FRANCO
RICCIARDIELLO
Fronte
interno
—
Lo sanno tutti: quelli della Segreteria generale non capiscono un cazzo —
concluse l’impiegata.
A
quel punto Astrid non riuscì più a trattenersi. Si alzò raccogliendo sulla
spalla la borsetta a zaino in vinile trasparente e si avvicinò al tavolo
accanto, appoggiandosi contro la tovaglia di cellulosa usa-e-getta.
—
Cosa avete contro la Segreteria? — disse con aria bellicosa.
L’impiegata
del Controllo informatico (IV divisione, sottoufficio Regolarizzazioni) finse di
annusare l’aria senza guardare Astrid negli occhi.
—
Non sentite puzza di merda? — domandò ai due colleghi con faccia da coniglio
che le stavano davanti.
Quello
con gli occhiali di resina rossa a cuoricini guardò la microgonna di Astrid,
deglutendo a fatica. — Me... merda? — ripeté.
Astrid
svitò il tappo del barattolo di alghe tostate che teneva dietro la schiena e ne
gettò il contenuto negli occhi dell’impiegata al tavolo della mensa.
—
Aaah! — strillò la donna coprendosi il viso — mi ha accecata!
Astrid
le afferrò i capelli, strattonandola all’indietro contro lo schienale
flessibile della sedia. I due impiegati-coniglio erano già spariti in direzione
dell’uscita, ma tecnici e operai ai tavoli vicini si erano girati per guardare
cosa accadeva.
—
Sparisci, piccola puttana velenosa — sussurrò a denti stretti Astrid
all’orecchio della ragazza — o potrei adoperare questa bottiglia di
plexiglas per un uso improprio.
L’impiegata
gemette, tirando con le mani i capelli per liberarsi dalla presa di Astrid.
Levandosi la polvere di alghe dagli occhi, tentò di afferrare uno dei coltelli
da tavola in plastica. Astrid la colpì con una ginocchiata al basso ventre che
la piegò in due.
Qualcuno
si mise a ridere, Astrid riconobbe uno degli operai specializzati che una volta
lavoravano con Aureliano. Il cuoco cyborg si sporse dal bancone di alluminio
anodizzato della mensa per controllare cosa accadeva.
Astrid
raccolse la borsetta di goretex rosso dell’impiegata, passata di moda da
almeno quindici giorni, e ne rovesciò il contenuto sul tavolo. Uno specchietto,
occhiali da esterno, alghe in compresse, pasticche di iodio e una giarrettiera
rossa, tutto cadde nei piatti sporchi. Astrid richiuse con cura il barattolo del
malto, e senza degnare di un’occhiata la ragazza che si lamentava carponi sul
pavimento uscì dalla mensa mentre gli operai la guardavano divertiti.
Astrid
continuò senza fermarsi fino al primo blocco ascensori, passò davanti alla
breve coda di attesa senza che nessuno osasse dire niente, e pestando quasi la
punta del piede a un vice capo reparto con le mostrine a calibro della divisione
Meccanica entrò nella cabina dalla porta scorrevole.
“Che
giornata di merda” pensò osservando il numero del piano di
destinazione per i tre secondi richiesti. L’ascensore partì, erano entrati
solo altri quattro passeggeri. Ignorò per ben 39 piani il rumore di fondo degli
uomini che le guardavano le gambe bisbigliandosi nell’orecchio e uscì nel 125°
corridoio levante del dormitorio Cabiria, a pochi passi dall’appartamento di
Aureliano.
Si
preannunciò con il beeper che portava in tasca, ma la luce rossa accanto
alla porta rispose che lui non era in casa. Depressa, Astrid domandò dove fosse
la più vicina cabina videotel a una tecnica di mezz’età che la guardava con
disapprovazione.
Rintracciò
Aureliano ancora al lavoro.
—
Finalmente! — disse alla sua immagine olografica, in piedi in tuta blu
oltremare di fronte a una parete insonorizzata — non ricordi che avevamo
appuntamento in mensa?
Aureliano
si passò una mano nei capelli con un gesto stanco.
—
Ho lasciato un messaggio al tuo numero. Non hai ascoltato? Mi hanno cambiato di
turno, il collega ha marcato visita per intossicazione alimentare. Idrocarburi
nell’ultima partita di kombu di serra.
Un
impiegato con una lampadina luminosa incastonata fra gli occhi si affacciò
dalla porta della cabina di Astrid. Lei gli fece cenno di aspettare.
—
E quando potremo vederci, allora? — domandò a Aureliano — domani sera, alla
Quinta lega Edilizia? Luzi Bianchi si sottoporrà alla macchina della verità.
Aureliano
si guardò a disagio la punta delle scarpe.
—
Domani ho il corso di geografia linguistica — rispose — sarei libero
stasera.
Astrid
batté le ciglia, disorientata.
—
Ho la riunione del mio circolo di qualità — rispose — te l’avevo detto,
non ricordi? L’investitura di Armando.
Aureliano
sospirò. — Scusa, avevo dimenticato. Miss Segreteria?
L’impiegato
dalla lampadina batté contro il vetro della cabina. Astrid incrociò le
braccia, ignorandolo.
—
Non mi piace il modo in cui lo dici — rispose ad Aureliano — se non approvi,
fallo apertamente per favore.
Aureliano
rovesciò gli occhi. — Senti, nessuno ti obbliga a vedermi se non vuoi — le
disse — Se sei così suscettibile, richiamami tu quando sarai libera.
Astrid
annusò il pericolo. L’impiegato accese la lampadina puntandogliela negli
occhi attraverso il vetro. Mostrandogli il dito medio sollevato, Astrid si
schiarì la gola.
—
Non fare così — disse ad Aureliano — sei sempre arrabbiato. Sai che non fa
bene al morale: piuttosto, ti piace il mio tailleur?
Aureliano
deglutì guardando la sua microgonna. Annuì. — Senti, il mio personal sta
tossendo, devo andare.
Astrid
sorrise. — Ti chiamo io — e gli inviò un bacio con le dita. Nell’uscire
dalla cabina, montò con tutto il proprio peso sul piede dell’impiegato della
lampadina, che spalancò la bocca incredulo, arrossendo di dolore.
Astrid
si allontanò con lo zainetto trasparente sulla spalla, senza curarsi più di
lui.
*
* *
Ingorgo
sul IV montante Est. Sovraccarico di tecnici e operai in fine turno, il
convoglio arrancava lungo la pendenza al 20% della facciata esterna con un
cigolio di cavi metallici. Astrid si manteneva aggrappata alle maniglie centrali
con i guanti di skai dorato, bilanciandosi con i piedi leggermente
divaricati. Tecnici con le uniformi delle rispettive divisioni e operaie in tute
blu impreziosite da inserti di microchip e lunotti termici per abbigliamento
dormivano appoggiati ai vetri, stanchi dal lungo spostamento dagli appartamenti
al luogo di lavoro.
Astrid
masticava una cartina al bergamotto, osservando la pioggia polverosa battere
contro il soffitto di plexiglas del convoglio. Lanciava sguardi distratti
all’olografia di Trudie Jones sospesa a intervalli di una decina di metri
nella corsia centrale del cabinato; stava eseguendo una complicata danza in
topless da dervisci tourneurs, ma la musica era così bassa che la figurina alta
venti centimetri attraeva appena l’attenzione dei passeggeri.
L’intercom
di Astrid squillò piano. Infilò le dita guantate nell’imboccatura dello
zainetto estraendolo.
Era
Nelson Garibaldi, il suo capo ufficio.
—
Astrid? — domandò un attimo prima che lei autorizzasse la propria immagine
— per l’amor di dio, cosa fai ancora lì? Fra 32 minuti ha inizio la
riunione del circolo, il console sta per arrivare e tu sei ancora in viaggio?
Dove ti trovi, per l’amor di dio?
Astrid
guardò fuori dai vetri incrostati.
—
Vedo il boccaporto di uno sfiatatoio di profondità. Mi pare di leggere il
numero 4, ma non ci giurerei.
Nelson Garibaldi batté le ciglia. — Mi prendi in giro? “Mi
pare...” “Non ci giurerei...” Ti sembrano risposte appropriate?
Due
operaie stavano sorridendo mentre la guardavano.
—
È miss Segreteria generale dell’anno scorso — disse piano la meno bella, ma
Astrid sentì.
—
Sta piovendo a intensità tre — sospirò Astrid — non riesco a vedere bene
all’esterno. Ma se si tratta dello sfiatatoio 4, entro dieci minuti arriverò
al livello Informatica. Prenderò il primo convoglio di continuità per
l’interno, ed entro venti minuti da adesso sarò lì.
Garibaldi
roteò gli occhi come in preda a un attacco epilettico.
—
Venti minuti? — disse — per l’amor di dio, non potevi prendere un
continuità ai livelli bassi, e risalire in ascensore dal centro?
—
Miss Segreteria generale? — disse l’operaia meno brutta, sempre sottovoce ma
sempre facendosi sentire — vuoi dire quella del nudo integrale?
