FRANCO RICCIARDIELLO
Archeologia
Santuario
Giungemmo
al santuario che la luce diurna era già ammainata sulla campagna e la bruma di
mezzo autunno rendeva l'oscurità terribile. Franziska, che aveva guidato sino
allora, lasciò afflosciare l'hovermobile sul cuscino che si sgonfiò con un
sospiro; nel piccolo parcheggio di ghiaia al termine della via carrabile, dopo
un lungo percorso fra salici scheletrici, fossati per l'irrigazione e nebbia,
c'erano già altre due vetture che Franziska riconobbe.
“Non
fa particolarmente freddo” dovetti ammettere quando scendemmo, ma le misi il
soprabito sulle spalle e presi la mia giacca.
“Lascia
stare” disse allora fermandomi con una mano quando stavo per prendere le
nostre valigie con il necessaire da viaggio “Al santuario c'è tutto ciò che
ci occorre.”
Un
viale di cipressi ci condusse attraverso un parco piatto, senza rilievi, dove
per l'incuria la vegetazione spontanea stava prendendo il sopravvento; in fondo
al viale il frontale della basilica era sobrio e a suo modo imponente.
“I
tuoi amici hanno un certo gusto per l'orrido” dissi, alludendo alla riunione
nel santuario sconsacrato. Avanzando verso il portale della chiesa, vedemmo la
guglia della torre campanaria perforare la nebbia.
“È
questo il secondo fascino della commutazione,” disse enigmatica Franziska
piegando il capo per guardarmi attraverso le ciglia, “Per qualche giorno
torneremo alla vita d'un tempo.”
Mi
arrestai sul portone che Franziska aveva socchiuso. Si teneva il soprabito
stretto alla gola con la mano e mi guardava interrogandomi. “Cosa
significa?” dissi.
Franziska
rise. “Niente energia elettrica, niente riscaldamento personalizzato, niente
doccia a ultrasuoni né cuochi automatici.”
“Sei
pazza” dissi quasi impallidendo “Dove mi hai portato?” Ma una mano
dall'interno spalancò il portone della chiesa, impedendoci di continuare il
discorso.
Una
donna in abito blu accolse Franziska sorridendo, baciandola su entrambe le
guance e anche sulle labbra. “Questo è mio marito Finn,” mi presentò lei.
La sua amica si chiamava Lleida, aveva i capelli rossi e un viso tondo da
ragazza; mi prese per mano per condurmi lungo la navata di sinistra della chiesa
fino alla porta della sacrestia.
La
basilica era buia e fredda, illuminata solo dalla luce di torce resinate che
mordevano l'aria; l'odore d'incenso aromatizzato del braciere davanti all'altare
mi diede nausea e mi rimandò ai primi anni dell'infanzia. Mi parve di sentire
sotto i polpastrelli il freddo dell'acquasanta nel bacile di marmo. Non era
forse quello lo scopo della commutazione?, mi dissi: riandare con la memoria a
quegli anni cosí distanti nel passato
da risultare perduti all'esperienza.
“Per
accedere alla sacrestia non si usa mai la navata centrale,” mi spiegò Lleida, “perché è riservata a chi si reca all'altare”. Dalla sacrestia spoglia si
passava, tramite un disimpegno che sapeva d'umidità e legno vecchio, alla
biblioteca dove ci attendevano gli amici di Franziska. Al posto degli antichi
volumi manoscritti, sugli scaffali tutto intorno alle pareti stavano moderni
libri dalle coste colorate, pacchi d'audiovisivi e una rastrelliera di pellicole
magnetiche. Seduti intorno al tavolo di noce, due uomini e una donna stavano
conversando, ma ci accolsero con sorrisi aperti e ognuno salutò Franziska come
già era accaduto sulla porta della chiesa.
Liam,
il marito di Lleida, aveva l'aspetto di un giovane dalle spalle larghe ed
esibiva un paio d'occhiali cerchiati di metallo, autentica reliquia che mi
rimandò agli anni della scuola, quando i ragazzi portavano maglioni di lana
stile college e usavano creme contro l'acne. L'altro uomo, che si presentò come
Tristram, dimostrava qualche anno di più per via dei capelli brizzolati alle
tempie e dei solchi più profondi agli angoli della bocca, ma forse era dovuto a
una cosciente lontananza dalle sale di lifting; aveva mani forti e callose e
dita a spatola e indossava una giacca di lana ruvida. La donna era magra per i
miei gusti ma aveva un viso squisito, occhi scintillanti e corti capelli biondi;
portava il nome di una musa, Tersicore, ed era la moglie di Tristram. “Il
nuovo marito di Franziska” disse senza muovere gli occhi, “È la prima volta
che attendi a una commutazione insieme a lei?”
Mi
strinsi nelle spalle, quindi annuii. Quello era il mio benvenuto nella cerchia
degli amici intimi di mia moglie.
Franziska
non volle togliersi il soprabito dalle spalle, ma continuò a conversare a
braccia conserte alternativamente con Tristram e con Liam, appoggiando la
schiena contro uno degli scaffali in modo che l'impermeabile lasciasse scoperta
la corta gonna nera e le gambe; ripensando al suo discorso sulla vita d'un
tempo, capii il perché delle calze di nylon.
Lleida
rimase in piedi con me presso la porta del disimpegno, mentre Tersicore
rivolgeva la sua attenzione alternativamente a noi e agli altri. “È tanto che
conosci Franziska?” mi domandò Lleida.
“Meno
di un anno” risposi.
“Dunque,
un colpo di fulmine” Ridemmo entrambi. “Dove siete stati in luna di
miele?”
“Antartide”
risposi.
Dopo
una quantità di domande simili, suo marito accese una lunga pipa di bambù per
aspirare dalle narici; siccome mi dava fastidio il fumo, mi scusai con Lleida e
uscii dalla biblioteca, ma dalla porta opposta a quella del disimpegno: mi
ritrovai sotto i colonnati di un magnifico chiostro a pianta quadrata, una
visione che non mi aspettavo e che mi mozzò il fiato.
Oltre
gli archi a tutto tondo del portico
si aprivano le porte di varie cellette: al centro, attraverso la nebbia che
infittiva, si rivelava il profilo di un pozzo circondato da aiuole di gramigna.
Santi in cotto osservavano da ogni colonna con occhi d'argilla, e non un suono
oltre il brusio della biblioteca disturbava quel regno di bruma.
“Stupefacente,
vero?” disse una voce di donna alle mie spalle. Era Tersicore, uscita a sua
volta dalla biblioteca. “Non riesco a immaginare questo chiostro altrimenti
che con la nebbia, forse perché non l'ho mai visto in estate.”
Mi
avvicinai al muretto del portico, le mani nelle tasche dei calzoni, senza
guardarla direttamente in viso. “Ci sei venuta spesso?” domandai per
incrinare il silenzio.
“Dieci,
dodici volte” borbottò.
“Anche...”
chiesi senza riuscire a proseguire.
“Anche
l'ultima volta, è questo che volevi dire? Sì, tutti c'eravamo anche allora,
tranne te.”
Mossi
alcuni passi sui mattoni a spina di pesce del pavimento, maledicendomi per avere
accettato l'invito di Franziska a una commutazione fra intimi, sapendo cosa era
accaduto nel santuario sconsacrato. Ogni cosa
in quella situazione mi pareva forzata,
cervellotica e persino di cattivo gusto.
“Vuoi
vedere il resto del santuario?” propose Tersicore avvicinandomisi alle spalle;
la seguii lungo il colonnato mentre mi spiegava che le celle dei monaci erano
divenute cubicoli per la commutazione. All'angolo opposto della biblioteca
entrammo nel refettorio, col suo lungo tavolo di castagno. Mi spiegò che
avremmo cucinato a turno in mancanza del cuoco automatico.
“Siete
decisamente una bizzarra compagnia”
commentai ad alta voce, poi ripensai a quanto accaduto la volta precedente nel
medesimo luogo e con le stesse persone. Non mi stupii che Franziska non avesse
più partecipato a una commutazione da allora.
Mentre
seguivo poi Tersicore verso la cappella del chiostro, non potei fare a meno di
notare il suo passo elegante e la gonna attillata, e mi resi conto che indossava
solo una blusa senza maniche. “Aspetta, avrai freddo” dissi sfilandomi la
giacca e coprendole le spalle prima che potesse dire di no; la pelle delle sue
braccia, bianchissima e quasi trasparente alla luce diffusa della nebbia, era
fresca al tatto. Continuai a seguirla tenendole una mano sulle spalle, lusingato
dal fatto che per stare con me fosse uscita all'aperto mezza vestita.
“Tutto
è diverso qua” dissi senza comprendere le mie stesse parole, ma lei dovette
capire perché annuì a capo chino,
poi si fermò all'ombra più fitta del portico per guardarmi in viso.
“Ti
invidio” disse, e con te mio marito, e Liam e Valerio; vi invidio perché
siete uomini e fate ciò che volete.”
Non
seppi trattenere un accesso di riso. “Ognuno fa ciò che gli è permesso,”
replicai. “In fondo, ho l'impressione che sia sempre la donna a scegliere.”
“È
un privilegio opinabile,” rispose, “e poi, ti pare giusto che nel XXI secolo
noialtre non si abbia ancora raggiunto parità di diritti?”
“Non
mi risulta proprio,” dissi sorridendo, convinto che fosse il solito pretesto
per parlare d'uomini e donne, l'antico gioco del corteggiamento. “Parità di
carriera, di opportunità, di diritti: tutto questo l'avete raggiunto. Cosa vi
rimane?”
“La
libertà di vivere fuori dalle libertà che avete inventato per noi,” disse
quasi sottovoce.
Udimmo
clamori dalla parte della sacrestia, e la luce sotto la porta si allargò;
Lleida ci chiamò dalla soglia, e andammo incontro agli ultimi ospiti appena
giunti. Lei era una donna che non saprei se definire troppo bella o non bella
abbastanza: aveva qualcosa in viso che mi manteneva a distanza, capelli lunghi e
dritti come fili di cotone e vestiva seguendo accuratamente la moda, vale a dire
con un abito color pastello dritto e largo abbottonato su un lato. Si chiamava
Valentina e suo marito Valerio aveva un volto tondo dall'aria forte, occhi
chiarissimi e una barba folta ma ben curata, un soprabito dal taglio antiquato e
il sottile marchio di una striscia Volkhan applicata di recente alla base del
collo.
