FRANCO
RICCIARDIELLO
Cronache
dell’arabesco di pietra
Vidi
la ragazza durante la mia abituale passeggiata per studiare i turisti in arrivo.
Il sole si era da poco levato sulle alture appena accennate della mesa di Ocaña,
il treno da Madrid era arrivato da qualche minuto e già i taxi erano partiti
alla volta della città. Nel piazzale della stazione ferroviaria, all'ombra
fragile del sole di inizio autunno, era rimasta una sola vettura con il baule
sollevato e le portiere anteriori aperte.
La
ragazza era in piedi sul marciapiede. Intuii che era straniera, perché quella
mattina in cui gli spagnoli si coprivano di maglie leggere per non sentire il
sarcasmo dell'aria, lei rimaneva a braccia nude, le mani incrociate sulla
borsetta che teneva in spalla. Restai fermo dalla mia parte del marciapiede,
fingendo noncuranza. Udii sbattere le portiere del taxi, poi il rumore della
messa in moto.
L'auto
venne verso di me, rallentando per dare la precedenza. Per pochi secondi la
ragazza rimase visibile a non più di un metro dal mio volto e i nostri sguardi
si incrociarono.
L'auto
accelerò senza fretta, allontanandosi verso il ponte forse per entrare in città
o forse per continuare alla volta di Talavera. Solo allora distinsi sul sedile
posteriore la figura di un uomo dalle tempie brizzolate, con una giacca di
colore scuro sulle spalle.
Tornai
con calma verso la città, ammirando una volta ancora il suo profilo purpureo
nella linea discontinua del piano, l'acqua grigioverde del fiume nell’alveo
incassato fra le rocce; tutto era come il mattino in cui ero giunto dall'Italia
per un esilio che non mi ero cercato e dal quale forse non avrei fatto ritorno.
Non
potei evitare che un chicco di tristezza mi intossicasse il cuore. Senza
ragione, associai quela sensazione al pensiero della ragazza nel taxi, e mi
vennero in mente due versi di una poesia che un tempo avevo molto amato: "porque
en las bacanales de la vida vacías nuestras copas conservamos". Non
riuscii a ricordare i versi che precedevano.
Perché
nei baccanali della vita conserviamo vuote le nostre coppe.
Mi ritrovavo a trenta anni e con nessuna certezza, esiliato in una Toledo
autunnale con la mia vita di routine, le mie piante sensitive, la mia
passeggiata mattutina sino alla stazione per guardare le ragazze in arrivo.
La
ragazza del taxi. Come iniziava la poesia?
"Crear feste d'amori..."
Attraversai il ponte di Alcántara, costeggiando poi il fiume dall'alto
del suo alveo di roccia bruna. Senza fretta, osservai i voli delle rondini fra
l'Accademia di Fanteria, sull'altra riva del Tago, e i giardini dell'Alcázar.
Incuranti della Storia degli uomini, proseguivano nei secoli l'ispezione aerea
di quell'ansa di fiume che chiude Toledo da tre lati.
Vivevo
al piano terra di una casa in affitto, con le finestre che davano sul fiume, nel
punto più basso della scogliera; stavo per entrare nel portone del palazzo
quando vidi la ragazza della stazione.
La
riconobbi subito per le braccia nude e la maglia di cotone; scendeva dalle scale
che portavano al piano superiore disabitato. Anche lei mi riconobbe; rimasi con
la mano sulla maniglia della porta, troppo stupito per dire o fare qualcosa.
"Ah,
vous êtes ici" disse sorridendo, poi indicò il piano superiore con un
dito, spiegando in francese con qualche parola di spagnolo che aveva preso in
affitto quell'appartamento insieme a suo padre. Le spiegai che anch'io ero
straniero, italiano; volle che le indicassi un negozio di alimentari, quindi mi
salutò con discrezione.
Aprii
subito alla luce le mie piante sensitive, che mi accolsero con una sinfonia di
colori in grado di ipnotizzare chiunque non le conoscesse.
"Crear
feste d'amori nel nostro amor pensiamo" cantilenai. Era il primo verso
della poesia: l'incontro con la ragazza me l’aveva fatto tornare alla mente.
Passai una spugnetta umida sulle foglie, innaffiai i vasi più asciutti,
controllai una volta ancora, benché oramai li conoscessi a memoria, i
cartellini genetici con tutte le varianti che avevo personalmente selezionato a
partire dalle qualità acquistate.
Intravidi
la ragazza dalla finestra del soggiorno. Portava una gonna scura e scarpe senza
tacco; compresi che la sua presenza avrebbe portato una ventata di
sconvolgimento nella mia esistenza abitudinaria, ma non sapevo se provarne
piacere o fastidio. Scorsi con il dito il dorso dei volumi sulla libreria.
Machado, "Soledades". Sfogliai le pagine, leggendo i capoversi
delle poesie, finché trovai quella che cercavo.
"Crear fiestas de amores en nuestro amor
pensamos, quemar nuevos aromas en montes no pisados, y guardar el secreto de
nuestros rostros pàlidos, porque en las bacanales de la vida vacìas nuestras
copas conservamos".
