FRANCO
RICCIARDIELLO
Il
Fiume e il Tempo
Prima
che il Fiume divenisse scarlatto, c'erano solo alcune lacrime di sangue
gocciolate fuori bordo dal battello. Ora ce un velo rosso sul pavimento della
nostra cabina, e la coperta sulle cuccette è tutta insanguinata per lo stillare
del soffitto. Montserrat è
accovacciata in un angolo, la testa fra le braccia e la schiena contro il muro,
le dita pallide strette sulla rosa rossa del palmo; indossa l'abito bianco delle
nozze, portato con orgoglio nella grigia città di Dicembre, un giorno che pare
ora tanto lontano nello spazio e nel tempo e che contrasta con la rosa rossa
come una goccia di sangue in un secchio di latte. L'abito è chiazzato d'aloni là
dove, sin da questa mattina, è rimasto esposto allo stillicidio del soffitto.
In
principio non si trattò che di una macchiolina cremisi, una punta di spillo
sull'orlo di pizzo del vestito. Accadde durante uno degli ultimi giorni di sole
avanti la fine dell'estate, la stagione pigra e ardente delle pianure centrali.
Era terminato il periodo delle messi, delle lame arrotate che falciano le
interminabili pianure dorate a nord della città. In principio di quella stagione ero tornato a casa da
Dicembre, dove mi ero diplomato, con la mia margherita gialla e il mio
proponimento d'aiutare la gente nel campi; c'è sempre bisogno di braccia
durante la raccolta e inoltre in città non avevo più nulla che mi trattenesse.
Conobbi Montserrat, una giovane maestra del villaggio che ricordavo,
prima che intraprendessi gli studi, come una bambina castana di capelli,
con la rosellina scarlatta chiusa nel palmo. Navigammo le lunghe sere torride
nelle verande asciutte di qualche fattoria o al tavoli d'un locale da ballo dove
c'era sempre qualche suonatore di chitarra a pennellare sulle corde al ritmo del
nostri tacchi, il convolvolo o l'orchidea purpurea che carezzava il manico dello
strumento. Noi altri sognavamo l'est, le opulente terre che si estendono alla
foce del Fiume, dove si dice ci sia tanto spazio da poter ospitare tutti
gli abitanti del Llanos. In riva all'oceano ci sono città costruite nella
roccia delle scogliere, paesi disseminati a piene mani nel Delta fremente di
vita; c'è l'Isla Bonita, l'Isola Bella, ben al largo delle coste ma circondata
d'acqua dolce perché il Fiume ha una portata tale da respingere l'oceano per
centinaia di chilometri là dove sfocia.
Nell'est
c'era bisogno di maestri. Preparammo in fretta i pochi bagagli, appena finito il
tempo della raccolta, e dopo aver salutato i parenti in lacrime in una festa che
tolse il sonno e la sobrietà al villaggio intero e la vitalità ai fiori per
giorni e giorni, scendemmo a Dicembre. Montserrat
indossò il vestito di cotone bianco confezionato al villaggio dalle ragazze da
marito e ci sposammo con rito civile un'ora prima della partenza del battello.
Il
Fiume che ora è rosso era allora verde e placido; il battello a pale si staccò
dal molo e iniziò il lungo viaggio verso l'est. Traversammo il confine della
provincia e la città di Armada, dov'è odore di metallo bruciato e l'aria
sembra grigia per la limatura di ferro, e un tempo le fonderie forgiavano le
armi per scongiurare l'invasione dal cielo. Traversammo la pianura dolce della
provincia di Devora, così simile alle nostre terre da farci singhiozzare di
nostalgia; il battello s'inoltrò poi nelle terre disabitate dove finiscono i
Llanos e inizia il Grande Est, dove le foreste selvagge si estendono per
centinaia di chilometri tingendo l'acqua dello stesso colore verde cupo.
Fu
in quelle terre che Montserrat si ferì senza accorgersi il palmo della mano,
tranciando a metà un petalo della rosa, mentre affacciato al parapetto del
battello osservavamo i tronchi marci che fluttuavano nella corrente tutto
intorno a noi, usati come imbarcazione e trampolino per la pesca nel Fiume dagli
uccelli.
Quando
Montserrat si accorse del graffio scarlatto si asciugò il palmo
col fazzoletto, ma io che ero accanto a lei avevo visto due gocce di sangue
cadere come lacrime oltre il parapetto insieme al petalo tranciato. Per un
attimo rimasero in superficie sull'acqua, poi l'onda le sciolse battendo contro
lo scafo. Montserrat dice che se non vi fossero state quelle lacrime rosse il
Fiume non si sarebbe ora tramutato in sangue. Io lo vedo più come un presagio
che come una causa.
-
Mi sono tagliata - disse Montserrat mostrandomi la rosa graziosa del palmo,
quando già me n'ero accorto e sentivo un brivido corrermi lungo la spina
dorsale. Come colta da un pensiero improvviso abbassò gli occhi sul vestito
candido, tendendo le pieghe della gonna per controllare di non essersi
macchiata. C'era solo un puntino rosso sull'orlo, che Montserrat si ripromise di
lavare appena possibile. Tuttavia, da quel giorno e per la rimanente durata del
viaggio non mise più l'abito del matrimonio; passammo la foresta e entrammo
nelle nuvole d'insetti che preannunciavano le paludi. L'equipaggio ci raccomandò
di rimanere sottocoperta, dove sottili reti agli oblò proteggevano i
passeggeri. Faceva però troppo caldo e in molti trasgredimmo per sederci al
fresco della sera sul ponte, a osservare i riflessi del fanale di prua sulle
onde e ascoltare Il ritmo delle pale del battello e i richiami degli uccelli.
Forse
per questo Montserrat si ammalò. Restò chiusa in cabina per oltre dieci
giorni, con la febbre alta; nel primi giorni le tenni la mano, seduto accanto a
lei, raccontandole qualcosa perché si addormentasse. Col perdurare della
malattia, il medico di bordo mi raccomando che restasse ben coperta e al caldo
per far aumentare la febbre e purgare l'organismo. Rimase giorni interi a
boccheggiare sotto le coperte, con gli oblò e la porta chiusi, sempre più
sciupata, la rosa asciutta e avvizzita, quasi scolorita, finché mosso a
compassione dal suo sguardo e dalla preoccupante gracilità del suo corpo non
l'aiutai a farsi un bagno caldo mentre aprivo un oblò per cambiare aria.
Cenammo
a lume di candela dopo che ebbi insistito perché tenesse indosso le coperte.
Sembrò felice quella sera, ma aveva gli occhi umidi e le ciondolava il capo.
Peggiorò
ulteriormente, tanto che il medico ci consigliò di sbarcare alla prima stazione
di rifornimento, al termine della Palude, e attendere il decorso della malattia.
Temendo per la prima volta per la vita di Montserrat. acconsentii.
Il
giorno seguente, un mattino profumato d'acqua e scandito dai richiami del
pappagalli ai margini della foresta, aiutai mia moglie a scendere la scaletta
del battello, mentre una decina di nuovi passeggeri salivano a bordo.
Montserrat
aveva i capelli sciupati e gli occhi lucidi, e tutte le mucose infiammate; un
uomo di mezz'età ci attendeva sulla soglia della stazione fluviale, ma non ci
venne incontro per aiutarci sebbene potesse ben vedere quanto fosse in difficoltà
Montserrat. Oltre l'ampio molo per carico e scarico merci, una passerella
risaliva l'argine del Fiume sul quale l'edificio della stazione era stato
eretto, forse per evitare le piene primaverili.
