FRANCO RICCIARDIELLO
L’eterna
estate sul fiordo
Il
giorno in cui rubai il mantello a Robert non potevo ancora sapere quanto fosse
vicina la fine dell'estate sul Lyngenfjord. Non sarei mai riuscita a entrare in
possesso della preziosissima tela se non durante le ore di sonno, perché Robert
era solito tenere il mantello sulle spalle mentre passeggiava sulla sua sedia a
rotelle dal Sevagram alla spiaggia e viceversa. Suppongo che nella sua esistenza
egli abbia ben poche soddisfazioni all'infuori della vista del castello della
Signora e delle proprietà taumaturgiche del mantello che ora non possiede più.
Solo oggi mi accorgo di sapere cosí poco di lui, e in un improvviso slancio
d'amore vorrei conoscere tutti i lunghi momenti delle sue due vite.
Robert è mio padre ma, fin dove la memoria giunge negli anni luminosi
dell'infanzia, lo ricordo sempre inchiodato sulla sedia a rotelle con lo sguardo
triste ma affettuoso che mi indicava come il mio vero genitore fosse lui e non
Eric.
Dopo
aver rubato il mantello mi incamminai col cuore in gola verso la rupe che
dominava il Sevagram nascondendolo alla vista dei superstiti abitanti di
Lyngseidet. Come tutte le "notti" artiche il cielo sotto la cupola
trasparente era nuvoloso ma pieno di sole, e la luce impediva agli uomini la
meravigliosa visione delle stelle dalle quali le Silfidi erano discese a
sconvolgere la routine dell'esistenza umana.
Mentre
camminavo in salita pensavo a Eric.
Eric
mi aveva insegnato tutto ciò che sapevo. Non sono mai andata a scuola oltre il
decimo anno d'età, quando tutti i ragazzini norvegesi abbandonarono le
meravigliose aule del Sevagram. Nella.sua precedente vita Eric era stato uno
scrittore; possedeva, nella casa che divideva al Sevagram con me e con Robert,
una fornitissima biblioteca sulla quale continuò a insegnarmi a leggere,
incominciò a insegnarmi a ragionare e ad amare tutte le meravigliose cose che
sulla Terra sono fatte per essere amate.
Il
viso di Robert, come quello di Eric, non era cambiato dai giorni confusi della
mia infanzia. Condannati per sempre alla vita dal dono della Signora, i due
avevano accettato l'immortalità con un sentimento dai risvolti cosí profondi
che a una quindicenne come me, ancora inesperta, non era dato di conoscere a
fondo.
Questi
e altri pensieri mi accompagnarono sulla sommità della rupe, dove una brezza
leggera proveniente da ovest muoveva la vegetazione mediterranea fuori luogo.
Sollevai la botola di rami e fronde che avevo posto a protezione della piccola
buca da me scavata ed estrassi i sottili e leggerissimi tubi ad incastro
preparati con tanta cura durante mesi di lavoro. E lassù, seduta su una rupe a
dieci chilometri dalla sottile guglia fosforescente che era il castello della
Signora in bilico sul braccio di mare del Lyngenfjord, mi apprestai a fabbricare
un paio di ali con la meravigliosa tela del mantello di Robert.
*
* *
Solo
parecchie ore dopo le ali furono pronte. Con una breve corsa mi sporsi
dall'altro lato della rupe per vedere la spiaggia del Sevagram. Robert era fermo
sulla sedia a rotelle, accanto all'acqua, e si guardava intorno agitato gridando
il mio nome di tanto in tanto. Eric camminava spedito sulla ghiaia della
battigia fra il Sevagram e la rupe. Non potevano avere idea di dove fossi né di
cosa stessi facendo.
Tornai
alle mie ali e le dispiegai completamente, lasciandole aperte sulla roccia. Il
sole investí la tela del mantello con l'enorme forza dei suoi raggi. Dovetti
attendere solo pochi minuti per vedere l'intelaiatura delle ali alzarsi quasi
impercettibilmente sotto la spinta dell'aria calda che si era formata fra la
roccia e la tela del mantello; secondo le mie osservazioni, la materia di cui
era fatta assorbiva il potere riscaldante dei raggi del sole, rimandandolo
potenziato dalla superficie inferiore che riscaldava l'aria sottostante,
formando una discreta sacca d'alta pressione che manteneva in volo il veicolo e
il suo passeggero.
Era
finalmente venuto il momento! Sollevai l'intelaiatura delle ali e le impugnai,
devo dire un po' maldestramente, assicurando le braccia ai lacci di stoffa
predisposti per l'occasione. Mossi
le mani e le ali si mossero con esse. Saggiai la resistenza dell'aria e la
trovai soddisfacente. Presi una
piccola rincorsa sollevando le gambe al petto; mi eccitai per il modo in cui
quasi mi sollevai dalla roccia. Potevo volare!
Ero
pronta a mostrarmi a Robert. Robert!
Mi avrebbe vista volteggiare sulla sua testa spettinata; potevo immaginare di
sentire il battito del suo cuore aumentare mentre la figlia trasformava
l'energia potenziale del dono della Signora nell'energia cinetica che le avrebbe
permesso di volteggiare leggera intorno al castello per poi innalzarsi più su
sempre più su, oltre il monte che sovrastava il fiordo fino a portarsi sulla
verticale di Lyngseidet e uscire dalla cupola per mezzo dell'ombelico che si
trova al suo centro perfetto! Ma occorrevano molte, molte ore d'allenamento.