Un'improvvisa
ondata d'emozione mi salì agli occhi, le lacrime quasi gocciolarono sul volume;
misi il segnalibro alla pagina.
Conservare
il segreto dei nostri volti pallidi. Mi guardai allo specchio,
passando un dito sulla linea della bocca, sulle sopracciglia, sulle labbra
screpolate. Crear feste d'amori nel nostro amor pensiamo.
Bussarono
alla porta. Aprii come un automa e mi trovai di fronte la ragazza, che stava per
dire qualcosa ma cambiò idea e mi domandò se stessi bene.
"Sì,
certamente" assentii cercando di recuperare il vantaggio che si era presa
la malinconia.
“Mio
padre avrebbe piacere di conoscerla, questa sera dopo cena" disse
leggermente imbarazzata
"Volentieri"
risposi dopo un attimo di incertezza "verrò verso le 22."
La
ragazza assentì con gli occhi e con il capo e mi tese la mano. "Il mio
nome è Marie Claire. Penso che possiamo darci del tu."
*
* *
Quando
entrai nell'appartamento il padre di Marie Claire, Julien, era seduto su una
poltrona di velluto con un libro rilegato in pelle rossa. Si alzò quasi a
fatica ricambiando la mia stretta con una presa forte e sincera, ma non sorrise.
Quando lo guardai dritto negli occhi vi lessi qualcosa di familiare. Ero certo
di aver già visto quel volto, parecchi anni indietro, quando il mortaio del
tempo ancora non ne aveva disfatto i lineamenti; eppure era invecchiato tanto
velocemente da ingannare ogni mio tentativo di identificarlo. Julien Delacroix:
il nome non mi diceva nulla.
"Questo
è il ritmo della vita a Toledo" dissi alludendo all'orario di cena.
Scambiammo
le reciproche impressioni sulla Spagna; io vivevo a Toledo da nove mesi, da
quando cioè avevo dovuto lasciare l'Italia per motivi politici. I due francesi
invece mi confessarono di inseguire l'estate che scendeva verso sud.
Assaggiammo
lo Jerez che avevo portato; mentre parlavo con Marie Claire e suo padre la riva
opposta del Tago perse colore fuori dalla finestra, stemperandosi dal porpora e
verde oliva del pomeriggio nel rosso ruggine e nel grigio cenere della sera,
quindi nel porpora cupo che precedeva la notte. Era la magia atemporale di
Toledo che si ripeteva come ogni sera da secoli e secoli.
Toledo
è un arabesco di pietra, una fortezza di terra e roccia che sfida le ingiurie
del Tempo da ben prima che i Visigoti la eleggessero capitale. Toledo è un
cerchio di mura, una linea spezzata di torri circondata da un mare di campi ocra
e da un fiume che cambia colore a ogni ora del giorno.
Quando
il sole calò le rughe sul volto di Julien si fecero più profonde, scavate
dalla sofferenza. Ci chiese il permesso di ritirarsi. Marie Claire avrebbe
voluto accompagnarlo e io stavo già per uscire, ma l'uomo insistette perché la
figlia rimanesse a farmi compagnia.
"E'
malato" disse Marie Claire quando il padre chiuse la porta dietro di sé,
mentre io ancora mi stavo arrovellando su chi fosse l'uomo che si nascondeva
dietro quella maschera di rughe e sofferenza.
Andai
alla finestra, quella che dava sulla città, verso il cielo striato dai fasci di
luce che illuminavano la cattedrale da ogni lato nella bella sera autunnale.
C’erano voci di donne e risa per strada, poco distante da noi.
Marie
Claire venne al mio fianco. "Un tempo era molto diverso" mi confessò.
"Prima ancora che nascessi, era veramente un uomo; un uomo vivo, uno di
quelli che plasmano a piacere la propria esistenza. Gli ultimi anni l'hanno
cambiato, la malattia scava in lui gallerie some un parassita."
La
voce della ragazza era dolce e suadente come la brezza della sera, stregava più
delle risa lontane, più dell’apparente silenzio del fiume tutto intorno alla
corona di roccia di Toledo, più della poesia di Machado.
"Temo
sia ora di andare" dissi. Marie Claire non si oppose; mi accompagnò alla
porta augurandomi la buonanotte.
*
* *
Durante
la notte ricordai dove avevo veduto il volto di Julien Delacroix. Cercai
febbrilmente sulla rete telematica per un paio di ore, in piena notte, ma non
trovando nulla di recente mi recai alla biblioteca pubblica al mattino.
Ritornai
a casa con un volume sottobraccio, che posai sulla scrivania accanto al libro di
Machado. Nel risvolto di copertina riportava alcune note sull'autore, Julien
Cross. Era lo pseudonimo dello scrittore parigino Julien Delacroix, famoso per
un certo tempo anche dopo che aveva smesso definitivamente di scrivere, quasi
venti anni prima. L'edizione del romanzo che tenevo in mano risaliva a quel
periodo, perciò non riportava cosa fosse accaduto all'autore perché
rinunciasse a scrivere. Ricordavo vagamente un delitto per il quale aveva
scontato una condanna penale, ma il fatto risaliva a tanto tempo prima, quando
ero ancora bambino. Chiuso il libro, mi accinsi alle consuete cure per le mie
piante sensitive.
