FRANCO
RICCIARDIELLO
Il
giardino dei fiori in comune
Quando
tornai nella mia camera, Vladimir era brillo. Era la prima volta che lo
sorprendevo in una situazione simile, perciò compresi che mi nascondeva
qualcosa di inconsueto. Glielo dissi.
—
Non è vero, non è niente — rispose. — Solamente, molte cose della vita non
vanno come dovrebbero.
Sorrisi.
— Tutti diventiamo filosofi dopo aver bevuto.
—
No, non è così. Sono di fronte alla più straordinaria scoperta della mia
vita, della vita dell’intera umanità, e tuttavia... Cosa dicevo? Ah, penso
troppo alle influenze esterne. Quella bagascia della Zelmetskaja: l’hanno
messa alle mie costole per pungolarmi, per tenermi sulle spine.
—
È il suo lavoro — risposi io.
—
No, Ilya, la ragione è un’altra. Se si limitasse a interpretare a modo suo il
significato della nostra missione quassù su Venere riuscirei ancora a
sopportarla. Però... però... Mi sento obbligato a lavorare e questo mi dà
fastidio. Sai, Ilya... Certo, tu lo sai: Vladimir Sergeevic Zitiakin non lavora
per Vladimir Sergeevic Zitiakin. Non lavora per Lisa Zelmetskaja, non lavora per
il governo né per l’umanità. Lavora... per la conoscenza. Ars gratia
artis, l’arte è fine a se stessa. Come si dice “la scienza per la
scienza” in latino? Tu hai studiato l’italiano, Ilya.
—
È diverso dal latino — dissi io.
—
Certo, lo so. Il linguista sono io.
Mi
sedetti accanto a lui sulla stretta cuccetta.
—
Tu mi nascondi qualcosa — gli dissi.
—
Sì, è vero. Se non fossi ubriaco non te lo direi. Forse sono vicino alla
conclusione del mio lavoro. Nei prossimi giorni mi dedicherò completamente alla
verifica di alcune teorie, prima di divulgarle. Tu sarai comunque il primo a
sapere, Ilya caro.
—
Non temere, Vladimir; io ho fiducia in te. Ho sempre saputo che questo incarico
rientrava nelle tue possibilità.
—
Entro dieci giorni sapremo tutto sulla lingua perduta di Venere — insisté mio
fratello. — Puoi scommetterci il sesso della Zelmetskaja.
Ridemmo
insieme e ci abbracciammo.
*
* *
L’estate non mi piace. O meglio, mi piace meno della primavera. Dal ventuno di dicembre in avanti il dì si allunga, il sole strappa brandelli di tenebre alla notte. A fatica, mantenendo e aumentando sempre più il vantaggio di luce acquisito, il giorno raggiunge in ventuno di marzo la durata del buio e finalmente la supera. E’ da questo momento che ha inizio la primavera. La stagione del disgelo, la stagione degli amori. La durata del giorno aumenta durante la primavera, tendendo e comprimendo le ore di oscurità in un crescendo glorioso fino al suo apogeo, il Solstizio d’estate. Proprio quando inizia la stagione dell’Oro e del Sole, il tempo inverte la marcia, la molla gira al contrario vendicandosi dei torti subiti. La ruota delle stagioni e del tempo si riavvolge e il ciclo replica all’infinito.
La primavera è la stagione che preferisco.
Questo
passo è ricavato da un appunto su PC di mio fratello Vladimir poco dopo il
conseguimento della laurea. A quel tempo Vladimir era solito fermare sul proprio
computer portatile i pensieri che gli passavano per la mente, affinché
rimanessero a disposizione per sempre, ovvero fino a quando ne avesse avuto
bisogno. Rimuginava sulle frasi per giorni, a volte settimane o mesi; quando
infine le trascriveva, le parole emergevano come per miracolo dallo schermo del
PC perché già chiaramente composte.
Forse
in questo modo Vladimir sviluppò la sua memoria fotografica, che gli fu
utilissima durante lo svolgimento del suo lavoro. Vladimir Sergeevic Zitiakin è
il più celebre linguista europeo. Conosce il russo, il lituano e il lettone, il
finlandese e il polacco. Ha una discreta conoscenza di lingue neolatine quali il
rumeno e il francese, parla correntemente l’inglese e sa farsi comprendere in
cinese. Per ironia l’unica lingua che io conosca all’infuori del russo è
l’italiano, che lui non parla.
Non
per caso fu ufficialmente investito dal Ministero del compito di decifrare le
rune venusiane.
*
* *
Il
periodo finale della nostra permanenza su Venere ebbe inizio la sera in cui,
dopo alcuni mesi di ricerche, si tenne una lunga discussione nel locale mensa,
al tavolo del comandante Paustovskij.
Il
cibo era molto saporito, trattandosi di vegetali provenienti da colture
idroponiche con aggiunta di cereali integrali: avena, segale, grano saraceno. La
dietologa della base, la giovane ma esperta Anna Buriatina di Bobrjusk, stilava una
volta al mese la dieta giornaliera per il personale, con la massima attenzione
al fabbisogno calorico/proteico/vitaminico individuale. È un argomento che
trovo piuttosto interessante, per cui nelle prime settimane mi intrattenni
spesso in lunghe discussioni con Anna Fëdorovna. Anche lei quella sera sedeva a
tavola con noi.
Mio
fratello Vladimir aveva bevuto una discreta quantità di vodka (preziosa perché
rara su Venere) come digestivo; per questa ragione pareva più vivace del solito
e disposto a lasciarsi andare a parlare di argomenti che altrimenti non avrebbe
mai trattato.