Solo
alla fine della lunga scalata, con Montserrat portata a braccia e il bagaglio
abbandonato sul molo, mi accorsi che sugli ultimi gradini era seduta una ragazza
con stivali e una lunga gonna nera. Suonava un flauto sottile tenendolo fra le
mani, e mi resi conto che udivo quella musica fin da metà scala, ma lo sforzo
era stato tale da impedirmi di ascoltarla veramente.
La ragazza, poco più che una fanciulla, teneva gli occhi fissi al ventre
del Fiume e suonava una melodia che mi parve infinitamente triste. La superai
senza parlarle e con la vista quasi appannata, infuriato con l'uomo della soglia
perché non aveva fatto gesto di aiutarmi, oltrepassai la soglia del largo
bungalow di legno.
L'uomo
mi seguì e finalmente si decise a guidarmi verso una stanza sul retro; c'era un
letto dove potei sdraiare Montserrat. Si
svegliò per un attimo e mi chiamò per nome, agitata; le tenni la mano,
parlandole piano, e venne l'uomo con una pezza bagnata per la sua fronte. Quando
Montserrat si riassopì, di li a poco, buona parte del mio astio era svanito.
L'uomo,
il proprietario della stazione, mi precedette nella locale taverna, dove
parlammo per circa un'ora senza che Glauco, questo era il suo nome, si
dimostrasse molto interessato ai fatti nostri. Non c'erano altri ospiti, essendo
partiti tutti con il nostro battello; alla stazione fanno sosta tutti i battelli
per commerciare con i rari abitanti della zona, che riforniscono d'ogni sorta di
beni in cambio di legna da combustione per le macchine. Tutta quella zona di
foreste al confine fra le provincie di Lentizia e Oceano fa capo alla stazione;
era possibile ottenere uno sconto sul vitto e sull'alloggio aiutando il padrone,
e considerando che transitava un battello al mese nel due sensi.
Udii
battere la porta alle mie spalle e mi voltai per vedere che la ragazza
del flauto era entrata e senza guardarmi si avviava verso la cucina.
-
Ángel - le disse l'uomo - controlla per favore se la signora nella stanza sul
retro si è svegliata.
La
fanciulla, Ángel, si era fermata in mezzo alla stanza appena udito il proprio
nome. Riprese poi il passo, senza
rispondere né guardare verso di noi.
*
* *
La
sera cala repentina in quelle regioni. Dopo aver mangiato pesce di fiume
e germogli di canna insieme all'uomo, perché Montserrat dormiva ancora e Ángel,
la figlia di Glauco, non s'era fatta vedere, l'uomo si ritirò borbottando
qualcosa con il suo fare burbero. Rimasi solo in veranda ad ascoltare i mille
suoni della foresta e riflettere sull'origine della grossa cicatrice che
deturpava la tempia e l'orecchio destri di Glauco, come un colpo di artiglio.
Ero
molto stanco; feci ritorno alla stanzetta dove Montserrat dormiva
provvisoriamente, cercando la via a tentoni nel buio più completo. Finalmente
la raggiunsi e mi accostai al letto per sentirle il polso, ma nella tenebra udii
distintamente due diversi respiri. - Glauco ... ? - domandai.
-
Sono Ángel - mi rispose un momento dopo una voce sottile al piedi del letto.
Non
sapevo cosa fare, quando sfiorai con le dita la campana di vetro d'una lampada a
olio, che accesi con un fiammifero.
Ángel
era seduta sul letto e non chiuse gli occhi alla luce. Teneva fra le sue la mano
di Montserrat, che sembrava serena nel sonno causatole dalla malattia, e le
carezzava con tenerezza la rosa appassita.
Ángel
era una primula gialla; la grossa borchia della cintura che la. ragazza portava
in vita mi rimandò la luce della lampada e così pure i suoi stivali di un nero
lucido, segno che non si avventurava sulle rive fangose del Fiume.
-
Ora dorme - mi disse, prima che avvertissi il silenzio che era calato nella
stanzetta.
Annuii
e feci per andarmene, ma mi accorsi che non aveva capito. C'era qualcosa
d'inquietante in quella ragazza dal capelli castani lunghi fino alla spalla,
seduta al buio e in silenzio sul letto di mia moglie. Mi avvicinai a lei
reggendo la lampada, intenzionato a chiederle se volesse essere accompagnata
nella sua camera, ma invece di guardarmi si voltò verso la parete, chinando il
capo da una parte come per udire il respiro di Montserrat.
Per
un attimo distinsi chiaramente le iridi del suoi occhi, d'un verde chiarissimo e
di una profondità sorprendente, quindi colto da un dubbio atroce le passai la
lampada davanti al viso. Non si
volse, non si ritrasse, non serrò le palpebre. Non vedeva.
Mi
ritirai in silenzio, spegnendo il lume e salendo a passi lievi verso la stanza
che Glauco mi aveva indicato; appena giunto mi presi il capo fra le mani, stanco
e con un'ombra gelida sul cuore.
*
* *
Mi
rizzai a sedere sul letto all'improvviso, con la mente concentrata sul ricordo
della ferita nel palmo fiorito di Montserrat e della goccia rossa sul suo
vestito. Mi lavai il viso in un bacile smaltato e scesi dabbasso.
Mia
moglie e Ángel erano sedute a un tavolo, davanti al piatti della colazione
vuoti, e parlavano con affabilità; Glauco non si vedeva.
Montserrat
mi sorrise stanca quando mi vide e lo capii che Ángel si era fatta premura di
lasciarle una coperta sulle spalle; era molto pallida e spettinata, ma mi parve
subito migliorata rispetto al giorno precedente, forse grazie all'aria fresca
della notte. Con gli occhi mi
accennò alla ragazza e allo stesso modo risposi che già sapevo.
Più
tardi, mentre Glauco era lontano sulle rive e Ángel in cucina a preparare il
pranzo, accompagnai Montserrat all'ombra ventilata della veranda. dove si
sedette sul dondolo ringraziandomi con gli occhi.
-
Ho temuto di morire - mi disse.
Io
rigiravo fra le dita una radice aromatica.
-
Hai visto quella povera ragazza ? - continuò Montserrat.
Annuii.
- E' brutto alla sua età... - riuscii solo a dire.
-
Dev'essere terribile - rispose Montserrat, inseguendo con lo sguardo il gioco
di riflessi della corrente. - Vorrei poter fare qualcosa per lei, in
questo poco tempo.
Morsi
nervosamente la radice senza staccare lo sguardo dal viso di Montserrat.
A
pranzo, chiese a Glauco quale fosse la causa della sua ferita. Un silenzio
imbarazzato calò nella locanda, Ángel smise persino di mangiare per prestare
attenzione.
-
Sono stato fucilato - rispose in fretta l'uomo, nascondendo nel palmo chiuso il
garofano rosato.
Evidentemente
Montserrat non comprese, perché ripeté la domanda.
-
Durante la guerra civile - spiegò rapido e secco Glauco - Nel Monti della
Foschia... - Era stato ferito in un'imboscata e catturato; era stato messo al
muro con alcuni suoi compagni e fucilato ma un solo colpo lo raggiunse alla
spalla, facendolo svenire. Era già
perciò scampato due volte alla morte quando un ufficiale si avvicinò a tutti i
caduti per il colpo di grazia; incredibilmente il proiettile fu deviato dalla
tempia, provocando solo l'orrenda cicatrice che con gli anni si era asciugata.