Senza
indugio mi lanciai dalla rupe verso il fiordo. Immediatamente uno schiaffo
d'aria più fredda proveniente dall'ombelico mi colpí, bloccandomi per un
secondo e quasi costringendomi a un pericolosissimo stallo. Inclinando l'ala
sinistra sentii ritornare la spinta verso l'alto. Scivolando in cerchio, trovai
una corrente ascensionale che mi sollevò lentamente ma inesorabilmente mentre
mi avvicinavo al centro del fiordo. Tralasciando per momento l'incredibile
ebbrezza del volo, virai in un'ampia planata verso la spiaggia del Sevagram.
Aguzzando lo sguardo nell'aria che quasi mi toglieva il fiato, scorsi
Eric che mi osservava, immobile. Anche Robert mi aveva vista e sicuramente
riconosceva sua figlia dalla tela argentea del suo mantello straziato (era stato
necessario tagliare e giuntare la tela più volte per ottenere la massima
superficie possibile).
Continuai
a planare, acquistando progressivamente velocità. Sorvolai raggiante Eric che
strillava il mio nome ridendo e
applaudendo, e lo salutai volandogli intorno a una certa quota.
Non essendo ancora pratica, non mi fidavo a volteggiare più rasoterra.
Per la verità avevo fatto parecchie ore di prove con ali di seta, correndo
sulla ghiaia della riva oltre la rupe, dove non potevo essere vista dal Sevagram.
Sollevavo le gambe lasciandomi trasportare per qualche decina di metri sorretta
anche da un meraviglioso sentimento che però non reggeva
il confronto con l'ilare ebbrezza del Volo con la Tela Magica.
Eric
mi venne dietro come meglio poteva mentre cercavo di portarmi il più possibile
accanto a Robert. Mio padre mi stava guardando dalla sedia a rotelle con
un'espressione che dalla distanza a
cui mi trovavo non potevo decifrare. Coprendosi gli occhi con l'ombra della
mano, mi osservava. Con una manovra azzardata inclinai le ali all'indietro
diminuendo improvvisamente la velocità, riprendendomi un attimo prima che fosse
troppo tardi.
Tuttavia
presi terra bruscamente e le ginocchia mi si piegarono; Robert fece il gesto di
alzarsi dalla sedia per soccorrermi, ma sorrise quando sollevai la testa e a mia
volta sorrisi. Quando Eric giunse da noi, Robert cambiò espressione e cercò di
rimproverarmi: — Corrina — disse,
— Sai che avresti potuto non farcela? E se fossi precipitata dalla rupe?
Eric
riprese fiato e disse: — Eri magnifica, Corrina! Ecco a cosa ti servivano
tutti quei libri di aerodinamica! Però, ammettilo, ti sembra bello rubare il
mantello di Robert?
Slacciai
le cinghie, raccolsi le ali e tenendole sotto il braccio mi avvicinai a Robert.
— Mi sembrava il miglior regalo che potessi farti — gli dissi. — Anche tu
hai contribuito al mio Volo; quando mi sarò allenata abbastanza, girerò
intorno al castello e salirò su, su fino all'ombelico per uscire dalla cupola.
I
due si oscurarono in volto e Eric rispose che avremmo dovuto parlarne. Mi cinse
le spalle con un braccio accompagnandomi verso casa, mentre continuavo a
stringere le ali che avevo rifiutato di consegnargli. Robert ci tenne dietro
spingendo a forza di braccia le ruote, mentre le nuvole che si formavano sotto
l'ombelico continuavano a discendere le pareti interne della cupola, muovendosi
dalla verticale di Lyngseidet verso tutti i punti cardinali.
*
* *
Venticinque
anni fa, due lustri prima che nascessi, le Silfidi scesero su una Terra che non
aveva mai conosciuto la loro esistenza. Erano rappresentanti di una civiltà
extraterrestre tecnologicamente ed eticamente avanzata, e offrirono i propri
servigi agli esseri umani in cambio del permesso di compiere alcuni studi sulla
civiltà e sulla cultura terrestri. Non ho mai visto dal vivo una Silfide, ma ho
consultato fotografie e letto parecchi libri su di loro. Il loro nome è preso a
prestito dal microcosmo mitologico degli occultisti; da Paracelso a Eliphas
Levi, gli spiriti della natura sono stati classificati in quattro specie, e cioè:
spiriti della Terra (gnomi), spiriti dell'Acqua (ondine), spiriti del Fuoco
(salamandre), e spiriti dell'Aria (Silfidi). Tuttavia l'accostamento non è dei
piú riusciti: gli alieni sono in grado di volare per mezzo delle ali di
membrana attaccate alle loro schiene, ma la somiglianza finisce qui. La
tradizione occultista rimanda immagini di creature forti e possenti, superiori
agli umani per dimensioni mentre le "nostre" Silfidi sono esseri
deboli e snelli, figurine femminee dai lineamenti levigati e morbidi, che
indubbiamente potrebbero essere state scolpite nel marmo più puro dalla mano di
Michelangelo.
Le
Silfidi accettarono di risolvere il problema della nutrizione nel mondo,
modificando il clima di precchie regioni per renderne possibile lo sfruttamento.
Per mezzo di immense cupole, lande ghiacciate e deserti fusi si trasformarono in
lussurreggianti oasi di coltivazioni dal clima mediterraneo.
La
cupola sotto la quale vivevamo era una struttura circolare del diametro di cento
chilometri, posta sulle coste settentrionali della Norvegia, oltre trecento
chilometri a nord del Circolo Polare Artico. L'effetto serra che la sua sola
esistenza generava aveva fatto sí che terre fredde e improduttive si
trasformassero in un meraviglioso giardino di vegetazione e coltivazioni
intensive. La cupola era fatta di un materiale agli umani assolutamente
sconosciuto, una pellicola tesa dello spessore di dodici molecole che, al suo
vertice, s'innalzava a duemila metri sopra il livello del mare. L'ombelico, il
ritaglio tondo largo mille metri che era il suo vertice perfetto, era
esattamente sopra la cittadina di Lyngseidet. Lo scambio di pressione fra le
masse ascendenti d'aria calda provenienti dall'interno e quelle d'aria fredda
che penetravano dalla zona polare esterna, produceva un'enorme quantità d'acqua
condensata che, trascinata dalle correnti fredde che dall'ombelico scendevano
lungo la superficie interna della cupola, benediva di precipitazioni regolari
tutte le terre coltivate sopra le scogliere.