Tornammo
in biblioteca, dove in breve l'aria divenne pesante per il fumo della pipa di
Liam e per l'intrecciarsi di battute e accenni a circostanze che io non potevo
conoscere. Franziska si intrattenne principalmente con Valentina e suo marito,
mentre Tersicore sedeva davanti a me, i piedi appoggiati a uno scanno e un libro
sulle ginocchia, leggendo e inserendosi di tanto in tanto nelle varie
conversazioni. Mi parve di capire che fosse stato Valerio a insistere per
ritrovarsi tutti a distanza di dieci anni dall'ultima, tragica commutazione,
compresa Franziska che quella volta aveva perduto il marito; Tristram e
Tersicore invece sembravano i più restii al nuovo incontro. Mi accorsi della
presenza di una muraglia gelida dietro l'apparenza di calore della compagnia, e
una volta di più mi dissi che avevo sbagliato nell'assecondare Franziska:
avevo, in pratica, accettato di prestarmi al pericoloso gioco di scoprire
l'assassino di suo marito.
*
* *
L'aria
nella biblioteca assunse presto lo stesso colore del chiostro, perché Tristram
si uní a Liam nel fumare. Io sedetti sul davanzale interno della finestra
socchiusa per respirare il fresco del portico e mantenermi sveglio, malgrado la
promessa eccitante della commutazione. Franziska flirtò apertamente con
Valerio, sfiorandogli il braccio con ogni pretesto, accomodandosi la molletta
trovata chissà dove che le scostava i capelli su un lato, accavallando le gambe
a beneficio del marito di Valentina la quale fingeva di non vedere o fingeva di
fingere e rideva di cuore per chissà quale battuta di mia moglie.
Tersicore
leggeva dondolando un ciondolo d'oro fra le dita. Aveva calze sintetiche velate
come quelle di Franziska e un altro monile d'oro a girocollo che insieme ai
capelli contrastava con il nero dei vestiti. Ogni tanto interrompeva la lettura
per domandarmi le cose più disparate, se sapessi cucinare anch'io, con chi mi
ritrovassi di solito per la commutazione, se avevo mai commutato in compagnia di
Franziska, se mi piaceva il santuario e via dicendo. Quando fui ubriaco di
nebbia infiltrata dalla finestra imprecai mentalmente contro mia moglie e le sue
smorfie e lusinghe e cominciai anch'io a corteggiare Tersicore. Seppi cosi che
aveva novant'anni meno di me ed era al terzo matrimonio, essendosi sposata le
due prime volte con stranieri venuti dall'est che l'avevano lasciata senza un
quattrino ma con settimane di pianto arretrato. Di mestiere faceva la redattrice
di una rivista via cavo, ma come d'uso per queste cose si manteneva molto sul
vago.
Io
soprattutto ero interessato all'onda di marmo del collo e delle sue spalle, che
la luce delle lampade ad alcool (non c'era elettricità al santuario) tingeva di
zafferano, alla linea elegante delle calze sulle sue gambe, dalla caviglia
all'orlo della gonna nerofumo. Non volevo conoscere i pensieri di Valerio seduto
davanti a Franziska, ma quando si alzò annunciando che era l'ora adatta per la
commutazione, mi riscossi dalla trance sentendomi avvampare in viso. Franziska
tornò al mio fianco e ci dirigemmo per coppia verso i cubicoli lungo il portico
del chiostro; furono Valerio e la moglie a indicare a ciascuno la propria
celletta, a Franziska e me toccarono le due più vicine all'arco che dava sugli
orti.
“Non
fare il maiale” mi sussurrò Franziska mordendomi un orecchio, mentre si
alzava in punta di piedi per salutarmi; le passai la mano sul fianco nella
camicia di raso, sotto il soprabito, serrando per un attimo i denti dalla
gelosia.
Quando
entrai nel mio cubicolo, non sapevo ancora con chi commutare; c'erano
l'onnipresente lettino pulito, lo specchio grande alla parete, la sedia per i
vestiti e l'armadietto del pronto soccorso come in ogni cubicolo del mondo. La
luce era data da una lampada che ardeva lentamente sul comodino, tingendo ogni
cosa di tuorlo d'uovo. Controllai il termostato: 32 gradi, in aumento. Mi
spogliai inspirando profondamente, sentendomi stanco per la giornata, e deposi i
vestiti in buon ordine sulla sedia. Controllai allo specchio il mio aspetto per
non che chi prendesse il mio posto avesse da spargere dicerie sulla mia pulizia
personale, quindi spensi la lampada
e mi coricai sul letto oleodinamico, cercando a tentoni la corona flessibile
dietro la testiera. Mi cinsi la fronte controllando gli elettrodi con i
polpastrelli, quindi rilassai braccia e gambe distese, prestando ascolto
all'orologio ipnotico della corona.
Mancavano
meno di 10 minuti all'inizio della commutazione; come avrei dovuto prevedere, mi
concentrai sulla figura del marito di Tersicore, Tristram: pensai ai suoi
capelli brizzolati, alle linee del viso, alle mani grosse dalle unghie spezzate.
Non fu necessario prendere un farmaco, perché dopo pochi minuti mi assopii:
l'orologio sussurrava ancora 310 secondi alla commutazione.
Appena
fui conscio di essere tornato in stato di veglia, udii l'orologio ipnotico
indicare 10 minuti dall'inizio della commutazione. Riempii i polmoni d'aria e
provai una serie di sensazioni nuove in ogni parte del corpo; mi tastai le mani
l'una con l'altra: erano liscie e minute, purtroppo non ero entrato nel corpo di
Tristram. Nel gioco di preferenze della commutazione, il desiderio di qualcun
altro aveva conquistato la precedenza. Non riuscii a ricordare l'aspetto delle
mani di Liam e Valerio. Prima di concentrarmi sui ricordi del corpo, mi diressi
a tentoni nell'oscurità verso la sedia, lasciando la corona flessibile
slacciata sul capezzale. Siccome tutti i cubicoli erano per comodità uguali,
raggiunsi subito gli abiti del mio ospite, ripiegati in
buon ordine sulla sedia: al tatto mi parvero irriconoscibili. Chiusi gli
occhi e accesi al minimo la lampada, mettendomi quindi davanti allo
specchio.
Era
un momento delicato, perché non è sempre semplice accettare l'idea di se
stessi nel corpo di un altro; ascoltai i messaggi del mio ospite, senza aprire
gli occhi: un dolore sordo al ventre, il sangue pesante ai polpastrelli e sotto
i denti, un sibilo nei timpani, l'impressione discreta di una striscia Volkhan
sul collo, la sensazione dell'interno della scatola cranica, i nervi tesi alle
spalle, il peso del corpo sulle caviglie. Mossi un dito dopo l'altro, sollevai i
piedi sulle punte. Perfetto, il nuovo corpo mi piaceva. Non sentendo la barba al
viso, giudicai fosse Liam.
Inspirando
profondamente, aprii gli occhi sullo specchio. Per un solo attimo non credetti a
ciò che vedevo, poi indietreggiai di un passo, inciampai e caddi sul letto; mi
rialzai portando le mani al viso, senza riuscire ad aprire bocca. Avevo
commutato con Tersicore.
Commutazione
Rimasi
seduto sul bordo del lettino, sussurrando qualcosa con la mia voce
irriconoscibile sul palato e nei timpani. Mi sfiorai le tempie, saggiai la
consistenza dei capelli sotto le dita, seguii la curva dei seni senza avere il
coraggio di toccarli.
Tersicore.
A
mia memoria non era mai accaduta una commutazione fra sessi opposti.
Eppure
ero in lei: io ero Finn, il marito di Franziska, con tutte le sensazioni e tutti
i ricordi che mi rimanevano della lunghissima vita; ma c'erano anche le
percezioni del corpo che mi ospitava: il profumo sottile e familiare della
pelle, corretto da qualche essenza, l'odore della cella già sentito parecchi
volte in commutazioni precedenti, il rumore di sottofondo che è diverso per
ogni cervello. Tristram è mio marito, mi ritrovai a pensare, eppure ero Finn.
Pensai alla mia casa, la casa di Tersicore: ecco la finestra concava da vanti al
piano sagomato del tavolo da lavoro, con vista sulla città, ora la schiarisco
con un tocco delle dita posso ricordare la posizione di ogni registrazione sulla
scansia da parete, e il colore dei pavimenti ricoperti da un tappeto di
striscioline di seta. Eppure sono
Finn, Franziska è mia moglie, Franziska con il suo soprabito foderato e la
striscia Volkhan ben rimarginata sul collo; sono agente teatrale e sto
organizzando “Il diavolo e il buon Dio” di Sartre. Ma ecco davanti ai miei
occhi chiusi il volto di Tristram, beffardo, accigliato, antipatico,
accondiscendente, annoiato, importante.
Ritrovai
il coraggio di alzarmi davanti allo specchio; passai un dito sul viso di
Tersicore, le lentiggini appena dipinte sugli zigomi, il naso piccolo, le labbra
chiare, i capelli corti e dolci, la striscia Volkhan invisibile alla base del
collo. Raccolsi dalla spalliera della sedia la sua blusa quasi impalpabile e la
indossai, compiaciuto della sua impressione sulla pelle nuda del torso e del
ventre. Ancora mi sembrava incredibile: mai avevo saputo che fosse possibile
commutare fra sessi opposti; ci si sceglie l'uno con l'altro, ma avevo sempre
dato per certo che non fosse fattibile neppure lo scambio diretto fra due corpi;
bisogna essere almeno in tre coppie perché la commutazione
non avviene in linea diretta, e da quattro coppie in su il numero è
perfetto.
Dunque,
in che corpo era commutata Tersicore? Forse tutta l'armonia del gruppo era
risultata devastata.
Tutto
era certamente dovuto all'invidia di Tersicore per il sesso opposto. Mi tornò
in mente la sua affermazione: “Siete uomini e fate ciò che volete.” Aveva
trovato il modo di provare l'ebbrezza del corpo d'un uomo dal di dentro; il suo
desiderio di commutare con me aveva
vinto le naturali barriere del gioco.
Bussarono
alla porta; gridai d'entrare e di fronte allo sguardo divertito di Valerio
ricordai che ero ancora svestito dalla vita in giù. Svestita.
Infilai
con maldestria la gonna di Tersicore, quindi uscii sotto il porticato dove si
trovavano già tutti gli altri, ma avevo dimenticato le calze di nylon ed ebbi
freddo. “Finn sta male,” mi disse Lleida (o almeno il suo corpo), e
realizzai che Tersicore doveva avere commutato direttamente nel mio corpo;
cercai di avvicinarmi al suo cubicolo per parlarle, ma Franziska ci allontanò
tutti a mani tese: “Non è
nulla,” disse “l'ebbrezza del momento. “Non toglietegli il respiro.”
