedesi. “Are you a Dono-fan?” recitai “Folknik
sweetie, profile blurred in cigarette-smoke?”
Prese
il cerino con le dita sbagliate. Glielo strofinai io, e mi stupii che non
tentasse di accendere la sigaretta dalla parte del filtro.
Tirò
una boccata e incrociò gli occhi. Avevo paura che cominciasse a tossire fino a
cacciare il fumo dalle orecchie, invece si trattenne. Non lasciò neppure
l’impronta del rossetto sul filtro.
Ci
raggiunse una musica lontana verso ponente. Letizia la seguì come il pifferaio
di Hamelin, ma la gente marciava in senso inverso sul lungomare.
Stava
facendosi notte. La tradizione della passeggiata aveva portato in strada
centinaia di turisti a osservare le luci di pescherecci lontani e a inalare
l’anidride carbonica delle palme.
“Cos’è
questa musica?” domandò Letizia camminando svelta.
Osservai
il tratto di cenere all’estremità della sua sigaretta. “Forse una balera”
risposi “d’estate si balla, in spiaggia.”
Il
comune, o forse un imprenditore privato, aveva montato un tendone su una grossa
pedana di assi di legno, sospesa come una bassa palafitta sulla spiaggia dove un
tipo con un enorme naso rosso staccava biglietti. Lessi il prezzo sul cartello
che diceva FESTAGIOVANI 1968 ma Letizia aveva già in mano un pugno di
banconote piegate in metà. Mi domandai se le tenesse nella tasca del cardigan.
Con mio discreto imbarazzo pagò per tutti e due senza battere ciglio, quindi la
seguii sotto il tendone.
C’era
ancora poca gente. Ragazzi con capelli tagliati corti e orribili giacche bianche
ricamate stavano suonando canzoni di Patti Pravo, qualche coppia cabotava lungo
il perimetro della pista, evitando le sedie di legno pieghevoli. Ragazze con
capelli a caschetto e vestiti di cotone, ragazzi con cravatta, qualcuno
ostentava capelli più lunghi del collo. Il vestito più corto era quello di
Letizia.
La
toccai su una spalla, le indicai il banco del bar. Mi seguì docile mentre
ordinavo una gassosa, la prese anche lei e pagò prima che potessi levare il
portamonete di tasca. “Stasera sei mio ospite” disse, “devo sdebitarmi per
il passaggio in auto e per il tempo che ti facciamo perdere.”
Sedemmo
in fondo alla pista, vicino a uno strappo nel tendone che ci iniettava aria di
mare nella schiena. Una ragazza in pantaloni rosa era la cantante del gruppo.
Letizia bevve la gassosa dal collo della bottiglia con un certo impaccio, poi mi
disse “Vai a chiedergli di suonare Battisti.”
“Aspetta”
dissi “ti piace questa?” avevo riconosciuto dalle prime note A whiter
shade of pale.
Letizia
posò la bottiglietta ai piedi della sedia. “Balliamo?”
Sentii
un tuffo al cuore, ma suo marito era lontano, avvolto dalle onde di marea della
nausea, e Letizia aveva un collo liscio e nervoso.
Non
sapeva neanche dove mettere i piedi. Invece di lasciarsi tenere la destra mi si
incollò contro, allacciandomi le braccia dietro al collo. Gli altri ballerini
ci osservarono con la coda dell’occhio.
Letizia
girava su se stessa, ruotando sul perno della gamba destra. Dovetti seguire il
suo ritmo, una specie di 2/4 leggermente sincopato rispetto al wah-wah.
Poi la chitarra del gruppo intonò l’introduzione di California Dreamin’
e Letizia accelerò il ritmo.
Qualcun
altro cominciò a imitare il suo passo, semplice e seducente nella sua
monotonia.
Cielo
grigio su, foglie gialle giù, cerco un po’ di blu dove il blu non c’è.
La cantante in rosa aveva una bella voce, Letizia aveva il profumo del frutto
della passione che avevo sentito per la prima volta a Londra in una tazza di tè.