Parecchi ritagli nella superficie delle cupole permettevano a chiunque
volesse di percorrere le strade in precedenza esistenti che collegavano la
cittadina al capoluogo di Tromsø e agli altri centri abitati delle coste. Come
la nostra cupola, migliaia di altre erano state create sulla superficie
terrestre in luoghi ostili dalle Silfidi, e per ogni cupola una Signora (per noi
le Silfidi erano tutte femmine) aveva innalzato una slanciata dimora chiamata
castello che ospitava la sua persona e i macchinari che permettevano l'esistenza
della struttura.
Questo
dono da solo sarebbe bastato per meritare l'eterna amicizia della razza umana,
ma alle Silfidi non bastò. Proposero la realizzazione di un piano ambizioso e
colossale, che avrebbe generato sconvolgimenti ancora maggiori del cambiamento
del clima e arrecato benefici sia all'umanità che agli alieni. Tre anni dopo la
loro venuta, poco dopo l'erezione delle cupole, le Silfidi operarono la
"resurrezione" di un grande numero di personalità del passato
terrestre. Da tempo immemore la loro razza studiava lo sviluppo delle civiltà
umane e registrava con mezzi dalla tecnologia incomprensibile la vita e i
ricordi di tutti gli esseri umani degni secondo il loro (forse parziale)
giudizio di essere ricordati. E il loro secondo dono fu proprio l'evocazione di
alcune migliaia di scienziati, filosofi, scrittori, musicisti, architetti del
passato affinchè gli esseri umani potessero ancora fruire della loro sapienza e
le Silfidi stesse fossero in grado di continuare i propri studi.
La
Signora della cupola di Lyngenfjord aveva "evocato" Eric e Robert e
altri sei o sette personaggi importanti che ora vivono, forse, a Lyngseidet, ma
che un tempo avevano tutti abitato il Sevagram.
Durante
il secolo scorso, quando il Mahatma Gandhi era famoso in tutto il mondo, era
solito dire: "Il villaggio è l'universo", riferendosi alla comunità
da lui stesso fondata in India. La parola che usava per 'villaggio' era
'sevagram', e tale fu il nome scelto dalla Signora per la sua scuola
immortale.
I
bungalows prefabbricati ora abbandonati a porte spalancate, uno dei quali era
abitato da me, Eric e Robert, era un tempo una 'scuola' nella quale gli evocati
trasmettevano la loro saggezza ai ragazzi norvegesi della provincia e ai pochi
altri studiosi umani cui era permesso di vivere al Sevagram. La Signora,
ovviamente, registrava qualsiasi avvenimento si svolgesse nel villaggio.
Io
nacqui sette anni dopo l'evocazione di Robert, al tempo in cui egli era l'amante
della Signora. Questo è un argomento che Robert non toccava mai e del quale
Eric sapeva ben poco. la bocca di mio padre incorniciata dalla sottile barba
ribelle non si era mai aperta per parlarmi della Signora e del loro rapporto.
Eric mi aveva detto che Robert era stato, nella sua precedente vita, un poeta
oltre che un musicista. Durante il tempo passato con la Silfide aveva composto e
cantato canzoni al castello e al Sevagram, mentre i ragazzi norvegesi lo
ascoltavano estasiati.
Poi
un giorno Robert cadde in disgrazia e il mito della Signora s'infranse nelle sue
visioni. Non fu mai piú visto andare al castello, finchè una misteriosa
paralisi lo costrinse all'uso della sedia a rotelle. Aveva completamente perso
la facoltà degli arti inferiori.
I
norvegesi narravano che la Signora l'avesse prosciugato sottraendogli l'energia
vitale, ma io non potevo crederlo. Un giorno mi portò da Eric (io ero ancora in
fasce e lui ancora sano) presentandomi come sua figlia senza rivelare da dove
provenissi. Eric dice che la probabilità di un rapporto sessuale fecondo fra un
essere umano e una Silfide è bassissima e che non siamo neppure certi che la
Silfide sia una femmina, ma io non ho dubbi circa la mia origine. Ho
le ossa piccole e leggere, le membra e la corporatura sottili e il mio viso, non
lo dico per vanità, è delicato e bello come quello delle migliaia di foto nei
libri sulle Silfidi. E' per questa ragione che.non credo a Eric quando parla di
una contemporanea relazione di Robert con una ragazza norvegese che abitava al
Sevagram. Può darsi che menta quando afferma che sono nata troppi mesi dopo la
fine della relazione con la Signora.
Crebbi
comunque al Sevagram per dieci anni, cioè fino al momento in cui i dullahan
scesero a loro volta sulla Terra.
*
* *
Durante
il volo mi ero accorta di come le membra si fossero intorpidite a causa del
contatto con l'aria fredda. Eric mi gettò su una coperta sulle spalle e mi
costrinse a sedere su di una poltrona nel soggiorno, da dove tenni d'occhio le
ali. Inevitabilmente lo sguardo mi cadde sulla chitarra impolverata di Robert,
inchiodata con un filo di nylon alla parete, e al cartello scritto in inglese
che Eric aveva appeso sopra lo strumento:
l'arpa
che un tempo nelle sale di Tara
suon
di musica diffondeva
or
pende muta sui muri di Tara
come
se quell'anima fosse svanita
—
Un grande inglese del passato chiamato Thomas More — mi aveva detto una volta
Eric, — scrisse queste righe riferendosi alla tradizione musicale irlandese,
la cui anima era stata stroncata da secoli di genocidio perpetrato dagli
inglesi.