Compresi
quanto gli costò ogni parola da come si torturava il garofano con le unghie
della stessa mano; avrei voluto che Montserrat non gli avesse mai fatto quella
domanda, perché dopo pranzo Glauco si avventurò da solo nella foresta,
Montserrat pregò Ángel di aiutarla a lavarsi i capelli e io rimasi solo.
Il
Fiume scorreva lento e immenso, trasportando miliardi e miliardi di metri cubi
d'acqua dolce. Pensai a come tutta
quell'acqua fosse precipitata dal cielo e fluita da mille piccoli affluenti
lungo l'intero percorso, e mi venne spontaneo di vedere il Fiume con
occhi diversi. Abituato a considerarlo come un'entità stabile, una via d'acqua
che tagliava in due tutta la parte orientale dell'Ecumene, non mi ero mai
accorto che esso potesse essere qualcosa di diverso: in verità il Fiume non è
mai lo stesso, in ogni momento l'acqua che vedevo era trascorsa oltre e io me ne
trovavo innanzi di nuova. Non ha senso dire che un'ansa, un meandro sono sempre
gli stessi perché ad ogni momento cambiano con lo scorrere dell'acqua che li
forma. Il Fiume è un'immane, tangibile, chiarissimo esempio del trascorrere del
Tempo: le sorgenti sono il passato, il tratto davanti a noi è il presente e il
delta può rappresentare ogni possibile futuro.
Come
risvegliandomi da un sogno mi scossi, pensando per un attimo alla vanità di
quanto andavo farneticando. Tornai alla stanza, dove trovai Montserrat
inginocchiata sul letto per pettinare con cura i lunghi capelli castani di Ángel.
Quando mi vide ci mise più impegno per dimostrarmi quanto tenesse a
quella sventurata fanciulla, la sorella minore che mai aveva avuto.
Io
mi sedetti in poltrona ad attendere che finisse; dopo alcuni minuti, Montserrat
posò il pettine e mi mostrò le sottile treccine che aveva creato a partire
dalle tempie della ragazza, poi le posò una mano sul collo chiaro. - Guarda -
mi disse - Non è bellissima?
Ángel
abbassò il capo ridendo e anch'io sorrisi. Montserrat la baciò sulla fronte e
l'abbracciò.
*
* *
Dal
suo angolo di cabina, Montserrat ha alzato Il capo e posso vedere il suo volto
pallido come un cencio. L'interstizio delle paratie alle sue spalle ha
cominciato a trasudare un sangue lucido e fluido che fra breve le raggiungerà
la schiena, facendola trasalire. Vorrei consolarla, ma sono più
terrorizzato di lei; vorrei aiutarla ad alzarsi, come quel giorno in cui le
parve di essere guarita e mi chiese di accompagnarla in riva al Fiume.
Le
avevo appena preparato il letto nella stessa stanza, perché Glauco riteneva che
non vi fosse più rischio di contagio, quando, affacciandosi alla finestra, vide
la riva sassosa del Fiume: i tronchi d'albero in putrefazione che vi giacevano,
le piante protese sulla superficie dell'acqua.
-
Scendiamo? - mi disse.
Mi
si aggrappò al braccio, tenendo sulle spalle uno scialle di lana di Ángel. e
passeggiando come fidanzate calpestammo la grassa terra della riva, diretti
verso un molo abbandonato alcune centinaia di metri più a valle della stazione.
Parlammo del Grande Est, dei nostri progetti, di ciò che Glauco le aveva
confidato della costa dell'oceano. La sua rosa rossa era fresca e cedevole
contro il palmo della mia mano.
-
Non sapevo che avremmo imparato qualcosa anche dal viaggio - disse Montserrat -
Sognavo il favoloso Delta e le città folli costruite sul fianchi delle
scogliere, e immaginavo il Fiume solo come una strada verso queste meraviglie.
Invece abbiamo molto da imparare anche dal viaggio.
Approvai,
senza dirle che sempre più mi pareva che il fiume stesse
diventando il fine del viaggio piuttosto che il mezzo. Avevamo attraversato
appena un quinto dell'Ecumene, eppure mi sembrava di aver già veduto un
territorio immenso: gli altipiani biondi dei Llanos, con intere provincie di
campi di grano oltre gli argini artificiali dell'alto Fiume; poi le città
grigie per il fumo delle industrie, le immense fabbriche che un tempo forgiavano
armi nelle città rispecchiate nelle acque; le colline di erba lucida, le
foreste smisurate della provincia di Lentizia, e le paludi con i loro eserciti
di zanzare da malaria: infine, le rigogliose foreste di vegetazione benigna che
precedono la confluenza con i grandi fiumi del sud. Ormai, questo mi sembrava il
mondo tangibile, il vero cuore dell'Ecumene. non più i campi e il villaggio e
l'università, ma il sicuro vigore del Fiume che taglia l'altipiano e le
pianure, e rode colline, spiana montagne intere: il Fiume che nutre le foreste e
le piantagioni e lambisce le coste dell'Isla Bonita con carezze di acqua dolce.
Tornammo
a passeggiare spesso nel giorni seguenti, tranne quando pioveva, mentre vedevo
con sollievo Montserrat recuperare le forze e il colorito delle guance. Smise di
perdere i capelli quando si faceva pettinare da Ángel e i suoi fianchi
tornarono ad ammorbidirsi di salute. Io aiutavo Glauco alcune ore al giorno
nella dispensa o nel magazzino, ma non avevo mai un vero colloquio con lui: ci
limitavamo a scambiare poche frasi d'uso sul lavoro, mantenendo per il resto uno
stretto riserbo che non diveniva mai peraltro scortesia. Non mi riusciva, né mi
interessava di entrare nel suo mondo e non potevo considerarlo con simpatia.
Montserrat riusciva invece ad avere con lui lunghe discussioni che ben
presto presero ad annoiarmi tanto che dopo pranzo, quando lo interrogava sulla
sua vita, sulla guerra, sulla moglie partita con un capitano di vascello della
compagnia fluviale dal convolvolo turchino nel pugno, lo mi alzavo da tavola per
andare in veranda.
Ángel
di solito sedeva all'inizio della scala di legno che portava all'imbarcadero,
con il flauto fra le dita sottili, e suonava a orecchio strazianti melodie
ipnotiche, la schiena ben eretta per distendere i polmoni, gli stivali di pelle
confezionati a Gerona che non battevano mai il tempo.
Anche
nelle sere di pioggia leggera si portava al suo posto abituale, senza neppure
l'ausilio di un bastone, forse ignara della mia presenza alle sue spalle in
veranda. A me pareva che il Fiume
cantasse compiaciuto al suono del flauto: s'era ingrossato di molto per le
piogge invernali, alzandosi lungo l'argine naturale e sollevando con sé il
pontile galleggiante sul quale eravamo scesi Montserrat ed io quasi un mese
avanti.
Non
prendemmo il primo battello, benché mia moglie fosse ormai quasi ristabilita.
Al pensiero di abbandonare Ángel le si inumidivano gli occhi, né io mi
sentivo tanto ansioso di rimettermi in viaggio lungo quel Fiume che stava
conquistando la mia vita con lente immagini tinte di tutte le tonalità del
verde.