Rimasi
nel chiostro con gli altri, insicuro sulle scarpe col tacco, frastornato dal
ronzio di fondo e dagli odori nuovi e sconosciuti, ancora incredulo per
l'avventura che stavo vivendo.
“Sono
molto stanca,” disse Valentina tirandosi indietro i capelli sulla fronte.
Tutti annuirono, imbarazzati come ogni volta dalla situazione e forse ansiosi di
scoprire il partner, sebbene le regole non scritte della commutazione
stabiliscano il segreto sulle identità.
Mi
ritrovai faccia a faccia con Tristram, mio marito (questo pensiero mi fece quasi
ridere). Lui allargò le braccia con le labbra atteggiate a un sorriso, un gesto
che non sembrava abituale per quel viso che aveva le linee della bocca rivolte
al contrario. “Siamo rimasti soli,” notò. Lo seguii oltre il refettorio,
dov'era la nostra stanza e dove trovammo, sospesi ad alcuni centimetri da terra
sul loro campo repulsivo, gli scarsi bagagli di Tristram e Tersicore, perché al
santuario c'era teoricamente tutto ciò che occorreva. Un intero angolo della
camera era occupato da tele e telai di Tristram, che si dilettava a dipingere e
trovava sempre stimolante il connubio fra la propria esperienza e la sensibilità
delle essenze di coloro che lo penetravano.
“Ci
sarà da divertirsi,” commentò Tristram osservando i colori e i pennelli
appoggiati su una sedia. Io mi sorpresi
a osservarmi allo specchio, ancora incredulo di essere nel corpo di Tersicore;
scoprii un piccolo neo alla base del collo, appena sotto l'orlo di pizzo della
blusa, e la linea sottile d'una cicatrice fra l'anulare e il medio della mano
sinistra.
Malgrado
ciò che avevo pensato sino a pochi minuti prima, mi trovai a riflettere
sull'opportunità che mi vedevo offerta di vivere un'esperienza completamente
aliena. Nel corpo di una donna... Avrei potuto penetrare nell'universo
dell'intimità di mia moglie e delle sue amiche senza che sospettassero nulla;
l'idea cominciava a solleticarmi.
Tristram,
che si era voltato ad osservarmi, mi venne dietro e mi cinse la vita, alitandomi
sul collo il suo fiato di fumo rancido. “Fai bene ad ammirare questo corpo,”
sussurrò all'altezza del mio orecchio, calando subito una mano per sollevarmi
la gonna e carezzare la coscia nuda. “Ho sempre desiderato di possedere
Tersicore e questa è l'occasione che attendevo, chiunque tu sia.”
Con
un moto di repulsione mi liberai dalle sue braccia, riassettandomi la blusa
sulle spalle: non per il pensiero delle mani di Tristram su di me, ma per la
constatazione che le ghiandole di Tersicore stavano reagendo secondo natura a
quello stimolo, come mi indicava il pulsare della striscia Volkhan.
“Che
ti prende?” borbottò a metà fra frustrato e confuso. Io mi sentiv le
orecchie rosse dalla vergogna. Provai a immaginarmi di ricambiare i suoi
approcci, di giacere con lui sul letto: in fondo, lo scopo non dichiarato della
commutazione è quello; ma non mi riuscí, anzi ne fui improvvisamente
disgustato. Evidentemente il sistema endocrino di Tersicore trovava nella mia
mente un impedimento.
“Non
è nulla,” risposi cercando di sorridere. “Effetto della commutazione,
scusami” e cosí dicendo defilai dalla porta della camera, attraversai a
lunghi passi il refettorio buio e mi diressi verso la cappella del chiostro,
stringendomi nelle braccia per il freddo e riflettendo se non sarebbe stato
meglio andare a prendere le calze di Tersicore nel cubicolo.
“È
accaduto qualcosa di spiacevole?” mi fermò una voce che l'orecchio di
Tersicore riconobbe per quella di mia moglie; era seduta a un banco nel buio
della chiesetta, ma sapevo che nel suo corpo doveva essere l'essenza di
un'altra. Mi strinsi nelle spalle fingendo di essere calmo. Calma.
“Come
sta Finn?” dissi, illuminato da un'idea stuzzicante: l'occasione di parlare a
tu per tu con l'essenza di Tersicore nel mio corpo.
Franziska
fece un gesto vago. “Sai come vanno queste cose,” replicò “Sta dormendo,
ora: è molto scioccato”. Mi sedetti accanto a lei nell'oscurità fredda della
cappella, cercando di distinguere una qualche forma familiare nei vaghi chiarori
intorno all'altare. Franziska mi sorrise dall'anonimato della penombra. “Una
confidenza,” disse a mezza voce “Sono davvero pentita di essermi prestata a
questo assurdo esperimento di Valerio.” Ridemmo insieme, forse
irresponsabilmente perché fra noi c'era un assassino, quindi seguí un lungo
minuto di silenzio; la osservai con la coda dell'occhio: portava ancora le calze
velate indossate da mia moglie prima della commutazione.
“Pensi
che potrei parlare con Finn?” dissi infine, cercando di dare un tono di poca
importanza alle mie parole.
“Perché?”
domandò in risposta Franziska “Non ora, comunque.”
Annuii.
Dopo un altro minuto tornai nel chiostro, ma la nebbia era più fitta e quasi
gelida; non sapendo dove andare, feci ritorno alla stanza dove Tristram sedeva
nel buio completo. Rimase a osservarmi in silenzio quando entrai.
Sedetti
con naturalezza di fronte a lui, accavallando le gambe per mettermi a mio agio,
ma sotto il suo sguardo inequivocabile rimpiansi ancora una volta di non aver
infilato le calze.
“Ci
sono regole che non puoi cambiare” disse serio; io evitai di rispondere
fissandomi le mani intrecciate sul ginocchio. Si alzò e accendendo la lampada
ad alcool mi girò le spalle: “Non solo le regole del gioco, ma soprattutto
quelle della vita,” proseguí. Riconoscendo la frustrazione dietro il suo
tono, non risposi ancora. Sentii allora la sua mano sulla spalla, poi giù
attraverso lo scollo della blusa a prendermi il seno come per riconoscerne le
dimensioni. Cercai nei ricordi di Tersicore un'analoga situazione, ma subito fui
assalito da una ridda di ricordi: il sistema endocrino del mio corpo mi stava
tradendo, sentivo vibrazioni ai lombi e caldo al viso; feci per alzarmi, ma
Tristram mi costrinse a sedere con la pressione di una mano sulla spalla e
continuò a girarmi intorno.
“Credo
di sapere quello che vuoi” disse.
“Ti
sbagli, tu non sai nulla” gli risposi, percependo al contempo tutta la
fragilità del corpo che mi ospitava. Ma al pensiero di coricarmi sul letto con
lui la mia mente aveva il sopravvento e mi serrava lo stomaco.
“Vieni
qua” disse secco. Contro voglia, mi alzai cercando di non dare l'impressione
di obbedirgli subito. Mi prese fra le braccia, la sua bocca sulla mia, e sentii
che mi sollevava la gonna da dietro per accarezzare ciò che credeva di
Tersicore o per lo meno di un'altra
donna.
Mi
divincolai, strinse più forte. “Fermo,
idiota!” esclamai liberandomi la bocca.
Sbatté
le palpebre qualche volta, quindi vidi chiaramente il rossore affluirgli al
viso. Con tutto il peso del proprio corpo mi scaraventò sul letto e mi tenne
ferme le braccia sul cuscino stringendomi i polsi con le sue mani. Provai a
inarcare la schiena, ma mi gravava addosso con tutte le sue forze; sentii per ciò
che ero molto più debole di quanto mi dicesse il cervello, e mi vennero alla
mente dalla memoria di Tersicore altre analoghe situazioni di umiliazione e
impotenza, e persino un ricordo sepolto nella mia propria memoria, ma tanti
lustri prima da non sospettarne più l'esistenza. Soprattutto al pensiero di
quest'ultimo, una mortificazione imposta a una ragazza, arrossii di vergogna,
cosa che Tristram su di me interpretò male.
“È
questo che cercavi, lo sapevo,” disse con gli occhi lucidi e la voce tremante
di eccitazione. All'improvviso sputai sul suo viso ripugnante
a un palmo dal mio, per pentirmi quasi subito. Chiuse appena gli occhi,
quindi si ripulí contro la camicia di fibra artificiale; senza dire nulla, mi
tenne stretti i polsi uniti sopra la testa, sul cuscino, mentre con l'altra mano
mi frugava in vita per sciogliere la fusciacca nera che sosteneva la gonna.
Io
ricambiavo con aria di sfida il suo sguardo, cercando di divincolarmi senza
realizzare quanto il corpo di Tersicore fosse più debole del suo. Sempre senza
una parola, mi legò con la fusciacca i polsi alla testiera d'ottone del letto,
quindi afferrò a due mani lo scollo del pizzo della blusa e lo allargò sulle
spalle, liberandomi i seni nudi.
A
quel punto si fermò, dandomi l'opportunità di rendermi conto della situazione
in cui mi aveva costretta, comprensione tanto intensa che mi diedi dello stolto
per aver continuato a provocarlo come se non fossi stato chiuso nel corpo di una
donna. Rimasi perciò a labbra dischiuse ad attendere una sua iniziativa; con
un'espressione soddisfatta sul volto, si abbassò appena i calzoni e
sollevandomi la gonna sui fianchi senza nemmeno sfilarla mi penetrò con un
impeto che mi mozzò il fiato.
Umiliazione
L'alba
sorse rosea di brina oltre le croci del camposanto, sul retro del santuario
assediato su ogni lato dalla galaverna. Rimasi seduto sull'ultimo banco della
cappella buia, con una coperta sulle spalle e il freddo della pietra che mi
strisciava su dalle gambe, finché i vetri della chiesetta non si tinsero dei
loro propri colori nella luce del mattino. Decisi allora di non farmi trovare là;
desiderando fare due passi da sola nel parco per smaltire l'umiliazione,
attraversai in punta di piedi il portico del chiostro per non che qualcuno mi
udisse ed entrai nella basilica attraverso la sacrestia.
Stavo
per passare davanti all'altare quando una voce fra le colonne
mi fece trasalire: “No!”. Mi bloccai guardandomi alle spalle:
Franziska uscí dall'oscurità del transetto e mi venne incontro. “Non la
navata centrale” mi ricordò, “Cosa ti è capitato?” aggiunse poi notando
la mia aria sfatta e la coperta sulle spalle. Preferii non rispondere, ma
Franziska (o chi era in lei) doveva avere una certa esperienza di situazioni del
genere, perché scosse la testa con comprensione. “Notte brava, eh? Certo che
son tutti leoni quando sono nel corpo di un altro e montano sua moglie.”