Come
Lisa Zelmetskaja, commissario ministeriale della spedizione, ben sapeva, le
opinioni di mio fratello Vladimir non sono tra le più ortodosse. Quella sera a
tavola Vladimir lanciò nella sua conversazione con il comandante Paustovskij
una serie di sottili messaggi che erano in realtà diretti alla Zelmetskaja.
—
Caro Vasilij Petrovic — disse Vladimir al comandante dopo che alcune tazze di
tè caldo ebbero fatto in parte svanire l’effetto del liquore, — non vorrei
che i nostri superiori al Ministero si illudessero che noi qui si possa venire a
capo del problema in un breve lasso di tempo.
Il
commissario Lisa Zelmetskaja, che seguiva con malcelato interesse la
discussione, non si fece sfuggire l’occasione di intromettersi: — Cosa
intendi dire, Vladimir Sergeevic? Non procedono a dovere le tue ricerche?
—
Vedrò di spiegarmi in modo comprensibile. Ho sinora preso in visione e in parte
analizzato un certo numero di campioni di scrittura aliena, contenenti quelle
che penso di poter definire "sequenze di parole di senso compiuto".
Esaminando un interessante reperto, un pannello murale nel settore Spinoso Lilla
del parete interna al Giardino, ho potuto notare una certa progressione
nell’avvicendarsi dei simboli all’interno delle frasi.
Sapevo
ciò che Vladimir stava per dire e cercai di chiarire le sue parole agli
ascoltatori, conoscendo le sue difficoltà a parlare un linguaggio comprensibile
anche ai non addetti ai lavori: — Probabilmente sul pannello sono inserite
informazioni risalenti a diversi periodi cronologici, che indicano perciò una
trasformazione nel tempo della lingua scritta dei Raboniki.
—
Che periodo di tempo è riscontrabile fra le variazioni? — domandò la
dietologa Anna Buriatina.
Vladimir
ebbe un largo sorriso di scusa: — È presto, troppo presto per dirlo. Le poche
informazioni inscritte mi fanno propendere per due ipotesi diverse: secondo la
prima vi è un notevole lasso di tempo fra una informazione e l’altra,
dell’ordine di alcune decine di anni. Nella seconda ipotesi ci troviamo di
fronte a una lingua estremamente mutevole, suscettibile di trasformazioni nel
giro di pochi anni, benché non riesca ancora a comprendere come una civiltà
altamente evoluta dal punto di vista tecnico quale sembra essere quella dei
Raboniki, usi una lingua tanto ‘imperfetta’ da originare una rapida
evoluzione.
La
Zelmetskaja era rimasta piuttosto contrariata dalla mia intrusione nel discorso.
Non mi vedeva di buon occhio. Io sono un giornalista, regolarmente accreditato
presso l’associazione degli scrittori, inviato dalla rivista Zivoe Reç per
una serie di corrispondenze sulla civiltà Raboniki. La scelta era caduta su di
me, fra tanti aspiranti, perché Vladimir mi aveva procurato una forte
raccomandazione; per questa ragione la Zelmetskaja mi considerava poco
affidabile. È una perfetta burocrate ma non è corrotta, anzi della moralità
fa il proprio vanto.
Si
rivolse direttamente a me: — Vedo, Ilya Sergeevic, che hai una discreta
conoscenza dei progressi di tuo fratello.
—
È per me un dovere, come giornalista e come consanguineo, tenermi informato del
suo lavoro per illustrarlo nel modo migliore possibile agli utenti delle nostre
informazioni.
—
Sei un uomo strano, Ilya — mi disse a quel punto Ekaterina Paustovskaja, la
moglie del comandante. — C’è qualcosa in te che non so spiegarmi e che
stride malamente con l’immagine che vuoi dare di te.
Non
avevo compreso cosa intendesse dire la donna, perciò risposi: — Non vorrei
darti l’impressione di nascondere qualcosa. Come ogni altro essere su questo
pianeta, sento di essere qui per qualche ragione che trascende le necessità
individuali.
Vladimir,
che aveva mantenuto un’espressione distaccata durante gli ultimi scambi di
battute tra i commensali, approfittò di un secondo di silenzio per dire alla
Buriatina, seduta accanto a lui, a voce alta perché tutti potessero sentire:
— Anna cara, vedi cosa succede ogni volta che cerco di parlare del mio lavoro?
La gente se ne disinteressa per cose molto più futili. Siamo di fronte alle
vestigia di una città aliena abbandonata su questo pianeta cinquemila anni fa,
e loro si interessano della psicologia di mio fratello.
*
* *
Poco
dopo quasi tutti ci alzammo da tavola, lasciando Vladimir e il comandante
Paustovskij a parlare del più e del meno. Dal canto mio, accompagnai Anna
Buriatina nella sua visita serale al laboratorio biochimico.
Per
quanto riguarda i turni di lavoro all’interno della Base sotto la superficie
di Venere, non c’è differenza fra il giorno e la notte. Tutto il personale è
diviso in tre turni e qualsiasi impiego prosegue durante l’intero arco delle
24 ore terrestri. Le poche colture idroponiche si trovavano annesse al
laboratorio. Finita la breve visita, decidemmo di tornare agli appartamenti non
per la via normale e più lunga, cioè per il laboratorio di elettronica, bensì
attraverso la nuova stazione ferroviaria in costruzione. I lavori erano
momentaneamente sospesi nell’attesa di un nuovo invio di materiale dalla
Terra.