—
Ora vedo meglio — mentì Astrid all’intercom — è davvero il 4. Diciannove
minuti e sono lì. Non potevo seguire un altro itinerario: a quest’ora i
convogli di continuità nei piani della Produzione sono sovraffollati per la
fine turno. Ci avrei messo delle ore.
Il
capo ufficio scomparve dal display, forse irritato o forse svenuto. Astrid
ripose l’intercom e si spostò di taglio verso una delle porte d’uscita del
vagone. Le operaie stavano ancora ridendo, fingendo di ignorarla, ma quando passò
accanto alla meno brutta Astrid si chinò su di lei dicendole all’orecchio:
— Con quella faccia da pompini, ne devi avere di peli sulla lingua...
La
ragazza arrossì, scattando irritata, ma Astrid si era già dileguata nella
folla dei tecnici. Scese alla prima stazione, prendendo un circolarità verso
ponente, ricordando che nei piani alti della divisione Meccanica i turni di
lavoro erano sfalsati di un’ora rispetto alla media della Torre.
*
* *
Arrivò
ugualmente in ritardo. Lo sfiatatoio di profondità numero 5 aveva subito una
perdita di pressione all’altezza del Logistico: una decina di sezioni
abitative erano state evacuate, e Astrid si ritrovò in controcorrente al centro
di un flusso migratorio di impiegati che sbadigliavano e operaie spettinate,
irritati per essere stati cacciati di casa all’ora del riposo.
Quando
raggiunse il circolo di qualità, 42 piani più in alto, poté vedere la
radiazione velenosa dell’irritazione del suo capo ufficio attraverso le
pareti. Sgusciò all’interno del giardino catalano che riceveva luce
direttamente dall’esterno, essendo la sede del circolo vicina alla sommità
della Torre. Camminò rasente le pareti per passare inosservata tra la folla
convenuta per l’investitura di Armando Armondi, pensando a una scusa più
plausibile dalla minaccia di un’esplosione di profondità per il suo capo.
Era
quasi riuscita ad aggirarlo per andare a salutare immediatamente il Console,
quando Allegra Armondi la bloccò contro un ficus benjamin dall’aspetto
ipocondriaco.
—
Astrid, eccoti qua! — strillò la collega con un sorriso simile a un lampo di
magnesio — dove eri finita? Garibaldi stava per lanciare nella rete un
selezionatore di posizione per rintracciarti, giù nella Torre.
Astrid
le sorrise desiderando di ucciderla. Nelson Garibaldi, il suo capo ufficio, si
voltò pallido in volto e la vide. Scivolando sul pavimento, le afferrò un
braccio trascinandola verso la luce diretta del lucernario.
—
Dove cazzo eri finita? — domandò a denti stretti cercando di sorridere agli
ospiti degli altri uffici — spero per te che una squadra di edili abbia
tentato di stuprarti, perché in caso contrario qualsiasi altra scusa ti varrà
un mese di spunta scartati.
—
Ti spiegherò, capo — rispose Astrid incollandosi al braccio di Nelson,
nauseata dalla minaccia — non dipende assolutamente da me.
—
Quell’onanista del tuo scienziato — replicò Nelson scuotendo il capo —
cosa ha fatto, ti ha portata a cena in una pizzeria al taglio della Base?
Allegra la salutò da lontano con uno sfarfallio delle dita,
appoggiandosi alla spalla del fratello tutto preso dalla cerimonia
dell’investitura. “Brutta troia” pensò Astrid “l’hai fatto apposta.
Bastava raggiungere il console e Nelson non avrebbe avuto il coraggio di tirarmi
in disparte. Prima della fine dell’investitura, avrebbe già dimenticato il
mio ritardo.”
Il
console arrivò in mezzo a uno
sciame di postulanti. Il brusio crebbe; impiegati e impiegate della segreteria,
più numerosi capi reparto della Produzione e delle Risorse, tutti vassalli di
Nelson Garibaldi, circondarono a semicerchio Armando e il console.
Astrid
si ritrovò libera, perché il capo scivolò veloce al fianco del console.
Qualcuno levò l’audio all’olo di Trudie Jones, che rimase a ballare in
silenzio nella fosforescenza dell’angolo più buio, alle spalle degli
invitati.
Allegra
le lanciò un sorriso dal gruppo dei capi ufficio di bassa Segreteria. “Sei
vestita come una troia” pensò Astrid, sezionando con lo sguardo la giacca di
rosso lucido, laccato, e la minigonna di breitschwanz nero sicuramente
finto.
Il
console fece largo intorno a sé con la sola presenza. Era un uomo sui 60, magro
e alto, con una camicia di seta lavata e un vestito di marca.
Astrid
si spostò a piccoli passi nella folla verso la luce esterna. La maggioranza
degli impiegati e tecnici, lavorando e risiedendo nelle viscere della Torre,
soffrivano di agorafobia alla semplice esposizione della luce esterna; ma per
chi abitava e lavorava ai piani alti come Astrid era motivo di orgoglio
dimostrare dimestichezza con l’illuminazione naturale. C’erano addirittura
impiegate e impiegati dell’alta amministrazione, diretti vassalli dell’A.D.,
che sfoggiavano una discreta abbronzatura poiché per diversi mesi all’anno i
loro uffici si trovavano al disopra della pollution skyline. Al contrario
Astrid, come l’immensa maggioranza dei dipendenti della Torre, aveva viso e
gambe bianchi.
Cominciò
a sentirsi stanca. Si rese conto che il console aveva già cominciato a
introdurre la cerimonia di investitura, affiancato dal vescovo della Segreteria
generale. Armando Armondi, il fratello di Allegra che stava per prestare omaggio
a Nelson Garibaldi in qualità di suo vice capo ufficio, era inginocchiato su
uno scranno di porpora. Un tecnico della Scientifica, vassallo di Nelson, aveva
appena finito di tarare il terminale di rete per la cerimonia.
L’olografia
di Trudie Jones era scomparsa. Allegra sorrideva con 32 denti perfetti alla luce
stroboscopica di una felce gigante. Astrid vide il lucido della giacca di
spalmato all’altezza del suo seno; si era fatta operare dallo stesso
nanochirurgo cyborg di Astrid, passando da una II misura che andava di moda il
semestre precedente a una IV abbondante.
Astrid
la odiò con tutte le sue forze. Sapeva che Allegra aveva intercettato una sua
conversazione con Aureliano nella quale aveva confidato il nome
dell’estetista, precipitandosi dallo stesso specialista, il migliore della
Torre: un ricercatore cyborg dei piani bassi del Controllo scientifico.
L’immagine
olografica dell’A.D. Silvio Sereno si era materializzata a fianco del vescovo
e del console; dalla parte opposta apparve Trudie Jones in abito da cerimonia:
un tailleur nero scollato, indossato a pelle, con frange di vere perle alle
tasche e un girocollo di nove avvolgimenti di frammenti di giada.
—
Armando Armondi, della sezione Pianificazione, IX divisione, sottoufficio
Autorizzazioni, giuri fedeltà al capo ufficio Nelson Garibaldi della divisione
IX? — recitò il console.
Armando
balbettò qualcosa di inintelligibile, poi giunse le mani all’altezza delle
labbra. Nelson Garibaldi gli si avvicinò con solennità, prendendo le sue mani
fra le proprie a coppa, quindi lo aiutò ad alzarsi e abbracciandosi si
scambiarono baci sulle guance e sulla bocca.
Il
vescovo dette inizio agli applausi. Qualche secondo dopo anche l’olo
dell’A.D. e di Trudie Jones si unirono agli applausi, con un lieve ritardo
dovuto a mancanza di sincronia nella cerimonia. Il capo ufficio fece un gesto al
tecnico della rete: era il momento di Allegra. Nelson l’avrebbe chiamata a
innestare l’ago nel sistema domestico del fratello.
Nelson
fece un gesto alla folla di invitati che si allargò. Astrid si trovò a
guardare direttamente negli occhi il suo capo ufficio.
Allegra
impallidì.
—
La trasmissione della conoscenza — disse solennemente il vescovo, e Nelson
Garibaldi fece un inequivocabile gesto di invito a Astrid.
“Non è possibile” pensò lei incredula, raggiante per lo sgarbo che
il capo stava facendo a Allegra.
Scivolò
con le suole sul pavimento. Nelson la prese per mano conducendola dal vescovo,
che aprì per lei la teca del mansionario microelettronico.
Un
brusio si alzava dagli invitati, che non avevano mancato di notare
l’infrazione all’etichetta. Innanzitutto, Allegra era la sorella dell’accommendato,
in secondo luogo una sua pari grado essendo vice capo del sottoufficio
Controprove, mentre Astrid era una semplice impiegata di 1^ categoria.
L’ago
era nelle sue mani, appoggiato sul velluto della custodia. Armando era talmente
impaziente per l’investitura da non rilevare il fatto che fosse Astrid a fare
da valletta.