Il
pensiero di essere tanto debole da aver bisogno di essere consolata, oltre a
quello di non avere potuto oppormi a Tristram neppure volendo, mi depresse.
“Su, coraggio,” disse ancora Franziska raddolcendo il tono della voce e
avvicinandosi per accarezzarmi i capelli ritti e freddi sulla nuca. “Sono
tutti uguali. Qua, fa vedere... non è nulla, stanotte ti è andata male, ma
oggi scegli un altro e vedrai che dimenticherai ogni cosa; è questo il
bello della commutazione: ti offre la possibilità di farteli tutti con
la scusa che ognuno di loro potrebbe essere tuo marito.”
Non
sapevo cosa rispondere; cercai nella memoria di Tersicore qualcosa di
appropriato, ma subito Franziska proseguì, senza smettere di carezzarmi la
nuca: “In fondo, in un certo senso ti è andata bene; Finn ha cercato per
tutta notte, ma non è riuscito neppure a scaldarsi. Ora si è addormentato in
un bagno di sudore.”
Ridemmo
insieme, ma provai compassione e comprensione per Tersicore nel mio corpo, poi
seppi dai suoi ricordi che anche suo marito aveva il più delle volte seri
problemi di mancanza d'eccitazione. Era quello un inconveniente molto diffuso
nella nostra società rarefatta e ipocomunicativa; persino il precedente marito
di Franziska, Hannibal, ne aveva sofferto: mia moglie lo raccontava con il
sottile piacere di rivelare un suo intimo segreto, quasi che neppure la morte
violenta di Hannibal al termine dell'ultima commutazione in quello stesso
santuario sconsacrato le avesse imposto un minimo di rispetto.
“Colte
in fallo” disse flemmatica una voce maschile fra le colonne; Franziska trasalí
e si scostò d'un balzo, come una bambina sorpresa a qualcosa di proibito.
Si
avvicinò Valerio, dalla parte dell'entrata della basilica, con in mano un lungo
ramoscello sfrondato di salice; ci salutò affabile. “Il mattino è l'ora
ideale per chi ama camminare” disse, e le sue parole accesero un ricordo di
Tersicore: una sua commutazione precedente nel corpo di Valentina, Valerio che
ritornava dal parco al mattino presto e la trovava davanti allo specchio;
seguiva il ricordo confuso di un'incursione sul letto a olio.
“Vado
a fare colazione” mormorò Franziska a capo chino, come ignorando volutamente
Valerio, che dal canto suo non la degnò della minima attenzione. Mi resi conto
in quel momento che l'odore d'incenso aromatizzato della chiesa dava meno
fastidio all'olfatto di Tersicore che al mio.
“In
mattinate come questa è meraviglioso passeggiare all'aria aperta,” disse
Valerio divorandomi con gli occhi mentre Franziska si allontanava; lo guardai
flettere fra i pollici la verga sottile di salice. “Vieni con me a fare
colazione,” continuò avvicinandosi di un passo senza smettere il suo sorriso
patinato.
Ci
siamo, pensai ancora memore della brutta esperienza con Tristram: ecco già
qualcuno che vuole approfittare della commutazione con la complicità
dell'anonimato, e poi ricordai quante volte ne avevo approfittato anch'io.
“Vuoi dire che hai già esaminato le potenzialità della nuova coppia?” lo
canzonai, sapendo che lui avrebbe compreso che non alludevo alle finalità
sociali per cui la commutazione era stata regolamentata per legge, bensí alla
sua carica di trasgressione sessuale. Mi accorsi dal suo respiro che si era
irrigidito e approfittandone, con le gambe molli per il timore di una reazione
come quella di Tristram ma al tempo stesso eccitata per l'affronto che gli stavo
portando, mi volsi insicura sui tacchi e me ne andai attraverso la porta della
sacrestia.
Quando
giunsi al refettorio, Valentina stava già preparando la colazione davanti a un
elettrodomestico degno di un museo;
domandai a Franziska, seduta al tavolo, dove fosse Finn. “Un
momento fa era nella sua stanza,” disse, “dormiva ancora; o almeno
fingeva” aggiunse.
Liam,
il terzo presente nel refettorio, rise di complicità alle sue parole: “La
nostra ninfetta ha passato la notte
in bianco, a pregare col braciere dell'incenso sotto il naso” commentò
sarcastico, e l'essenza che era in Franziska dovette trovare divertente la sua
battuta perché gli fece eco. Io, che non avevo sospettato in quale
considerazione mia moglie fosse tenuta fra i suoi amici, arrossii di collera,
poi di gelosia quando Liam pose una mano sul ginocchio nudo di Franziska per
mormorarle a voce bassa, ma non abbastanza perché non udissi, che se aveva
bisogno di rifarsi non facesse complimenti. Quindi si voltò verso di me e senza
che Franziska vedesse mi strizzò l'occhio, esaminandomi rapidamente da capo a
piedi. Non lo degnai che di una semplice, fredda occhiata, poi aiutai Valentina
che schiumava di rabbia a servire in tavola il latte di soia e frutta in
scodella a boccia con lunghe cannucce.
Sopraggiunse
Valerio che mi fulminò con lo sguardo e ispezionò la stanza con fare
indifferente. “Dove sono gli altri?” domandò.
“Finn
è in camera sua a smaltire l'ebbrezza di avere sposato Franziska,” ironizzò
Liam.
“Invece
tua moglie è imboscata da qualche
parte con Tristram,” lo ridicolizzò Valentina, facendolo tra salire per la
sorpresa ma riuscendo nell'intento di zittirlo.
Soddisfatto
e compiaciuto, disposi di buona lena le scodelle intorno al tavolo, di fronte
alle tavolette pressate già preparate da Valentina. Il mattino fuori dalle
inferriate delle finestre era nitido di sole autunnale, ma una bruma da effetti
speciali levitava qualche centimetro sopra la campagna nuda.
Mi
ritrovai a confrontare due ricordi, il mio con quello di Tersicore; del resto,
era la finalità più nobile della commutazione: confronto e recupero della
memoria corrotta dagli anni, dai secoli per qualcuno, quasi un'archeologia
interiore.
Un
motociclo mi portava lungo una strada di campagna, protetto da capo a piedi da
una muta termica contro il vento gelido dell'inverno, semiassopito dalla
monotona guida del pilota automatico, finché con un sibilo di sconforto il
motore ad aria compressa si spegneva mandando il veicolo a fermarsi a lato della
carreggiabile; e io che non mi intendo minimamente di meccanica rimanevo
semiassiderato ad attendere il passaggio di un'altra vettura, costretto mio
malgrado ad osservare l'incedere del mattino sui campi.
Io,
Tersicore, pedalavo in piena estate per una strada pianeggiante che mi pareva di
ricordare in Scandinavia, vestita leggera e sovrappensiero, finché con una
breve discesa la carreggiata non penetrava in una depressione naturale a lato di
un ruscello. Azionavo i freni all'improvviso perché la strada sembrava
immergersi fra i flutti di un mare di nebbia, sorto dalla terra per via
dell'umidità; la bicicletta si arrestava, e osservavo divertita ma indispettita
la bruma che mi saliva le caviglie.
Finn
dovrebbe uscire da quella stanza,” brontolò Valerio mentre, seduti sull'erba
del chiostro dove la brina era evaporata al sole del mezzodì, ascoltavamo
Valentina suonare il suo liuto a onde. Chiunque fosse l'essenza nel suo corpo,
se la cavava bene con l'esperienza e l'abilità delle dita.
Liam
sedeva accigliato accanto a Lleida, che era ricomparsa con i capelli umidi
dicendo che era stata a passeggio; Tristram aveva cercato di avvicinarmi ma non
l'avevo degnato di una parola e se ne stava sospeso sui gomiti e sulle natiche,
la testa rovesciata al sole, ad ascoltare la musica come se avesse previsto la
mia reazione. Ci eravamo tutti messi più comodi, io indossavo un paio di
calzoncini e una felpa e mi godevo il timido sole accanto a Franziska.
“Cosa
fa sempre chiuso là dentro?” continuò Valerio malgrado non avesse ottenuto
risposta.
“Sta
male,” spiegò Franziska senza rivolgersi a nessuno in particolare; “si è
fatto un'iniezione, dormirà fino all'ora di pranzo.”
“Non
ho mai visto una simile reazione alla commutazione,” insisté Valerio.
“Sei
sicura di non averlo esaurito?” insinuò Tristram con un sorriso idiota.
“Non
è neppure riuscito a montarla,” gli rispose aspro Liam, ancora indispettito
per la scomparsa di sua moglie, “Questa volta è rimasto a bocca asciutta, in
tutti i sensi.”
Qualcuno
rise, io toccai la mano di Franziska per segnalarle di non prendersela. Dopo
vari minuti in cui Valentina continuò a suonare a occhi chiusi, troppo presa
dalla musica che le fioriva tra le dita per prestare ascolto alle nostre voci,
mi alzai per passeggiare sotto i portici, quindi trassi coraggio dall'aria
frizzante e, protetto dalle colonne che stagliavano ombre dai contorni nitidi
sul pavimento del chiostro, bussai alla porta della camera di Finn e Franziska,
nell'angolo opposto a quello in cui si trovavano gli altri.
Entrai.
Il mio corpo era disteso sul letto, le spalle e il capo leggermente sollevati,
in un odore di stantio e in una penombra da convento. “Come stai?”
sussurrai; quando volse il capo verso di me mi avvicinai, scorgendo i suoi occhi
cerchiati di rosso. Era la prima volta che vedevo il mio corpo dalla
commutazione, la sera precedente: provai la classica vertigine da sdoppiamento
di identità.
Recuperai
subito e gli sorrisi, sedendomi sul letto accanto a lui. “Come sta il mio
corpo?” domandai. Lui sbarrò gli occhi, quindi con uno scatto mi abbracciò
nascondendomi il capo sul seno. “Cosa ho fatto, Finn...” singhiozzò,
dandomi conferma di essere effettivamente l'essenza di Tersicore. “Io non
volevo veramente...”
“Non
so cosa sia accaduto,” scherzai per tirarla su di morale, “Volevo commutare
con tuo marito ed eccomi nel tuo corpo.”
Rise
ancora singhiozzando e si asciugò le guance, poi trattenemmo il fiato tenendoci
le mani. “Non rivelarlo a nessuno, ti prego” mi supplicò con la mia voce
"Me ne starò qua buona fino al termine, e giuro che non penserò mai più
che è meglio vivere da uomo.”