La
temperatura di superficie era di circa 480º
C, ma un efficace sistema di raffreddamento manteneva quella sotterranea a
livelli tollerabili. Essendo comunque la temperatura media intorno a 28º
tutti ci eravamo abituati al caldo regolandoci di conseguenza per quanto
riguardava gli indumenti. La stazione ferroviaria in costruzione costituiva però
un’eccezione: i convogli diretti al Giardino dei Fiori in Comune che partivano
dalla più piccola stazione provvisoria allora in uso provocavano un continuo
spostamento d’aria che raffreddava tutte le sezioni attigue. Un termometro
all’entrata segnava 20º
C.
Ogni
nave che giunge dalla Terra a portare o prelevare personale attracca alla
stazione orbitante. Si provvede poi a traghettare i passeggeri alla base di
Novaja Moskva insieme a svariate tonnellate di carico per mezzo di navette-spola
chiamate familiarmente kamikaze, perché non resistono per più di un
viaggio agli agenti atmosferici altamente corrosivi. Sempre nuovi fabbricati si
aggiungono a quelli già esistenti, all’interno della struttura sotterranea
della città aliena. Abbiamo una mensa-ritrovo, locali di alloggio permanenti e
temporanei, tre laboratori e un’officina e una piccola centrale nucleare (in
corso di ampliamento). Ora stanno montando una nuova “stazione ferroviaria”
dalla quale partirà la linea sotterranea per i collegamenti con il Giardino dei
Fiori in Comune; una linea minore è già in funzione da una stazione
provvisoria.
La
struttura definitiva della costruzione era già delineata, ma fasci di materiali
erano accatastati nel disordine più generale in attesa della prosecuzione dei
lavori. Nessuno si recava mai in quel luogo; fu forse per questa ragione che
Anna Buriatina e io scegliemmo proprio quella via per il ritorno, la sera in cui
lasciammo Vladimir e il comandante Paustovskij in sala mensa?
Potevamo
sentire l’aria fresca sulla pelle, le dita delicate di impalpabili cenni di
brezza. Anna si passò le mani sulle braccia per scaldarle. Era una ragazza
bruna, dai lineamenti delicati e privi di trucco. Si sedette di fronte a me, su
una panca di resina provvisoriamente sistemata in mezzo alla sala. Io ero in
piedi e stavamo parlando di qualcosa che non ricordo, tanto ero assorbito dal
suo fascino. Sentivo una forza irresistibile che mi attraeva verso di lei e
sentivo che anche lei provava un sentimento simile. Potevo vedere i suoi bei
ginocchi bianchi; i polpacci erano tesi sui talloni che in quel momento teneva
sollevati da terra. Una vampata di calore mi raggiunse il viso. Mi sedetti
accanto a lei.
Le
parlai delle ricerche di mio fratello, che la interessavano molto, e lei mi fece
domande e continuammo a parlare guardandoci nell’oscurità della stazione. Fu
come se l’essenza Raboniki avesse penetrato l’ambiente, proveniente dal
tunnel del treno che portava al Giardino dei Fiori in Comune. Eravamo eccitati
come due bambini per le immense scoperte alle quali ci andavamo aprendo con lo
studio della Città Raboniki, e la chimica dei nostri corpi aumentava lo stato
di eccitazione provocando uno stimolo sessuale.
Mentre
le parlavo gli occhi di Anna si illuminarono e le labbra divennero lucide. I
capelli castani sembravano possedere una sfumatura di colore mai vista prima;
ero quasi certo di percepire il suo profumo, la fragranza intima della sua
femminilità mentre il mio sguardo era magnetizzato dall’alzarsi e abbassarsi
del seno sotto la camicetta di lino quando parlava.
Tacemmo.
Le misi una mano sul ginocchio fresco. Inspirai profondamente e ci abbracciammo,
ognuno godendo del profumo dei capelli dell’altro. La mia mano risalì le sue
cosce levigate, la seta squisita della sua pelle; le nostre labbra si
suggellarono in un bacio intenso, gli occhi dentro gli occhi. I suoi occhi
incredibilmente lucenti, i miei occhi di uomo che vuole fare l’amore. Sotto la
sua gonna, la mia mano raggiunse l’elastico degli slip e Anna accavallò le
gambe.
Oramai
niente poteva fermarci. Niente mi trattenne dal cercare la deliziosa estasi dei
suoi piccoli seni bianchi, del collo eccitato mentre ci rotolavamo sul pavimento
della stazione silenziosa.
*
* *
La
cronistoria dei rapporti fra il nostro paese e il pianeta Venere annovera
diversi contatti diretti, ed ebbe inizio nell’ormai lontano 1967 (nostro padre
nacque in quell’anno), quando ancora la nazione si chiamava Unione Sovietica.
Tre anni dopo, la sonda automatica Venera 7 atterrò sulla superficie e trasmise
impulsi per 23’. Sospetto che sino da allora abbiamo avuto la fortuna di
incappare nella Città.
Nel
‘72 Venera 8; nel ‘75 Venera 9 e Venera 10 trasmisero le prime foto, che da
mie ricerche private (grazie alle conoscenze di mio fratello) risultarono essere
più delle due “ufficiali”. Le sonde venivano intenzionalmente fatte
atterrare sempre nel punto in cui Venera 7 aveva scoperto qualcosa.
Le
due seguenti sonde, che continuarono a trasmettere rispettivamente per 111’ e
95’, dovettero confermare i sospetti dei ricercatori. Senza fretta e in gran
segreto il Ministero e l’Esercito prepararono la prima spedizione con
personale umano che, quasi mezzo secolo dopo Venera 4, toccò la superficie
della stella del mattino.