Una
sera che Montserrat era uscita da sola per la sua passeggiata, siccome io avevo
detto d'essere stanco pur di restare solo in veranda con il fiume, prese un
brutto raffreddore e rimase a letto il giorno seguente. Quella della camminata
era divenuta quasi un'abitudine, per Montserrat in special modo: l'unica
occasione di parlarle a tu per tu lontani dalle orecchie di Ángel e suo padre.
Quando
scesi in cucina quel mattino, i tre ospiti sbarcati il giorno precedente con il
traghetto avevano ripreso il viaggio sulla pista che conduce alle Montagne del
Sud; Montserrat stava facendo suffumigi d'erbe per il raffreddore, il capo
coperto da un panno, curva su una pentola di vapore, gli occhi pieni di lacrime
e i capelli umidi e scoraggiati.
Ángel
le ronzava intorno premurosa, sfiorando le pareti con le dita dove si sentiva
poco sicura, portando una borsa d'acqua calda o una sciarpa, o ancora un lembo
di tela pulito, felice di potersi rendere utile a qualcuno.
Montserrat
volle che le tenessimo compagnia tutti e due. Presi in prestito dalla collezione
di Glauco un libro di Estebàn Martinez, il Poeta maledetto, e lessi alle due
donne alcune pagine, ma notai con Montserrat che Ángel si intristiva quando
udiva qualsiasi riferimento alla qualità estetiche d'un oggetto. Mia moglie mi
fece cenno di smettere e chiamò a sé la ragazza.
Ángel
rispose lesta e Montserrat le avvolse sulle spalle un largo foulard di seta nera
con arabeschi dipinti a mano che aveva acquistato a Dicembre il giorno del
matrimonio. - Non essere triste - le disse sollevandole i capelli, e poi rivolta
verso di me:” - Perché tu e Ángel non andate a far due passi sulla riva?
Mi
colse impreparato e non potei trovare una scusa per declinare. Immediatamente
parve un giorno di festa. Gli occhi di Ángel, quel terribili occhi color del
fiume quando annunciava tempesta, così chiari eppure irreparabilmente spenti,
parvero accendersi. Montserrat sembrò dimenticare la febbre e prese a rovistare
nell'armadio a muro alla ricerca di una cintura; trovò anche un lungo pendente
di metallo lucido che Ángel tastò con il sorriso sulle labbra mettendoselo al
collo. Io assistetti in disparte alla vestizione, quasi dimenticato, mordendomi
le unghie, finché Montserrat condusse da me la ragazza raggiante, tenendola per
le spalle, abbigliata a festa con la cintura. il foulard, e la collana di mia
moglie e gli stivali lucidi.
Mi
seguì docile per le scale, e poi sulla riva a narici dilatate, per cogliere
ogni profumo della foresta e dell'acqua. Ci allontanammo di alcuni passi e udii
il raschiare ritmico della sega di Glauco interrompersi certamente perché ci
osservava; soffiava un venticello fresco dall'interno dell'Ecumene e sentivo la
pelle accapponata sulle braccia della ragazza che sembrava dover incespicare ad
ogni passo. La sostenni per la vita e mi si abbandonò contro quasi confortata.
La sua primula giallo vivo mi sfiorò per un attimo l'interno del braccio.
-
Di che colore è la ghiaia? - domandò improvvisamente.
-
Grigia - risposi - Grigia come i chicchi di granturco sotto i denti.
-
E la foresta?
-
Verde scuro. Come un temporale in
una notte di inizio autunno.
-
E il cielo?
-
Azzurro come una mattina d'inverno.
-
E il vento?
-
Il vento non ha colore, come una porta aperta.
-
E il fiume?
-
Verde chiaro.
-
Come cosa?
-
Come i tuoi occhi - risposi senza riflettere.
Si
arrestò, irrigidendosi. Vidi lo stupore sul suo viso; dischiuse le labbra come
per replicare e rimase così, muta e interdetta. Mi dispiacque d'averle risposto
senza pensare. Doveva credere, lo sapevo, che anche il Fiume fosse buio e spento
come i propri occhi, e certamente ciò contrastava con l'impressione che ne
aveva sempre ricavato, seduta in cima alla scalinata di legno dell'argine:
minute goccioline fresche sollevate dall'aria nel giorni di tempo coperto,
profumo di vegetazione nel giorni di sole. Questo era ciò che voleva sentirsi
dire.
-
Ángel - dissi, prendendola per le spalle - Mi dispiace, non è vero.
Ben
lo sapevo: il Fiume non è spento ma liquido e luminoso, vivo di tracciati di
luce sotto la superficie plasmabile, gonfio di vita nel suo letto. Ero stato
crudele a risponderle affrettatamente. - Mi dispiace .
-
Non è nulla - rispose la ragazza tornando a distendere i lineamenti.
Poi, come colta da un pensiero improvviso, sollevò la mano del fiore e
me la passò sul volto per sentire i lineamenti.
I suoi petali mi solleticarono le guance e le palpebre.
- Di che colore è il tuo viso - domandò - Del colore del cielo, del
vento, o della foresta?
Osservai
la stazione di fra le sue dita. Affacciata alla finestra del primo piano c'era
la macchia bianca di Montserrat.
-
Terminiamo la passeggiata - le dissi, tornando a sostenere il suo corpo gracile,
la vita sottile sotto la camicia raffreddatasi nella brezza, e pensando che
benché Montserrat fosse più morbida, più solare, più bella, non potevo
restare indifferente ad Ángel e alla sofferenza del suoi occhi.
*
* *
Tornammo
dopo oltre un'ora, con Ángel pallida per il freddo: aveva voluto conoscere il
colore dei ciottoli e del legno, delle barche marcite sulla riva, della sua
gonna e della camicia, delle mie mani e dei nostri capelli e di cento altre
cose.
Glauco
non era più al lavoro. Lo trovai nella stanza di Montserrat, mentre le leggeva
a voce alta poesie dal libro di Estebàn Martinez.
-
Ah, bene - dissi cercando di mostrarmi comprensivo - Vedo che non ti sei
annoiata.
La
parte di viso che Glauco mi volgeva era quella sfregiata dalla cicatrice. Non
alzò lo sguardo quando entrai, ma richiuse il libro, mantenendo il segno con un
dito, lanciando un fulmineo sguardo a Montserrat; quando si avvide che era
meglio riporre il libro, sfilò il dito e lasciò la stanza, portando con sé Ángel.
-
Come è andata? - domandò subito Montserrat - Vi siete divertiti?
Annuii
con l'impressione che volesse distogliere la mia attenzione da qualcosa di
importante. Mi sfilai gli stivali e mi coricai sul letto, pensando che Glauco
aveva portato via con sé il libro di poesie.
L'indomani
Montserrat reputò di essere guarita a sufficienza per entrare a cucina ma non
per la passeggiata. Mi accomodai
perciò sulla sedia a dondolo della veranda, i piedi scalzi sulle assi tiepide,
crogiolandomi con gli occhi semichiusi al riverbero dell'acqua. Il fiume aveva
un colore turchino; tentai un calcolo del giorni che mancavano al traghetto
successivo, senza riuscire a concentrarmi a sufficienza.
Il
brusio lento del fiume assorbiva tutti i miei pensieri. Era la stessa acqua che
aveva cantato sulle rapide del monti della Foschia dove il Lentizio nasce; il
Fiume è il Tempo, il Fiume è la Vita. Oltre queste semplici parole,
distinguevo una realtà che non mi riusciva di delineare.