Io
invece cominciavo a pensarlo. “Coraggio, non preoccuparti” la consolai.
“Però ora devi uscire. Ti aspettano,
c'è il sole.”
“Dopo,
magari,” rispose, “a pranzo”.
Avrei
voluto accarezzarla per rincuorarla, ma era il mio corpo. Ancora, la vertigine
mi avvinghiò la bocca dello stomaco. La salutai e uscii all'aria fresca del
chiostro, notando che mi aspettavano tutti sulla porta del refettorio.
Evitando
di tornare nella camera con Tristram, dopo pranzo uscii a passeggiare in quelli
che un tempo dovevano essere stati gli orti; erano ridotti a fazzoletti di terra
bordati di pietre tonde, invasi dalla gramigna e destinati a scomparire nel giro
di pochi anni. Incuriosito dal campanile, decisi di esaminarlo da vicino per
vedere se possedesse un'entrata anche dall'esterno della basilica.
Con
il sole alto del primo pomeriggio la bruma si era volatilizzata. Presi il
sentiero lungo pochi metri, appena visibile fra le erbacce, che mi portò sul
monticello di terra alla base del campanile, e cominciai a girarvi intorno. Ero
sovrappensiero quando qualcosa cadde accanto a me, proveniente dall'alto; mi
chinai a raccoglierlo: era un fazzoletto rosso. Guardai in su schermandomi gli
occhi e vidi una mano che si agitava da una finestra; “La scala è dall'altra
parte” urlò Franziska sporgendosi. Seguii la sua indicazione e spinsi con
tutte le mie forze la porta di legno che si apriva nel muro. Mi ritrovai in una
stanzetta circolare da cui si poteva accedere al corridoio della sacrestia
oppure salire la scala a chiocciola del campanile.
Franziska
mi attendeva in cima, sotto la grossa campana di ghisa montata sulla propria
macchina a oscillazione. Lassù, ad almeno venticinque metri dal suolo, il vento
si faceva sentire: mia moglie, la
moglie di Finn, si teneva stretto il bavero della giacca con la mano e
socchiudeva gli occhi, ma sorrise con simpatia quando la raggiunsi.
“Questo
è il punto più bello,” disse mostrandomi la cupola della basilica e la
campagna con un gesto del capo; io mi accucciai dietro il muro stringendomi
nelle braccia perché l'aria s'insinuava sotto la felpa.
“È
bello,” ammisi.
“Come
procedono le sedute di archeologia?” mi domandò. Sul momento non compresi,
poi sorrisi stringendomi elle spalle.
“Niente
di particolare. Sai, per me è diverso...” mi bloccai: stavo per dire che non
mi era di utilità personale, ma questo avrebbe significato rivelare la mia
identità. Per fortuna non mi chiese spiegazioni.
“Nel
salire,” disse invece Franziska “sono passata dalla chiesa. C'erano Tristram
e Valerio nascosti in una cappella: non mi hanno vista, ma mi sono fermato ad
origliare. Dicevano che secondo loro Finn è stato commutato dall'essenza di
Tristram, e che è lui l'assassino di Hannibal.”
Rabbrividii,
non solo per il vento. Fra l'emozione e le continue tensioni del gruppo, mi ero
scordato che fra i sette miei compagni di commutazione era nascosto colui (o
colei) che aveva ucciso il marito di mia moglie. “Valerio sembra intenzionato
a scoprire chi è,” proseguí Franziska, “è convinto di riuscire dove ha
fallito la polizia.”
“Non
hanno usato le cronocamere?” domandai.
“Per
questo tipo di delitto non è prevista l'indagine temporale,” rispose
“Almeno, questo è quanto ci hanno detto gli investigatori; immagino che sia
questione di costi.”
Aveva
ragione, lo sapevo bene. In un passato mai abbastanza remoto alla mia memoria e
a quella dell'intero Paese, avevo avuto modo d'usare più di uno di quegli
ordigni in diverse occasioni che in seguito io stesso avrei giudicato immorali.
“Ma
come possono affermare,” dissi, “che è l'essenza di Tristram nel corpo di
Finn?”
“Per
come si sta comportando. È risaputo che Tristram era... era poco virile, al
contrario di Finn.”
Dopo
qualche minuto Franziska venne a sedersi accanto a me e mi offrí una pallina di
lattice da masticare. “Sai che ti dico, Tersicore?” sussurrò in tono di
confidenza, “Franziska se li sceglie proprio strani, i mariti. Hannibal era un
pittore inconscio ed è morto di morte violenta, Finn ha dei trascorsi poco
chiari al tempo che sappiamo, e prima di tutti quell'altro che non ricordo come
si chiamasse, costruiva animali a moto perpetuo e si suicidò aprendosi un buco
nel palato col condotto della posta pneumatica.”
Ero
subito arrossito violentemente al suo accenno su di me. Come aveva potuto
Franziska, mi domandai impallidendo immediatamente dopo, sapere certe cose del
mio passato? Doveva aver svolto indagini per suo conto: quella di violare
l'intimità altrui era una sua passione.
“Tante
cose sono successe a quel tempo...”
borbottai.
“Quale
tempo?” domandò Franziska sovrappensiero.
“La
polizia politica,” spiegai con un gesto vago della mano. “Tanti sono rimasti
coinvolti.”
Annuí
pensierosa “Comunque, questa di Franziska è una vera mania.”
Rimasi
con lei oltre un'ora, quindi cominciai ad avere freddo sul serio; scesi, uscendo
attraverso il corridoio della sacrestia e poi in chiesa; mi accertai che non
fosse presente nessuno, restando in silenzio per alcuni minuti, e passai davanti
all'altare sputando nel braciere dell'incenso.
Salii
la scaletta in legno del pulpito a baldacchino e vi sedetti, osservando con
curiosità tutte le figure scolpite nel suo bordo interno. Udii aprirsi la porta
della chiesa e trattenni il fiato, acquattandomi curiosa oltre il bordo del
pulpito. Due passi diversi avanzarono lungo la navata centrale, quella che
credevo interdetta a chiunque; socchiusi lo sportello di legno e distinsi Liam e
Valentina per mano, che si appartavano nell'ala del transetto opposta alla
sacrestia.
Mi
sporsi badando a non far cigolare il legno e vidi Liam appoggiato contro la
balaustra dall'altarino; Valentina gli si avvinghiò, poi si sciolse e gli si
inginocchiò davanti. A questo punto richiusi lo sportello
e mi morsi le labbra per non ridere; solo quando vidi che erano nel bel
mezzo della marea dei sensi sgattaiolai fuori dal pulpito in punta di piedi e
tornai verso il chiostro.
Sembravano
tutti scomparsi, forse come lucertole si erano dileguati per cercare i posti più
soleggiati. Intanto, mi rendevo conto che stavo cominciando a prenderci gusto
nel corpo di Tersicore, se non altro per il modo in cui stavo vicino a Franziska
(sebbene l'essenza non fosse quella di mia moglie). Solo, la sua allusione al
mio passato aveva suscitato un sentimento indefinibile e risvegliato ricordi che
avrei preferito lasciare sopiti.
Mentre
rimuginavo queste riflessioni, entrai sovrappensiero nella mia stanza; Tristram,
che dipingeva in piedi davanti al cavalletto, alzò gli occhi dalla tela e stava
per dire qualcosa con il suo sorriso ebete, ma presi la mia roba, la roba di
Tersicore, e uscii sbattendo la porta, ignorandolo.
Mi
corse dietro e nel refettorio mi fermò per un braccio. “Dove vai?” ringhiò
aprendo appena le labbra ,“Non fare la stronza.”
Cercai
di rispondergli con lo sguardo, ma non mi lasciò andare; ero decisa tuttavia a
non farmi cogliere impreparata come la notte precedente.
In
quel mentre giunse Valerio a interromperci, spalancando la porta che dava sul
chiostro. “Scusate,” disse sarcastico, “ho interrotto una riconciliazione
coniugale.” Ma invece di andarsene si appostò ai fornelli.
Tristram
mi tallonava; “Vieni di là,” mi sussurrò in un orecchio, ma lo ignorai e
Valerio lo distrasse parlando d'altro, intenzionalmente. Dopo qualche minuto,
Tristram se ne tornò infuriato in camera. Subito ne approfittai per
sgattaiolare via: non ci tenevo a restare sola con Valerio.
C'era
qualcosa, nel suo comporta mento, che mi convinse che l'essenza di Tristram
avesse commutato in lui e il suo interesse per me fosse soprattutto morbosa
gelosia per il corpo di sua moglie, o addirittura desiderio di possederlo
attraverso i sensi di un altro uomo (visti anche i suoi problemi sessuali).
Tornai
alla torre campanaria, chiamando Franziska con le mani a coppa intorno alla
bocca. Quando scese, le chiesi se poteva ospitarmi nella sua stanza perché non
volevo più dormire con Tristram.
Ne
fu entusiasta. La mia intenzione era soprattutto di stare vicino a Finn, ma
prima che potessi intervenire in questo senso Franziska l'aveva già convinto a
trasferirsi da Tristram. “Tanto” mi confidò ,con lui non avrei combinato
niente.” Ridemmo insieme, ma provai una fitta di pena per l'essenza di
Tersicore.
Consumammo
la cena frugale preparata da Valerio in momenti diversi: Finn mangiò in camera,
io e Franziska sedute sul muretto del portico con una coperta di lana sulle
gambe, gli altri nel refettorio (ma qualcuno non mangiò neppure, credo). Mi
divertii molto con Franziska, che inconsapevolmente mi stava aiutando a far
conoscenza con quel mio corpo così alieno. Le confidai quanto avevo ricavato
dalle mie riflessioni, che cioè Tristram fosse nel corpo di Valerio, ma negò
perché secondo lei era nel corpo di Finn. Questa era anche l'opinione degli
altri, e giudicai opportuno non dar loro alcun indizio. Tuttavia, il problema
dell'autore dell'omicidio di Hannibal mi rodeva dentro; possibile che chi era
commutato nel suo corpo non avesse trovato la verità fra i suoi ricordi? Oppure
era un complice?
“Come
pensi che si possa giungere a uccidere qualcuno che altrimenti vivrebbe ancora
per interi secoli?” le domandai. “Sarei piuttosto convinta che la nostra
educazione, le opportunità che ci inventiamo, il rispetto innato per la vita ci
impediscano anche solo di pensare a un'azione del genere.”
Rise
alla mia ingenuità, facendomi arrossire di disappunto. “Guarda che il nostro
individuo non ha minimamente i tuoi scrupoli: gli bastano il movente e
l'opportunità, perché il coraggio lo trova da sé.”