Il
resto è storia. Attraverso i venti furiosi e le tempeste eterne sulla
superficie del pianeta un veicolo cingolato, appositamente corazzato per
resistere almeno una settimana all’atmosfera corrosiva di Venere, andò a
cozzare contro la struttura artificiale dell’ingresso della Città aliena.
Il
sonar segnalò una cavità sotterranea; riusciti a penetrare oltre una porta
stagna, protetta da una barriera di avanzatissima tecnologia nanomeccanica, gli
astronauti militari che formavano la prima spedizione umana si trovarono in una
vasta stanza refrigerata, una specie di vestibolo o camera di decompressione.
Era chiaramente un manufatto alieno. Ma chi erano, che aspetto avevano,
esistevano ancora i suoi costruttori? Oltre la seconda porta c’era un condotto
in discesa, alle pareti olografie tridimensionali.
Le
olografie raffiguravano bipedi eretti, corazzati con placche ossee, dalla
corporatura possente e dal volto angoloso. Ogni bipede impugnava quello che agli
astronauti parve uno strumento di lavoro. — Sembrano lavoratori — disse uno
degli uomini, e Raboniki (lavoratori) è il nome con il quale ora
definiamo gli alieni.
Gli
esploratori comunicarono immediatamente alla Terra le loro scoperte; un’altra
spedizione già pronta partì, sempre in segreto. I suoi membri, una volta su
Venere, continuarono il lavoro dei primi astronauti percorrendo il corridoio,
aprendo altre porte a scorrimento ed effettuando una sommaria esplorazione di
quella che si rivelò come una vera e propria città dei Raboniki, scavata sotto
la superficie rocciosa. Due scienziati furono le prime vittime: rimasero
fulminati nell’atto di studiare macchine dalle funzioni sconosciute, e
dovettero essere rimpatriati in cattive condizioni.
Qualcuno
ipotizzò che le indecifrabili scritte applicate alle macchine fossero una sorta
di “istruzioni per l’uso” che occorreva assolutamente interpretare prima
di procedere nelle ricerche. La notizia della scoperta della Città fu
annunciata a tutto il mondo e, contemporaneamente, parecchi altri scienziati e
ricercatori furono inviati quassù da Mosca. Mio fratello Vladimir e io eravamo
due di questi.
*
* *
Di
tutto questo Anna, Jelenda Platonova e io eravamo consci mentre il treno
monorotaia ci trascinava nel suo tunnel verso il Giardino dei Fiori in Comune.
Da sei giorni non vedevo Vladimir, nessuno l’aveva più visto. Chiuso nella
sezione Spinoso Lilla del Giardino, vedeva gente solo per ricevere il cibo,
quotidianamente.
Il
lavoro procedeva, Vladimir accumulava ipotesi su ipotesi ma non aveva ancora
comunicato alcun risultato. Aveva respinto qualsiasi visita della Zelmetskaja o
di suoi invitati, ben sapendo di avere il coltello dalla parte del manico. Il
commissario ministeriale, che al contrario aveva il compito di frenare le
ambizioni di indipendenza di Vladimir, era su tutte le furie.
Lisa
Zelmetskaja mi aveva convocato nel suo ufficio per chiedermi di recarmi nel
Giardino dei Fiori in Comune a parlare con Vladimir. Il commissario era una
vistosa donna matura, dallo sguardo che incuteva soggezione in buona parte dei
maschi; ma in quel particolare momento della mia recentissima relazione con Anna
non aveva sortito con me alcun effetto.
—
Capisci — mi aveva detto la donna, — quanto sia importante per tutti che tuo
fratello, il professor Zitiakin, comunichi gradualmente i risultati raggiunti?
Se dovesse accadergli un incidente, oggi o domani, che ne sarà del suo lavoro?
—
Posso dirti informalmente, Lisa Vissarionova, che Vladimir sta solo cercando
conferma ad alcune teorie già formulate. Mi confessò una sera di avere per le
mani una grossa e importante scoperta che necessita di una sicurezza assoluta
prima di venire ufficializzata. E’ probabile che egli stesso abbia preso
appunti che tiene con sé, in previsione di un improbabile incidente che
coinvolga la sua persona.
La
Zelmetskaja aveva sospirato, osservandomi. Le pareti del suo studio davano
direttamente sull’esterno e potevamo udire il sibilo molto attutito dei venti
violentissimi. Infine la donna aveva raggiunto una decisione. — Domani andrai
al Giardino insieme alla dottoressa Platonova. Parlerai con tuo fratello e lo
convincerai che, per il bene del Paese, deve rendere pubblici i risultati
raggiunti.
Avevo
già preso da solo quella decisione, tanto valeva che mi dichiarassi
d’accordo.
—
Anna Buriatina verrà con noi — avevo detto alzandomi.
E
così il giorno dopo mi ritrovavo con le due donne sul treno per la Città.
Anche se molti sapevano della mia relazione con Anna, nessuno ci aveva mai visti
in atteggiamenti affettuosi e perciò, in presenza di Jelenda, non tenemmo un
comportamento intimo.
Jelenda
Platonova era una donna di cinquanta anni, famosa archeologa in patria. Essendo
giunta solo due settimane prima dalla Terra, non aveva compiuto un giro
approfondito della Città, che ha comunque una superficie di venti km2.
Credo che la Zelmetskaja l’avesse inviata perché potesse, in caso di mio
insuccesso, carpire dalle parole di Vladimir qualsiasi accenno utile.