Pensai che non era possibile, che non avevo mai amato i Dik Dik eppure avrei
voluto che Sognando la California durasse almeno 25 minuti. Invidiavo i
ragazzi intorno a noi che potevano seguire con la coda dell’occhio la spirale
ellittica della gonna di Letizia in movimento.
Dopo
un’altra canzone Letizia spezzò il ritmo e si fermò in mezzo alla pista.
“Vai a chiedere Battisti.”
E
io che non amavo Balla Linda andai sotto il palco a chiedere alla ragazza
in rosa di cantarla. Lei mi lesse il movimento delle labbra durante il finale di
harmonium e annuì.
Era
entrata molta più gente, habitués di mezza età rimanevano ai bordi della
pista mentre i ragazzi ballavano. Ballammo anche Battisti con il ritmo in
sordina di Letizia. Altre coppia ci avevano imitati, allacciandosi più stretti,
le braccia intorno al collo e alla vita.
L’ultima
nota della canzone coincise con il primo colpo di grancassa di Back in the
U.S.S.R.. Come quasi tutte le coppie uscimmo dalla pista, mentre pochi
temerari tentavano qualche movenza psichedelica.
Letizia
guardò l’orologio “Sono le 23” mi disse all’orecchio “forse vuoi
tornare a riposare...?”
Che
strano modo di leggere l’orologio, pensai,
sembra un’annunciatrice della Rai. “Non ho fretta. Sono abituato a
dormire poche ore per notte, e poi sono in vacanza.”
“E
quella ragazza che ti aspetta a Torino? Ma forse non c’è nessuna ragazza, non
è così?”
La
guardai irritato. Lei invece sembrava divertirsi. “Questi sono fatti miei”
risposi “e tu, piuttosto? Sei uscita a ballare mentre tuo marito sta male in
una camera d’albergo.”
“Arduino
non è mio marito” rispose.
Trattenni
il fiato. “Cosa significa?”
Mi
fece cenno di tacere. “Come si chiama questa canzone?” domandò voltando
l’orecchio verso le casse acustiche.
“Quando
soffia il vento, mi pare.”
“Il
vento” mi corresse lei.
Tornammo
sulla pista di assi di legno lucide. Restammo a ballare fino oltre la
mezzanotte, fino a che la voce della cantante si fece rauca e i musicisti
cominciarono a steccare.
I
ragazzi sgocciolarono via per ritornare alle pensioni o ai piccoli alberghi del
lungomare. A malincuore, anche Letizia mi chiese di uscire perché le canzoni
cominciavano a ripetersi.
“Voglio
andare a vedere il mare di notte” disse abbottonando il cardigan “torna pure
in albergo, se vuoi.”
“No”
risposi, quasi punto nell’orgoglio “ti accompagno.”
Scendemmo
verso il fronte del mare su una passerella di assi martellate, fino a che si
persero nella sabbia. Letizia tenne in mano le scarpe di raso che affondavano
come chiodi e mi precedette di due passi verso l’acqua entrando fino alla
caviglia.
“E’
fredda?” domandai.
Mi
guardò come se avessi parlato in turco. Planò con le piante dei piedi sulla
sabbia bagnata.
“And
Jesus was a sailor when He walked upon the water”
cantai non proprio intonato.
“Dylan”
tirò a indovinare Letizia senza voltarsi “I dreamed I saw St. Augustine.”
“Sbagliato.
Leonard Cohen.”
Dal
tendone arrivavano ancora riff sconnessi di chitarra e qualche colpo di
piatti. Sulla passeggiata del lungomare erano rimaste solo poche coppiette,
mentre altri ragazzi passeggiavano in solitudine sulla spiaggia buia, come
granchi moribondi.
“Cosa
vuole dire che Arduino non è tuo marito?” domandai raccogliendo tutto il mio
coraggio.
“Vuole
dire quello che ho detto” rispose Letizia scura contro la risacca “siamo
solo colleghi.”