Appena
entrai nella loro stanza serra mi accolsero con la quotidiana orchestra di
colori, ma quando percepirono la mia preoccupazione vidi le corolle più
sensibili ciondolare sulle foglie chiuse.
Non
ero nello stato d'animo di prendermene cura. Ne scelsi una a caso, una tigrata
che nei suoi momenti migliori era un'orgia di colori di sfumature diverse e la
portai alla finestra del soggiorno.
Il
caso volle che proprio in quel momento Marie Claire stesse rientrando dal
portone; appena la tigrata percepì la presenza della ragazza, si sintonizzò
sulla sua frequenza allargando le foglie pervinca; dilatò i calici pieni e
accese i colori per attirare la sua attenzione.
Marie
Claire si fermò subito quando vide la pianta. "Una modificazione
genetica..." balbettò quando riuscì a vincere l'ipnosi di colori. La
pianta moltiplicò gli sforzi per accattivarsi la sua simpatia.
"Una
sensitiva" precisai. "Dovresti decidere se ti piace, altrimenti la
farai impazzire."
Marie
Claire posò sullo zerbino il periodico francese che aveva appena acquistato e
si avvicinò alla finestra; tese una mano attraverso le inferriate di ferro
battuto sfiorando una corolla. Gli steli presero a ondeggiare lentamente ma con
ritmo; le sommità dei petali di ogni calice si congiunsero.
"È
contenta del tuo apprezzamento," spiegai.
"È
bellissima" ammise la ragazza. "Sei tu che l'hai selezionata?"
Lo
ammisi. Ammisi anche, forse controvoglia, che ne avevo una stanza piena.
"Pensi
che potrei vederle?"
Assentii.
"Quando vuoi, sono a tua disposizione."
Si
staccò a malincuore dalla finestra, e dopo aver raccolto la rivista che aveva
posato in terra scomparve nel portone.
Julian
Cross.
Mi sforzai di ricordare per quale motivo avesse ricevuto una condanna. Un
delitto di gelosia, forse, ma era coinvolto un personaggio importante.
Lo
sguardo mi cadde sulla tigrata, parzialmente richiusa su se stessa per il mio
tormento. Controllai il cartellino genetico, ricordando come avessi in parte
fallito nel selezionare la gamma tonale del suo spettro di colori. Stavo per
riporla quando udii bussare alla porta: era Marie Claire con una camera digitale
in mano.
"Mi
sono presa la libertà..." esordì imbarazzata. Capii che non aveva potuto
resistere al richiamo dei colori della tigrata. Per un attimo mi stupii persino
di quanto fossi contento della sua presenza, malgrado la gelosia per le mie
creature.
La
feci entrare. "Se vuoi aspettare un momento, preparo le piante. È meglio
lasciarle qualche minuto al buio, perché reagiscano appena ti vedono."
Oscurai
tutte le finestre della serra. Quando tornai al soggiorno, Marie Claire era in
piedi alla scrivania dove aveva poggiato la macchina fotografica. Richiusi la
porta della stanza-serra alle mie spalle e rimasi come incantato. Alla luce
obliqua e dorata della finestra della strada, Marie Claire sembrava disegnata
nell'aria con pennellate di sole sui capelli, riverberi quasi abbacinanti sul
candore della gonna di tela bianca attillata, macchie di blu cobalto e mattone
sulla maglia lavorata.
Teneva
in mano il libro di Machado, aperto alla pagina del segnalibro.
"Che
significa?" domandò quando mi vide, certamente senza accorgersi del mio
sguardo incantato.
"Crear
feste d'amori nel nostro amor pensiamo" recitai a memoria, traducendo in
francese. "E bruciare nuovi aromi su monti mai scalati, e serbare il
segreto dei nostri volti pallidi, perché nei baccanali della vita conserviamo
vuote le nostre coppe."
"C'est
beau" commentò Marie Claire quasi tra sé e sé. Richiuse il libro con
un gesto delicato e lo ripose con cura, spostando subito la mano sull'altro
volume, quello che suo padre aveva scritto in un tempo in cui lei forse ancora
non era nata. Quando era ancora un uomo vivo, era stata Marie Claire
stessa a dirlo: uno di quegli uomini che plasmano a piacere la propria vita.
Sfogliò il libro, quindi tornò a posarlo accanto all'altro senza
commenti. La guidai alla serra.
Si
fidò del mio braccio nell'oscurità. Diedi luce alle finestre e subito le
piante, dopo un attimo di smarrimento, si concentrarono con curiosità sulla
nuova venuta. Come ben sapevo, la tigrata che l'aveva conosciuta in precedenza
la festeggiò immediatamente, e Marie Claire si guardò intorno estasiata.
"Davvero sei stato tu a selezionare tutte queste varietà?"
"Cromosoma
per cromosoma."
"Sei
un artista." Aveva messo il dito nel mio punto debole. "Potrei fare
qualche fotografia?"