—
Per mezzo di questo innesto, io ti fornisco la conoscenza delle procedure del
sottoufficio Autorizzazioni — disse Nelson Garibaldi facendo nel contempo
cenno ad Astrid di avvicinarsi.
Armando
chinò il capo, piegandolo di lato, dopo essersi inginocchiato nuovamente sullo
scranno. Nelson gli sollevò i capelli dietro l’orecchio destro, e Astrid
individuò la presa dell’innesto neurale. Sfilò con precauzione l’ago, con
mani tremanti, e lo fece scivolare nella guida di metallo inserita nella
corteccia cerebrale di Armando.
Dopo
un secondo di silenzio assoluto, il vescovo batté la mani imitato da tutti,
tranne gli olo dell’A.D. e della sua compagna. Astrid sentiva girare il capo,
si ritrovò accantonata dalla folla che si stringeva intorno al neo vice capo
ufficio, commosso, mentre Allegra pallida la guardava dalla soglia a denti
stretti.
—
Chi era la valletta? — domandò un capo reparto con le mostrine della
divisione Alimentare.
—
Astrid Maria Guerra — rispose l’impiegato che gli era vicino — miss
Segreteria generale dell’anno scorso. Ricordi il nudo integrale?
Astrid
era euforica per la vittoria su Allegra, ma non abbastanza da non udire la breve
conversazione.
*
* *
Nelson
Garibaldi fermò l’ascensore al piano dove abitava, Astrid vide il numero sul
contatore e si sentì improvvisamente molto stanca.
—
Adesso? — domandò — non potremmo fare un’altra volta?
L’uomo
la prese sottobraccio accompagnandola fuori, nel corridoio circolare secondario
della zona residenziale.
—
No, non possiamo — le disse all’orecchio — è da quando sei arrivata al
circolo che mi preme. Sapessi quanto mi ha caricato vedere tutti quei finocchi
che ti guardavano le gambe, all’investitura.
Aprì
la porta del suo appartamento e Astrid entrò gettando lo zainetto su una sedia
anatomica, nel soggiorno. Avrebbe dovuto immaginare la ricompensa che avrebbe
preteso quando aveva chiamato lei a fare da valletta, invece che Allegra.
—
No, non c’è bisogno — disse Nelson vedendo che lei cominciava a sbottonarsi
il tailleur — oggi sono in vena di fantasie.
“È questo che mi preoccupa” pensò Astrid. L’uomo aprì il
cassetto dei miracoli e ne estrasse un paio di manette.
—
Avresti dovuto vedere la faccia di Allegra quando hai chiamato me — gli disse
riabbottonandosi la giacchetta.
—
L’ho vista — sogghignò lui — voglio dire, ne valeva la pena anche
solo per quella.
Astrid
sfilò i guanti gettandoli accanto allo zainetto.
—
“Non vorrei che tu ti fossi compromesso davanti al vescovo. Forse sarebbe
stato meglio fare quello che si aspettavano tutti.
—
Pensi che avrei potuto fare una cosa simile senza la approvazione preventiva del
vescovo e del console?
Astrid
rise. — D’ora in avanti, Allegra ce l’avrà a morte con me, temo. E ti
confesso che questo mi carica da morire.
—
Penso che quella ragazza sia eccessivamente presuntuosa — rispose il capo —
ma da me avrà il fatto suo.
Astrid
si appoggiò all’indietro sul letto, sdraiandosi.
—
Coraggio — disse rassegnata — cosa hai in mente adesso? Miele? Crema di
cioccolato? Panna montata? Basta che tu non insista con quel gioco idiota delle
banane...
Nelson
ostentò un sorriso serafico. Se Astrid non lo avesse conosciuto anche
nell’intimità, l’avrebbe detto un buon padre di famiglia.
—
E invece ho una sorpresa per te — disse arretrando verso l’angolo cucina —
qualcosa che ho trovato in una boutique solo dodici piani più in basso.
Astrid
si rimise a sedere.
—
Che cos’è? gli gridò dietro.
A
volte il capo le portava regali costosi: qualche perla che faceva montare su
argento, un mobiletto laccato da tenere in soggiorno, del tessuto costoso per
farsi un tailleur. Altre volte invece le aveva portato idiozie incredibili, tipo
una mammella di silicone da usare come fermacarte.
Garibaldi
ritornò con una scatoletta di cartone piatta, rovesciandone il contenuto sul
letto accanto ad Astrid.
—
Che cosa...? — disse lei guardando le bustine pressate, grandi come la falange
di un pollice — Profilattici? È questa la sorpresa, capo?
Raggiante,
l’uomo lacerò con le unghie una confezione svolgendone il contenuto.
—
A che diavolo servono dei profilattici colorati? — domandò Astrid
quando vide il porpora cupo del prodotto.
—
Non sono colorati — rispose entusiasta il capo ufficio — sono anche saporiti.
Questo ad esempio è ai frutti di bosco!
Astrid
si sentì smontare. Invidiò le segretarie che trovavano un superiore senza
manie sado-maso- alimentari.
—
Che bella sorpresa — disse con un sospiro.
*
* *
—
Si ripresenta al concorso anche quest’anno?
Astrid
sollevò lo schermo oculare dalle tempie; un uomo di mezz’età vestito con un
elegante completo verde oliva si era seduto accanto a lei nel continuità. Lo
conosceva di vista, le sembrava fosse un capo reparto del Controllo edilizio.
—
Sì, anche quest’anno — rispose prudente — si riferisce al concorso di
Miss Segreteria, vero?
L’uomo
annuì. — Certo che lei potrebbe vivere di rendita per qualche anno — insisté
— chi penserebbe di votare per un’altra dopo il suo exploit dell’anno
scorso?
—
Troppo gentile — rispose Astrid con un sorriso forzato. Qualcuno in piedi nel
corridoio del convoglio tendeva l’orecchio alla loro conversazione. Il
continuità trasversale del 164° piano era più che affollato a quell’ora.
—
Cosa sta leggendo di bello? — il capo reparto le si strinse contro sul sedile.
—
La teoria del pachiderma — rispose Astrid mostrandogli la custodia del
microchip, “E come vorrei continuare a leggere invece di risponderti,” pensò.
—
Meraviglioso! — esclamò l’uomo a voce alta — acuto, ingegnoso,
perspicace. Filosofico! Permetta di presentarmi: sono Aaron Giusti. Sta uscendo
all’esterno?
Astrid
si rassegnò. — Un amico ha insistito, oggi è uno dei pochi giorni senza
pioggia né sole sulla superficie di ponente.
Aaron
annuì con passione. Il convoglio si fermò rapidamente, scambiando una massa di
passeggeri. — Esce con il suo amico, all’esterno?
“Qui ti volevo” pensò Astrid.
—
Sì — rispose invece sorridendo raggiante.
Aaron
si passò la lingua sui denti.
—
Eeee... questo amico lo vede anche stasera? Perché in caso contrario potremmo
fare un salto insieme al circolo di qualità della Quinta lega edilizia. Luzi
Bianchi si sottoporrà alla macchina della verità.
Astrid
si alzò in piedi.
—
La prossima fermata è la mia. Ci vediamo, Aaron, mi ha fatto piacere conoscerti
— e gli strinse la mano senza neppure sfilarsi il guanto.
Aureliano
era ancora al lavoro, ma la aspettava. Non fece una piega quando vide il suo
pull a collo alto rosso fiamma e la minigonna dello stesso colore.
—
Non sei ancora pronto? — gli domandò lei notando la tuta blu cobalto mentre
si sfilava i guanti — avevamo appuntamento, ricordi? Sono la tua amica Astrid,
Astrid Maria Guerra...!
—
Scema — disse Aureliano — certo che ti aspettavo. Ho appena fatto una doccia
in laboratorio, sono pronto.
Montarono
sul primo continuità per l’esterno, ancora affollato. Stretti uno contro
l’altra al punto da non potersi quasi muovere, in piedi nella folla del
vagone, Astrid gli si aggrappò alla spalla notando il profumo di sottobosco
umido del suo barbour: lo stesso odore della riproduzione ossigeno, all’ultimo
piano della divisione Scientifica/produzione, dove migliaia di tonnellate di
alghe maceravano in smisurate vasche idroponiche.
Una
serie di scale mobili e tapis roulant li trasportò fuori dalla porta
Orsaminore, venti piani più in basso dello sfiatatoio di profondità numero 6,
guardata a vista da una squadra di cyborg della Risorse. L’esterno della Torre
sembrava un formicaio: sotto un cielo aperto, altissimo, di nuvole nere striate
da fratture di luce violenta un incredibile termitaio di gente sciamava fra gli
stand del mercato improvvisato, che sorgeva dal nulla nei pochi giorni in cui
era possibile uscire dalla Torre senza rischiare un tumore alla pelle o la hard
rain. Astrid strinse gli occhi, sempre aggrappata alla spalla di Aureliano,
per guardare in su verso la sommità della Torre, ma si trovava al di sopra
della pollution skyline.