Rovesciai
con la punta della scarpa una conchiglia. “Perché mi avete fatto credere di
essere marito e moglie?”
“Voi
italiani siete così” rispose sbadigliando “sarebbe impossibile dormire
nella stessa camera con un uomo senza essere considerata una puttana.”
“Esagerata”
la rimproverai “siamo nel ‘68.”
“Difficile
dimenticarlo” rispose lei quasi a se stessa. Il complesso non suonava più.
Qualche automobile passava sulla provinciale appena oltre il lungomare,
l’unico altro suono era il suicidio delle onde sulla spiaggia.
Raggiunsi
Letizia. Aveva il collo nudo e bianco sotto la luce lontana dei caffè di
riviera. “Hai freddo?” domandai.
Si
strinse nelle spalle. “L’estate sta finendo” rispose “tanto vale
approfittarne.”
“Siamo
ad agosto” dissi avvicinando il pollice alle sue labbra lucide di rossetto
“avremo ancora giorni di sole...” Posai le dita sulla curva della sua
guancia, il polpastrello sulle labbra. Mi stupii che non stingesse, eppure aveva
una bocca così rossa...
“Che
fai?” disse.
“Se
Arduino non è tuo marito...” incominciai, ma si avviò verso le barche
rovesciate in secca.
Le
tenni dietro, raggiungendola per cingerle la vita con il mio braccio come quando
avevamo ballato sotto la tenda.
C’era
ancora musica, veniva dalla veranda di un ristorante. Camminammo sulla sabbia,
il mio braccio intorno alla sua vita, le sue braccia conserte con le scarpe fra
le dita.
Le
dita di un pianista saltellavano fra i tasti di un pianoforte verticale.
Riconobbi stupito La canzone di Marinella. “Questa notte non dovrebbe
finire mai” commentò Letizia elettrizzata dal vento di mare.
Non
era facile ballare sulla sabbia. Letizia gettò le scarpe e oscillammo a ritmo
nel buio più assoluto, anche più avvinghiati che nella balera estiva.
C’era
la luna e avevi gli occhi belli, lui ti baciò le labbra ed i capelli, c’era
la luna e avevi gli occhi stanchi, lui pose le sue mani suoi tuoi fianchi.
“Chi
sei?” domandai ai suoi capelli “da dove vieni?”
Pestammo
tutta la sabbia fredda di umidità. La sua bocca era tiepida, profonda, ma mi
accorsi che era tutta bagnata di lacrime.
“Le
stelle” disse con gli occhi allo zenith “da tanto non le vedevo. Dove abito
io c’è smog giorno e notte.”
Il
cielo in una stanza. Sentivo
sotto le dita il movimento sincopato dei suoi glutei. L’orlo del vestito mi
strofinava sui pantaloni con ostinazione. Quando sei qui con me, questa
stanza non ha più pareti ma alberi.
Camminammo
frenetici verso un barca, tenevo in mano il suo cardigan e lei aveva già un
seno scoperto dalla spallina. Ci infilammo al riparo del legno rovesciato, dove
era ancora più buio perché la luce in linea retta della luna non aveva la
forza di strisciare fra la spiaggia e la barca. Letizia aveva una pelle liscia
come il raso del vestito e lo stesso profumo del frutto della passione. La sua
carne era soda ma cedevole. Lacerai la camicia contro una scheggia di legno,
battei le spalle contro la barca, mi procurai escoriazioni ai gomiti e ai
ginocchi strusciando sulla sabbia.
Letizia
aveva labbra con un rossetto perenne, che non stingeva neppure sul mio collo.
Aveva denti forti, e li usò. Aveva muscoli alle cosce e tentò di usarli, ma ci
ripensò e si lasciò andare.
Uscimmo
da sotto la barca con i capelli e le unghie pieni di sabbia. Sentivo fame e
avevo una leggera nausea contemporaneamente. Letizia mi mostrò lo strappo sulla
spalla della camicia, poi mi fece lo sgambetto facendomi cadere. La rincorsi
mentre cercava le scarpe al buio, e quando le trovammo le riempii la bocca con
un pugno di sabbia.