Per
un attimo rimasi abbacinato, o così credetti allora, perché mi parve che la
distesa d'acqua fosse diventata rosso rubino. Mi passai le mani sugli occhi,
quindi riaprii le dita con precauzione, spiando: dopo un attimo in cui distinsi
un porpora uniforme, tutto ritornò normale.
Udii
passi dietro di me nel locale. Ángel apparve sulla soglia, piegando il capo per
ascoltare il mio respiro. Era vestita come il giorno precedente, ma in quel
momento i raggi del sole baciavano le sue braccia.
-
Mi accompagni? - disse solo.
Tornammo
a uscire, abbracciati. Tentai di tenerla con disinvoltura e cortesia, ma mi si
abbandonò contro con docilità. Dopo alcuni passi mi voltai verso la casa e
vidi alla finestra del primo piano una figura chiara; stavo per salutare
Montserrat, ma mi accorsi che era Glauco nella stanza di mia moglie, con un
lenzuolo drappeggiato intorno al corpo.
-
Hai visto qualcosa? - Mi domandò Ángel, che si era fermata insieme a me.
-
Un fantasma - dissi fra me e me.
-
Come ? - domandò insicura Ángel. Scossi
la testa, la strinsi più forte per farle capire di riprendere a camminare e
continuammo lungo la riva.
-
Pensi che potrei andare anch'io all'Oceano? - mi domandò desiderosa - non
ricordo nulla di quando vivevo fra la gente. Se arrivano tanti viaggiatori alla
stazione mi sento confusa: la locanda è piena di voci e suoni e odori e tutti
sussurrano di compassione quando si accorgono dei miei occhi .
Non
era facile camminare sulla ghiaia, dovendo sorreggere il corpo sottile di Ángel.
Sentivo il suo seno morbido premuto contro le mie costole. il suo braccio esile
sul fianco, e pensavo ai milioni di metri cubi d'acqua che in quel momento il
Fiume riversava nell'oceano. Pensavo
a Montserrat nel cortile della prefettura, il vestito abbacinante nella luce del
mezzogiorno, con il colletto grande e candido e le maniche a sbuffo, e le
calze di seta dipinte a mano e la sua rosa fiammante, la testa piena di
addizioni e sottrazioni e poesie appena insegnate ai bambini affamati d'idee che
per me aveva dovuto lasciare. Tenevo Ángel e pensavo a Montserrat nella sua
camera, all'uomo dalle spalle quadre coperte dal lenzuolo bianco, l'uomo dal
garofano nel pugno, con un libro di poesie in mano e cicatrici asciugate alla
tempia e sul cuore.
-
Forse è ora che lo prenda il volo - stava dicendo Ángel - Non posso continuare
a pesare sulle spalle di mio padre senza essergli di alcun aiuto. Prenderò il
traghetto e scenderò all'Oceano, oppure risalirò verso i monti o i Llanos. Non
posso più vivere quaggiù .
Ci
eravamo fermati. Sentivo la testa ronzare, non riuscivo a ricordare se
fossero gli occhi di Ángel a riflettere il Fiume o viceversa. Mi accorsi della
sua domanda quando era nell'aria da parecchi minuti e già una lacrima
d'incomprensione rigava la sua guancia.
La
casa era troppo lontana per distinguere qualcuno alla finestra, il Fiume troppo
vivo per pensare seriamente d'annegarmi. Immaginai Montserrat che si metteva il
vestito bianco per Glauco. Ángel mi appoggiò il viso contro il petto per
nascondere le lacrime, e tutto ciò che mi riuscì di pensare fu se veramente
fosse possibile il pianto per degli occhi che non vedono.
*
* *
Il
traghetto seguente, diretto a valle, transitò con pochi passeggeri; la stagione
era al termine ma non salimmo a bordo. Montserrat, che con me era divenuta pigra
e riservata, rimaneva quasi tutto il giorno seduta accanto alla finestra, a lato
della libreria personale di Glauco, a passarsi la mano del fiore fra i capelli
mentre leggeva assorta.
Anche
Ángel risentì di questa sua indolenza; Montserrat le aveva regalato il foulard
e la cintura, ma la ragazza sembrava aver più a cuore la sua compagnia
che i suoi doni. Avevo smesso di aiutare Glauco nei lavori di conduzione della
stazione, preferendo pagare la pigione intera che dividere il lavoro con lui.
Tuttavia non ne risentì perché nella bassa stagione le richieste di
rifornimento dei traghetti sono limitate.
Dal
traghetto non scese nessuno. Ángel rimase in piedi sul molo, abbigliata con i
vestiti migliori, ascoltando il rumore delle pale sull'acqua. Teneva le mani
dietro la schiena e stringeva con forza il flauto di legno, tanto da spezzarlo
appena il battello scomparve oltre l'ansa più lontana. Ángel gettò con
collera lo strumento frantumato nel Fiume, che lo catturò con pigri mulinelli
trasportandolo verso il cuore della corrente.
Corsi
verso il pontile quando mi accorsi che Ángel era tanto sconvolta da rischiare
di cadere in acqua mentre tornava verso riva, come se avesse perduto il
senso dell'orientamento.
Aveva
le labbra dipinte con un rossetto sanguigno: ricordavo di aver visto un giorno
Montserrat, nei primi tempi alla stazione, che le insegnava a usare il pennello
sottile come una matita senza sbavare.
Le
domandai perché si fosse truccata. Scosse
il capo: - Montserrat me l'ha regalato - disse.
Sapevo
che mentiva. Proprio quella mattina avevo rinvenuto il botticino di belletto in
fondo all'armadio di mia moglie; Ángel doveva aver frugato.
La
riaccompagnai a casa, ma un colpo di vento ci raggiunse alle spalle, portando
con sé goccioline d'acqua nebulizzata. Mi arrestai come colpito da un maglio
nel bel mezzo della schiena; sentivo la mia margherita fremere.
La
testa mi girava; mi riempii i polmoni di ossigeno. Montserrat, il Fiume, il
Tempo, Ángel, i campi di grano, tutto parve vorticarmi intorno. Ángel chiamò
più volte il mio nome prima che le rispondessi.
-
Non torniamo a casa - le dissi. Mi seguì con apprensione fra i primi alberi
della foresta, lungo il sentiero appena tracciato che portava al molo più
vecchio del complesso, un rudere di legno dalla biacca semiscrostata dal tempo.
Le assi del pontile vibrarono sotto i nostri passi finché entrammo nel
largo casotto dai vetri frantumati che ne occupava tutta la testa e in parte
proteggeva l'interno dal vento. Ángel rimase in piedi, volgendo il capo da una
parte e dall'altra con incertezza, cercando di orizzontarsi con l'udito in
quell'ambiente estraneo. Mi fece compassione, ma la compassione non era
abbastanza. Affacciandomi attraverso i frammenti di vetrone incrostati d'una
finestra osservai il Fiume. Istintivamente, trattenni il respiro.
Ángel
dovette percepire qualcosa, perché mi domandò cosa stessi facendo.
-
Aspettami qui - le dissi laconico, e corsi fuori, sul molo, verso la riva. Ángel
mi chiamò ad alta voce, temendo che l'avessi abbandonata. Scesi nell'acqua fino
al ginocchio, e tendendo un braccio riuscii ad afferrare il frammento di legno
che la corrente aveva portato fin là. Lo osservai: era l'ancia del flauto di
legno.