“Sí,
ma il movente?” insistei poco convinto.
“So
per certo dai ricordi di Franziska che Hannibal era gelosissimo, e ciò
significa probabilmente che lei gliene dava motivo. Sebbene negli ultimi tempi
prima... Insomma, lui si era stancato di Franziska ma lei aveva giurato di
rendergli la vita difficile.”
Più
tardi, quando Valentina si mise a suonare l'organo nella basilica e tutti
noialtri ci disponemmo ad ascoltarla, Franziska si assopì sdraiata su una
panca, raggomitolata nella coperta e con il capo appoggiato sulle mie gambe. La
musica riempì assordante le navate, compresa quella centrale dove pareva che
avessimo il diritto di stare solo quando eravamo tutti presenti.
Portato
alla speculazione dalla linea melodica dell'organo, decisi di ricostruire dai
ricordi di Tersicore la meccanica dell'omicidio. Era avvenuto, questo già lo
sapevo, al termine di una commutazione contraria, quando ognuno era nel proprio
cubicolo per rifamiliarizzarsi con il corpo appena riottenuto. Tersicore, che si
trovava nella medesima celletta in cui mi ero risvegliato io nel suo corpo,
aveva appena trascorso il fine settimana come essenza nelle spoglie di
Valentina; quando era uscita dal cubicolo, aveva trovato il chiostro in
subbuglio ed era corsa con gli altri verso la celletta di Hannibal (che con
Franziska occupava allora le due cellette più vicine alla biblioteca, con la
parete di fondo adiacente alla camera da letto di Valerio e Valentina). Il
marito di mia moglie giaceva, nudo e scomposto, ancora sul lettino, la cinghia
di elettrodi intorno al capo; un colpo inferto con la massiccia lampada ad
alcool gli aveva sfondato l'osso parietale del cranio, ammaccando alcuni
elementi della cinghia flessibile. Probabilmente era accaduto mentre ancora
dormiva.
L'inchiesta
di polizia aveva approdato a un nulla di fatto e il caso era stato archiviato.
Potenzialmente, ognuno dei sette poteva essere l'omicida (sebbene non riuscissi
a immaginare un movente davvero valido in un mondo in cui non potevano esistere
moventi economici). Pensai che ero il meno adatto ad investigare, data la mia
ignoranza della vita in comune della compagnia prima di quel giorno; possedevo
solo i ricordi di Tersicore, appannati dal trauma e dagli anni, in base ai quali
mi sentivo di affermare che il colpevole non era lei. Tersicore era quasi certa
che, durante quella lontana commutazione, l'essenza nel corpo di Valerio fosse
Liam.
Il
ritorno alla coscienza dopo una commutazione avviene quasi simultaneamente, per
cui non capivo come qualcuno avesse potuto trovare il tempo di uscire dal
proprio cubicolo, recarsi in quello di Hannibal e tornare nel proprio prima che
chiunque altro lo sorprendesse.
La
sera, ognuno sembrava affaticato dalla giornata; ci ritirammo tutti nelle
proprie camere, tranne Tristram che rimase a sbollire il livore in refettorio;
la stanza mia e di Franziska era accanto alla biblioteca, all'ombra lunare del
campanile. Ci distendemmo sui letti dopo esserci preparate per la notte, la
seconda dalla commutazione, e prendemmo a parlare. Furono quelli i momenti più
piacevoli della mia permanenza al santuario: il trovarmi nel corpo di Tersicore
senza che la mia amica lo sospettasse e il parlare con il corpo di mia moglie,
mi dava sensazioni altrimenti insospettate.
Franziska
si muoveva con naturalezza, portava i capelli sciolti su una spalla e giaceva
distesa su un fianco; io sedevo sul letto, oscillando i piedi oltre il materasso
alto, e ridevo a ogni sua battuta, sentendo pulsare timidamente il collo, la
lampada mandava una bella luce bianca che non alterava i colori naturali. A un
certo punto le domandai se la memoria di Franziska ricordasse qualcosa di
particolare sulle circostanze della morte di Hannibal.
Annuí
pensierosa. “Vuoi sapere se è lei l'assassino?” disse sorprendendomi; non
seppi cosa rispondere. “Tranquillizzati, penso di poterlo escludere.”
Involontariamente, trassi un sospiro di sollievo. Sovrappensiero, cominciai a
frugare fra gli indumenti di Tersicore nella grossa borsa di stoffa floscia che
avevo gettato in terra a fianco del letto. Per caso mi capitò fra le mani un
libro accuratamente rilegato in tela, che riconobbi per quello che Tersicore
leggeva la sera precedente, una foto di Tersicore nella piazza d'una città che
non riconobbi, e lessi:
Verrà
la morte e avrà i tuoi occhi
questa
morte che ci accompagna
dal
mattino alla sera,
insonne
sorda, come un vecchio rimorso
o
un vizio assurdo. I tuoi occhi
saranno
una vana parola,
un
grido taciuto, un silenzio.
Era
Pavese, lo sapevo; più avanti lessi:
Verrà
la morte e avrà i tuoi occhi.
Sarà
come smettere un vizio,
come
vedere nello specchio
riemergere
un viso morto,
come
ascoltare un labbro chiuso.
“Pensi
ancora a ieri notte?” disse Franziska interrompendomi senza volerlo, sedendosi
sul mio letto.
Mi
accorsi di essere rimasta in silenzio per alcuni minuti. Non sapendo cosa
rispondere, mi strinsi nelle spalle e le sorrisi cordiale. “Non è nulla,
grazie” dissi “Sono solo distratta.”
Ridemmo
insieme, abbracciandoci; il libro mi cadde in terra chiudendosi. Senza darci
troppo caso, Franziska mi aveva appoggiato la mano sul ginocchio della gamba
ripiegato sul letto; mi baciò affettuosamente su entrambe le guance, poi mi
ritrovai senza accorgermene con le labbra quasi a contatto delle sue. Fu un
attimo, in cui capii la ricerca d'intimità, la confidenza che mi dava e
prendeva, la facilità con cui mi aveva accettata come compagna di stanza; la
striscia Volkhan pulsava piacevolmente dal limbo in cui mi sentivo avvolta. Il
sangue batteva all'interno degli orecchi, un ronzio ovattato mi isolava il
cervello dal mondo esterno... E non riuscivo a staccare gli occhi dagli occhi di
Franziska, non trovavo il coraggio di umettarmi le labbra, non riuscivo a
tacitare la palpitazione nel collo... e in quel momento la porta si spalancò e
trasalimmo entrambe. Guardai solo con la coda dell'occhio e vidi Tristram sulla
soglia, gelido e terribile. Vidi che Franziska invece ricambiava il suo sguardo,
benché si fosse imporporata
immediatamente. “Cosa fai qui?” disse gelida.
Anche
se Tristram si era preparato qualcosa da dire, si confuse e balbettò, si irritò
con se stesso, avanzò di qualche passo dandomi della puttana e ritirò
precipitosamente sbattendo la porta.
La
striscia sul collo non mi mandava più alcun messaggio.
“Ecco
fatto” mormorò ancora Franziska “Ora l'atmosfera comincerà a scaldarsi.”
E poi, venendomi più vicina ma senza toccarmi: “Scusami, Tersicore,”
sussurrò, “mi sono lasciata prendere... il sangue nel collo...”
È
meglio mettersi a dormire,” replicai alzandomi per sbarrare la porta che era
rimasta socchiusa per il colpo ricevuto; onde d'aria pungente fluttuavano nella
camera.
Cospirazione
Uscii
nel chiostro con la corta mantella foderata di Tersicore, le guance arrossate
per il caldo, richiudendomi alle spalle la porta della camera da letto senza far
rumore per non svegliare Franziska. Allora udii il suono d'organo della chiesa,
e tenendomi chiuse con le mani le falde della mantella attraversai il corridoio
della sacrestia. Di fronte all'altare vidi Valentina di spalle, le mani sospese
sulla tastiera dell'organo a canne. La musica circumnavigava le colonne del la
cattedrale, quasi tracciandone visibilmente il perimetro.
La
luce del mattino iniziava allora a insinuarsi dalle vetrate intorno al
cornicione interno della cupola. Rientrai in sacrestia, cercai la scala a
chiocciola e la percorsi, non senza un certo affanno, al buio di sordidi muri
macchiati di salnitro. Uscii sul ballatoio della cupola, protetto da una bassa
balaustrata, e guardai di sotto con precauzione perché Tersicore soffriva di
vertigini. L'organo era situato più in basso (non compresi da dove vi si
accedesse), Valentina assorta suonava ondeggiando il capo con ostentazione,
forse a occhi chiusi come per il liuto nel chiostro.
Aggrappandomi
saldamente con la schiena contro la parete, mi rilassai cercando di dedicare un
po' di tempo a me stesso. Era quello il mio secondo mattino al santuario e già
mi sembrava di vivere nel corpo di Tersicore da tempo. Mi stavo abituando ai
suoi sottili messaggi: il profumo della pelle, il suono vibrante delle ossa, la
sensibilità delle mani, il ronzio negli orecchi, il sottofondo sempre presente
dei suoi ricordi ai quali potevo attingere in qualsiasi momento. Lasciando che
la sua memoria venisse a galla, ad esempio, seppi che non aveva mai commutato
con Franziska, per cui non potevo ottenere su mia moglie informazioni dirette.
Improvvisamente
Valentina smise di suonare e rimase a fissare lo spartito come ipnotizzata.
Guardai di sotto e vidi Franziska accanto all'altare, voltata verso di noi; le
feci un cenno e ridiscesi la scala a chiocciola, ritrovandomi a pensare che nel
corpo di mia moglie doveva essere l'essenza di Lleida: Tersicore sapeva che la
moglie di Liam aveva preferenze omosessuali. Al pensiero della notte precedente,
la striscia Volkhan mi ricordò languidamente la propria esistenza, cosa che m'infastidí
perché la mia educazione maschile provava repulsione per quell'approccio.
Tuttavia salutai cordialmente Franziska e ci recammo insieme, dopo aver atteso
Valentina, al refettorio per la colazione.
Con
la mente volta alla poesia sul libro di Tersicore, e riflettendo sul fatto che
la sua memoria aveva riconosciuto Lleida nel corpo di mia moglie, mi apprestai a
preparare la colazione per tutti. Per fortuna il mio corpo ospite aveva una
certa esperienza ai fornelli a gas, acquisita proprio durante le commutazioni al
santuario, e conosceva oltretutto i gusti di ognuno.