Eric
diceva inoltre che durante il tempo in cui era vissuto la mentalità
imperialista della sua razza non si era ancora estinta, malgrado fossero passati
secoli dall'epoca di More.
Il
paragone con Robert calzava alla perfezione, me ne resi conto una volta di piú
quando lo vidi entrare a forza di braccia, astenendosi dal guardare lo strumento
che sedici anni prima aveva accantonato per sempre, in gesto di estrema
protesta.
—
Non posso credere — disse Eric — che tu abbia imparato a volare in quel modo
solo consultando quei pochi testi di aerodinamica che ho in biblioteca. Bambina
mia, neanche Leonardo avrebbe potuto fare altrettanto.
Sorrisi,
compiaciuta del paragone, e gli dissi degli allenamenti a volo radente sulla
spiaggia oltre la rupe.
—
Inoltre — aggiunsi, — mi sarei certamente schiantata sul muro dell'acqua
senza la tela della Signora.
Guardai
Robert: — Spero non ti dispiaccia troppo. So che era un caro ricordo e so
quanto vi fossi affezionato, ma io ne avevo
bisogno. Capisci quanto è importante che io vada dalla Signora, che le
parli? Capisci che devo risalire fino all'ombelico per uscire dalla cupola?
Eric
si schiarí la gola. Potevo vedere la cicatrice della pallottola che nel 1937
gli aveva perforato il collo sul fronte di Huesca, durante la guerra di Spagna.
La Signora l'aveva evocato nelle
stesse condizioni fisiche del 1945, certamente ritenendo che avrebbe sminuito
buona parte del suo fascino senza le prove della sua militanza repubblicana. —
Non posso assecondarti, Corrina. Un conto è volare per un miglio dalla rupe,
altro conto è attraversare venti chilometri di spazio aperto fino al castello.
Quanto all'illusione di poterti affiancare alla Signora in volo...! Ella ha
un'abilità acquisita durante secoli di volo con membra naturali. Non
arrischiare la tua vita!
—
Ma le ali che porto — replicai, — sono della sostanza fabbricata dalle
Silfidi, che sembra creata apposta per sostenere in aria un certo peso, e io vi
ho dimostrato che, anche senza esperienza, ho volato!
Eric
e Robert non riuscirono ovviamente a convincermi. Quel pomeriggio, mentre la
temperatura superava i 25° e cominciava a piovere sul Sevagram e i campi
circostanti ora incolti, tornai a piedi sulla rupe e scrutai con il binocolo in
direzione del castello. Osservai i movimenti delle nubi che rivelavano le
correnti d' aria, quindi volsi lo sguardo a ovest, verso Lyngseidet sulla sponda
opposta del fiordo e l'ombelico sopra di essa, ripetendo l'osservazione delle
masse d'aria.
*
* *
I
giorni seguenti avevo un brutto raffreddore, ma continuai ad allenarmi
regolarmente. Avevo scelto quella che sarebbe divenuta la mia "tuta di
volo": un paio di calzoni di cotone molto leggeri e una camicia; non potevo
portare alcun peso superfluo perché i miei quaranta chili rendevano le ali
difficilmente manovrabili. Mi allenai con continui atterraggi, poi seguendo
correnti ascensionali in larghe spirali concentriche che mi portavano a quasi
mille metri d'altezza. Imparai a planare lasciandomi trasportare all'infinito
dalle masse d'aria che discendevano le scogliere del fiordo, provenienti
dall'ombelico. Provai infine il volo radente, a pochi centimetri dalla superfici
dell'acqua, dove l'aria da me spostata ritornava indietro inantenendomi per
lungo tempo in quota senza sforzo eccessivo.
Un
giorno mi gettai dalla rupe giungendo fino alla riva opposta del fiordo, dove mi
riposai riprendendo poi il volo fino a Lyngseidet seguendo la strada che dalla
cittadina portava al pontile del traghetto. Nel centro abitato non vivevano più
di poche centinaia di persone a causa del pessimo clima che lo opprimeva da
quando la Signora aveva chiuso tutte le entrate della cupola. Provocata dallo
scontro fra la massa d'aria calda densa di vapore acqueo che saliva dal mare e
l'aria fredda che scendeva dall'ombelico, una coltre continua di nubi lacrimava
quasi incessantemente sulle vecchie case dei pescatori costruite in legno. La
maggior parte degli abitanti si era trasferita in direzione di.Tromsø, a ovest,
sulle rive di un altro fiordo che non godeva della vista del castello.
Sorvolai
Lyngseidet destando sguardi curiosi nei giovani norvegesi con il naso all'insú.
Avrei voluto gridare loro di non preoccuparsi, perché di lí a poche
settimane sarei uscita io stessa dall'ombelico per andare finalmente nel mondo
esterno e riportare indietro agli abitanti della cupola, alla mia gente, le
prime notizie da cinque anni a quella parte; cioè dal giorno in cui le Silfidi
si erano accorte che i dullahan le avevano inseguite per un'inimmaginabile
quantità di anni luce.