Tornai
a riva, e poi da Ángel. Accanto alla libreria, nella stazione Montserrat era
forse seduta davanti a Glauco e lo guardava terribilmente seria. Porsi il legno
bagnato alla ragazza, che udendo il movimento del mio braccio tese la mano ed
incontrò il dono.
A
labbra dischiuse, lo sguardo fisso davanti a sé all'altezza del viso, tastò il
frammento dapprima con curiosità e apprensione, subito dopo con rimorso. - E'
colpa mia... - mormorò quasi a se stessa.
La
tenni per le spalle. - Ángel - dissi per cominciare il discorso che mi era
venuto spontaneo, ma nel vedere il verde fiume delle sue iridi mi parve di
dimenticare ogni cosa.
-
Ángel... - ripetei cercando le parole.
Mi
si gettò addosso come un corpo morto, aggrappandosi alla giacca con le unghie
per potermi nascondermi il viso fra le pieghe della camicia. - Non lasciatemi -
disse singhiozzando - non lasciatemi sola con mio padre. Io qua senza di voi
morirei. Portatemi all'Oceano...
-
Ángel - ripetei a bassa voce sostenendola di peso, intrecciando le dita delle
mani dietro la sua schiena - Ángel... non so cosa accadrà di me e Montserrat.
Forse
non mi ascoltò neppure. Pianse a lungo, bagnandomi di lacrime la camicia,
stropicciandomi la sua primula sul braccio. Mi riempii i polmoni d'aria più e
più volte e la espirai. Posai lo sguardo sul flauto spezzato, caduto in terra
accanto a noi, quasi completamente asciutto; guardai poi i vetri infranti e
coperti di polvere all'interno, le assi del pavimento sconnesse.
Quando
mi parve che si fosse sfogata, l'aiutai a rimettersi in piedi e tenendola per
mano la accompagnai alla lunga panca rovesciata che occupava tutta una parete.
Il vento che penetrava dal vetri ci accarezzò a lungo, fino ad asciugare le
lacrime di Ángel. Per tutto quel tempo le parlai come mai avevo fatto con
alcuno in vita mia. Le raccontai di tutto, di qualsiasi cosa che servisse a
farle sapere qualcosa del mondo.
Non
parlavo solo per lei, ma anche e soprattutto per me: e ascoltai tante verità
che non sapevo affatto di sapere, chiarii molte cose con me stesso che
altrimenti non sarei mai arrivato a vedere.
Così
la sera calò prima del previsto. Tornammo alla stazione con un vuoto al posto
dello stomaco e una bolla d'aria dove avrebbe dovuto essere il cuore.
Montserrat
e Glauco erano in cucina, dove avevano evidentemente appena finito di cenare.
Sentii il sangue ribellarsi nelle vene nell'udire il tono di voce che mia moglie
riservava a Glauco.
Quando
Montserrat vide le occhiaie di Ángel e i nostri vestiti stazzonati, si morse le
labbra per il dispetto. Vide anche il rossetto sulle labbra della ragazza e
comprese che era quella la ragione per cui non aveva potuto usarlo quel giorno.
-
Dove siete stati ? - domandò come se avessimo interrotto un discorso. Mi
strinsi nelle spalle. Potevo sentire la tensione come qualcosa di tangibile
nell'aria.
-
La tensione - immaginai le parole di Ángel - che colore ha la tensione?.
Glauco
sembrò ignorare di proposito sia me che sua figlia come se di lei non
gli importasse più nulla. Non fece neppure il gesto di alzarsi per prenderci la
cena. Non potevo trovare che insopportabile tutto ciò: la povera Ángel non
meritava tanta negligenza.
Si
ritirò nella sua stanza, avvilita. Avrei voluto andare a confortarla, ma il
rancore mi impediva di lasciare Montserrat e Glauco da soli.
-
Andiamo a letto - si arrese infine Montserrat, una volta convinta che non avrei
rinunciato a leggere il libro di poesia, seduto in cucina accanto al lume e con
i piedi sul tavolo. Mi precedette al piano superiore, poi nell'oscurità fresca
della nostra stanza. Il chiarore debole delle lune congiunte faceva risaltare
appena il risvolto chiaro del lenzuolo sul letto e la lunga gonna bianca di
Montserrat. A quel punto avrei dovuto domandarle quando era intenzionata a
partire, quindi abbracciarla con sussiego e fare l'amore per far pace.
Invece
non dissi nulla. facemmo ugualmente l'amore, e con mia sorpresa riuscii a non
immaginare che ci fosse Ángel al posto di Montserrat nel letto.
*
* *
Montserrat
è venuta da me. Ha il viso completamente rigato da strisce rosse lasciate dalle
dita, come pure le braccia e le mani; la rosa ha i petali lacerati dalle sue
stesse unghie. Leggo nel suoi occhi la spossatezza e capisco che non reggerà
per molto. Vorrei aiutarla, ma anch'io non so più che fare; abbiamo già
battuto con i pugni contro le porte e le paratie, abbiamo urlato a squarciagola
per quanti fossero eventualmente scampati a questo allucinante naufragio nel
sangue. Seduto con la schiena contro la stuoia di giunco alla parete, tengo
stretta Montserrat che mi nasconde il viso in grembo.
Per
un momento, mi sembra di scordare la nostra tragica situazione: accarezzo il
vestito sciupato di mia moglie, il largo colletto circolare col bordo di pizzo,
la fusciacca di lino intorno alla vita, chiusa dalla spilla d'oro regalatale da
Glauco non molti giorni orsono. Penso una volta ancora che tutto sia un incubo,
un'allucinazione dovuta a qualcosa che abbiamo mangiato insieme, e poi torno
ancora a ricredermi: è così reale, così stupefacentemente nitido da non
lasciare adito a dubbi.
Montserrat
con il volto nascosto nella mia camicia mi ricorda i giorni in cui Ángel si
sfogava con me.
-
Montserrat cerca di evitarmi - diceva singhiozzando mentre l'accompagnavo in
riva al Fiume e tra i primi alberi della foresta, oppure sul molo di fronte alla
stazione. Alle volte restavamo invece in veranda, e sempre mi struggevo al
pensiero di Montserrat e di Glauco. Tendevo l'orecchio per cercare d'udirli,
guardavo alle mie spalle se fossero affacciati insieme alla finestra, pregavo Ángel
con un pretesto di rientrare prima per sorprenderli.
Fu
tutto inutile. Solo, talvolta rientravano insieme da una passeggiata o si
appartavano in cucina per preparare la cena, o ancora leggevano poesie accanto
alla libreria e sempre mia moglie riservava a lui i sorrisi e a me gli sguardi
più seri, a lui i vestiti più belli e a me l'indifferenza della schiena
voltata nel letto.
-
Montserrat non mi cerca più - mi disse un giorno Ángel. Mancava meno di una
decamana al passaggio del primo battello della stagione. - Ha sempre scusa
pronta per non parlarmi. Ieri, addirittura - e qui la voce della ragazza si
spezzò - mi ha canzonata davanti a mio padre, e hanno riso insieme di me. Io
non ce la faccio più, devo andarmene .
Eravamo
seduti sulla panca ammuffita del casotto del pontile vecchio, che era divenuto
il luogo abituale del nostri ritrovi. Dopo un lungo silenzio Ángel tornò
all'attacco: - Mi aiuterai ad andarmene? - mi disse a voce bassa - Mi
accompagnerai al traghetto?