Appena
noi tre eravamo entrate nel refettorio, Tristram, Valerio e Liam avevano smesso
di confabulare fra loro per scambiarsi sguardi complici. Portai la colazione a
Lleida seduta sul muretto del pozzo e intenta a disegnare il chiostro. “Stanno
ancora complottando, quelli là?” mi domandò accennando al refettorio.
“Ma
di che parlano?” le chiesi.
“Di
Finn,” fu la risposta: “si lamentano del fatto che sia rimasto in camera
fino dalla commutazione.”
Provai
una profonda pena per Tersicore, per ciò che doveva soffrire nel mio corpo
alieno e perché evidentemente non si era adattata al pari di me.
“Sai
che ti dico?” mi confessò Lleida posando blocco da disegno e carboncino e
curvandosi verso di me: “Comincio a essere stanca di questa commutazione.”
Fingendo
sorpresa, le chiesi il perché; rispose che aveva scoperto di essersi presa una
bidonata: aveva saputo che nel corpo di Liam c'era l'essenza di suo marito. Risi
fra me e me, ma se ne accorse e mi fece eco. “Non dirlo a Valerio,”
aggiunse, “Potrebbe aversene molto a male.”
Non
compresi se si riferisse all'essenza o al corpo del suo vero marito.
Mi
riaccompagnò al refettorio; gli uomini erano già usciti, Franziska e Valentina
avevano facce da patibolo.
“Non
rimane che la commutazione contraria,” commentò mia moglie quando entrammo.
“Perché?”
domandai.
Loro
due scambiarono uno sguardo ansioso, quindi Franziska rispose: “Valentina ha
udito Tristram e Valerio dire che nel corpo di Finn c'è l'essenza di Tristram.”
Lleida
si strinse nelle spalle. “E allora?”
Valentina
spiegò: “Hanno anche detto che è stato Tristram a... a uccidere Hannibal”
Trattenemmo
tutte il fiato. “Questa è un'accusa pesante” dissi con un filo di voce “E
con che movente?”
“La
gelosia,” spiegò Valentina quasi pallida: “la storia di Hannibal e
Tersicore... sapete.”
M'imporporai
all'improvviso, non attendendomi quella rivelazione. Ma era stato soprattutto il
corpo di Tersicore a reagire: perché era vero, mi vennero in mente diverse
occasioni in cui il primo marito di Franziska era stato, nudo, in piedi avanti a
me o disteso a fianco, e le sue mani… Fui scossa da un brivido e mi resi conto
che tutte si erano accorte della mia reazione.
“Pensate
che dovremmo fare qualcosa?” domandò Lleida forse per sdrammatizzare. Nessuna
le rispose.
Rimasi
in silenzio sino alla fine della
colazione, quindi uscii per tornare in camera mia. Ma nel chiostro mi attendeva
una sorpresa di pessimo gusto: appeso con un chiodo di ferro al muro esterno del
refettorio c'era un quadro dipinto con uno stile che Tersicore riconobbe per
quello di suo marito. Raffigurava me, Tersicore, di spalle e completamente nuda
tranne per un asciugamano o uno straccio stretto al seno, con il viso voltato
verso chi guardava; dietro si intravedeva una stanza in mezza luce con una donna
seduta sul letto, sempre nuda, che aveva i capelli neri sciolti di Franziska. Mi
indignai immediatamente, sentendomi oltraggiata, poi mi venne quasi da piangere
nel rendermi conto che quel gesto di Tristram aveva il sapore di una seconda
violenza.
Rientrai
in camera a cambiarmi per poi sdraiarmi con una stuoia di fibra d'amianto sul
muretto del portico, a godere del sole autunnale che aveva disperso l'oceano di
nebbia. Non riuscii a concentrarmi sul libro di poesie di Tersicore, su cui lei
stessa aveva aggiunto a margine con la sua, la mia calligrafia alcuni versi. Ora
che le parole di Valentina avevano stimolato la memoria di Tersicore, i suoi
ricordi mi aggredivano con la forza delle reminiscenze ritrovate. Era per la
precisione il significato sociale della commutazione: il raggiungimento di una
migliore conoscenza reciproca, il recupero dei ricordi collettivi che la durata
stessa delle nostre vite prolungate seppellisce negli angoli della mente. Ma,
benché tentassi di ignorare quei ricordi personali, la loro immediatezza mi
spingeva alla curiosità. Fu il momento più imbarazzante della mia esperienza
nel corpo di una donna.
E
ricordai.
Tristram
era in Indonesia per lavoro, io mi ero presa una vacanza nella laguna dell'alto
Adriatico, una piattaforma paludosa di recente ceduta dal mare; avevo affittato
una cascina per stare sola un certo tempo e fermare su carta le poesie che in
quel tempo mi prendevano tanto, sentendomi ispirata da quella terra al confine
fra i regni d'acqua, d'aria e di terra. Era l'inizio della primavera, la
stagione in cui l'erba delle lingue di terra e degli argini è fitta e lavata
dalla pioggia. Io avevo una scorta di vassoi autoriscaldanti, ma né
registrazioni né olovisione: era uno splendido isolamento di passeggiate
pomeridiane, di sere nella penombra della casa, su un'autentica sedia a dondolo;
un periodo di maglioni di lana, pantaloni di fustagno e foulard al collo, di
vento nei capelli e negli occhi e di versi buttati giù su un quaderno o sulle
prime pagine bianche d'un libro, al riparo di una duna di sabbia che sino a
pochi anni prima si era probabilmente trovata sotto il livello dell'acqua. Dopo
un mese, avevo riempito metà quaderno di poesie scritte in bella calligrafia in
stesura definitiva; dopo un mese, Hannibal scoprí il mio rifugio e giunse con
una hovermobile caricata d'una barca a motore a fondo piatto: mi disse di avere
litigato con Franziska, mi giurò definitivamente, e mi chiese di mettermi con
lui senza pensare a mio marito.
Sconvolse
il mio eremitaggio impedendomi di terminare il quaderno, privandomi dell'intimità
con la sua presenza nella mia camera da letto, distruggendo il piacere della
solitudine con il suo continuo chiacchierare. Avevo sempre visto Hannibal
volentieri perché Tristram era spesso sbrigativo ed essenziale dove lui era
premuroso se non proprio pieno di riguardi: ma quando venne a infrangere il mio
eremo mi opposi con l'indifferenza. Se ne accorse e reagí con rabbia,
accusandomi di essere cambiata, di essere egoista e fredda, di essere in
procinto di diventare frigida. Come reazione a se stesso, perse addirittura
l'eccitazione a causa dell'insicurezza; a letto prendeva a tremare diventando
rosso, sudava e mi dava dell'indifferente, ma erano più le volte che mi voltava
le spalle come sotto il peso della propria spina dorsale, i capelli incollati
sulla nuca per il sudore, che quelle che riusciva a starmi sopra. Dopo qualche
giorno presi libri e quaderni e me ne andai; a casa scoprii sul tavolo del
soggiorno un biglietto aereo di andata e ritorno, già utilizzato da Tristram,
per Venezia. Il mio cascinale era solo a una quarantina di chilometri verso il
mare, e sapevo che mio marito non aveva fatto quel viaggio per lavoro: che
avesse seguito Hannibal?
Mi
ero assopita senza accorgermi sul muretto del chiostro; fu un lieve rumore
innaturale a farmi riaprire gli occhi: a distanza di un passo c'era Tristram che
subito si ricompose dal suo fare minaccioso. Mi rimisi a sedere d'impulso,
cercando di svegliarmi del tutto con le orecchie che mi ronzavano e il sapore
cattivo del sonno sul palato. Abbozzai un sorriso, ma lui era estremamente
serio. “Sei una puttana” disse semplicemente, e io m'irrigidii.
“Vattene,”
risposi, ma prese a girarmi intorno grattandosi nervosamente le mani; allora mi
accorsi che, appoggiato a una colonna del portico, c'era anche Valerio con le
mani cacciate in tasca. “Te la spassi davvero nel corpo di Tersicore, eh?”
insisté Tristram “Ora non ti resta che scoparti il tuo stesso corpo.”
Avvampai
di sdegno, sentendomi persino le lacrime agli occhi. Saltai giù dal muretto
avvoltolando nervosamente la stuoia. “Sparite, tutti e due,” dissi senza
comprendere realmente cosa intendessero: la verità era che Tristram aveva
confidato a Valerio e agli altri di avermi sorpresa nel letto di Franziska,
tanto che pensavano l'essenza nel corpo di Tersicore fosse Lleida, sempre a
causa delle sue note preferenze.
Senza
più degnarli di uno sguardo ritornai verso la camera di Franziska; non udii i
loro passi dietro di me ma per orgoglio rifiutai di voltarmi a controllare.
Quando però svoltai l'angolo davanti alla porta della biblioteca, udii uno
schiocco secco rimbombare contro i mattoni del portico e mi girai di scatto,
incollerita, convinta di trovarmi di fronte il mio marito biologico.
Invece
rimasi impietrita, assolutamente incapace a fare altro che tremare come un
roditore sotto gli occhi di un serpente. Davanti a me, sospesa a poco più di un
metro dal pavimento del chiostro, si era materializzata una cronocamera con il
tipico colpo secco dovuto, come ben sapevo per averne io stesso usate, a una
cattiva regolazione. Dopo un secondo scomparve cosí come era apparsa.
E
io rimasi, sconvolta e intimorita, a pensare a quante altre volte ciò che
stavamo facendo e dicendo veniva registrato senza che ce ne accorgessimo, e
soprattutto a cosa sarebbe accaduto perché la polizia giudicasse indispensabile
inviare cronocamere a investigare nel loro passato, il nostro presente.
Impostura
La
notte si tinse di cobalto molto lentamente dietro i vetri soffiati della camera
da letto di Lleida, posta fra il refettorio e
la cappella. Ci eravamo procurate liquori e vassoi di cibo, siccome
quella sera era toccato a me cucinare: Lleida e Franziska mi avevano aiutata a
preparare tutto molto in fretta, lasciando i vassoi termici sul tavolo del
refettorio e andandocene prima che sopraggiungessero Valentina e gli uomini.
Sedemmo
molto comode sui letti, abbandonando i vassoi vuoti sul tappeto e stappando le bottiglie a pressione. Senza farmi
scorgere io lanciavo sguardi apprensivi alle finestre, temendo di veder
materializzarsi dal nulla una cronocamera. Forse gli altri ospiti del santuario
non conoscevano bene gli ordigni che la polizia impiegava, ma a me erano
tristemente noti per i miei
trascorsi in quel periodo che Franziska aveva grossolanamente definito 'della
polizia politica'
“Sei
preoccupata, Tersicore?” mi domandò
Lleida scuotendomi con delicatezza una spalla. Ritornai con l'attenzione alla
stanza ben riscaldata, dove avevamo sprangato la porta e abbassato la luce a metà
per creare un'impressione intima.