Riuscì
a elettrizzare ogni pianta che scelse prima della foto. Pareva avere
un'influenza benefica sulla mia serra, la proprietà di rasserenare le mie
creature, incitandole al tempo stesso al punto che si profondevano in evidenti
manifestazioni di affetto cambiando gradazioni di colore, serrando e
dischiudendo le foglioline, attorcigliando gli steli, variando la disposizione
dei fiori.
lo
la accompagnai fra le file di vasi accuratamente catalogati sui loro scaffali,
indicandole gli esemplari più ricettivi; lei scattava, quasi dimentica della
mia presenza, dimentica della corona di selce e cenere su cui giace Toledo,
dimentica del mondo intero.
Quando
infine si staccò a malincuore da un'anemone che sembrava salutarla con la sua
orchestra di calici e steli, viticci e foglie, stami e pistilli, lessi la febbre
della passione nei suoi occhi grigi e verdi.
"Crear
feste d'amori nel nostro amor pensiamo" recitò stupendomi quando uscimmo
dalla serra, posando le dita sul libro di poesie, quasi per scuotersi
dall'incanto che l'aveva rapita; evitò di proposito di gettare uno sguardo
all'altro volume. "Me lo presti?" Domandò. Lo prese in mano
stringendolo al seno mentre la accompagnavo alla porta.
*
* *
Trascorsi
tutto il pomeriggio in rete per cercare informazioni su Julian Cross: non
esisteva un sito specifico. Su un motore di ricerca rintracciai finalmente
notizie sull'epoca in cui era stato coinvolto nel delitto per il quale venne
condannato. Ero tanto immerso nella mia ricerca che quasi non mi accorsi
dell'ora di cena; preferii mangiare qualche tapas da solo in un bar,
riordinando al tavolino i miei appunti che gettavano una luce nuova su Marie
Claire e Julien Delacroix, riguardando indirettamente persino la mia vita.
Diciotto
anni prima Julien aveva ucciso il fratello Aldous, celebre economista e
politologo molto in auge, per via di una relazione che questi aveva con la
moglie; quando lo scrittore aveva scoperto che la paternità della figlia appena
nata non era la sua, aveva strangolato il fratello in un accesso di furia.
Julien Delacroix era stato condannato a vent'anni, il tribunale aveva affidato
la piccola Marie Claire alla madre. La cronaca rosa del tempo era prodiga di
notizie sugli avvenimenti, fino alla morte della donna avvenuta pochi mesi prima
del rilascio del marito dopo quindici anni di detenzione.
Marie
Claire, che all'epoca della scarcerazione aveva diciassette anni, scelse di
vivere con l'ex marito di sua madre.
Non
riuscivo a comprendere. Pensavo che Marie Claire avrebbe dovuto provare
sentimenti negativi verso l'uomo che aveva uccisto suo padre; al contrario, mi
pareva sinceramente affezionata a Julien Delacroix, mentre invece alla madre
scomparsa non accennava mai. Evidentemente c'era qualche particolare che ancora
mi sfuggiva.
La
vicenda aveva attinenza con la mia vita nel senso che Aldous Delacroix, il
fratello di Julien, aveva consacrato la sua vita di ricercatore al
perfezionamento di quella branca delle scienze politiche che si occupa di un
ideale sistema di votazione, adottato infine dalla quasi totalità delle nazioni
europee occidentali: è questa la ragione per la quale ho dovuto cercare riparo
all'estero.
Tornai
a casa. Volevo conoscere meglio il rapporto fra Marie Claire e il padre (mi
sentivo di chiamarlo così perché lei lo considerava tale). Sentivo che avrebbe
potuto essere un'intrusione nella loro vita privata, ma l'enigma della ragazza
dagli occhi color del Tago mi stava catturando.
Arrivando
a casa non distinsi nell'ombra delle scale la forma di Julien Delacroix seduto
sui gradini più bassi. Solo quando stavo per girare la chiave nella toppa udii
il suo respiro.
"Io
sto morendo" mi disse in un soffio rauco. Lo feci entrare senza accendere
la luce. Le sue membra scarne attraverso la camicia erano come nodi nel legno di
una pianta malata sotto le mie dita.
Non
distinsi la sua espressione; preferii che tutto rimanesse nell'incertezza della
penombra per non rendergli più penoso l'atto di parlarmi.
"Le
ho mentito" continuò raschiando con le corde vocali sul cristallo della
propria gola, inumidito dalle lacrime inghiottite. "Da Toledo io non mi
muoverò mai più. Mi restano poche settimane, al massimo sei mesi di vita.
Marie Claire non vuole ammetterlo perché altrimenti non ce la farebbe a
restarmi vicina."
"Le
è molto affezionata” commentai.
Assentì.
"È grave non avere nessuno con cui parlare. Quando accenno alla mia morte
tutti sembrano cambiare discorso; la verità è che oggi si ha troppa vergogna
del dolore, come se si potesse rimanerne contagiati. Non fuggirà anche lei,
vero?" Domandò.
"Io
sto già fuggendo" replicai. "Sono un fuoriuscito della Libertà
Obbligatoria.”
Annuì.
Aveva compreso. "Ognuno a modo nostro," disse, "noi siamo due
esiliati."