E
qualche minuto più tardi, mentre quasi si addormentava sdraiata sulla panca e
con la testa appoggiata nel mio grembo: - Verrai con me? Mi porterai all'Est?
Glielo
promisi. In quel momento e in quel luogo era l'unica cosa da fare.
*
* *
La
saggezza dell'uomo è antica, più della sua venuta su questo pianeta. Un uomo
chiamato Eraclito, un uomo che non parlava nessuna delle nostre lingue né
portava fiore nel palmo e neppure viveva nell'Ecumene, scrisse migliaia di anni
fa che è impossibile entrare due volte nello stesso fiume perché acque sempre
nuove scorrono su di noi.
Non
fu solo il Lentizio il più grande del fiumi dell'Ecumene, a scorrermi accanto
in quel periodo d'oblio: anche il fiume immenso della Vita mi mise da parte per
intere decamane, sinché non vi rientrai a forza.
Era
il giorno dell'arrivo del battello. Ángel aveva fatto le sue valige senza che
Montserrat né suo padre l'aiutassero. Avevo dovuto assisterla io con la testa
diecimila chilometri lontano mentre sceglievo a mia discrezione le poche cose
decenti che poteva portare con sé.
Per
l'occasione, non so se con l'intenzione di ferirmi o di compiacermi, Montserrat
indossò l'abito del matrimonio. Eravamo nella camera da letto in cui quella
notte avevo dormito per l'ultima volta; incomprensibilmente, ma in fondo neppure
tanto, c'era stata una tenerezza piena d'attenzioni fra noi. Sapevamo bene cosa
stava per accadere: centinaia di chilometri separano la stazione fluviale dalla
costa dell'oceano e le occasioni di rivederci sarebbero state infinitesimali
perché ancora non sapevo di preciso dove andare né sapevo se scrivendole mi
avrebbe risposto. Tanto poco era durata la nostra vita insieme che non potevo
non sentire un fondo d'amarezza nell'anima. L'acqua era passata sotto i nostri
ponti come sotto I pontili della stazione; rivedevo Montserrat nella scuola del
villaggio con i bambini, la bacchetta di legno sulla lavagna d'ardesia; la
rivedevo nei campi durante la raccolta, unica ragazza senza fazzoletto in capo,
i capelli sempre dinnanzi agli occhi. La rivedevo affacciato alla finestra della
casa di suo padre, che mi spiegava a gesti della mano fiorita che era meglio non
uscire quella sera. La rivedevo bambina, sempre piena di lividi sulle braccia e
le gambe per lotte con i compagni di scuola, la rosa ancora in bocciolo nel
palmo.
Ed
era davanti a me, nell'abito bianco con la macchiolina di sangue, che mi
mostrava la spilla d'oro regalatale da Glauco. - Viene da Inconsistencia - mi
spiegò - Glauco la acquistò durante la guerra.
Indossò
le calze di seta sottile, dipinte a mano con petali di fiori, con il reggicalze
di cotone elastico. Non potevo far nulla per convincerla a partire con me. Non
avevo fatto nulla per impedirle di innamorarsi di quell'uomo tanto più vecchio
di lei.
Finalmente
mi alzai in piedi. Montserrat non ebbe la forza di sorridermi - Ángel vuole
salutarti - le dissi. Assentì senza rispondere. La lasciai sola e avvertii Ángel
che era attesa.
Per
l'ultima volta, non desiderando vedere Glauco, mi recai al pontile vecchio;
c'era vento perché la stagione cambiava: saremmo giunti all'oceano insieme alla
primavera.
Non
mi accorsi della presenza di Glauco perché era seduto all'ombra di una scaletta
del pontile. Mi guardò in tralice dapprima, quindi mi salutò.
Sentii
rimontare dentro di me tutta la rabbia verso quell'uomo con il quale non avevo
mai scambiato più di poche parole e che era riuscito a sconvolgere tutta la mia
vita. - Sua figlia sta per partire con me - gli dissi seccamente, tentando
tuttavia di controllare la voce.
Annuì
mordendosi le labbra e con un'espressione indecifrabile. - Tutta una vita -
disse - Tutta una vita trascorsa in riva a questo Fiume, e ora se ne va .
-
Ha fatto nulla per trattenerla? - gli dissi.
Non
rispose. Avrebbe potuto dirmi - Montserrat non vuole - e già sarebbe stato una
risposta.
Invece
tacque, e si voltò verso il Fiume.
Il
Fiume. Montserrat. Ángel. Non sopportai che trattasse tutto ciò che amavo con
la sua insopportabile irruenza. La cicatrice gli deturpava il volto ed era forse
il fascino di questa storia che aveva irretito mia moglie.
-
Lei è giovane - disse senza guardarmi - un giorno capirà
-
Anche Montserrat è giovane - replicai.
Forse
mi vide con la coda dell'occhio e forse no. Mi chinai verso la spiaggia di
ghiaia, raccogliendo in silenzio un ramo d'albero, sottile ma durissimo,
trasportato sin là dalla corrente.
L'uomo
mi voltava le spalle. Caricai lentamente il bastone al di sopra della spalla e
lo vibrai con tutte le mie forze sulla tempia deturpata di Glauco.
Stramazzò
a terra senza un lamento. Lo afferrai per i piedi e a gran fatica lo trascinai
su per la scaletta di legno del pontile. Scosse la testa, o forse la batté solo
da qualche parte; nella furia febbrile, non mi sincerai se qualcuno mi stesse
guardando.
Gettai
il corpo di Glauco nel Fiume, nel punto in cui il pontile era più alto, e
tornai a passo veloce verso la casa.
-
Montserrat! - chiamai affacciandomi nella tromba delle scale - Montserrat!
Udii
un lento rumore di passi al piano superiore e riconobbi l'incedere di mia
moglie. La chiamai ancora.
Si
affacciò dal ballatoio, la osservai. Sentii di tremare, ma sorrisi. -
Montserrat. io... vorrei salutare Glauco ma non lo trovo .
Aveva
lo sguardo perduto nella parete alle mie spalle; teneva le mani distese sui
fianchi e dischiudendo le labbra tentò di dire qualcosa.
-
Cosa succede? - domandai. Salii a balzi gli scalini, le presi le mani tra le mie
e carezzandole il fiore ripetei la domanda: aveva gli occhi dilatati e una
sottile linea rossa sul mento, come un graffio.
Le
tremavano le mani: le sollevai verso la mia bocca per tranquillizzarla,
scordando in quel momento il mio folle disordine interiore, e mi accorsi che
aveva le unghie spezzate.
-
Montserrat... - ripetei balbettando, colto da un sospetto atroce.
La
lasciai sul ballatoio delle scale ed entrai nella nostra camera da letto.
Sdraiata sulla coperta, la gonna scomposta e la camicietta stracciata alla
cucitura del colletto c'era Ángel. Aveva graffi sulle guancie e sul collo, il
volto livido, gli occhi ciechi di una fissità ancora maggiore del solito. Per
la prima volta, anche se il suo nervo ottico l'avesse permesso non avrebbe
ugualmente potuto vedere: portava il foulard nero donatole da Montserrat
attorcigliato intorno al collo tanto stretto da toglierle la vita.