*
* *
Cosí
come viene spontaneo scrivere il nome delle Silfidi con l'iniziale maiuscola, è
altrettanto di uso comune l'ometterla nel nome dullahan. Nella mitologia
celtica, i dullahan sono spiriti che si presentano sotto forma di esseri senza
testa; un dullahan è anche il cavallo decapitato che trascina un carro chiamato
coach-a-bower in inglese, più propriamente coiste bodhar
nella grafia gaelica. Bisogna
aggiungere che probabilmente la leggenda dei dullahan ha avuto origine fra gli
antichi abitanti della Norvegia, che usavano decapitare i defunti per rendere più
deboli i fantasmi.
I
dullahan scesero su di un mondo in cui le Silfidi rappresentavano la
personificazione del bene e iniziarono immediatamente, senza tentare di
comunicare con gli umani, a distruggere sistematicamente tutte le cupole, i
castelli e le Silfidi. Nel loro piano c'è qualcosa di malvagio e preordinato
che ha fatto comprendere agli umani come la partita fra il Bene e il Male sia
giocata su scala forse galattica dalle due razze. Ad accrescere la certezza che
i dullahan rappresentino una forza malvagia, occorre aggiungere il fatto che
nessun occhio terrestre ne ha mai visto uno.
Poiché
sotto le cupole le Silfidi hanno inibito qualsiasi energia magnetica per
rallentare l'invasione, i dullahan si spostano all'interno di grossi e sgraziati
carri di metallo nero che sono stati comprensibilmente battezzati coiste
bodhar, incredibilmente trainati da un repellente animale, un essere con
quattro robuste zampe simile a un cavallo grigio senza testa.
Pochissimi
giorni dopo l'atterraggio dei persecutori, le eteree Signore delle cupole
chiusero tutte le loro riserve. Gli esseri umani che si trovavano all'interno
rimasero completamente isolati, mentre la locale Signora interrompeva qualsiasi
contatto con i terrestri e gli evocati.
Sotto la cupola di Lyngenfjord, gli studenti e parecchi degli insegnanti
evocati abbandonarono il Sevagram lasciando soltanto noi tre, e si dispersero
sulle coste il piú vicino possibile alle strade che un tempo erano il punto
d'accesso alle cupole, attendendo il momento in cui i dullahan avrebbero fatto
la loro comparsa per distruggere i muri del castello, per polverizzare le
sottili pareti della dimora della Silfide e schiantare i macchinari della
cupola, cosí da poterla spezzare senza fatica.
*
* *
Il
giorno che seguì quello in cui avevo sorvolato Lyngseidet, mi cimentai in un
allenamento che, se riusciva,.mi avrebbe consacrata pronta alle imprese che mi
prefiggevo. Partii dalla rupe un'ora dopo l'alba, con indosso i miei soliti
vestiti e una borsa di cuoio a tracolla, contenente una giacchetta di tela
pesante, un pugno di cereali e alcune tavolette di cioccolata. Mi portai più in
alto possibile, stimai oltre mille metri, e mi diressi a nord seguendo la linea
della scogliera. Percorsi in un paio d'ore una ventina di chilometri, fino al
punto in cui la riva e la strada per Sorkjosen continuavano verso oriente. Calai
fino alla superfice del mare, dove l'acqua del fiordo si apprestava a divenire
parte del Mare di Norvegia. Proseguii a volo radente per parecchi chilometri,
finché i muscoli delle braccia presero a indolenzirsi. Trovai una corrente
d'aria calda e in spirale larga tornai sulla scogliera. Ritrovai facilmente la
strada di bitume ormai spaccata dalla vegetazione e resa molle dal calore
artificiale del giorno di sei mesi. La seguii finchè non giunsi in vista delle
baracche.di legno che i norvegesi avevano costruito dove la cupola tagliava
diagonalmente la strada e impediva a chiunque di andare o venire da Sorkjosen,
visibile pochi chilometri oltre la barriera. Non volevo farmi vedere dai
norvegesi.
Mi
sedetti sotto un ciliegio in un vasto frutteto e mi accinsi a consumare il mio pasto scarso ma sostanzioso. Il sole, come
ogni ora del giorno eterno, inondava tutta la campagna con i suoi raggi
caldissimi, sublimava la superfici del braccio di mare, accarezzava il profilo
delle scogliere e baciava il monte alto millesettecento metri che dominava il promontorio alle spalle del castello.
Il calore che la terra rimandava rimaneva imprigionato sotto i limiti fisici
della immensa serra. E il sole scaldava anche le mie membra raffreddate dal volo
all'ombra della scogliera. Appena finito il pasto provai la sensazione di essere
osservata. Mi voltai e vidi un ragazzo appoggiato a un ciliegio, dietro di me.
Quando si accorse di essere stato
visto si avvicinò.
—
Posso sedermi? — mi domandò in norvegese. Io annuii. Eric e Robert erano di
lingua inglese e era quella che io usavo correntemente, ma al Sevagram avevo
imparato anche il norvegese.
—
Chi sei? — continuò il ragazzo. — Non ti ho mai vista da queste parti; sei in grado di volare, ti ho notata prima e ti ho
seguita. Vieni da Lyngseidet?
Negai
e spiegai che alla cittadina non erano rimaste che poche anime. — Vengo dal
Sevagram.
Il
mio interlocutore era un ragazzo, credo sui venticinque anni. — Dal Sevagram?
— l'ombra improvvisa di una serie di ricordi gli attraversò il volto scuro.
— Ma certo, tu sei la figlia di Dylan!
—
Zimmerman — lo corressi io. Forse in quell'altra vita Robert aveva usato uno
pseudonimo, ma in questa non era altro che sè stesso, tanto piú che aveva
accantonato la musica e rifiutato completamente la sua precedente identità.
—
Robert Allen Zimmerman, certo — replicò il ragazzo. — Ho vissuto.e studiato
per sedici anni al Sevagram, e ti ricordo bene.
—
Sedici anni? Hai conosciuto Robert ed Eric prima che io venissi al mondo?