—
Vertigini? — le domandò Aureliano.
Seguirono
il flusso di gente nel mercato alimentare. L’odore di fritto mescolato a
quello dell’aria aperta aveva un effetto euforizzante su Astrid. Avrebbe
desiderato una ciotola di panna montata, ma Aureliano disse che era rischioso
per le intossicazioni. Le comprò un cartoccio di zampe di rana fritte e una
china gassata.
Scesero
verso il mercato meccanico, mentre lo sfiatatoio 6 prendeva attività con un
rombo vibrante sopra di loro. Aureliano girò fra i banchi di vecchia merce di
recupero accatastata su fogli di cerata gialla o verde, curiosando o forse
cercando qualcosa per il suo lavoro.
—
Certo che siamo una bella coppia, noi due — gli sussurrò Astrid
all’orecchio, senza mollarlo un attimo.
—
Saremmo una bella coppia — rispose lui.
“Oh
no, non voglio ricominciare la solita discussione” pensò Astrid.
—
Non dipende da me — rispose ugualmente, osservando i terribili parka fuori
moda di due donne davanti a un banco di radiatori domestici di recupero.
Aureliano
la prese per mano, tirandola con gentilezza di fianco a una baracca di crêpes.
Le sfilò i guanti, rimboccandole appena la manica del pull di lana.
—
Vedo che hai di nuovo festeggiato a modo tuo l’investitura del nuovo vice capo
ufficio — le disse con sarcasmo mostrandole gli anelli rosa lasciati dalle
manette sui polsi.
Astrid
strattonò via la mano dalle sue, ricoprendosi. — Ne abbiamo già parlato. Io
non riesco a vedere contraddizione, è quello che fanno tutte le segretarie. Non
comprendo come tu possa essere così possessivo, hai una mentalità medievale.
Aureliano
si strinse nelle spalle. — Hai ragione, è inutile parlarne. Passiamo di qua,
vendono chip di seconda mano.
Astrid
sollevò il collo del pull fino alla bocca, abbottonando la giacca corta di lana
perché si era alzato un vento insidioso. Una serie di casse acustiche facevano
musica nel reparto elettronico. Un giovane deforme con un esoscheletro li superò
coraggiosamente, attento a non infilare i piedi di metallo nel cemento sconnesso
dove prosperava l’acqua torbida della pioggia.
—
Grande! — esclamò Astrid riconoscendo la copertina di un chip — La
teoria del pachiderma, lo sto leggendo in questi giorni. Ti interesserebbe
senz’altro.
Aureliano
si strinse nelle spalle.
—
Già letto — rispose — andiamo verso la musica, ti spiace?
—
“Già letto?” — disse Astrid — e me lo dici così? È fantastico! Ci
sono cose che non capisco, potresti spiegarmele tu.
—
Sempre ammesso che abbiamo seguito lo stesso percorso ipertestuale — rispose
lui — peccato, speravo ci fosse qualcosa degli anni Novanta, ma forse è
musica per collezionisti.
—
E ti è piaciuto? Il libro, voglio dire.
Aureliano
si strinse nelle spalle, a disagio. — Quando mai è capitato che qualcosa che
tu adori piacesse anche a me?
—
Oh no, dai! — esclamò Astrid con una smorfia incollandoglisi di nuovo addosso
— ma questo è fantastico! — ricordò le parole di quell’idiota chiamato
Aaron nel convoglio di continuità — acuto, ingegnoso, perspicace. Filosofico!
Aureliano
sorrise alle sue smorfie. “Sciogliti!” lo incitò mentalmente Astrid “ti
ordino di fermarti qui e baciarmi sui due piedi!”
— Vogliamo sederci? — domandò invece lui.
Avevano raggiunto una sorta di anfiteatro rovinato, dove l’apertura
esterna di una porta era stata chiusa diversi anni prima quando il clima esterno
era notevolmente peggiorato. Una vera a propria folla stava seduta a guardare il
panorama: un raggio di luce ampio alcuni chilometri perforava la crosta di
nuvole colpendo direttamente un’altra Torre qualche decina di chilometri più
a ovest, un cono appena regolare contro lo sfondo tumefatto del cielo.
Astrid
estrasse dalla borsetta due fazzoletti di cerata per sedersi. Abbracciò
Aureliano posandogli la testa sulla spalla.
—
Dimmi che ci vediamo stasera — gli sussurrò all’orecchio rabbrividendo
perché faceva più freddo — non potresti rimandare il corso di geografia
umanistica?
—
Linguistica — precisò Aureliano — comunque, il mio appuntamento è saltato.
La rete ha dedicato un migliaio di nodi in più alla trasmissione di Luzi
Bianchi, escludendo tutti i corsi di recupero nella fascia serale.
—
Oh, ma che fortuna! — esclamò Astrid strattonandogli il gomito — volevo
dire che peccato, mi spiace che tu non possa seguire il corso di
geografica economicistica. Pensi che potremmo vederci? Ho un invito per la
macchina della verità di Luzi Bianchi dal vivo.
Aureliano
chiuse gli occhi.
—
Lo sai che questi spettacoli... — accennò.
—
Oh, ti prego! — lo esortò Astrid posandogli una mano guantata sulla
bocca per imbavagliarlo — non dire di no almeno stavolta, o mi toccherà farmi
accompagnare da qualche testa di cazzo dell’ufficio. Almeno stavolta!
Aureliano
espirò, sorridendo e scuotendo il capo.
—
Sia chiaro che non seguirei quello spettacolo disgustoso per nessun’altra
ragione al mondo — rispose.
Astrid
lo abbracciò e baciò sulla guancia. — Grazie! E poi — aggiunse più piano
al suo orecchio — il mio appartamento è così vicino alla Quinta lega
edilizia...
Aureliano
seguì con gli occhi una operaia con la divisa della Scientifica/risorse che
passò davanti a loro guardandolo con un sorriso evidente.
—
Prima di seguirti nel tuo appartamento voglio vedere sparire definitivamente
quei segni rossi che hai ai polsi e alle caviglie — rispose Aureliano.
—
Alle caviglie? — disse Astrid osservandosi di scatto i piedi — si vede così
tanto? E poi, chi era quella stronzetta che ti sorrideva? Ha accorciato di dieci
centimetri la gonna della divisa. Non dovrebbero permetterlo, giù alle Risorse.
—
Torniamo ai micro? — domandò Aureliano alzandosi — voglio trovare qualcosa
di interessante da leggere.
Astrid
balzò in piedi per seguirlo.
—
Promettimi che ti comporterai bene con me — disse per farsi sentire dai vicini
— non si mette incinta una ragazza della mia età piantandola così a se
stessa.
Parecchie
teste si voltarono per guardarli. Aureliano non raccolse la provocazione.
—
Per caso c’era qualcuno del tuo frankpledge nei dintorni? — le domandò —
ti piace troppo camminare sul filo del rasoio, Astrid. Attenta a non cadere, la
lama potrebbe tagliarti in due.
*
* *
Sollevando
appena il piede, Astrid sfilò il guscio del tacco alla scarpa destra in pelle
bianca, con lunghi lacci e punta di vernice nera. Tenendosi ritta in mezzo alla
folla gomito-a-gomito, posò con cura l’anima di ferro del tacco sul piede
della segretaria accanto a lei, che da almeno dieci minuti la spingeva verso
l’ingresso del circolo della Quinta lega edilizia.
La
segretaria aprì la bocca dallo stupore, strabuzzò gli occhi e strillò per il
dolore. Aureliano si voltò preoccupato. — Che succede?
Astrid
lo afferrò per il gomito trascinandolo in fretta nel varco lasciato libero
dalla segretaria che era caduta a terra.
—
Un malore, probabilmente. Sai com’è, con questa folla — disse rimettendo a
posto il tacchetto.
Ma
Aureliano notò il gesto. — Cos’è, un altra novità degli spacci di
autodifesa impiegatizia?
Astrid
sorrise e gli batté le ciglia. — Un piccolo omaggio che ci siamo fatti
noialtri del frankpledge. Sapessi quanto è utile! Mi rincresce solo che ce
l’abbia anche Allegra.
Due
corpulenti operai del servizio d’ordine edile stavano controllando gli inviti
che permettevano accesso al circolo. Quando venne il loro turno, Astrid allungò
la cartina magnetizzata; l’operaio, che portava una telecamera allacciata
sopra l’orecchio sinistro, aprì la mano destra dei due per fotografare
l’impronta digitale, poi li lasciò entrare.
— L’organizzazione logistica quaggiù alla Produzione è invidiabile
— constatò Astrid quando entrarono nell’ampio anfiteatro del circolo di
qualità.
Torrenti
di spettatori ordinati stavano affluendo giù dalle scale mobili e lungo i
tapis-roulant orizzontali. Numerosi operai del servizio d’ordine controllavano
che tutto avvenisse senza incidenti. Due unità di pronto intervento
antisommossa, con uniformi della divisione Alimentare/produzione, stazionavano
all’erta a fianco della macchina della verità, inquadrate da due ufficiali
cyborg.