Mi
ferì. Compresi in quel momento che non avrei mai potuto rientrare in patria;
compresi l'inconsistenza di tutte le illusioni che avevo mantenuto sino a quel
momento: era impossibile ignorare la civiltà degli assiomi di Arrow. Con una
sola frase il vecchio aveva distrutto la sterile serenità dei mesi di Toledo. Noi
siamo due esiliati.
Era
un grumo di cellule avvelenate, l'ombra sfuocata di un essere umano, mentre io
ero ancora vivo e vegeto, mi tenevo stretta la vita e ancora speravo di poterla
cambiare; tuttavia, aveva colto nel segno. Eravamo simili. Eravamo due esiliati.
"Vorrei"
sospirò ancora "che lei aiutasse Marie Claire. Deve cercare di distrarla,
non è giusto che dedichi gli anni migliori della sua vita alla mia morte. Non
dovrebbe essere difficile per lei starle vicino..."
"No,"
ammisi, "non è difficile."
Il
Tago scorreva imperturbabile sotto le finestre di casa mia, appena oltre la riva
di roccia e ghiaia.
"Lei
è un uomo sensibile" continuò, mentre io non sapevo cosa rispondergli.
"Per favore, stia vicino a mia figlia, almeno in questi momenti. Le stia
vicino quando non ci sarò più."
Tornò
alla porta. "Io ho molta stima
di lei." Disse per concludere la serata.
Gli
credevo. Ero io a non avere stima di me stesso.
*
* *
Stavo
leggendo il trattato di Arrow che avevo scaricato da un sito di Berkeley, "Scelte
sociali e valori individuali", alla luce morente del crepuscolo, quando
Marie Claire venne a chiedermi se volevo accompagnarla a vedere la cattedrale.
Qualcuno le aveva detto che di notte era un vero spettacolo, illuminata da vari
proiettori nell'inchiostro del cielo.
Arrancammo
su per via del Pozzo Amaro, mano nella mano. Quell'amaro io lo sentivo anche in
gola, come quando le parole di Julien Delacroix mi avevano inchiodato alla mia
superficialità; un gusto aspro rinnovato dalla lettura del saggio di Arrow,
tanto preciso e lapidario nel ridurre le relazioni umane a formule matematiche.
Un amaro come di terra in bocca, diverso dal gusto della mano di Marie Claire
nella mia, rovinato dalla consapevolezza che era l'imminenza della morte di
Julien a metterci mano nella mano, e che ciò ce ne rendeva in qualche modo
correi.
I
portoni della cattedrale sembravano le orbite oculari di un animale notturno, il
campanile era una torre di zucchero anch'esso amaro.
Attraversammo
l'Arco di Palazzo, continuando a salire sulla collina di roccia lastricata di
Toledo, fra vie medievali, circonvoluzioni nell'arabesco di pietra della città.
Nella piazza di Zocodovér sedemmo a guardare i bambini giocare, e i ragazzini
che parlavano con le ragazze, e gli anziani che parlavano e parlavano.
Noi
due parlavamo a frasi tronche, e benché volessimo approfondire la nostra
conoscenza, spiccare magari il volo dai tetti del museo di Santa Cruz per
osservare dall'alto la geografia a pergamena di Toledo, eravamo trattenuti dalla
consapevolezza che ciò che ogni essere umano ha in comune con un altro non è
la vita né l'amore, ma il modo in cui si muore: in solitudine.
Entrammo
in un caffè, sedendoci l'uno di fronte all'altra su poltrone di gommapiuma.
"Tuo
padre è l'uomo più coraggioso che abbia mai conosciuto" dissi per
esorcizzare la malinconia.
"Siamo
noialtri che manchiamo di coraggio dinanzi alla morte" mi rispose;
"forse è il fatto di aspettarsela, di abituarsi giorno per giorno al suo
pensiero."
Sin
da poco prima di essere scarcerato, mi confessò Marie Claire, il padre aveva
saputo di essere condannato. Appena liberato, egli era andato a trovarla e da
allora vivevano insieme.
"C'è
qualcosa che non comprendo," le dissi in tutta sincerità "Tu non
avevi mai conosciuto tuo padre ma l'hai subito accettato. Deve essere avvenuto
qualcosa di speciale fra di voi."
Fece
tintinnare il cucchiaino di peltro contro l'orlo del piattino. "Niente di
speciale" disse a voce bassa.
Avrei
voluto chiederle del suo vero padre, che posto aveva avuto nella vita di Marie
Claire la sua mancanza, ma sarebbe stata un'intrusione ingiustificata.
La
sera d'autunno era calma e calda, il suono quasi monotono di un uomo di mezza età
che discorreva con il barista assumeva un tono ipnotico. Marie Claire era curva
verso di me per poter parlare a bassa voce. Il mio sguardo era quasi
esclusivamente concentrato sulle sue gambe accavallate, veicolo di una seduzione
cominciata molto prima di quella sera in un caffè del centro. Ci impegnammo per
abortire la malinconia e non fu difficile per me.
Tornammo
al lungofiume passando dietro l'Alcázar, dove si poteva vedere il Tago nel suo
tratto migliore. Le rondini stridevano sulle nostre teste, misurando a colpi
d'ali la distesa tra le due sponde e il tempo che rimaneva a Julien Delacroix .
