FRANCO
RICCIARDIELLO
L’uomo
del dieci di agosto
Il
primo diritto è quello di esistere. La prima legge è dunque quella che
garantisce a tutti i membri della società i mezzi di esistenza; tutte le altre
sono subordinate a quella.
(Maximilien
Robespierre, discorso sui moti frumentari dell'Eure- et-Loir, 2 dicembre 1792)
—
Desideri qualcosa di particolare, cittadino? — Domandò il banco della frutta,
un tavolaccio di assi di platano tenute insieme da chiodi di legno e sorretto da
cavalletti incrociati, sovraccarico di cassette di frutti locali: panmeloni,
verze dolci, corrance, mele lacustri.
L'uomo
di mezza età che si dondolava sui talloni di fronte al banco della frutta si
destò dai propri pensieri e scosse il capo in segno di diniego. Era vestito,
come tutti gli abitanti di Deux Lacs, di una semplice tuta di tela morbida
composta da un paio di calzoni e una blusa senza colletto; ai piedi calzava
scarpe di stoffa con suola di corda. Mentre si allontanava dal banco della
frutta, il banco di verdura accanto disse a mezza voce: — Non l'hai
riconosciuto? È il cittadino Robespierre.
L'uomo
udì ma non prestò attenzione alla conversazione che seguì; era abituato a
essere riconosciuto dagli abitanti di Deux Lacs ancora in giudizio e anche dagli
altri, i giudicati: i lampioni, gli alberi della frutta, i filòfoni nelle case,
le case stesse, i banchi del mercato e via dicendo.
Da
un certo punto di vista era piacevole essere riconosciuti per strada:
significava che per l'esistenza di tutta quella gente l'operato del cittadino
Robespierre aveva avuto un'importanza fondamentale; spesso i banchi del mercato
bendisposti gli offrivano i frutti più succosi, i lampioni lo fermavano per
conversare, gli armadi gli esprimevano solidarietà domandando dello svolgimento
del processo. Il rovescio della medaglia era rappresentato da tutti coloro ai
quali il Terrore era stato inviso ed ebbero in qualche modo a soffrirne: preti
refrattari, aristocratici, emigranti espropriati, cordiglieri e girondini
ghigliottinati, foglianti perseguitati; tutti costoro pensavano di potersi
arrogare il diritto di vendetta su Robespierre, come se i processi non fossero
già istituiti a tale scopo.
"Che
amarezza. Che amarezza," pensò Maximilien Robespierre, nato nel 1758, già
deputato di Arras alla Costituente, membro del Comitato di Salute Pubblica,
ghigliottinato il 28 luglio 1794 e ora cittadino di Deux Lacs, metropoli di
mezzo milione d'abitanti. "Che amarezza che tutta questa canaglia sia stata
ancora una volta accomunata agli onesti cittadini. Ma il piano di Deux Lacs è
imperscrutabile e io voglio credere che quanto ci è stato assicurato
corrisponde a verità. Ci sarà finalmente Giustizia per tutti; non per nulla i
processi vengono protratti tanto a lungo. Occorre indagare a fondo."
Il
cittadino Robespierre camminava nella Lungastrada, la principale arteria di
comunicazione di Deux Lacs, che collegava la terraferma dal canale del Perdono
al quartiere del canale del Cuore attraverso le tre isole che separavano il sago
Superiore da quello Inferiore, e sulle quali la città di Deux Lacs era
costruita.
Una
folla variopinta gremiva la strada, pavimentata a ciottoli di granito grezzo:
uomini e donne di ogni età, vestiti tutti esattamente alla stessa maniera ma
dediti alle più diverse occupazioni; chi portava sottobraccio lunghe baguettes
di segala, chi spingeva o tirava un carretto di legno, chi trasportava borse di
verdura, chi passeggiava tenendo le mani dietro la schiena, chi conversava
inciampando talvolta nella pavimentazione irregolare. Non era semplice
distinguere i maschi dalle femmine per via delle medesime tute colore carta da
zucchero. Robespierre tentava di tenersi in disparte e passare inosservato per
non essere fermato strada facendo. Tuttavia, quando superò il lampione a gas
del ponte sul canale della Vita, questi lo salutò con un "Buongiorno,
Robespierre". Robespierre ricambiò con un grugnito indistinto; conosceva
quel lampione, era Alexandre De Lameth, già membro del Club dei Giacobini.
Dal
canale si alzava una foschia fredda che faceva rabbrividire quanti transitavano
sul ponte, ragione per cui Robespierre fu lieto di accelerare il passo. La
biblioteca si trovava a poca distanza dal canale della Vita; l'uomo entrò nel
portico dalle larghe colonne a capitello corinzio dove fu bloccato piuttosto
bruscamente da una voce imperiosa.
—
Fermo — intimò la voce. — Chi sei?