Astrid
e Aureliano sedettero sulle loro anatomiche, estremamente comode. Provarono il
collegamento di rete nella presa neurale dietro l’orecchio, schermandosi gli
occhi con le mascherine in dotazione.
Una
serie di immagini di Luzi Bianchi li accolse al loro ingresso nel circuito
chiuso. Erano le stesse immagini immesse in rete in tutta la Torre, il programma
che aveva rimandato le lezioni della fascia serale e permesso ad Aureliano di
accompagnare Astrid.
Finalmente,
dopo qualche minuto, la sala fu piena. Il collegamento scomparve, gli spettatori
sfilarono le prese sollevando di qualche grado l’inclinazione delle poltrone.
—
Oh no, questa non ci voleva — esclamò Astrid vedendo che il suo capo ufficio,
Nelson Garibaldi, era seduto due file più in basso.
—
Il tuo pigmalione — disse Aureliano con una smorfia illeggibile.
—
Il mio che? Che vuol dire?
Aureliano
le fece un cenno del capo. Astrid seguì il suo sguardo e vide...
—
Ciao, bellissima — le sorrise Allegra Armondi, appena al di là del corridoio
della scala mobile.
“Sapevo che non sarei dovuta venire” pensò allora Astrid, ma in
quel momento iniziò la musica e il volto del presentatore apparve sullo schermo
a parete in fondo all’anfiteatro.
—
LUZI BIANCHI! — gridarono gli altoparlanti. Lo schermo si frazionò in
quattro: i volti di Luzi, del presentatore (Astrid non riusciva a ricordare il
suo nome), dell’A.D. Silvio Sereno e di Trudie Jones.
—
LUZI BIANCHI SI SOTTOPONE AL LIE-DETECTOR! TUTTA LA VERITÀ SULLA SUA STORIA CON
SILVIO SERENO! TUTTA LA VERITA’ SULLA SUA AMICIZIA CON TRUDIE JONES! LUZI
BIANCHI AL LIE-DETECTOR, QUESTA SERA AL CIRCOLO DI QUALITA’ DELLA QUINTA LEGA
EDILIZIA!
Astrid
cominciò a saltare sul suo sedile battendo le mani, come quasi tutti nel
salone. Si sentiva carica, e cercò di trasmettere la propria energia a
Aureliano.
—
Eccola! — strillò quando Luzi Bianchi uscì accanto alla macchina della verità.
Lo
schermo amplificò un primo piano della diva, che salutò il pubblico. Il
presentatore invitò ad allacciare il collegamento neurale per seguire gli
impulsi corporali di Luzi, mentre il suo volto sarebbe apparso unicamente sullo
schermo e le sue risposte per amplificazione acustica.
—
Disgustoso — le sillabò Aureliano sorridendo.
Astrid
lo abbracciò e baciò.
—
Voglio che Allegra scoppi di invidia — gli disse — se servisse, farei anche
l’amore con te davanti a lei. Non avrà mai un uomo come te.
Aureliano
puntò un dito su Nelson Garibaldi, che si era voltato a guardarli.
—
Lo faresti anche davanti a lui?
L’auditorium
scoppiò in un boato. Luzi era seduta alla macchina, lo schermo mostrò un primo
piano della presa neurale in collegamento. Alcune ragazzine in prima fila, con
vestitini che coprivano appena l’inguine, cercarono un’invasione del palco
ma gli uomini del servizio d’ordine le sollevarono bonariamente rimettendole a
sedere.
Le
luci si smorzarono lentamente. Due olografie gigantesche di Silvio Sereno e
Trudie Jones si materializzarono ai lati dello schermo.
—
Lucilla Bianciardi — disse il presentatore — cosa prova nei confronti di
Trudie Jones? È veramente sua amica? Come può sostenere di essere stata amante
dell’A.D. e rivendicare al tempo stesso amicizia con la fiancée?
Luzi
Bianchi chiuse gli occhi e arricciò le labbra rosse per darsi una parvenza di
sincerità. Astrid percepiva il battito del suo cuore e la sottile tensione
mentale attraverso il collegamento.
Scese
il silenzio.
—
Conosco Trudie da quando eravamo bambine. Fino a prima che lei diventasse la fiancée
dell’Amministratore delegato eravamo iscritte nello stesso frankpledge. Io mi
considero davvero sua amica.
Non vedo contraddizione.
—
Proprio come te e Allegra — ironizzò Aureliano.
—
Zitto! — sussurrò Astrid con un gesto perentorio.
—
Se Trudie Jones le domandasse di rinnegare quanto ha affermato — proseguì il
presentatore — a proposito della sua relazione con l’A.D., per non nuocere
alla sua posizione di responsabilità nella Torre, lei lo farebbe?
Sbalzo
negli indici. Luzi era in tensione.
—
Trudie Jones è un’amica. Dovrei ritrattare ufficialmente?
—
Oh, no, non farlo! — esclamò Astrid con le lacrime agli occhi. Il rumore di
fondo nell’anfiteatro crebbe.
—
Dovrebbe negare di fronte all’intera rete — incalzò il presentatore —
dire che i particolari dei suoi incontri erotici con Silvio Sereno erano
inventati, tratti dalla trama di uno dei suoi interattivi. Lo farebbe, se fosse
la sua amica Trudie Jones a chiederglielo?
—
Adesso dirà che l’amicizia è più importante dell’amore — disse
divertito Aureliano.
—
Zitto! — lo minacciò Astrid — sei un mostro. Neanche un po’
romantico.
Si
percepiva la tensione di Luzi Bianchi.
—
Piuttosto che perdere la sua amicizia, forse lo farei. Io amo Trudie, e
l’amicizia è un sentimento che a volte può essere più forte dell’amore.
Le
ragazzine in prima fila si sciolsero. Caddero in terra strappandosi i capelli.
—
Isteria collettiva indotta — commentò Aureliano — scusa se non volevo
venire, avevo torto: sono anni che non mi divertivo così.
—
Stronzo cinico — lo apostrofò Astrid con le lacrime agli occhi — mostro di
insensibilità. Taci o uso sul tuo piede il tacchetto di ferro.
—
Parliamo adesso dell’A.D. — intervenne il presentatore — davvero lei hai
fatto l’amore con l’uomo di Trudie Jones, l’amministratore delegato Silvio
Sereno? Davvero lei ha sedotto il primus inter pares?
Secondi
di silenzio tangibile. Astrid confuse il battito del proprio cuore con quello di
Luzi Bianchi.
—
Non è giusto parlare di una cosa così privata... — esordì Luzi — voglio
dire, dovrebbe rimanere fra me e Silvio...
—
Davvero lei ha fatto l’amore con Silvio Sereno? — ripeté insensibile il
presentatore.
Si
videro chiaramente le lacrime in primo piano sullo schermo a parete intera.
—
Sì. Ho fatto l’amore con l’amministratore delegato.
Un
ruggito della folla. Balzarono in piedi non soltanto le ragazzine che sembravano
svenute, ma anche metà dell’auditorio.
Il
lie-detector aveva accertato che Luzi Bianchi non mentiva. Era stata l’amante
dell’A.D. Silvio Sereno. Astrid si ritrovò in piedi sul sedile a gridare
mentre le luci ritornavano in sala. In quel momento le unità di pronto
intervento entrarono in azione sparando gas lacrimogeni e acqua sotto pressione
contro le migliaia di persone che cercavano di invadere il palco.
Manganelli
elettrici si materializzarono nelle mani degli operai del servizio d’ordine.
era impossibile udire altro suono al di sopra del ruggito sanguinoso della
folla. Astrid si sentì sollevata di peso da Aureliano, che la trascinò verso
una delle uscite. Squadre di operai allacciati in cordata, con maschere antigas
e tute da combattimento, tagliavano in sezioni la folla, balzando sugli
schienali delle poltrone a cominciare dal palco e verso le pareti per impedire
scontri.
La
massa umana si richiuse sopra di loro. La pressione sulle costole divenne quasi
insostenibile. Astrid sentì gli occhi schizzarle fuori dalle orbite ed ebbe un
vago sentore di gas rancido prima di perdere conoscenza.
*
* *
—
Appoggi la mano sullo schermo — disse l’operaio del servizio d’ordine.
Astrid
riusciva a malapena a vedere.
—
Ha un fazzoletto di carta? — domandò — mi lacrimano gli occhi.
Nelson
Garibaldi glielo porse sollecito. Né lui né Allegra erano stati colpiti dai
gas, mentre Astrid aveva un eritema irritante fra l’occhio destro e il collo,
e la congiuntiva violentemente infiammata.
—
Chi è il responsabile del frankpledge? — domandò l’operaio.
—
Questo è un controsenso — disse irritata Allegra — come può esserci un
responsabile unico del frankpledge? Il frankpledge risponde in solido per tutti
i suoi membri!