Costruire
una base stabile sul pianeta Venere è una impresa quasi disperata. Ha una
rotazione retrograda sul proprio asse della durata 234 giorni terrestri. Invece,
la sua micidiale atmosfera al 97% di anidride carbonica si muove intorno alla
superficie del pianeta a una velocità ben superiore: compie una intera
rotazione in sei giorni terrestri. Gli strati superiori delle nubi atmosferiche
hanno movimenti interni in verticale e in orizzontale. Il ciclo atmosferico è
interessante e nello stesso tempo bello in modo terribile.
La
temperatura, che alla superficie si aggira in media sui 450ºC
(750º kelvin), provoca lo sprigionarsi di anidride carbonica dalle rocce.
Questa si innalza al di sopra delle nubi dove i raggi ultravioletti del sole la
scindono in ossido di carbonio e ossigeno; l’ossigeno entra in una serie di
reazioni che portano alla produzione di acido solforico. Questo, a sua volta,
combinandosi con l’acido fluoridrico dà origine all’acido fluorosolforico,
il più micidiale degli acidi inorganici.
Questa
pioggia continua contenente acido fluorosolforico disgrega gran parte delle
rocce e scioglie lo zolfo e il piombo. La tempesta senza fine del pianeta Venere
è il liquido più corrosivo del sistema solare.
Tuttavia
le disastrose condizioni ambientali non intaccano minimamente l’esistenza
della Città. Da migliaia di anni i suoi bastioni sfidano vittoriosi i venefici
elementi atmosferici, malgrado le difficoltà e i rischi di costruire una
struttura permanente e anche quelli relativi alla sua manutenzione. La
tecnologia dei Raboniki, che ha permesso la sopravvivenza di una base permanente
per cinquemila anni, è ancora parecchio al di là della nostra portata: la
superficie esterna della porta di accesso alla città, l’unico manufatto
esposto all’atmosfera, è interamente ricoperta da una crosta nanomec.
Questi composti organici della dimensione di alcune molecole hanno la funzione
di fornire una patina continuamente autorigenerante per affrontare la corrosione
atmosferica.
Basta
anche solo questo particolare a farci comprendere quanta strada ancora abbiamo
da percorrere prima di maturare al livello di civiltà tecnologica galattica.
Percorsa
metà della distanza fra l’area occupata dalla base e il Giardino dei Fiori in
Comune, la monorotaia si contorse su se stessa sotto la superficie della Città.
Il guscio interno del veicolo rimase perpendicolare alla verticale mentre il
guscio esterno si capovolgeva; da un veicolo che scorreva sul pavimento della
Città, il treno si trasformò in un veicolo aggrappato a una rotaia
inchiavardata a una volta.
Questo
accorgimento nella costruzione della ferrovia è stato adottato di nostri
tecnici per evitare lunghissime giravolte negli interminabili labirinti dei nove
settori della Città.
La
costruzione compatta, dalla pianta a forma di poligono a nove lati, ha un
diametro di dieci chilometri scarsi. Il suo sottosuolo è cavo. Sotto la
superficie rocciosa del pianeta, al di sotto della Città, i Raboniki hanno
scavato un abisso profondo sette chilometri (secondo le nostre stime allo
scandaglio sonoro), un’inimmaginabile voragine la cui volta naturale
costituisce il pavimento della Città vera e propria. La spaventosa cavità è
piena di torri metalliche e di spirali luminose che si contorcono intorno a
esse, la cui funzione non ci è dato sapere.
Alcuni
esploratori, poco dopo avere scoperto la Voragine dalle pareti lisce, si erano
calati nell’abisso di macchine ancora pulsanti energia dopo millenni di
presumibile funzionamento. Data la scarsità di risultati di quel tipo di
perlustrazione, si era preferito limitare l’esplorazione a un inventario delle
macrostrutture.
Numerosi
parchi di lampade che i nostri tecnici avevano fissato alla volta della Voragine
tentavano di squarciare l’oscurità grigiastra, ma per evitare le vertigini ai
passeggeri dei veicoli che viaggiavano attaccati alla volta stessa, nessun oblò
nei treni permetteva di guardare fuori.
Per
quanto riguarda la Città vera e propria, si tratta di una costruzione uniforme
delimitata da nove lati rocciosi. Sopra le nostre teste, oltre la parete del
veicolo monorotaia e la volta della Voragine, la Città era divisa in nove
settori, ognuno dei quali con caratteristiche proprie. Tutti i settori erano
formati da labirinti di camere spoglie e corridoi, perfettamente conservati e
dai muri totalmente ricoperti di olografie. Se il percorso del treno si fosse
snodato in uno qualsiasi dei settori, avremmo potuto osservare le raffigurazioni
di milioni di Raboniki nudi che impugnavano utensili metallici o mazzi di fiori
colorati. Non erano scene fotografate all’aperto ma sempre e soltanto su
sfondo neutro.
I
fiori rivestono un’importanza enorme. In ogni settore, i Raboniki alle pareti
portano fiori di una sola specie, e di specie diverse da un settore all’altro.
I nostri esperti pensano che si tratti di un emblema di casta, o di gruppo
sociale, e che ogni sezione della Città fosse occupata da un gruppo socialmente
omogeneo di individui.
Tutti
i settori sono completamente spogli, eccettuata la sezione circolare che si
trova al centro della Città: macchinari ancora funzionanti, grandi bacini di
terra pietrificata, vivide illustrazioni alle pareti e sul soffitto,
rappresentanti tutte le nove specie di fiori dei settori fanno supporre che si
trattasse del centro sociale della Città. Nel Giardino dei Fiori in Comune le
nove caste Raboniki lasciavano da parte le differenze e le diverse usanze e
vivevano una vita di comunità, probabilmente in determinate occasioni. Era
forse il Giardino una specie di Soviet centrale delle nove nazionalità?