—
Eric Blair è certamente una delle persone piú affascinanti che mi sia stato
dato di conoscere. La sua sola personalità teneva in
piedi tutta la struttura del Sevagram quando ancora la Silfide effettuava
le sue visite. La sua sola identità faceva di lui una testimonianza vivente
del0la prima metà del secolo scorso. Immagino tu sappia della sua attività di
giornalista, della vita sbandata che aveva tenuto fra i vagabondi di Londra e
Parigi, della sua sincera fede nel socialismo. Ti avrà parlato della guerra
di Spagna, delle due utopie negative da lui scritte, "La fattoria degli animale" e "1984"?
Avevo
letto i libri nominati dal ragazzo e conoscevo parecchi dei fatti da lui citati,
ma poichè Eric non era cosi orgoglioso da parlarmi di sè stesso, buona parte
della sua prima vita mi era sconosciuta. Quando Eric.era morto nel 1949, Robert
aveva solamente otto anni, ma durante la maturità lo aveva conosciuto come uno
dei piú significativi scrittori del secolo.
—
Tutti sono fuggiti dal Sevagram — dissi.
— Solo Eric, Robert e io siamo rimasti.
Il
ragazzo mi offrí una ciliegia che accettai.
—
Quella di tuo padre è una triste storia — disse. — È stato per essa che
noialtri abbiamo aperto gli occhi sulla reale natura della Signora.
—
Cosa intendi dire?
—
Quando le Silfídi calarono sulla Terra si presentarono come il più grande dono
di Dio agli esseri umani. Portavano la pace, la soluzione al problema della
fame, una resurrezione su scala limitata. Però probabilmente ciò che accadde
qui sul Lyngenfjord si ripetè sotto tutte le altre cupole. In realtà alle
Silfidi non interessa affatto il nostro progresso sociale, culturale o
spirituale; nelle loro esistenze immortali non siamo altro che uno sciame di
meteore, un frenetico impero di formiche che fluisce senza sosta sotto i
bastioni dei loro castelli; probabilmente alla stessa stregua dell'acqua del
fiordo. La Signora ha soltanto voluto giocare con noi, forse senza che nelle sue
intenzioni ci fosse il bisogno di farci del male. Ma la sua indifferenza per la
nostra sorte è criminale; la sua indifferenza per gli abitanti della Terra
spezzata fra spazio aperto e riserve sotto le cupole, calpestata da due razze
aliene, è criminale.
Non
interruppi il ragazzo, ma non volevo ascoltarlo oltre. Diceva menzogne. Robert
non aveva mai parlato male della Signora, seppure fosse colui che aveva ricevuto
il maggior danno. Il norvegese stava solo blaterando delle scuse, le scuse che
tutta l'umanità assumeva per non prendere parte attiva alla lotta al fianco
delle Silfidi. Questo lo dissi chiaramente.
Il
ragazzo pensò un attimo, quindi decise di rispondermi: — Tu hai purtroppo una
visione parziale del problema. Sei sempre vissuta con due grandissime personalità
che però non sono, ne possono essere, del nostro tempo. Preferiscono, e non
posso dar loro torto, sedersi in riva al Sevagram per guardare il mare e
l'umanità rifluire ai margini delle loro esistenze. L'immortalità è per loro
una condanna. Forse fra dieci anni, fra cento anni o fra mille anni cambieranno
idea, ma per ora è una condanna.
—
Non puoi parlare cosí. Robert ha vissuto nel nostro tempo e ha pagato di
persona. Sta scontando e sconterà all'infinito la sua infermità, il prezzo per
aver osato vivere la propria esistenza accanto alla Signora.
Il
norvegese inspirò profondamente. — Fra non molto tempo, comunque, saremo alla
resa dei conti. Qualcuno ha visto un coiste bodhar alcuni mesi or sono, oltre la
barriera della cupola. Era fermo, immobile, come per permettere al dullahan di
sondare le difese della Signora.
All'improvviso
mi agitai: — Il dullahan deve ancora entrare. La Signora è potente e possiede le sue difese; credo che
potrebbe tenere a bada il suo carnefice all'infinito. E tu che ne sai del mondo
esterno? Non potrebbero forse le Silfidi essere in procinto di sconfiggere gli
assassini? Le leggende circolano velocemente, quella sul dullahan che tu mi dici
potrebbe essere una di esse.
Il
ragazzo si alzò in piedi.
—
Non intendevo farti arrabbiare — disse, — sei padrona di credere ciò che
vuoi, sebbene fra non molto si vedrà chi ha ragione. Io ti saluto, Corrina
Zimmerman, e ti prego di portare il mio saluto a tuo padre e a George Orwell.”
Sorrisi
forzatamente al norvegese, che si voltò per allontanarsi. Fatti pochi passi si
fermò e tornò a dirmi: — Non hai mai pensato che la Signora possiede nel suo
castello i mezzi per guarire Robert, ma che non le interessi farlo?
Dopo
che il norvegese se ne fu andato trovai una sorgente d'acqua fresca e mi
inginocchiai per bere. Il cielo sopra di me si andava addensando di nubi chiare;
il ciclo climatico si ripeteva. Guardando in direzione di Sorkjosen vidi un
arcobaleno nascere come per incanto dall'umidità che si formava fra la fine
della cupola e il suolo.
Mi
voltai per prendere le ali e avviarmi verso il Sevagram. Sbarrai gli occhi e mi
irrigidii immediatamente. A dieci metri da me c'era un coiste bodhar.