L’operaio
alzò uno sguardo stanco sulle gambe di Allegra.
—
Per favore, ho fretta. Dobbiamo identificare ancora migliaia di persone. Se non
aveste attaccato il servizio d’ordine, giù al circolo, non vi trovereste in
questa situazione.
—
Lascia stare — intervenne Garibaldi sbadigliando — dategli in fretta quelle
impronte. Ricordatevi che per questo hanno buttato giù dal letto e richiamato
dai turni di lavoro tutti gli altri.
Dopo
Astrid, sfilarono all’identificazione anche Allegra, suo fratello Armando,
Nelson Garibaldi e gli altri sei componenti del loro frankpledge.
—
Tutto in regola? — ironizzò infine Allegra — nessuno è fuggito verso
un’altra Torre. Siamo rimasti tutti fedeli all’Azienda.
L’operaio
abbassò sulle sue gambe uno sguardo di carta vetrata che avrebbe potuto
spellarle.
—
Siete esentati da presentarvi al controllo della settimana prossima — disse
con voce monotona — l’accertamento straordinario di oggi vale ad esonero del
prossimo frankpledge nella vostra sezione consueta.
Aureliano
aspettava fuori dai locali del servizio d’ordine, oramai da alcune ore. Era
occorso parecchio tempo ad alcuni membri del frankpledge di Astrid per scendere
dai piani alti.
—
Ah, lo scienziato onanista — disse Nelson Garibaldi guardando con gelosia
Astrid — che ammirevole fedeltà platonica. È rimasto ad attenderti tutto
questo tempo.
—
Che umiliazione — stava borbottando Allegra mentre infilava la giacca di
laccato rosso — controllati dagli operai edili, ma vi rendete conto?
Senza
rispondere alla provocazione del capo ufficio di Astrid, Aureliano la prese
sottobraccio conducendola verso il più vicino continuità.
—
Sono stanca morta — gli disse, sentendosi debole — accompagnami a casa,
vuoi?
—
Saliamo un attimo da me — rispose lui conducendola a un vagone distante dagli
altri — devo avere qualcosa per quella brutta irritazione al viso.
Astrid
si risvegliò alla fermata, quando Aureliano la scosse. L’ascensore era
praticamente deserto perché la fine turno più prossima era ancora lontana. 22
piani più in su arrivarono esattamente nel dormitorio Cabiria dove era il suo
appartamento.
—
Posso dormire qui stanotte? — domandò Astrid senza aprire gli occhi —
domani marco visita. Il capo era giù alla Quinta lega, ha visto bene in che
condizioni mi hanno ridotta.
Aureliano
tornò con un flacone anonimo. Vi intinse un nebulizzatore che utilizzò sulla
guancia di Astrid.
—
Che fresco — commentò lei rilassandosi — metti della musica, vuoi? Nelle
condizioni in cui sono, potresti approfittare di me senza che io possa opporre
resistenza.
—
C’è già qualcun altro che approfitta di te — commentò lui in un sospiro.
—
Hmm. Posso dormire nel tuo letto?
Aureliano
mise la musica a basso volume. Tornò da Astrid con una pipetta di collirio.
—
Spogliami — disse lei con il liquido rinfrescante sulla cornea.
—
Non ho pigiama — rispose lui — posso prestarti un mio pullover.
—
E chi porta il pigiama? — borbottò Astrid a occhi chiusi, sbottonandosi la
giacca doppiopetto del tailleur college.
—
Domani mattina starai meglio. Sicura che il fatto di dormire qui stanotte non ti
danneggerà agli occhi del tuo capo?
Astrid
sospirò. — Mi sento a pezzi. Come se mi si fossero sciolti gli occhi.
Sbottona qui dietro... Però ne valeva la pena, hai visto? Lo sentivo che
Luzi diceva la verità!
—
Manovre politiche — replicò Aureliano sbadigliando — ma devi proprio levare
anche la biancheria intima? Potrebbe essere freddo stanotte.
—
Metti la coperta endotermica. Sei veramente una persona cinica e antiromantica.
Alla Quinta lega ti sei comportato da cafone, come se non ti riguardasse il
dolore di Luzi Bianchi, e adesso te ne stai lì a guardarmi tutta nuda invece di
portarmi nel letto.
Gli
cinse il collo quando la sollevò tra le braccia. — Sei leggerissima — disse
senza sforzo Aureliano — sicura di mangiare abbastanza?
—
La mia dietista dice che ho tre etti e mezzo di troppo. E se tu mi sollevassi più
spesso, saresti abituato al mio peso.
Si
ritrovò sotto la coperta. Aureliano regolò la temperatura interna a 37° e
cominciò a spogliarsi.
—
Dormirò in soggiorno — disse.
—
Se accenni a farlo esco completamente nuda in corridoio e mi metto a strillare
che vuoi convincermi a fuggire dal frankpledge. Infilati sotto la coperta,
possibilmente vestito solo della presa neurale, e spiegami come fai a non
commuoverti per la storia d’amore di Luzi e Silvio.
Con
gli occhi chiusi, sentì dopo un minuto Aureliano che scivolava accanto a lei.
Per ricordarle cosa si erano detti quel pomeriggio, le prese una mano
carezzandole il polso arrossato.
—
Lascia perdere — le disse — ti arrabbieresti.
—
Lo esigo — rispose Astrid imbronciata, notando che riusciva a tenere gli occhi
aperti senza che lacrimassero — prima che mi addormenti.
Aureliano
sospirò. Scivolando verso di lui, sentì con soddisfazione che era davvero
svestito.
—
Si tratta di una manovra politica, ovviamente — le disse.
—
Ovviamente — rispose Astrid allungando il tentacolo di una mano per sondare se
lui indossasse biancheria intima.
—
La fazione interna che ha sostenuto fino ad ora Silvio Sereno è in difficoltà
— proseguì Aureliano come se non sentisse le dita di lei sulla pelle —
chiamiamola Linea-1. La tradizionale Linea-2, l’opposizione interna che raduna
i senatori della Scientifica/risorse e Scientifica/informatica è ancora più in
difficoltà. La Linea-1 è padrona indiscussa della rete e di tutti i mezzi di
comunicazione. Manipola le coscienze attraverso l’istruzione di base e la
gerarchia vassallatica.
Astrid
si voltò di lato, scivolando contro il fianco di Aureliano che era più caldo
della coperta. — Allora tutto bene — disse tanto per distrarlo.
—
Nient’affatto. La storia di Luzi Bianchi e della sua presunta relazione con
L’A.D. rappresenta la manovra di una nuova fazione emergente, chiamiamola
Linea-3, che nasce da una scissione nella linea dominante. Riunisce
trasversalmente quadri di tutta l’Amministrazione e della divisione Edilizia,
e mira a sostituire la persona dell’A.D. nel prossimo consiglio di
amministrazione.
—
Uh! — esclamò Astrid avanzando con il palmo della mano sul ventre piatto di
Aureliano, verso l’inguine, ma lui la intercettò afferrandole il polso e
rimettendolo a posto.
—
Quello che non ho ancora capito — proseguì come se niente fosse — è da che
parte stia il tuo pigmalione.
—
Ancora quella parola! — sbottò Astrid sentendosi meno stanca e più stimolata
— significa maiale, per caso?
—
Il fatto che fosse presente alla Quinta lega non significa nulla. C’era anche
Allegra Armondi, e si trovano oramai inequivocabilmente da due parti diverse
della barricata.
—
Uh... — esclamò nuovamente Astrid, che era riuscita ad arrivare con la mano
proprio dove voleva.
Aureliano
si irrigidì, ma non nel punto giusto.
—
Ti ho detto che non è il caso — disse asciutto — almeno fino a che
continuerai a portare quei segni ai polsi e alle caviglie.
Astrid
non fermò la mano.
—
Ma quella è un’altra cosa — disse con voce suadente — quando succede, è
come se la mia mente fosse altrove. È quello che fanno tutte le segretarie.
Aureliano
si voltò di lato, afferrandola per le spalle nude. Astrid dovette mollare la
presa a malincuore.
—
Ascoltami bene — le disse guardandola negli occhi — quell’uomo ti ha
scelta quando eri ancora bambina, giù al kindergarten. Quando avevi quindici
anni ti ha portata nel suo ufficio, ai piani alti della Segreteria generale. Gli
hai prestato omaggio, ti ha inserita nell’organico come sua segretaria e nel
suo stesso frankpledge, e quella sera stessa è venuto ad esigere lo ius primæ
noctis. Ti ha deflorata, e ha continuato a farlo per tutti questi anni con
invidiabile fantasia persecutoria. Se vuoi diventare adulta, Astrid, devi uscire
dalla sua tutela. Vieni a lavorare con me alla Scientifica, potremmo vivere
insieme qui, nel mio appartamento, oppure cercarne un altro più esterno come
piace a te.