Robespierre
si spazientì, ben sapendo quanto la biblioteca gli fosse ostile. La biblioteca
era l'abate Sieyès, che fingeva di non riconoscerlo ogni volta che tentava di
accedere alla sala di lettura; Robespierre sospettava che si trattasse di un
meschino tentativo di vendetta.
Dopo
che la biblioteca fu costretta a lasciarlo entrare, Robespierre prese a vagare
fra le centinaia di armadi di libri disposti su file ordinate tutto intorno alla
sala di lettura, per sei piani di altezza. Almeno cento posti a sedere ad
altrettanti tavoli erano disponibili, giù nella sala.
—
Buongiorno Maximilien — salutò Camille Desmoulins, il tavolo al quale era
solito sedere per sfogliare i libri e che in quel momento era occupato. Camille,
benedetto Camille: almeno lui non gli serbava rancore.
Salì
la scala di legno sino al quarto piano, senza guardare giù dal ballatoio
interno per la vertigine. A quel piano, al quinto e al sesto era ospitata una
selezione di volumi stampati dopo l'anno 1800. Nella biblioteca non c’erano i
libri pesanti, grezzi, rilegati con accuratezza in pelle e oro del tempo in cui
era vissuto, bensì volumi di una carta molto leggera, uniforme, dalla copertina
non cartonata e rilegati con collante.
—
Posso aiutarti, cittadino? — domandò un armadio di pino svedese.
—
No, grazie, sto curiosando.
Robespierre
scorse con gli occhi i titoli sul dorso dei volumi, titoli mai sentiti e che
denotavano un gusto differente da quello del suo tempo. Il principe e il
povero, Anna Karenina, Critica della ragion pura, I miserabili, Niente e così
sia, Avere o essere, La mano sinistra delle tenebre: come era possibile
comprendere dai soli titoli quale fosse l’argomento dello scritto? La maggior
parte di essi parevano opere di fantasia, romanzi. Ah, c’era anche lo scritto
di uno dei suoi giudici, La rivoluzione tradita. Ma cercava qualcosa di
differente. Domandò all'armadio dove potesse trovare qualche opera sulla
rivoluzione francese del XVIII secolo.
—
Caro cittadino — gli fu risposto, — mi stupisce che tu non lo sappia: è
l'argomento più consultato di questa biblioteca. Sali al quinto piano, cerca
l'armadio Marie-Louise Saint-Germain, lei ha tutto.
Robespierre
ringraziò e fece quanto consigliatogli. Nel salire la scala di quercia provocò
uno scricchiolio stridente e inatteso al settimo scalino e involontariamente
trasalì.
—
Non preoccuparti, cittadino — lo rassicurò la scala; — è normale: si
tratta purtroppo di una tavola difettosa, non posso ovviare.
Sul
ballatoio del quinto piano erano presenti solo due floride cittadine con rotondi
volti da figlie di mercanti. Bisbigliavano, ma s'interruppero arrossendo quando
sopraggiunse Robespierre, che si soffermò a curiosare sul loro stesso scaffale.
Mathiez,
La reazione termidoriana, Soboul, Movimento popolare e rivoluzione
borghese, Galante Garrone, Buonarroti e Babeuf, Jaurès, Storia
socialista della Rivoluzione francese. E poi ancora altri: c’era solo
l'imbarazzo della scelta. Ne prese uno a caso e ridiscese tutte le scale.
Desmoulins si era liberato e Robespierre si sedette sulla panca di abete del
tavolo di lettura.
—
Buongiorno, Camille.
—
Cosa leggi, Maxime?
—
Dunque, fammi vedere: Carovita e lotte sociali sotto il Terrore.
Il
tavolo, Camille Desmoulins del Club dei Giacobini, poi del Club dei Cordiglieri,
ghigliottinato nel marzo del 1794, rimase per alcuni minuti in silenzio mentre
Robespierre sfogliava il volume in brossura. Desmoulins poteva percepire
l'imbarazzo di Robespierre, che con palese senso di colpa non se la sentiva di
rifiutare l’amicizia di colui che egli stesso aveva voluto condannare alla
pena capitale.
—
Sai qualche novità riguardo il tuo processo? — domandò il tavolo.
—
Non ancora. Penso che ne avrò per molto.
—
Il mio processo è durato tre mesi.
—
Beato te — commentò il libro aperto sul tavolo; — io sono rimasto sotto
giudizio per otto mesi.
Sia
Robespierre che Desmoulins rimasero esterrefatti. Mai era capitato che un
giudicato fosse inviato in un libro.
—
Chi sei? — domandarono i due all'unisono.
—
Marie Joseph, Marchese di La Fayette, caro Robespierre.
Robespierre
sospirò di delusione. Aveva segretamente sperato di ritrovare qualche amico.