Un
grosso carro nero dal corpo cilindrico, tozzo e brutto a vedersi, senza ruote né
aperture visibili. Aggiogato dinanzi al malvagio veicolo era un animale, una
bestia tetra e grigia senza testa nè occhi, un cavallo con quattro possenti
zampe belluine che avrebbe potuto esso stesso, forse, essere il dullahan. In
quel momento il primo, assurdo pensiero che mi attraversò la mente fu il
ricordo di un articolo letto su un giornale di cinque anni prima, che narrava di
come per la prima e ultima volta avanti la chiusure delle riserve, esseri umani
avessero tentato di distruggere un coiste bodhar. Un colpo di cannone centrò il
carro senza scalfirlo neppure; l'animale morí e un portello si aprí senza
fretta dal retro del coiste bodhar, lasciando uscire un esatto duplicato della
bestia morta che si aggiogò al carro.
L'apparizione
mi lasciò senza fiato nè volontà. Un dullahan all'interno della cupola!
Significava che la fine era vicina, la lotta ultima fra la Signora e il suo
boia! Dovevo correre, anzi volare al Sevagram, volare al castello ad avvertire
mia madre del destino che si avvicinava; ma ero bloccata, i muscoli si
rifiutavano di obbedire. Rabbrividii.
Non
so per quanto tempo rimasi immobile, il coiste bodhar fermo di fronte a me.
Finalmente l'animale si mosse, greve, lento, tendendo i muscoli con una forza
inumana e trascinando il carro dietro di sè. Verso la strada in direzione
ovest, verso il fiordo e il castello della Silfide.
Solo
quando fu a precchi metri e continuava a muoversi, incurante di quanto facessi,
trovai la forza di avviarmi singhiozzando e correre verso la collina piú vicina
per la rincorsa.
Scelsi
di tagliare sopra i campi coltivati per fare piú in fretta. La pioggia prese a
scrosciare tutto intorno a me, bagnandomi i capelli, i vestiti e la tela. I
raggi del sole non colpivano piú le mie ali magiche e dovevo affidarmi alla
sola forza del vento; le correnti fredde in quel momento tendevano a trascinarmi
verso le pareti della cupola, lontano dal Sevagram. Fui costretta a lottare fino
allo stremo con le forze contrarie. Non ricordo per quanto tempo valicai le
collinette attraversando gli arcobaleni nell'aria satura d'umidità; dopo
un'eternità giunsi finalmente alla piccola insenatura del Sevagram,
sbucciandomi le palme delle mani. Ripiegando in fretta le ali, corsi verso casa.
Quando
spalancai la porta, Eric e Robert stavano parlando; tacquero simultaneamente e
mi guardarono, attendendo spiegazioni. Io non riuscivo a parlare, il seno
ansimava chiudendomi la laringe. Barcollai fino a una sedia sgocciolando
abbondantemente.
—
Il dullahan... — riuscii a borbottare, — il dullahan è entrato nella
cupola. L'ho visto non più di tre... Forse quattro ore fa alla fine della
strada per Sorkjosen.
I
due si guardarono. Non erano terrorizzati come mi sarei aspettata; Robert
torturava con le dita i braccioli della sedia a rotelle. — Dunque è giunto
— disse. — Da cinque anni lo aspettavo.
—
Devo andare al castello — ansimai. — Devo avvertire la Signora.
Eric
si volse verso la finestra. — Piove a dirotto. Sei stanca e potresti non farcela. Inoltre sarebbe inutile: le Silfidi non
possono far nulla. Nessun dullahan è mai stato fermato.
—
Ma come possiamo saperlo, noi? — proruppi. — Da cinque anni non
riceviamo piú notizie dal mondo. E se le Silfidi avessero trovato
il modo di neutralizzare gli assassini?
Eric
tornò a voltarsi verso di me: — È una guerra che dura da secoli, e che le
Silfidi hanno portato fin qui. Esse fuggono e i dullahan danno loro la caccia,
all'infinito.
—
Cosa vuoi dire con ciò? — replicai, alzando la voce. — Da che parte stai
tu, Eric?
—
Dalla parte dell'umanità. Noi non possiamo fare niente. Io non voglio fare
niente. Quando le cupole saranno tutte distrutte, gli invasori si sposteranno a
cacciare su altre stelle, senza minimamente curarsi di noi.
Guardai
Robert, come per supplicarlo di aiutarmi, di dire una parola in mio favore.
Niente. Ero sola.
Spostai
lo sguardo alla finestra. Le nuvole si erano diradate. Avevo preso la mia
decisione; raccolsi le ali e uscii. Nè Eric nè Robert mi seguirono. Calcolando
che il coiste bodhar continuasse a procedere alla stessa velocità che teneva
quando l'avevo visto poche ore prima, ci sarebbe voluto ancora un certo tempo
prima che si affacciasse alle scogliere di fronte al castello. Risalii la rupe e
spiegai le ali sulla roccia; i raggi solari scaldarono e tesero la tela che già
cominciava a sollevarsi da sola. Indossai le ali e mi gettai.
L'aria
era più fresca e irreale del solito; dopo una breve planata mi lanciai in
avanti sul mare salendo molto, molto lentamente in linea retta per non perdere
tempo. Mentre volavo tenni d'occhio la strada sulla mia destra, temendo a ogni
momento di scorgere la tozza forma del coiste bodhar arrancare sull'asfalto.
Il
castello della Signora era una grossa struttura slanciata, costruita in
materiale vitreo durante una notte, a similitudine dei favolosi castelli della
Schwarzwald; era appoggiato su uno stelo slanciato che dall'entrata, a cento
metri sul livello del mare, scendeva diminuendo progressivamente di diametro
fino a penetrare sotto la superfice dell'acqua raggiungendo il fondo del fiordo.