Astrid
si morse le labbra, combattuta fra un certo compiacimento per la sua proposta e
la repulsione al pensiero di cambiare vita, di scendere di centinaia di
piani nelle viscere della Torre, di uscire dalla Segreteria generale per
sprofondare nei meandri della produzione.
Aureliano
sospirò, rassegnandosi. Astrid si voltò dall’altra parte, dandogli la
schiena.
Lui
si irrigidì ancora di più. Passò una mano sugli occhi, tremando.
—
Forse è meglio se dormo davvero di là — disse uscendo dalla coperta — ho
un’altra endotermica nell’armadio.
Astrid
rimase ancora sdraiata su un fianco, sola, piangendo in silenzio fino ad
addormentarsi.
*
* *
Quando
Astrid giunse al lavoro, il mattino seguente, tutti gli schermi del circuito
interno dell’ufficio trasmettevano le immagini dell’elezione di miss
Segreteria generale dell’anno prima.
“Oh, no!” pensò coprendosi gli occhi con la mano “sapevo che
avrei fatto meglio a non mettere naso fuori dall’appartamento di Aureliano
stamattina!”
Ma
non ce l’aveva fatta a sopportare la sua commiserazione. Al suo risveglio,
Aureliano era già uscito per il lavoro e lei si era rivestita con una garrota
d’emicrania alle tempie, aveva ingoiato acido acetilsalicilico in quantità
esorbitante ed era tornata nel proprio appartamento, a metà strada fra il
dormitorio Cabiria e l’ufficio, appena in tempo per cambiarsi d’abito.
—
Complimenti, Astrid, auguri!” — disse qualche collega.
I
maschi avevano sorrisi da-orecchio-a-orecchio, come sgozzati, mentre le colleghe
sembravano tutte reduci da un lifting facciale che impedisse di sorridere. Sullo
schermo, Allegra Armondi sfilava in tanga sulla passerella improvvisata fra i
tavoli del circolo di qualità della Segreteria generale. Mancavano solo due
esibizioni a quella famigerata di Astrid, entrata di prepotenza nella mitologia
aziendale della Torre.
Raggiunse
a passo svelto l’ufficio del capo mentre tre giganteschi schermi a parete
davano un’impressione di immersione totale nel salone del circolo.
—
Finalmente! — esclamò Nelson Garibaldi mangiandola con gli occhi — siamo
stati costretti a iniziare in anticipo la campagna per l’elezione di miss
Segreteria generale perché il console ha deciso che si svolgerà due settimane
prima del previsto. Le primarie fra i colleghi dei sottouffici Autorizzazioni,
Riscontri e Seconda spunta ti vedono in vantaggio di nove punti su Allegra. Se
ti impegni in una rigorosa campagna elettorale, penso che potresti vincere
persino nel suo sottoufficio.
Astrid
si sentì improvvisamente debole.
—
Ma capo, te l’avevo detto che avrei preferito non candidarmi quest’anno! La
divisione XIV presenterà Micaela Brundtland, non voglio rischiare uno scontro
con lei: è troppo perfetta!
Garibaldi
fece un gesto di sufficienza. — Sciocchezze. Tu hai il fascino della prosperità.
Ventidue anni di carne soda contro quella ninfetta ninfomane della XIV. Quanti
anni ha?
—
Diciotto — mugolò Astrid affranta — e ha una quarta naturale di
reggiseno.
Allegra
aveva terminato la sua passeggiata sullo schermo a parete. Apparve Tania
Fassino, miss III divisione, con un pareo di shantung e in topless. Le mani
degli spettatori tutto intorno, rivestite di guanti sensoriali collegati alle
prese neurali e al circuito interno del circolo di qualità, annaspavano
nell’aria per carezzare la carne levigata della concorrente.
—
Non ce la farò mai a rifare la tournée elettorale — si lamentò
Astrid sentendosi orribile — ieri sera mi hanno sparato addosso gas irritanti,
mi hanno caricata a forza in un continuità carico di gente in lacrime, hanno
gettato giù dal letto gli altri membri del mio frankpledge e stanotte non ho
dormito nel mio letto. Come posso affrontare le primarie nei sottouffici della
divisione?
—
Beh, per fortuna ieri sera il tuo finocchio non ti ha strapazzata, come farebbe
chiunque altro con le ghiandole a posto — replicò Nelson Garibaldi —
altrimenti te lo ricorderesti. Coraggio, hai appuntamento fra 11 minuti con
l’estetista convenzionato. Il coiffeur ti raggiungerà prima della
mattinata, e durante la pausa pranzo affronteremo i voti del sottoufficio
Riscontri.
Tania
Fassino uscì dalla passerella sullo schermo, sgusciando fra i guanti a rostro
degli spettatori.
—
È meglio che vada — disse Astrid girando sui tacchi perché sapeva che era il
suo turno. Ma voltandosi per uscire si trovò davanti tutti i colleghi che si
erano avvicinati silenziosamente affacciandosi alla porta per seguire la sfilata
sullo schermo panoramico.
—
Ohh! — fecero tutti trattenendo il fiato.
Astrid
sbirciò con la coda dell’occhio e si vide sulla passerella, completamente...
—
Permesso — disse affondando il gomito in un fianco, meditando seriamente di
usare il tacco segreto. Riuscì a sgusciare fra i colleghi, e rimettendosi a
posto i capelli raccolse la borsetta. Il garzone dell’estetista la stava
aspettando in corridoio.
—
Voglia seguirmi, mademoiselle — disse — c’è molto lavoro da fare
prima di pranzo.
*
* *
Aureliano
le spalmò l’emolliente sotto la pianta dei piedi.
—
Che fresco! — esclamò Astrid arricciando le dita — sapessi quanto ho dovuto
camminare! Ho vinto le primarie in nove sottouffici su dieci.
—
Entusiasmante — disse Aureliano con tono incolore, richiudendo il contenitore
dell’emolliente.
—
Ho questo nervo infiammato. Qua, all’interno della coscia: al sottoufficio
Verifica 3º hanno insistito perché ballassi un reggae sulla scrivania del
vice.
Aureliano
lesse l’etichetta su una stecca semirigida. La scaldò arrotolandola fra i
palmi delle mani, e quando fu morbida a sufficienza spalmò l’interno della
coscia di Astrid.
—
Parlami della Teoria del pachiderma — disse lei passandosi la lingua
sulle labbra — non mi hai ancora spiegato perché non ti è piaciuto. Tutta la
Torre impazzisce per quel libro!
—
Perché vuoi sempre farti del male? — rispose a mezza voce Aureliano senza
smettere di frizionare in circolo sulla sua coscia — poi ti arrabbi e dici che
sono un asociale.
Astrid
incrociò le dita e strabuzzò gli occhi. — Prometto di no. Giuro. Ti perdonerò
se dirai cazzate immonde.
—
Dovresti perdonare allora il tuo anonimo — rispose Aureliano cercando di
pulirsi i palmi delle mani — e poi, un autore che neppure ha il coraggio di
firmare la sua opera...!
—
Dai, ti prego! Adesso ti spiego quello che ho capito io. La Torre è una specie
di grosso pachiderma, un elefante o una balena piena di amebe.
—
Cirripedi — precisò Aureliano, sedendosi ai suoi piedi.
—
E noi impiegati, operai, tecnici e segretarie siamo quelle amebe... quei
cirripedi che vivono sul dorso della balena. La nostra è una simbiosi,
contribuiamo alla vita della Torre ricostruendola, ampliandola, vivendola giorno
dopo giorno.
—
Più o meno — sorrise con tono sostenuto Aureliano, passandole un dito sul
muscolo quadricipite della coscia — più che della Torre, dovresti parlare
dell’azienda. La simbiosi è fra l’azienda-Torre e i dipendenti-cirripedi.
—
È quello che volevo dire. E allora? Cosa c’è di brutto?
—
Niente. Semplicemente, contribuisce a sviare l’attenzione dal problema vero.
Le
dita di Aureliano si spostarono verso il muscolo sartorio, mentre Astrid avrebbe
preferito un movimento verso il pettineo.
Astrid
distese le dita dei piedi, tendendo e flettendo il tibiale anteriore. Notò con
soddisfazione che Aureliano seguiva le contrazioni del semimembranoso, nella
parte inferiore della coscia.
—
Ah, e quale sarebbe il vero problema?
—
Il fatto che il cuore del processo è assolutamente il contrario: non sono i
cirripedi ad invadere il cetaceo-ospite. In realtà, è l’azienda-stato che ha
invaso completamente la vita privata e la Torre è viva non in quanto
pachiderma-ospite, ma nella misura in cui le dimensioni geografiche della
azienda/stato coincidono con quelle fisiche dell’edificio.
Astrid
batté velocemente le palpebre, perplessa. Non era sicura di avere capito.
—
Potresti scrivere un libro tu — disse dubbiosa — le idee non ti mancano.
La
mano di Aureliano era precipitata verso il suo bicipite femorale. Astrid sollevò
le dita dei piedi per tendere tutti i muscoli della gamba davanti ai suoi occhi.