Per
sfuggirmi corse in mare fino alla caviglia, poi la ricattai con le scarpe.
Tornammo sul lungomare dove c’era un solo caffè già aperto. Pagò cappuccio
e cornetto per tutti e due, poi chiese alla signora del bar di accendere la
radio.
Balla
Linda. Persino il rumore
dello zucchero che cadeva attraverso la schiuma del caffè sembrava troppo
forte.
La
mattina arrivò come un raggio laser attraverso le palme. Arrivò anche un
ragazzo in blue-jeans con un cartone pieno di paste alla crema, Letizia ne mangiò
6 davanti agli occhi della proprietaria che quasi non ci credeva. Cercò di
fumare un’altra sigaretta, ma questa volta tossì davvero.
Il
colore sulle sue labbra non si era nemmeno sbiadito. Ogni pochi minuti scrollava
i capelli facendo cadere granelli di sabbia sul tavolino.
“Senti”
dissi dopo avere parlato del più e del meno fino alle sei del mattino, “Cosa
vai a fare a Torino? Torna a Roma con me, possiamo passare l’estate
insieme.”
Alzò
le dita per ordinare un altro caffè, quindi schiacciò maldestramente la mezza
sigaretta nel posacenere. “Non posso, sto lavorando. Devo essere di ritorno a
Lugano fra 5 giorni, e prima devo passare da Torino. Ho da recuperare per conto
di un cliente materiale nel negozio di dischi di suo padre.”
Scossi
la testa, incredulo. “Che razza di storia. E Arduino?” mi accorsi di essere
geloso.
“Te
l’ho detto, è un collega di lavoro.”
“Tu
non sei svizzera” dissi cacciando le mani nelle tasche dei pantaloni
“conosco bene l’accento di Lugano.”
Inghiottì
il caffè ancora bollente, allungando le gambe sotto il tavolino per
intrecciarle con le mie.
“Vengo
con te a Lugano” dissi.
Mi
guardò seria, mordendosi le labbra. Mi infuriai “Ma non senti proprio niente?
Davvero sei così abituata a infilarti sotto le barche rovesciate con un
uomo?”
“Zitto,
scemo” mi redarguì accennando alla signora del bar che allungava
l’orecchio.
Il
sonno era passato, non avrei voluto ritornare in albergo per non affrontare
Arduino, ma dopo avere cercato nuovamente di fumare un’altra sigaretta Letizia
si alzò.
Arduino
ci aspettava con le valigie accanto alla mia 1.100. Aveva già saldato il conto
e appariva meno pallido della sera prima, ma aveva brutte notizie per me.
“Dobbiamo
tornare a casa” disse mostrando a Letizia la radiolina senza sintonia “c’è
stato un contrattempo.”
Avrei
voluto parlarle in privato. “Senti, vi riporto io a Roma” le sussurrai
all’orecchio.
Scosse
vigorosamente il capo. “No, non è possibile. Continua pure il tuo viaggio, e
scusa per il tempo che ti abbiamo fatto perdere.”
Arduino
mise l’auricolare all’orecchio, allontanandosi per chiedere
all’albergatore gli orari delle corriere per la stazione ferroviaria.
“Senti, voglio il tuo numero di telefono” dissi con un groppo in gola.
Letizia
sorrise. “Ti assicuro che non avrebbe senso.”
Sospirai.
“Dimmi la verità, Arduino è davvero tuo marito?”
Scoppiò
a ridere stavolta. “No, guarda che la questione è un’altra. Ma ti prometto
che mi farò viva io.”
Arduino
stava ritornando. “Davvero? Lo prometti?”
“Lo
giuro.”
*
* *
64
anni fa. Non l’avevo mai dimenticata, ma trovarmela davanti così
all’improvviso fu uno choc
“Che
hai, papà?” domandò Lucrezia.