Il
treno monorotaia si infilò al di sopra della volta penetrando nell’ampia sala
del Giardino e girando internamente su se stesso, cosicché noi tre fummo in
grado di scendere al capolinea.
—
È impressionante come la prima volta che lo vedi — commentò Jelenda
Platonova contemplando il Giardino dei Fiori in Comune.
Potevamo
vedere tutte le nove grandi vasche piene di terriccio sintetico oramai
pietrificato che,. simili a grandi petali piatti, inframmezzavano i mucchi di
macchine. Il Giardino dei Fiori in Comune ha una forma vagamente a impluvio, più
basso in centro e rialzato al perimetro, cosicché da ogni punto di esso si
possa scorgere ogni altro punto.
Quelle
vasche di terra un tempo contenevano ordinate aiuole di fiori poste a
simboleggiare, secondo l’ipotesi più attendibile, la vita in comunità dei
Raboniki.
Le
macchine, le pareti e grandi porzioni di pavimento sono ricoperte di scritte
simili alle antiche rune vichinghe. Il compito di mio fratello Vladimir era
tradurre quella scrittura per permettere la continuazione delle esplorazioni.
Chiamai
a gran voce il nome di mio fratello. L’eco mi ritornò dal soffitto e dalle
pareti della stanza debolmente illuminata. Un tempo invece grosse batterie
luminose dovevano provvedere alle aiuole fiorite. I macchinari Raboniki avevano
forme aliene e funzioni per me incomprensibili: la maggior parte erano simili a
grossi elefanti di metallo incrostato, dalla superficie opaca e percorsa da tubi
e canalette di liquidi che scorrevano a elevata velocità. Quelle pesantissime
forme meccaniche si reggevano su tre, talvolta quattro sottili piedi metallici
che non riuscivo a capacitarmi come potessero sopportare un simile peso. Altre
macchine erano simili a carri armati schiacciati con uova di plastica alte un
metro dispose in serie di nove laddove un veicolo blindato ha i cingoli.
Le
macchine più aliene (se di macchine si tratta) erano sfere opache del diametro
di circa venti centimetri, che rotolavano eternamente sul pavimento del
Giardino, ronzando e spostandosi lentamente, talvolta risalendo le pareti senza
alcuno sforzo apparente come se per esse la gravità non esistesse. Vi erano
circa un centinaio di sfere e non erano pericolose.
—
Qual è il settore Spinoso Lilla? — domandò Jelenda; Lisa Zelmetskaja
l’aveva probabilmente informata del punto in cui Vladimir stava svolgendo il
suo lavoro. Condussi le due donne attraverso le “aiuole”, dirigendole verso
una fascia di parete che era più o meno dalla parte opposta rispetto alla linea
ferroviaria.
Trovammo
il pannello su cui Vladimir stava lavorando, una lastra bianca sul muro
contornata da migliaia di riproduzioni olografiche di fiori colore lilla. E
trovammo anche Vladimir, addormentato sul pavimento con una giacca per cuscino.
Lo
svegliai mentre Jelenda, scandalizzata, borbottava imbarazzata.
—
Oh, Ilya — disse Vladimir sbattendo le palpebre e stirando le membra, —
arrivi al momento giusto. Buongiorno, Anna Fëdorovna cara. C’è del tè nero
liofilizzato in quel bollitore, possiamo dissetarci.
Vladimir
si riassettò i capelli mentre io provvedevo a scaldare il tè.
—
Ci hai preoccupati tutti — dissi. — Cosa fai qui da solo, senza parlare a
nessuno dei tuoi progressi?
—
Oh, andiamo, Ilya. È stata la vipera a mandarvi, vero?
—
Come vanno le ricerche, Vladimir Sergeevic? — gli domandò Anna.
—
Direi bene, cara ragazza. Oramai è tutto risolto.
Sul
momento non afferrai il significato della sua frase, ma Anna chiese: — Cosa
significa tutto risolto?
—
Tutto. La lingua Raboniki, la loro storia. La collocazione dell’umanità
nell’universo.
Tacemmo
tutti. Compresi che Vladimir, malgrado il suo gusto per la teatralità e la sua
mania di impressionare sempre gli ascoltatori, non stava scherzando.
—
Ci stai prendendo in giro, Vladimir Sergeevic? — domandò asciutta Jelenda
Platonova.
—
Non ho il piacere di conoscerti — rispose mio fratello, — ma ti assicuro che
tutte le risposte alle mie, alle nostre domande si trovano in questo pannello
alle mie spalle. Molte sono risposte implicite.
Il
tè era pronto. Osservammo il campione di scrittura Raboniki. Sembrava più una
tabella numerica che un messaggio murale: un centinaio di righe orizzontali per
una ventina di colonne di rune non molto fitte.
Vladimir
gustò il tè, schioccò la lingua e parlò: “I colleghi linguisti ed io non
riuscivamo a comprendere il senso di questo semplice campione di scrittura,
oserei dire alquanto rozza e primitiva. Era proprio la sua primitività a non
quadrare con le meravigliose conquiste tecniche che vediamo nella Città, nella
Voragine e nel Giardino dei Fiori in Comune. Sono distinguibili solo alcune
parole, talvolta parole identiche scritte con una lieve differenza, tanto che in
principio propendevo per vocaboli differenti. Numerando tutti i vocaboli in
ordine da in alto a destra fino in basso a sinistra (ma questa scelta è
casuale), li ho in seguito inseriti nel mio computer portatile; ciò che ho
ottenuto è una classificazione sistematica di quanto riportato sul pannello.”
—
Non ha comunicato a quel punto i suoi risultati? — intervenne Jelenda
Platonova.