—
Accidenti, come è tardi — disse prestando ascolto all’orologio interno —
dovrei già essere a letto. Domani mi aspetta una tournée massacrante in otto
sottouffici del 229º piano.
Aureliano
si appoggiò all’indietro, senza smettere di sorridere.
—
Prendi un’altra colonna ascendente — disse — oggi c’è stato un guasto
elettrico sette piani più in alto.
Astrid
raccolse la sua borsetta. — Agli ordini, senatore — disse — ti piace come
sono vestita, oggi?
Aureliano
mise le mani in tasca, annuendo.
Astrid
piroettò sulla moquette. — Tailleur di tweed azzurro nuvole — disse
imitando la voce nasale dei commentatori di moda per ufficio della rete — con
inserti di velluto sulle tasche e i revers, che richiamano i bottoni
doppiopetto. Minigonna cortissima e appena svasata, calzette di cotone da uomo e
scarpe di vernice bianca. Ultimo grido dello stile daylight ufficio.
— Sei un bocconcino — commentò Aureliano divertito.
—
In cambio di metà del tuo stipendio mensile, posso levarmi le mutandine e
lasciartele sull’intercom — continuò Astrid saltellando verso la porta
d’uscita.
*
* *
Astrid
quasi si spaventò quando, aprendo il necessaire da tournée che le aveva
fatto preparare Nelson Garibaldi, trovò un paio di manette cromate. Richiuse
rapidamente il beauty-case, arrossendo e guardando dritto in viso il capo.
Nelson sorrideva serafico, sul sedile di fronte del continuità stranamente
semideserto, dove l’olo di Trudie Jones ballava solitaria.
—
Ma non sai pensare ad altro, razza di pigmalione? — lo apostrofò.
—
Riesco a pensare solo a te — rispose lui — voglio mostrarti una cosa, appena
saremo in intimità.
Astrid
chiuse gli occhi, avrebbe voluto riposare qualche minuto invece di continuare la
tournée delle primarie nel sottoufficio Verifica II. Nelson l’aveva appena
prelevata dal centro di bellezza convenzionato, dove aveva trascorso l’intera
mattinata.
Si
sporse verso di lei, annusando a piene narici. — Sei di una fragranza
sconvolgente — disse a denti stretti — Micaela Brundtland è una mela acerba
al tuo confronto.
Astrid
gli fece un gesto perentorio. — Smettila. Non riuscirai a lusingarmi.
L’uomo
oscillò mentre il convoglio rallentava. Scesero, e lui le portò
cavallerescamente il beauty-case.
—
Siamo a sei piani in verticale dal tuo appartamento — disse seguendola passo
passo.
—
Abbiamo appuntamento al Verifica II — gli rispose perentoria — quella è una
roccaforte di Allegra, non possiamo permetterci di mancare.
—
Stai vincendo 14 a 5 — replicò il capo cercando nelle tasche la sua carta di
credito — un sottoufficio in più per Allegra non cambierà le carte in tavola
— così dicendo si infilò nella bolla trasparente di un videotel.
Astrid
si appoggiò alla bolla di resina. — Tre squilli prima di rispondere: cosa
fate, dormite? — lo udì dire bruscamente — le primarie di oggi sono
annullate. Astrid Maria Guerra ha il ciclo mestruale.
—
Vigliacco! — esclamò Astrid cercando di strapparlo dal video, ma lui aveva già
riattaccato.
—
Visto? — disse trascinandola perso l’elevatore — sei libera.
Quando
arrivarono nel suo appartamento, invece di prendere le manette dal beauty-case
aprì l’armadio a scomparsa dei vestiti di Astrid e sfilò la cintura di seta
di una vestaglia.
—
Seta cruda di importazione — commentò quasi tremando di agitazione — non
lascia segni sulla pelle.
—
Ne dubito — rispose Astrid — cosa devo levarmi?
—
Tutto tranne scarpe e calzettine. Hai un paio di caschi light per questo
interattivo? È meglio se lo vediamo insieme.
Astrid
lasciò scivolare la giacca del tailleur sulla moquette.
—
I caschi sono qui, sotto la console. Spero tu abbia avuto il buon gusto di non
introdurre pornografici in casa mia.
—
Per chi mi hai preso? — fece Garibaldi fintamente offeso.
Astrid
rimase con le scarpe di vernice e le calze di cotone, come le aveva chiesto.
Garibaldi le allacciò alle tempie il casco light, abbassando gli schermi sugli
occhi.
—
Che diavolo è? — domandò Astrid. Era apparso un indice alfabetico.
diceva
la schermata di benvenuto.
—
Posizione del missionario laico — le segnalò il capo. Astrid osservò il
titolo per due secondi, e l’immagine corrispondente apparve ai suoi occhi.
—
Ma che diav... — disse quasi a se stessa — vuoi spezzarmi i tendini delle
cosce?
—
Terra di missione — le sussurrò lui all’orecchio, posandole le mani sulle
spalle nude — terra generosa da fecondare. La tua pelle ha un profumo
ipnotico, oggi. Penso che del miele di castagno migliorerebbe il trattamento
estetico.
—
No, per carità — si lamentò Astrid respingendo le sue mani — l’ultima
volta mi è venuta la pelle rossa a forza di sfregare sotto la doccia.
—
Aspetta che ti trasmetto questa posizione — disse il capo.
L’immagine
del missionario laico lasciò il posto a una da funambolo.
—
Ma no! — esclamò di nuovo Astrid — vuoi spezzarmi la spina dorsale!
Come faccio a tenermi in equilibrio a testa in giù?
—
Uh, non dirlo così — sopirò lui seguendole la linea del collo con una teoria
di baci da pipistrello.
Astrid
cercò di scrollarselo di dosso.
—
Dai, spicciamoci — disse stizzita — visto che non sono impegnata oggi
pomeriggio, vorrei almeno riposare qualche ora.
*
* *
—
Col cazzo che la seta cruda non lascia segni! — disse Astrid osservandosi i
polsi irritati.
—
Come dici? — domandò Aureliano, distratto come se prestasse orecchio a
qualcosa all’interno dell’auricolare.
—
Niente — replicò Astrid riabbottonando i polsini del blazer — cosa sta
succedendo?
—
Ci sono novità che non mi piacciono — rispose Aureliano dirottando la
trasmissione dal visore allo schermo da tavolino.
Astrid
poté vedere il volto di Allegra Armondi. Fece un balzo cadendo quasi dal bordo
del tavolo dove era seduta.
—
Ricerca in diacronico! — esclamò.
Aureliano
posò il dito indice sull’area tonda contrassegnata DIA in altro a destra
dello schermo.
Allegra Armondi, Vice Capo Ufficio Del
Pianificazione/Ix/Controprove, Sfida Il Capo Divisione Nelson Garibaldi A Un
Duello Formale
—
Ma è pazza! — esclamò Astrid cercando di spingere Aureliano giù
dalla sedia per prenderne il posto — cosa vuole fare quella puttana?
Tempestò
ripetutamente con l’impronta digitale il diacronico, scorrendo il testo della
notizia.
Il
Console Della Pianificazione Dichiara Legittima La Tenzone
Allegra
Armondi Sceglie Come Campo Di Sfida L’elezione Di Miss Segreteria Generale, E
Come Proprio Campione La Bellissima Micaela Brundtland Della Xiv Divisione
—
Oh-oh — disse Aureliano alzando
un sopracciglio — la bellissima Micaela Brundtland.
Astrid
gli lanciò un’occhiata al fulmicotone.
—
È una mossa sleale — sibilò — il console non avrebbe dovuto
autorizzare un duello del genere!
Aureliano
si strinse nelle spalle. — Evidentemente il tuo capo ha scelto di stare dalla
parte sbagliata. La repressione in questi casi è micidiale. Resta da vedere se
Garibaldi appartiene alla Linea-1, la linea dell’A.D.: in questo caso potrebbe
ricevere un aiuto dall’alto.
—
Pensi solo alla politica — commentò Astrid torturando lo schermo con il
polpastrello.
Ultima
Ora
Nelson
Garibaldi, Capo Ufficio Della Xix Divisione, Sceglie Come Proprio Campione Nella
Singolar Tenzone Contro Allegra Armondi La Bellissima Astrid Maria Guerra,
Chiacchieratissima Miss Segreteria Generale Dell’anno Passato.
—
Oh-oh — ripeté Aureliano, — bellissima!
—
Chiacchieratissima? — disse Astrid incredula — ma chi è questo cretino di
cronista?
Aureliano
si sporse all’indietro sulla sedia.
—
Direi che Garibaldi rischia grosso, a questo punto — disse sospirando — se
perde, verrà defenestrato e Allegra prenderà il suo posto. L’epurazione sarà
micidiale. Per te cominceranno tempi non facili.
Astrid
si sentì morire. — Ma non è giusto! — ripeté distrutta — il
console... Voglio dire, a cosa servono i superiori se non fanno le cose secondo
giustizia? E poi, Micaela Brundtland è così bella!