Avremmo
voluto spiccare il volo, avremmo voluto portare con noi Julien; tornammo a casa
dopo mezzanotte, salutandoci senza neppure un bacio sulla soglia di casa mia.
*
* *
Quando
Aldous Delacroix era morto per mano del fratello, stava lavorando all'Università
della Pennsylvania su un corollario che perfezionasse i cosidetti assiomi di
Arrow. Dal volume preso in prestito in biblioteca appresi quanto volevo sulla
materia; in parte ne conoscevo già la teoria, essendomene occupato al tempo
dell'opposizione parlamentare al Cartello Europeo Razionale. Intorno al 1950
l'economista americano Kenneth Arrow formulò cinque assiomi volti alla ricerca
di un sistema di votazione perfetto, che tenesse conto della volontà reale di
ogni votante. Di fronte a un determinato numero di opzioni, di scelte
collettive, Arrow volle disporre la scelta secondo un metodo razionale che
soddisfacesse le preferenze individuali di ognuno. Disgraziatamente lo
scienziato si accorse che per soddisfare tutti gli assiomi esisteva solo una
soluzione dittatoriale, con concentrazione delle possibilità di veto nelle mani
di un singolo individuo. Il Potere definitivo.
Ma
le conclusioni di Arrow non avevano esaurito la ricerca in materia; un'équipe
di economisti aveva continuato le ricerche negli Stati Uniti, giungendo alla
elaborazione di un corollario o sesto assioma. Il principale ispiratore era
stato Aldous Delacroix. Sette anni dopo la sua morte, il corollario aveva
ugualmente veduto la luce ed era stato immediatamente applicato al sistema di
votazione elettronica adottato negli Stati Uniti. Era poi nato anche in Europa
un cartello di nazioni per l'adozione del sistema elettorale elettronico
ponderato. L'Italia era stata dilaniata da una lotta politica pro e contro
l'adesione al cartello sinché, quattro anni prima del mio esilio, il partito a
favore aveva vinto.
Come
in ogni altro Paese aderente al cartello, la fisionomia sociale cominciò a
cambiare: di fatto, la comparazione ponderata delle preferenze, così come
prescritto dagli assiomi di Arrow e dal loro corollario, assicurò il diritto di
veto sulla quasi totalità delle scelte collettive a un'oligarchia non
individuabile che, forse anche senza coscienza di sé, cominciò a governare
buona parte dell'Europa occidentale con una sorta di dittatura mascherata.
L'Italia
si trasformò, la vita diventò impossibile per molta gente. Il Parlamento si
sciolse poiché ogni decisione veniva presa con suffragio universale dalla
collettività; di fatto, era l'oligarchia a esercitare il potere.
Così
ero riparato all'estero. La Spagna ancora non aveva aderito al Cartello Europeo
Razionale ma il partito a favore andava rafforzandosi. Dall'esterno, la
governabilità dei Paesi del cartello sembrava aumentata, la solidarietà
nazionale rafforzata, la burocrazia eliminata. All'interno, ognuno si adattava
di buon grado alle decisioni collettive, senza sapere che a tirarne le fila era
un'oligarchia occulta.
Aldous
Delacroix era morto prematuramente ma i suoi successori avevano ugualmente
condotto in porto le ricerche; e questo aveva causato il mio esilio passivo, la
mia abulia priva di reazioni in una Toledo residuata dal passato, magnifico
arabesco autunnale nel centro geometrico della Spagna.
E
Julien Delacroix spegneva giorno dopo giorno. Le sensitive percepivano il mio
stato d'animo, e siccome da parecchi giorni ero praticamente l'unico mammifero
con cui entravano in contatto, le trovavo molto avvilite.
Un
pomeriggio, appena svegliato da una siesta intossicata da un incubo, le piante
sentirono il mio stato d'animo e prima che me ne accorgessi un'aria da funerale
invase la serra. Guardavo le sensitive con le corolle chine, gli steli
ripiegati, i petali raggrinziti, e mi resi conto di quanto fosse terribilmente
sarcastico da parte nostra fare in modo che assumessero atteggiamenti umani:
sembravano schiere di bambini a capo chino, la testa fra le ginocchia, offesi
per un rimprovero o partecipi per solidarietà della mia malinconia.
Naturalmente, era stata la sottile crudeltà che gli esseri umani
chiamano umorismo a fare in modo che attraverso selezioni artificiali di
cromosomi quelle piante potessero parodiare i nostri atteggiamenti.
Quella
che per mesi era stata la mia occupazione principale, sin dal mio arrivo a
Toledo, mi parve in quel momento inutile, superficiale, infantile. Per le mie
piante avevo rinunciato a mantenere contatti epistolari con i compagni esiliati,
a reagire in qualche modo agli eventi avversi.