—
Non mi interrompa per cortesia — la zittì Vladimir. — Ho notato alcune
assurdità logiche nelle sequenze di vocaboli. In certi punti l’ordine degli
etimi cambia, come pure l’ortografia di alcuni di essi. Possiamo suddividere
questo campione di scrittura in tre fasi piuttosto distinte. Di questo voi, Ilya
e Anna cari, eravate già a conoscenza, vero? Bene, la spiegazione è semplice
ed è contenuta sul pannello. Immaginate un mondo, la Terra di cinquecento anni
fa, popolata da una razza di esseri fisicamente robusti e relativamente
pacifici, divisi in nazioni dalle lingue molto diverse fra loro. La scrittura è
uguale, ma le lingue diverse. Comprendete? Come se anche gli europei e gli arabi
usassero l’alfabeto russo ma ognuno scrivesse nella propria lingua. Ogni
nazione non comprende il linguaggio delle altre. Ora immaginiamo un’invasione
dallo spazio. Una razza superiore cala su questo pianeta ignaro e fa una gran
razzia di schiavi, esseri appartenenti a nove diverse nazioni. Cominciate a
intravedere qualcosa?
—
Nove nazioni come i settori della Città! — dissi io.
—
Esatto. Gli schiavi Raboniki furono trasportati fra le stelle da quelli che
chiameremo Opricniki, "sfruttatori". Gli Opricniki erano una
razza enormemente evoluta dal punto di vista tecnico ma presumibilmente privi di
una “morale” in senso terrestre. Non so perché, tutti i Raboniki vennero
trasportati sul secondo pianeta del sistema solare dove gli Opricniki scavarono
per loro questa Città. I nuovi schiavi mantennero la separazione fra una
nazionalità e l’altra; ogni comunità aveva il proprio settore, la propria
cultura.. Ma per comunicare, tutte le civiltà cosa avevano a disposizione?
Non avevano una lingua comune, né il poco contatto con i padroni
Opricniki permetteva loro di apprendere quella lingua. Come fare?
Vladimir
terminò di bere il tè. Noi avevamo già finito mentre lui parlava.
—
Dobbiamo fare ora una breve digressione — continuò. — Chi di voi sa cosa
sia un pidgin e cosa sia una lingua creola?
Tutti
e tre tacemmo.
—
Bene. Cioè no, male. Il pidgin è quel linguaggio, estremamente povero
nella sintassi e nel vocabolario, che individui appartenenti a culture
differenti usano per comunicare fra di loro. Nessuno può usare con gli altri la
propria lingua e nessuno sa quale lingua adottare poiché tutte le razze sono
alla pari quanto a evoluzione civile. Così questi individui forzati a
comunicare adottano un linguaggio universale usando le poche parole Opricniki
che sanno, ordinandole secondo una sintassi che cercherò di spiegarvi. Ora,
qualsiasi pidgin è una lingua soggetta a rapida evoluzione. Dagli esempi
a nostra disposizione sulla Terra, la seconda generazione di schiavi non usa più
il pidgin dei genitori, ma un’altra lingua più evoluta, una lingua
creola.
—
Non fai un discorso coerente — lo accusò Jelenda. — Come puoi pretendere
che un esempio valido per la cultura terrestre sia adattabile a una
completamente aliena?
Vladimir
spiegò con pazienza: — Analizziamo i luoghi e le occasioni in cui, sul nostro
mondo, pidgin e lingue creole si sono sviluppati. Nelle isole Hawaii, a
Capo Verde, Saô Tomé, alle Seychelles, nelle Filippine e ad Haiti, in Giamaica
e nelle tre Guiane e alle Antille, e così via: in tutti i luoghi in cui le
potenze coloniali del passato (Portogallo, Spagna, Inghilterra, Francia)
importarono manodopera a forza con il miraggio di lavoro sicuro e buoni
guadagni; ebbene, in tutti questi luoghi le genti appartenenti a diverse culture
svilupparono un pidgin grezzo per comunicare, attingendo abbondantemente
alla lingua dei colonizzatori. Nel caso della Città, la situazione è
estremamente simile e un semplice calcolo delle probabilità matematiche lo
confermerà. Dunque, le prime due parti del campione di scrittura sul pannello
sono forme di pidgin in evoluzione, e la terza è una lingua creola.
—
Non ci hai ancora spiegato questo punto — disse gentilmente Anna.
—
È presto detto: il pidgin non soddisfa la nuova generazione Raboniki,
che impara sempre più parole Opricniki e non correla la sintassi pidgin.
Perciò viene spontanea l’adozione da parte di questa generazione di una nuova
sintassi la cui matrice è innata nei geni. Ogni essere umano, ogni Raboniki e
ogni altro essere intelligente che abita l’universo ha un proprio modo di
pensare; classificherà i suoi rapporti con il mondo esterno, le sue esperienze
in primitivi concetti di grammatica quali ‘soggetto’, ‘verbo’,
complemento oggetto’ e così via. Tutti gli appartenenti a una razza hanno
questa matrice innata; nel caso di neonati inseriti in una cultura con una
propria lingua dalla precisa grammatica, il bambino è costretto a cancellare la
sua matrice, il suo modo di pensare le frasi per adattarsi alla grammatica già
esistente. Ma in una società che usa il pidgin, questo idioma mutevole
che altro non è se non una lingua creola in embrione, i neonati crescendo
useranno i vocaboli già esistenti (siano essi Opricniki o Raboniki) con una
grammatica creola, cioè ordinando le frasi come il loro "sesto senso"
sa già.