Mi
strinsi nelle spalle, sorridendo.
“Preoccupata
come tutti” specificai
Lleida
annuí gravemente, distogliendo lo sguardo. “C'è un assassino fra di noi”
disse perché non dimenticassimo cosa stava accadendo al santuario, e aggiunse:
“non avremo fatto male a ritrovarci qua, senza protezione?”
“Il
nuovo marito di Franziska aveva a che fare con la polizia, in 'quel'
tempo” rivelò allora Franziska: “Chissà che non sia qui per qualcosa più
che la commutazione...”
Sentendomi
chiamato in causa avvampai, e allora mi avvidi che la striscia
Volkhan era divenuta tiepida senza che me ne accorgessi. Tuttavia non
intervenni; sia perché non potevo rivelare cosa sapevo di Finn (di me stesso!),
sia perché, me ne resi conto in quel momento, cominciavo a
provarci davvero gusto a vivere nel corpo di Tersicore.
Mi lasciai dunque andare alla deriva nell'atmosfera intima della serata,
cullata dalla musica accattivante della tavoletta a batteria di Lleida, che con
le sue sonorità antiche aveva il potere di ricreare l'atmosfera dei tempi in
cui il santuario era popolato da cordoni e sandali; mi lasciai cullare dal
chiacchierio di Franziska e Lleida, dalle gambe nude di mia moglie sotto il corto vestito da sera e dalla
larga gonna bianca della sua amica dai capelli rossi, ancorato alla realtà
dalle pulsazioni gentili della striscia Volkhan e dalla gradita confidenza della
mano di Franziska sul mio ginocchio nudo. Forse era il fascino intrigante
dell'alcool a sedurci.
Parlammo
di tante cose: di noi, del tempo andato, degli uomini (da qualche parte dentro
di me si conservava a fatica la consapevolezza che anch'io ero un uomo).
Passammo una serata davvero piacevole fino a che Valentina non venne a
schiantare la nostra sicurezza battendo la porta.
“Aprite
subito!” la udimmo strillare istericamente. Ci guardammo preoccupate, quindi
Lleida si alzò e sfilò il paletto di legno. Valentina rimase sulla soglia,
vestita di tutto punto, respirando affannosamente e tendendo il braccio dietro
di sé: “Dovete venire, presto!” spiegò concitata, “stanno inseguendo
Finn per fargli del male.”
Scattammo
tutte in piedi. “Ma chi?” esclamai.
“Tutti
e tre” rispose quasi mettendosi a piangere.
Corremmo
fuori sgomente, senza neppure pensare di ripararci dal freddo; si udivano grida
lontane, ma non riuscivo a capire da dove provenissero. “Di là... nel
cimitero” balbettò Valentina, e mi accorsi che il corpo di Tersicore
ricordava la strada.
Corremmo
tutte senza consultarci oltre la porta della cappella dei monaci, nel viottolo
di ghiaia sotto la luna piena; Valentina ci seguiva di presso, ma si capiva che
aveva paura.
I
campi sul retro del santuario erano ricoperti da un pioppeto, un tempo proprietà
di un'industria cartaria e ora in abbandono; il sentiero di ghiaia dei monaci
girava intorno al muro della cappelletta, attraversava un ponticello su una
roggia asciutta che un tempo aveva mosso le pale d'un mulino poco oltre, e in
fine conduceva attraverso pochi campi gelati al cimitero, a ridosso della
basilica e limitato da un muretto di cinta in pietre e malta.
Sul
ponte della roggia Franziska, che portava scarpe col tacco, incespicò e prese
una storta; si accasciò gemendo proprio mentre udivamo voci maschili dalla
parte della chiesa. “Tersicore!” mi chiamò Franziska, e tornai da lei;
Valentina l'aveva già raggiunta e la aiutava a reggersi. Osservai la caviglia,
la tastai coi polpastrelli; Franziska s'irrigidì per un attimo.
“Non
è nulla” dissi.
“Fermali”
mi rispose “Valentina verrà con te.”
Ripresi
a correre, aiutata dalla luminosità del cielo; Lleida era già fra le prime
croci e stava gridando qualcosa. Corsi più forte che potevo senza sentire il
freddo, con il respiro e il passo di Valentina appena dietro di me. Pensavo a
Finn, al mio corpo, braccato come un animale, e mi maledicevo per non avere
fatto qualcosa prima che accadesse l'irreparabile. Avevo pensato solo a
divertirmi nel corpo di Tersicore, a sfruttare quell'occasione che forse non si
sarebbe mai più presentata in vita mia... e avevo combinato un guaio davvero
grosso.
Quasi
investii Lleida e Liam sotto il muro della basilica; la cupola era un emisfero
di rame ossidato sotto la luna. “Dov'è Finn?” esclamai. Seguimmo Liam verso
il muro di cinta, fra le vecchie croci di cemento e ferro arrugginito, oltre le
trappole distese dei gradini delle tombe.
Vedemmo
tre figure sul muretto di malta: Finn procedeva curvo, barcollando, vestito solo
di una camicia esaltata dalla luna; altre due figure lo seguivano contro il
cobalto dell'orizzonte. Ci arrestammo a una recinzione coperta di ruggine, e
tutti e quattro unimmo le nostre voci per urlare insieme “Finn!”.
Ci
udí, si fermò per volgersi... vide gli inseguitori dietro di lui, barcollò,
perse l'equilibrio e cadde dal muro.
Liam
scavalcò la ringhiera di ferro rugginoso che ci fermava, Lleida tentò di
imitarlo ma s'impigliò l'orlo della lunga gonna, perse l'equilibrio e cadde su
un fianco con un sospiro. Aggirai di corsa l'ostacolo, vedendo il fiato
condensarsi nella notte. Liam correva avanti a me, Valentina mi seguiva; udii la
voce di Franziska, più lontana, vidi Tristram e Valerio curvi sul muro, là
dove Finn era caduto, e compresi che era finito al di là. I due ci udirono
arrivare e balzarono giù dalla nostra parte.
“Dal
mulino” disse Tristram con gli occhi sbarrati, “passiamo dal mulino”.
Lo
seguimmo senza fare domande; sentivo il cuore scoppiarmi in seno, Tersicore non
era abituata a prove fisiche prolungate. Giunsi buona ultima sull'orlo del lago
prosciugato che correva lungo il perimetro esterno del muretto, e che nel punto
da cui Finn era caduto raggiungeva la profondità di parecchi metri; Valentina
era ferma sul ciglio della depressione, coperto di foglie secche e rami
spezzati. Vedevo i tre uomini sul fondo, fra gli arbusti. “Cosa gli è
successo?” gridai.
Ci
raggiunse Lleida con la gonna a brandelli, poi persino Franziska claudicante; la
luce lunare era bianca e imparziale sui tronchi delle betulle, sulle distese di
foglie morte, sugli uomini curvi in fondo alla depressione. Mi precipitai giù
dalla china e quasi rovinai loro addosso, tanto che mi graffiai le gambe e le
ginocchia e dovettero frenare la mia corsa. Finn, il mio corpo, era in terra su
un tratto di terra nuda, il collo piegato a una angolazione innaturale.
Era
morto. Ero morto. Ero condannato a restare nel corpo di Tersicore per sempre.
*
* *
Credettero
di risolvere ogni cosa in modo molto semplice. L'essenza nel corpo di Valerio
rivelò a noi tutti di essere Finn, e dichiarò che si sarebbe adattato a vivere
da allora in poi nel corpo di Tristram. Solo io sapevo la verità; ma io,
terrorizzato, non dissi nulla: mi
limitai a ripensare agli atroci errori commessi e al fatto che avrei dovuto
subito inficiare la commutazione, appena accortomi di essere nel corpo di
Tersicore.
Valentina
singhiozzò tutto il tempo in cui sedemmo nel refettorio per le spiegazioni;
dedussi che era l'essenza di mia moglie e che piangeva per la perdita del mio
corpo.
“Come
avete potuto fare una cosa del genere?” domandò secca Lleida. “Non era
nostra intenzione, naturalmente” si schermí Tristram quasi spaurito. Io
sentivo di odiarlo ancor più della prima sera in cui mi aveva presa con la
forza. E stavo male, sentivo lo stomaco rivoltarmisi dentro con ondate di succhi
gastrici e brividi alle spalle e alle gambe; Franziska si era accorta del mio
turbamento e mi stava vicina per consolarci a vicenda, la caviglia fasciata
stretta.
“Volevamo
solo che confessasse,” precisò
Valerio con un tono di voce ancora non domato. “Facendo i calcoli, nel corpo
di Finn, nel mio corpo, poteva esserci solo l'essenza di Tristram, e tutti ora
sappiamo che era lui l'assassino di Hannibal: anche Liam, qui presente nel corpo
di Tristram, può testimoniarlo.”
Tristram
annuí gravemente: “Sí, la mia impressione è questa,” disse in un soffio.
E io avevo paura: perché non era vero che nel mio corpo era scomparsa l'essenza
di Tristram, come ben sapevo. Quindi l'assassino
stava efficacemente complottando per far ricadere sul morto la responsabilità
dell'omicidio del primo marito di Franziska, mentre in realtà erano due i
delitti da attribuire a lui stesso. L'assassino di Hannibal e Finn era ancora in
circolazione, era fra di noi.
“Avete
agito senza consultarci,” accusò Franziska con gli occhi rossi.
Valerio
si strinse nelle spalle: “Volevamo che vi facesse da solo la sua confessione,
poi lo avremmo consegnato alla polizia.”
La
polizia; ricordai la cronocamera: evidentemente non avrebbero creduto alle
nostre spiegazioni, anzi avrebbero seguito il metodo investigativo più
sofisticato e dispendioso. Valerio e compagni non avevano potuto prevedere
tutto. A meno che... le nostre vicissitudini al santuario non fossero ancora
terminate.
Concentrai
le mie riflessioni su Valerio: la vera essenza di Tristram non poteva essere che
lui. Aveva dichiarato di essere disposto a vivere da quel momento in poi nel
corpo di Tristram, l'unico libero per la commutazione contraria: nel suo stesso
corpo, ma lo sapevo solo io!
Dopodiché
si accordarono per la versione da dare alla polizia, e allora Lleida usci per
predisporre i cubicoli alla commutazione contraria. “È inutile che restiamo
qui,” disse Valerio, “andiamo in chiesa, Valentina ci suonerà qualcosa
mentre Lleida prepara il circuito.”
La navata centrale era più buia che mai nella notte fonda. La nostra incred