*
* *
Prendemmo
il battello. Avevo in precedenza accatastato sul pontile tutto ciò di cui
avrebbe necessitato il comandante e nessuno si stupì che Glauco non si facesse
vivo.
Montserrat
salì la scaletta nella luce abbagliante del tardo inverno, una stagione che è
comunque molto mite in quella provincia. Portai a bordo le nostre borse con le
stesse poche cose che avevamo con noi sin dai Llanos; tranne la cintura e il
foulard di Montserrat, che in quel momento erano da qualche parte nel Fiume
insieme...
...Insieme
al corpo di Ángel.
Il
battello partì immediatamente dopo il carico poiché nessuno dei rari
passeggeri scese. Montserrat si rinchiuse nella cabina in cui siamo tuttora e
che ci sta annegando in un lago di sangue.
Non
uscimmo mai in coperta. il clima era più duro di quando eravamo giunti
alla stazione oltre le paludi; tuttavia la gran parte dei viaggiatori si
dilettavano tutto il giorno sul ponte principale del battello. C'erano musicisti
che si recavano all'Est in tournée e suonavano tutto il tempo danze popolari
delle grasse terre del Norte; La maggior parte dei passeggeri erano giovani
braccianti stagionali che si spostavano con le famiglie verso gli allevamenti di
mitili del Delta o dell'Isla Bonita, e che danzavano da mattina a sera tenendo
il tempo con le mani e i tacchi.
Avrei
voluto salire anch'io, lasciare l'opprimente atmosfera della cabina, ma al
solo proporlo vedevo Montserrat tremare conte una foglia. Voleva rimanere chiusa
in cabina, e che io restassi con lei; mi recavo a prendere i nostri pasti
con un vassoio di compensato ma Montserrat non toccava quasi cibo.
Vidi
scorrere dagli oblò le ultime foreste, che lasciarono il posto a dolci
colline. La notte non potevo sognare altro che Glauco in piedi davanti a me. in
riva al Fiume, e la povera Ángel coi suoi occhi ciechi. Anche Montserrat aveva
soventi incubi durante il sonno, tanto da restare sveglia per gran parte della
notte a fissare il soffitto della cabina. Io me ne accorgevo, ma nel buio della
notte, interrotto dai versi di richiamo degli uccelli fluviali, non tentavo
nemmeno di farle capire che ero sveglio.
Raggiungemmo
infine la città di Bellaria, all'inizio del Delta, fondata da commercianti
Italiani che discesero il Lentizio durante il primo secolo della colonizzazione.
Lasciammo la città che il cielo era coperto e andava rannuvolandosi sempre più.
*
* *
L'oblò
sta cedendo. Uno strato misto di acqua e sangue alto quattro dita ricopre ormai
il pavimento della cabina; sento che Montserrat batte i denti senza riuscire
minimamente a controllarsi.
La
tengo stretta, ma è solo per non spaventarla ulteriormente che mi trattengo dal
nascondere il viso tra i suoi capelli. Rivedo Glauco, risento il bastone fra le
mani ed è come se vibrassi il colpo una seconda volta. Sento le unghie di
Montserrat artigliarmi i calzoni, quasi stringessero ancora il fazzoletto nero
sul collo di Ángel. E' come se il sangue che filtra da dovunque sia il loro.
Appena
scomparsa Bellaria all'orizzonte dell'oblò, il tuorlo giallo - rosso del sole
tramontò cambiando i colori del cielo, dell'erba sulle colline e del fiume.
Rimasi
ad osservare il crepuscolo a lungo, ammirando il moto perfetto delle onde rosse
sulla superficie dell'acqua; con questa visione mi addormentai, e quando al
mattino tornai ad affacciarmi dal ponte del battello. mentre andavo a ritirare
il vassoio della colazione, vidi che il fiume non era tornato azzurro. Barcollai
come colpito da una bastonata, e dovetti aggrapparmi al parapetto. Cercai aiuto,
ma non c'era nessuno in vista: sicuramente erano tutti in cabina a smaltire la
sbornia e la stanchezza d'una notte di danze. Fui costretto ad aprire gli occhi
sul Fiume, accorgendomi che non si trattava di un'illusione: le onde spostate
dalla prua del battello erano color rosso vivo, la scia che ci lasciavamo dietro
era una scia di sangue caldo, dalle rive e sin dove lo sguardo arrivava a monte
e valle, il bacino del Lentizio era invaso da un Fiume di sangue, tiepido e
scarlatto. Corsi incespicando giù dalla scaletta per tornare alla cabina, senza
incontrare anima viva, e spiegai confuso a Montserrat con un torrente di parole
cosa avevo veduto.
Si
affacciò all'oblò urlando terrorizzata: un'onda si era schiantata contro lo
scafo, sferzandole il viso e il colletto.
Da
quel momento, il Fiume ha continuato a salire: il battello sta affondando nel
sangue. Abbiamo tentato di aprire la porta, ma subito un'onda ha invaso il
pavimento della cabina e siamo tornati a chiuderla. Abbiamo urlato aiuto
battendo i pugni contro il metallo ma è stato inutile.
Ora
pare che il battello si sia arenato sul fondo del letto del Fiume. Colto da
un'improvvisa decisione apro la porta mentre Montserrat urla di non farlo. Il
sangue mi arriva sino al ginocchio, ma il corridoio è attraversabile e deserto.
Torno
da mia moglie, la convinco a scendere dal letto e seguirmi: è l'unica
possibilità di trovare una via di fuga. Il liquido rosso scorre, rifluisce nel
corridoio intorno alle nostre caviglie come se continuasse a filtrare da sopra;
il ventre del battello è buio e non si ode suono all'infuori del risucchio
orrendo e del respiro affannoso di Montserrat.
La
guido tenendola per mano verso la scaletta del ponte. La risaliamo solo per
trovare la porta chiusa.
-
Aprila - dice ansiosa Montserrat, cercandomi con la mano.
Mi
appoggio con la spalla e abbasso la maniglia, aprendo uno spiraglio: subito una
muraglia liquida mi si abbatte addosso richiudendo la porta con il suo stesso
peso.
Sono
in terra, tremante di terrore, bagnato di sangue da capo a piedi come un maiale
sgozzato. Montserrat urla di terrore, e io credo sia per mio il aspetto nella
fievole luce sinché non vedo che c'è qualcosa attorcigliato attorno alle sue
caviglie, qualcosa che l'onda ha trascinato con sé dal ponte principale. Lo
raccolgo con dita tremanti e lo sollevo, stentando a riconoscerlo.
Montserrat
impallidisce e scivola in terra sulle ginocchia; cerco di sorreggerla ma mi
mancano le forze, scivolo sul viscido cadendo giù dalle scale, e il foulard
nero che mia moglie aveva regalato ad Ángel e che ho appena raccolto
resta stretto nel mio pugno infradiciandomi di sangue la margherita del palmo; e
non riesco più a trattenermi, comincio a urlare come un pazzo cercando di
cacciare fuori l'anima per evitare che continui a bruciarmi dall'interno,
consumandomi pezzo dopo pezzo man mano che il Fiume di sangue invade il battello
a terminare il mio Tempo.
Franco
Ricciardiello
Scritto
nel febbraio 1987
Pubblicazioni:
1.
"Blade Runner" n. 6/7, Viareggio (LU) 1990
2.
"Terminus", antologia a cura di Fabio Gadducci e Mirko
Tavosanis, Agenzia Giovani "Mauro Rostagno", San Giovanni Valdarno
1990
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