Mentre
mi avvicinavo, troppo lentamente per i miei desideri, scorsi una figura
nell'aria intorno alle mura. Immediatamente compresi che era la Silfide, la
Signora del Fiordo. Ero stata fortunatissima a incontrarla all'esterno. Come mi
avrebbe accolta?
Era
bellissima, notai mentre ascendevo. Il corpo bianco, nudo e straordinariamente
umano, si armonizzava straordinariamente con le ali, sottili membrane traslucide
che univano i fianchi alla punta dei lunghissimi mignoli delle mani. La Signora
dominava l'aria; fluiva dolcissima da uno strato all'altro, da una corrente
all'altra, da ogni dimensione dello spazio a quella successiva; era una piuma
delicata che sfruttava le mille e mille spirali messe a sua disposizione
dall'atmosfera artificiale della cupola.
Quasi
timorosa della sua presenza, mi avvicinai, pronta al discorso che avevo
preparato. La Silfide mi vide e parve stupita. Probabilmente non mi aveva mai
notata volare sulle scogliere circostanti.
Cominciai
a parlarle, tentando di affiancarmi. Le gridai del dullahan che si avvicinava
sulla strada. Le gridai di salvarci. Le gridai di fermare il coiste bodhar.
Dapprima non capii cosa stesse facendo quando stallò con l'ala destra
precipitando a vite fino alla mia altezza. Con un magnifico colpo d'ali si
reimpossessò del controllo del proprio corpo. Prese quindi a volteggiarmi
intorno, vanificando i miei tentativi di accostarmi o di continuare a parlarle.
Senza
che potessi far nulla, la Signora s'allontanò con grazia in direzione del
castello, acquistando velocità per bloccarsi con un improvviso colpo d'ali,
stallando nuovamente e cadendo per un metro all'entrata del castello, dove
scomparve.
Sconcertata,
tentai di seguirla, ma la porta era chiusa. Girai intorno al castello a fatica,
chiamando la Signora. Infine, disperata, mi volsi alla scogliera; man mano che
mi avvicinavo ad essa, vedevo la fatale sagoma del coiste bodhar arrancare sulla
strada, finchè si fermò e scorsi l'animale volgersi in modo che, se avesse
posseduto una testa, avrebbe guardato verso il castello. Mi fermai a metà del
mio volo e virai in direzione del castello.
Temevo
il peggio, e il peggio accadde. Dapprima i muri persero la lucentezza, poi
un'intera torre s'incrinò staccandosi dai bastioni e rovinando lentamente,
molto lentamente, lungo lo stelo, trasformandosi in polvere di vetro prima di
affondare sotto la superfice del mare. Senza che il coiste bodhar o l'animale si
muovessero, apparentemente, il tetto di un'altra torre esplose in una nuvola di
particelle che riflettevano la luce solare. E l'opera di distruzione continuò
muro dopo muro, sala dopo sala, torre dopo torre. Non potevo far nulla, non
potevo fermare il dullahan, non potevo salvare la Signora che mi aveva
rifiutata.
Cercai
una corrente che mi portasse in alto e mi diressi verso la costa opposta al
Sevagram; seguii la riva, alzandomi sempre più. Sorvolai le baracche dei
pescatori che avevano abbandonato Lyngseidet; sorvolai i campi coltivati, le
foglie gravide di pioggia degli alberi nei frutteti; sorvolai il pontile dove da
cinque anni il traghetto che un tempo univa la cittadina alla strada per
Sorkjosen, sulla riva opposta del fiordo, si lasciava cullare dalla risacca,
legato ad attendere il crollo del castello e della cupola; sorvolai la strada
dove la gente del fiordo assisteva alla battaglia silenziosa; sorvolai infine
Lyngseidet, alzandomi in cerchi sempre più alti per perforare la sottile coltre
di nubi che velava l'ombelico.
Sarebbe
bastato un piccolo errore di valutazione per sbattere contro la parete
dodecamolecolare della cupola; sarei precipitata per quasi duemila metri,
perdendo i sensi a causa della pressione e schiantandomi sulle rocce.
Ma
continuai a salire, restringendo la spirale. Non mi accorsi del momento in cui
uscii dall'ombelico, ma a un certo punto guardando in basso vidi che mi ero
spostata dalla verticale di Lyngseidet e mi trovavo molto, molto in alto.
Ero
uscita dalla riserva! Mi decisi a rischiare di scendere, lentamente. Volevo
posarmi sulla superficie esterna della cupola; planai dolcemente dirigendomi a
est, sopra il Sevagram. Che cosa avrebbero pensato Eric e Robert vedendomi
fuori? Continuai ad abbassarmi e allontanarmi dall'ombelico e potevo percepire
come le correnti fossero diverse da quelle dell'interno. Tuttavia avrei già
dovuto incontrare la superficie: invece continuavo a perdere quota.
Guardai
verso il castello, ma non esisteva piú; neanche lo stelo si ergeva più
dall'acqua. Compresi di aver attraversato la zona in cui fino a poco prima
l'aria interna era divisa da quella esterna per mezzo della cupola, che ormai
era svanita. Forse era scomparsa con la cessata attività dei macchinari del
castello. Scesi acquistando velocità e mi avvicinai alla spiaggia.
Sulla
riva, Eric si stava sbracciando per attirare la mia attenzione. Dietro di lui,
Robert stava camminando, dopo aver abbandonato per sempre la sedia a rotelle
alla quale era stato tenuto inchiodato fino alla distruzione del castello.
Franco
Ricciardiello
Scritto
nel giugno 1984
Pubblicazioni:
1.
"The Dark Side" n. 3/85, Vercelli 1985
2. "L'eterno Adamo" n. 1, Siena 1990
edizione in lingua greca in Eletherotypia n. 137/138, Athinai, febbraio 2003
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