Rimisi
lo sguardo a fuoco su di lei. “Niente” risposi, ma il mio sguardo mi
contraddiceva. Tornai a guardare Letizia.
Mia
figlia Lucrezia seguì il raggio laser dei miei occhi. “La conosci” domandò.
“Una
volta” risposi.
Era
indubitabilmente Letizia. Dimostrava 13 anni, forse 14. Mi venne in mente quel
romanzo in cui una strana malattia costringe una ragazza a una regressione
temporale, giorno dopo giorno indietro negli anni fino a tornare bambina, poi
neonata, infine a scomparire.
Letizia
ragazzina stava osservando qualcosa nella lente sinistra dei suoi occhiali.
Muoveva la testa a tempo, come se stesse ascoltando un programma musicale.
Lucrezia
sfilò dalla narice sinistra la sua cannuccia e la posò con cura sul piano del
tavolino, poi batté tre volte con l’indice sul piccolo microfono della
console. “Myosotis” disse.
“Mi
rincresce” rispose una voce minuta, sintetica, “è terminato. L’offerta
del giorno è fiore della passione.”
Il
fiore della passione. Letizia sulla sabbia. Dio mio, 64 anni fa. Mi
alzai distratto, lasciando Lucrezia di stucco, e mi avvicinai al tavolo della
ragazzina, che sembrò incuriosita.
“Letizia?”
domandai.
Sorrise
“Mi conosce?”
Mio
Dio, pensai riconoscendo la
sua voce. Il timbro vocale era già quello di Letizia adulta.
“Posso
sedermi?” domandai accennando alla sedia libera al suo tavolino.
Disattivò
con un cenno il canale, levandosi gli occhiali. “E’ un amico di mio
padre?” domandò.
Sedetti,
ignorando mia figlia che mi controllava curiosa. “Davvero non ricordi dove ci
siamo conosciuti?”
La
ragazzina scosse il capo, poi cercò negli occhi di Lucrezia al tavolino accanto
se fosse uno scherzo. Un oboe malato di melancholia mirò ai nostri timpani
dagli altoparlanti della mescita.
Rimanemmo
in silenzio, non sapevo che dirle. Se non ricordava... Ma chi era quella
ragazzina che si chiamava come quella Letizia di 64 anni prima, pochi giorni
nella mia estate del ‘68?
E
poi compresi. Forse impallidii perché la ragazzina batté le ciglia appena
preoccupata, di certo mi si riempirono gli occhi di lacrime. “Dio...”
sussurrai “Dio mio, avevi giurato...”
64
anni. Un ragazzino si
affacciò dalla tenda monomolecolare della mescita, si arrestò quando mi vide
al tavolo con Letizia. “Scusa” borbottai alzandomi, e ritornai al tavolo con
mia figlia.
I
ragazzini sedettero insieme. “Ti eri sbagliato?” sussurrò Lucrezia con un
sorriso da un orecchio all’altro.
“Sbagliato?”
negai “Assolutamente. L’ho conosciuta.”
Sì,
pensai, l’ho conosciuta, e lei ha promesso, anzi giurato che si sarebbe
rifatta viva.
“Misterioso”
commentò Lucrezia incrociando gli occhi, poi la spia sulla console si accese
“Ah, il mio frutto della passione. Vuoi assaggiare?”
Declinai
l’invito, e mi sedetti allo schienale della poltrona a gas, che suonò una
breve melodia di compressione. Osservai Letizia, soddisfatto. Soddisfatto e
sconcertato, perché quel mattino antidiluviano in cui mi aveva lasciato in riva
al Tirreno senza mai più rifarsi viva, quel mattino sapeva già che mi avrebbe
rivisto. Perché per lei, quel nostro primo incontro casuale di quando aveva 13
anni era già avvenuto.
Franco
Ricciardiello
Scritto
tra il 15 dicembre 1994 e il 29 marzo 1995
Pubblicazioni:
"7°
inchiostro", Centro culturale l'Altroquando, Settimo Torinese (TO) 1998
<
ritorna all'indice dei racconti