Tacemmo
tutti per un attimo, forse ognuno soppesando quanto aveva appreso.
—
Deve esserci qualcosa — dissi, — qualcosa che non sappiamo. Come sei
riuscito a tradurre la lingua?
—
Non è questo il punto — rispose mio fratello Vladimir alzandosi in piedi. —
Sono giunto alla soluzione di circa un terzo delle iscrizioni sul pannello.
Partendo dal presupposto che il creolo Opriçniki avesse una struttura
sintattica simile a quella terrestre, cioè la modalità irreale, il tempo
anteriore eccetera, ho correlato per mezzo del mio computer portatile sequenze
di parole. Confrontandole con i simboli impressi su tutte queste macchine, ho
decifrato una certa quantità di vocaboli. Questo pennello è una specie di
lapide, una registrazione storica in tre tempi diversi. Dalla prima parte si
comprende come, non molti anni dopo la deportazione dei Raboniki su Venere, gli
Opriçniki se ne andarono.
—
Se ne andarono? — domandammo insieme Anna e io.
—
Se ne andarono. Abbandonarono gli schiavi, la Città, i macchinari e la
Voragine, che tra l’altro sembra la ragione per cui la Città è stata
fondata. Abbandonarono il Giardino dei Fiori in Comune, la pioggia all’acido
fluorosolforico e il Sistema Solare mentre sulla Terra le civiltà umane
compivano i primi, lentissimi passi sulle scale evolutive sociali. Perché se ne
andarono? Non sono riuscito a dedurlo sinora. Nella seconda parte del pannello
si parla di come, dopo la scomparsa degli Opricniki, i Raboniki continuassero la
vita in comune, la conduzione delle macchine il cui scopo, ripeto, ci è ancora
ignoto. Gli ex-schiavi erano pacifici e democratici, tenevano una sorta di
"elezioni generali" per la conduzione della Città e dei lavori alla
Voragine. Tutto ciò durò, penso, fino alla generazione successiva, vale a dire
finché ebbe origine la lingua creola. La terza parte del pannello è scritta in
questo linguaggio.
Porsi
un’altra tazza di tè scuro a Vladimir, che placò con gratitudine la gola
asciutta. Riprese poi a spiegare sapendo quanto fossimo ansiosi. E la sua voce
rimbombava sulle pareti spoglie, sfiorava le complicate superfici degli
sgraziati automi immobili e delle sfere ambulanti.
—
La terza parte, dicevo, è una specie di testamento, o di memoria per i posteri.
Spiega come anche i Raboniki abbandonarono il pianeta Venere.
Dopo
una breve pausa d’effetto, Vladimir continuò: — Qualcuno, la cui identità
non ho compreso, scese alla Città proveniente dalle stelle. I nuovi arrivati
convinsero i Raboniki a lasciare il pianeta; gli ex-schiavi portarono via con sé
tutto il contenuto dei settori, ammucchiando nel Giardino dei Fiori in Comune
tutti quei macchinari che ritennero inutili.
—
Inutili? — disse Anna. — Vuoi dire che tutte queste incredibili macchine non
rappresentano che gli scarti dei Raboniki?
—
Ammetto che è una mia supposizione, ma dovrebbe essere molto vicina alla realtà.
—
Ma chi — domandò Jelenda, — chi è venuto a prendere i Raboniki e perché?
Vladimir
si strinse nelle spalle. — Chi lo sa? Forse gli Opricniki, forse una terza
razza ostile a questi ultimi in cerca di alleati per una guerra interstellare.
— Mio fratello si stirò nuovamente le membra e raccolse la giacca da terra.
—
Cosa accadrà adesso? —domandai.
—
Le ricerche continueranno. Altre navi porteranno altro materiale per disturbare
le tempeste eterne. Sezioneremo le macchine Opricniki e le trasporteremo sulla
Terra, cercheremo di comprendere la funzione della Voragine.
—
E se i Raboniki tornassero? Se un giorno tornassero di Opricniki o l’ipotetica
terza razza? Noi non siamo che un granello di polvere nei loro occhi, un insetto
in confronto a un elefante.
—
Potrebbero anche non avere cattive intenzioni. Io penso che il senso di questa
avventura, la vera scoperta di cui vantarsi, sia da ricercarsi nella funzione
del Giardino dei Fiori in Comune.
Mi
voltai verso di lui. — Non mi è chiaro ciò che dici.
—
Se riuscissimo, noi terrestri, a imparare la lezione della convivenza civile...!
I Raboniki, questo popolo rozzo e presumibilmente primitivo, senza un punto di
contatto sociale fra le nove razze che lo compongono è riuscito a rimanere
unito nella cattività, a prendere le proprie decisioni di concerto. Il Giardino
dei Fiori in Comune, rifletti... i Fiori, così come sulla Terra, rappresentano
qualcosa che ogni razza possiede. Simboleggiano anche (se vogliamo) la pace,
l’armonia. Il Giardino è qualcosa al di sopra dei fiori, un’organizzazione
sovranazionale, una struttura morale, un patto sociale. Il Giardino dei Fiori in
Comune è l’organizzazione della pace e della bellezza, dei sentimenti sani,
messa a disposizione di chiunque per il benessere generale.
Approvai:
— Direi che il nome che abbiamo scelto casualmente calza alla perfezione.
—
Ho appetito, sarebbe bene tornare alla base — concluse Vladimir lanciando
un’ultima occhiata al pannello murale.
Franco
Ricciardiello
Scritto
nel giugno 1984 - revisione agosto 1994
Pubblicazioni:
"Follow
my dream" n. 0, Ancona 1988
"Terminus"
n. 1, Palermo 1995
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