Y
guardar el secreto de nuestros rostros pàlidos... serbare il segreto dei
nostri volti pallidi. Sedetti con la testa fra le mani su una branda che tenevo
in un angolo della serra, accanto al cassone con il microscopio, le provette e
gli agenti chimici. Il sangue batteva tanto forte alle tempie che non sentii
entrare Marie Claire. Stringevo talmente i denti che la mandibola scricchiolava,
poi aprii gli occhi oltre la nebbia che li velava e vidi dinanzi a me i piedi di
Marie Claire; alzai lo sguardo su di lei, incurante che mi vedesse in quello
stato.
Portava
in mano un pacco di fotografie che si affrettò a posare sedendosi accanto a me,
sulla branda. Mi abbracciò.
Feci
uno sforzo per rigettare le lacrime, riuscii a ricambiare il suo sguardo a denti
stretti e con i pugni che mi tremavano.
"Cos'è
accaduto?" Disse preoccupata, e il suono della sua voce fu come un balsamo
per le sensitive devastate dal dolore. "Cosa ti è capitato? Come posso
aiutarti?"
"Ho
lasciato i compagni da soli" riuscii a sibilare fra i denti. "Loro
sono dispersi nelle carceri di mezza Europa, ma in prigione ci sono io, e questi
muri li ho costruiti io stesso."
Per
lunghi minuti non ci guardammo in viso, e quando lo feci presi una scossa
tremenda. Marie Claire era ancor più
bella del solito.
Glielo
dissi. Arrossì.
"Marie
Claire..." riuscii appena a sussurrare. Ancora il suo ginocchio nudo era
fra noi; questa volta lo accarezzai. La pelle aveva la stessa freschezza
di quella delle braccia, del collo; era spettinata per avere tenuto la sua testa
contro la mia per tutto il tempo che eravamo rimasti in silenzio.
Marie
Claire;
le scopersi una spalla dorata. Aveva gli occhi umidi. Se qualcuno mi avesse
chiesto in quel momento cosa fosse più importante per me, non avrei risposto la
morte né il potere.
Non
mi interessava guardare, ma sapevo che le piante stavano risuscitando; le mimose
schiudevano gli orli delle foglie seghettate mentre io sollevavo i capelli sul
collo di Marie Claire, le anemoni cambiavano di colore mentre il sorriso
affluiva sui nostri volti, le tigrate gonfiavano i calici al ritorno del nostro
respiro.
E
poi fu un oscillare di corolle a un vento impercettibile, fra riflessi di sole
sui muri e singhiozzi di dolcezza.
*
* *
Attesi
per ore alla finestra nascosto dietro le tendine del soggiorno, finché Marie
Claire non uscì di casa. Guardai l'orologio: erano le undici di mattina, un'ora
di ritardo rispetto all'orario normale del suo giro alla ricerca di giornali
francesi. Appena attraversata la strada si voltò verso la mia finestra; rimasi
immobile nella penombra senza vedermi. Aveva indosso una delle solite maglie di
cotone ricamato a colori e una gonna a righe blu e grige. Appena voltò l'angolo
uscii sulle scale, le salii e bussai alla porta dei Delacroix.
Aprii
nella penombra delle cortine abbassate; il sole filtrato tratteggiava Julien
Delacroix seduto alla stessa poltrona in cui l'avevo conosciuto, una sera di non
molte settimane prima. Mi avvicinai mentre cercava di mettere a fuoco lo sguardo
su di me; si era fatto crescere sulle labbra e sul mento una barba dura e
brizzolata, intossicata anch'essa dal fiato della morte.
"Così,
siamo quasi all'ultimo atto" raspò la lima della sua voce sulle tastiere
della gola asciutta.
"Quasi..."
dissi. Presi una sedia e mi accomodai accanto a lui, nell'alone sempre più
fievole della sua aura personale. Notai come avesse perduto molti capelli.
Rimanemmo
in silenzio, due respiri nella caligine di pensiero di Toledo. Infine parlò:
"Sai perché sto morendo?"
"Perché
è malato."
Sorrise;
mi aveva colto in fallo. "E' falso. Tu non sei malato, eppure morirai lo
stesso."
"Mi
ammalerò. Le mie cellule moriranno."
Scosse
la testa, quasi comprensivo della mia stoltezza. Non capivo.
"Non
è questa la ragione. Moriremo perché siamo vivi."
I
nostri respiri tornarono a incrociarsi nello spazio che ci divideva. Nessuno dei
due staccò gli occhi dagli occhi dell'altro.
"Io
so perché ha ucciso suo fratello," dissi infine, "lei non l'ha ucciso
per gelosia. Un individuo razionale non perde la testa a quel punto per
ragioni di cuore."
Sorrise.
"Ognuno è fatto a modo suo."
Strinsi
i denti e negai. "Lei ha ucciso Aldous Delacroix per via degli assiomi di
Arrow."
Tossì
senza replicare, senza distogliere lo sguardo.
"L'ha
ucciso," continuai, "perché si era reso conto di cosa avrebbe
significato il compimento delle due ricerche. Non era un lavoro per perfezionare
gli assiomi, ma volto a trovare un corollario perfetto che rendesse
assolutamente inevitabile ciò che Arrow aveva già supposto: che un sistema
troppo comprensivo delle motivazioni di ogni votante non può che portare a una
dittatura. La dittatura mascherata era l'obiettivo non dichiarato delle
ricerche, la consegna del potere all'oligarchia."