—
Otto mesi di giudizio? — domandò Desmoulins riallacciandosi all'intervento
del libro. — Dovevi confessare parecchi misfatti.
Dopo
essersi informato sull'identità del tavolo da lettura, La Fayette dichiarò:
— La verità è che la mia vita è stata ben più lunga delle vostre due, cari
miei; ho vissuto una repubblica, un consolato, un impero, un regno, una seconda
rivoluzione, una monarchia costituzionale. Ho mantenuto la testa sulle spalle,
io.
Robespierre
richiuse il volume.
—
Non ho più voglia di leggere — disse.
La
Fayette spiegò che il numero dei processi risolti aumentava di giorno in
giorno, e nella stessa misura cresceva la richiesta di oggetti d'invio. A Deux
Lacs non erano disponibili ulteriori lampioni a gas né alberi da frutta, né
abitazioni, né svariati altri oggetti ricettivi per l'enorme massa di
giudicati. Si era perciò sentita la necessità di trovare nuovi oggetti d'invio
a partire dai due milioni di volumi della biblioteca.
—
Si parla di dodici milioni di processi risolti — concluse La Fayette.
Robespierre
si scusò con Desmoulins e riportò il volume al suo posto nell'armadio. Ritornò
all'aria aperta della Lungastrada fingendo di ignorare la porta che quasi la
biblioteca gli sbatté sui talloni. Corrucciato, si avviò mani in tasca verso
la propria abitazione, nel quartiere delle Isole. Il solo pensiero di ritornare
a combattere contro i meschini boicottaggi della casa in cui viveva lo deprimeva
irrimediabilmente.
All’altezza
del ponte sul canale dei Sentimenti si accorse di camminare controcorrente:
evidentemente era l’ora in cui tutti si avviavano verso il mercato per il
piacere di stare fra la folla, anche senza bisogno di contrattare per i prodotti
dei banchi.
Il
ponte era costruito in legno scuro, molto consumato agli scalini dove una
moltitudine di piedi lo calpestava in continuazione, sia in salita che in
discesa.
Dacché
erano iniziati i processi, sempre un numero fisso di cittadini aveva abitato
Deux Lacs: 531.441, l'equivalente di 1.000.000 in un sistema numerico a base 9
(così aveva confidato a Robespierre il Laplace). Non appena un cittadino veniva
giudicato e passava in un oggetto d’invio, un altro prendeva il suo posto, la
sua abitazione, il suo turno di lavoro, il suo status in tribunale.
Le
abitazioni di Deux Lacs erano casette a schiera disposte su un piano solo,
ordinate su file interminabili a formare i tredici quartieri e mezzo della città.
C’erano 531.441 case, ognuna delle quali dotata di filòfono e arredamento;
sia la casa che il filòfono erano oggetti d’invio, tutte le altre
suppellettili no (per fortuna, pensava Robespierre). La via principale del
quartiere delle Isole discendeva dal livello del ponte sul canale dei Sentimenti
sino all'imbarcadero; Robespierre la percorse a passo svelto e stava per varcare
la porta di casa quando scorse un distributore di latte di canna che arrancava
su per la via. Attese che lo raggiungesse.
—
Vorrei un bicchiere di latte, per cortesia.
—
Ah, ottima scelta, cittadino! — gongolò il distributore. — Questo è il
latte di canna migliore di tutta Deux Lacs... solo un momento, il freno non
funziona; vuoi essere così gentile da mettere il tuo piede sotto una delle
ruote posteriori per tenermi fermo?
Un
arto meccanico in legno si snodò, tirato da sottili corde di canapa, a prendere
una canna verde del diametro di due dita e lunga un braccio, tagliata sopra i
due nodi.
—
Io estraggo il latte sul momento, cittadino, proviene da canne dell'Isola del
Limbo, le migliori. Caldo o freddo?
—
Caldo, ti prego. Serve a placare una delusione.
—
Ah, cittadino caro, come ti
capisco!
Il
distributore perforò la canna su un tubicino verticale di ebano terminante in
un contenitore di bambù. Un getto di vapore sbuffò dal lato del carretto dove
un’incrinatura diminuiva leggermente la pressione.
—
Hai noie con l'abitazione?
Robespierre
annuì.
—
Ah, come ti capisco, cittadino caro. Pensa che io, prima di essere inviato in
questo distributore, vivevo in una casa che era stata una realista vandeana. Non
ti dico che lotte con quella reazionaria: mi chiudeva le finestre sulle dita e
sbatteva le imposte tutta notte per impedirmi di dormire. Zucchero?
Robespierre
gustò di malumore il latte caldo servito nella stessa canna svuotata e restituì
il contenitore ringraziando. Il distributore continuò ad arrancare sulla strada
cantando la Marsigliese e Robespierre zoppicò sino all'ingesso di casa. Si
massaggiò il dorso del piede quasi schiacciato dalla ruota del distributore
tirando nel contempo il cordino del campanello.