Non
aveva smesso di sorridere.
"È
la verità" aggiunsi curvandomi verso di lui. "Lei sperava di
interrompere le ricerche, ma ha solo concesso all'umanità una dilazione di
qualche anno. Ora siamo dentro fino al collo. Noi siamo gli esiliati, Delacroix."
Chiuse
gli occhi, inspirò profondamente sino oltre al diaframma; temevo che sarebbe
scoppiato a tossire.
"È
tutto passato" disse "è tutto così lontano che a rovistare in quella
storia emettendo la tua sentenza adesso pecchi solamente di presunzione."
"Non
è vero. Io ho le prove. Quando lei è andato da Marie Claire le ha raccontato
tutto ed è per questo che sua figlia ha accettato di seguirla. In caso
contrario, Marie Claire non avrebbe mai visto in lei un padre. Lo ammetta."
Mi avvicinai a lui tanto che il suo volto occupò tutta la mia visuale.
"Lei è un benefattore dell'umanità."
Chiuse
gli occhi, respirò ancora. Si era addormentato. Gli tastai il polso, contai i
battiti. Uscii dalla stanza in silenzio.
*
* *
Morì
due notti più tardi. Sentii l'urlo di Marie Claire che chiamava il mio nome.
Salii di corsa gli scalini; Julien Delacroix era disteso nel suo letto a occhi
sbarrati ma con un'espressione tranquilla. Gli serrai le palpebre.
Marie
Claire era in piedi contro il muro, il volto fra le mani, soffocando i
singhiozzi. Quando finalmente arrivò l'ambulanza che avevo chiamato, si era
calmata e seduta al tavolo della cucina. Non volle dare l'ultimo sguardo al
corpo del vecchio quando lo portarono via, non mi raccontò come fosse
accaduto; sospettai che si fosse coricato presto e che la figlia, andando a
salutarlo per la buona notte, l'avesse trovato già spento.
Sentii
un vuoto nello stomaco. Era morto Julian Cross, e Julien Delacroix che era stato
ancora più grande di lui. Continuai a passare le dita sulla pentola di
terracotta verniciata del tavolo, pensando al vecchio inanimato e freddo nella
cella frigorifera dell'obitorio. Marie Claire scelse di fare cremare il corpo, e
il giorno stesso della funzione scomparve di casa con le ceneri.
Rimasi
giorni interi senza mangiare né uscire di casa. Per lo più osservavo il
soffitto cercando nelle macchie dell'intonaco il volto di Julien e le onde dei
capelli di Marie Claire, le gocce delle sue iridi e la lama bianca della falce.
Mi
giunse un telegramma da San Sebastián, con l'indirizzo della sua pensione e la
preghiera di raggiungerla.
Viaggiai
tutta la notte in treno senza chiudere occhio, prima fino a Madrid e poi da là
a San Sebastián. Avevo la giacca e i calzoni sgualciti quando, giungendo alla
stazione senza bagaglio, attraversai il ponte marino verso la città.
Non
era alla pensione. Scesi con le mani in tasca verso la spiaggia, quasi rosa nel
contrasto con l'Atlantico adirato. Camminai verso la città, poi tornai sulle
mie orme verso il litorale opposto, oltre una catena di dune. Salii sulla più
alta, riempiendomi le scarpe di sabbia fredda. Il vento tenace non aveva pietà
per la mia giacca; discesi la duna e ne valicai un'altra.
La
trovai seduta su un relitto di barca sfondato semisommerso nella sabbia. Passava
un pugno di rena da una mano all'altra e mi sentì arrivare, volgendosi a
guardare. Aveva i capelli negli occhi e grossi orecchini ad anello che il vento
scopriva, una giacca sulle spalle e calzoni bianchi rimboccati sulle caviglie.
Mi fermai di fronte a lei, senza sedermi. Come al solito, mi sorrise.
"Torna
a casa," le dissi, "torna con me a Toledo."
Sorrise
ancora, senza lasciarmi capire se sarebbe venuta.
"Volevo
riportarlo in Francia, mi sono fermata qui. Julien diceva che la Francia non è
più un paese da vivere. Qui è così simile alla Francia atlantica..."
L'atlantico...
pensai con nostalgia, persino con una stretta al cuore all'arabesco di pietra
serrato in un'ansa del Tago, nel cuore della Spagna.
"Torniamo
a casa" ripetei, "finché non pretenderanno di imporre la libertà con
le leggi anche quaggiù, Toledo è la nostra patria."
Appoggiò
le labbra sulle labbra incrociate alle ginocchia. Mi ritrovai a pensare a come
la morte ci avesse uniti indissolubilmente, ma ancora una volta mi contraddisse.
"Tienimi,"
disse Marie Claire, "tienimi stretta. lo e te aspettiamo un bambino."
Scritto
nell'ottobre 1986
Pubblicazioni:
1.
"Follow my dream" n. 3, Ancona 1989
2.
"Hyper speciale Fanzine Italia 1989",
Torino 1989
3.
"La mano sinistra del potere", antologia
a cura di Maurizia Rossella, Calusca editrice, Padova 1989
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