Come
sempre, la casa si rifiutò di lasciarlo entrare; né Robespierre pensava che
accadesse il contrario. Picchiò con il pugno contro il telaio delle finestre
per far sapere a Saint Just che era di ritorno. Attese quindi fiducioso che la
porta si aprisse.
Dovete
pazientare parecchi minuti (con il passare dei giorni il rifiuto si faceva più
caparbio e deciso). Finalmente, Saint Just riuscì con le minacce a convincere
Dumouriez e il portone si spalancò. Robespierre entrò ringhiando mentre Saint
Just ancora stava inveendo contro la casa.
—
Non ne posso più, Louis Antoine — si sfogò Robespierre. — Questo imbecille
di un generale mi farà saltare i nervi.
—
È sempre peggio — confermò Louis Antoine Saint Just, giacobino, già
membro del Comitato di Salute Pubblica, ghigliottinato il 28 luglio 1794 insieme
a Robespierre, ora inviato nel filòfono di casa Dumouriez, dove il suo amico di
un tempo abitava in attesa di giudizio. — Pensa, Maxime, che ho dovuto far
squillare il filòfono della guardia civile per convincere questo imbecille di
Dumouriez ad aprirti.
Robespierre
si gettò sul letto di paglia per calmare i nervi, costringendosi all'autorilassamento.
Chiuse gli occhi e non si accorse neppure di addormentarsi. Quando li riaprì,
gli sembrò di averli serrati per un attimo.
—
Bentornato — lo salutò Saint Just, il filòfono.
Robespierre
grugnì.
—
Sei di buonumore, Maxime? — continuò il giudicato. — Vorrei farti ascoltare
una poesia.
Prendendo
il silenzio di Robespierre per un assenso, Saint Just cominciò a declamare:
Comunque
alla luce d'un ideale
nascono
i fiori del male...
—
Ti prego, Louis Antoine, non avertene a male: sarebbe meglio che tu attendessi
un altro momento.
Saint
Just si rassegnò. La solitudine di un giudicato inviato in un filòfono, in una
casa che gli è decisamente ostile, può essere devastante. L'unico modo di
scambiare quattro chiacchiere è chiamare il collega filòfono di un'altra casa
(ogni abitazione ne ha uno).
—
Parliamo un po’, Maxime, ti va? Come stai con il processo?
—
Siamo arrivati al dieci di agosto del '92. Come hai superato tu questo capitolo?
—
Piuttosto bene, mi pare. La parte del leone in quel giorno fu di Danton. Oh,
scusa, Maxime! Non avrei dovuto dirlo.
Un
violento crampo rimescolò le viscere di Maximilien Robespierre. Prese a
camminare su e giù per la stanza.
—
Tenessi chiusa quella tua bocca di legno, Louis Antoine. Che ore sono?
—
È mattino presto. Hai dormito dieci ore.
Robespierre
sussultò. Doveva recarsi immediatamente al Tribunale o avrebbe rischiato di
arrivare in ritardo. Si lavò il viso nel lavandino di ceramica, salutò Saint
Just e ritornò sulla via.
L’aria
del mattino era frizzante e induceva a fare del moto fisico. Camminò di buona
lena sulla leggera salita verso la Lungastrada, salutando i conoscenti che
venivano in senso contrario.
Il
Tribunale era l'edificio più imponente di Deux Lacs. Occupava un'area maggiore
di quella del mercato e di quella della biblioteca; non era un oggetto
d’invio. Non era neppure parte integrante della città. Dalle sue nove porte
entrava e usciva un flusso incessante di folla; a giorni alterni e per turni di
due ore ogni abitante varcava quelle soglie per essere sottoposto alla pratica
del processo.
Quale
fosse la ragione per cui Deux Lacs esisteva, e che nessuno sembrava conoscere
perfettamente, doveva riferirsi unicamente all’esistenza del Tribunale.
Con
spirito di rassegnazione, Robespierre si soffermò per un attimo di fronte
all’arcata a sesto acuto della Porta della Lontananza. Tre rampe di nove
scalini che conducevano a ogni porta del Tribunale erappresentavano come una
transizione fra Deux Lacs e l'atmosfera austera delle camere di giudizio..
Nella
penombra dei lunghi corridoi crivellati di porte, una marea di folla fluiva in
ogni direzione, entrava e usciva dalle camere di giudizio, si scambiava saluti,
riempiva l'atmosfera di un brusio sommesso. Dividendo la popolazione totale di
Deux Lacs per la durata di ogni turno di processo e la sua frequenza, si
otteneva che almeno 22.143 persone in ogni momento erano presenti nel Tribunale;
sempre il Laplace aveva assicurato a Robespierre che le camere di giudizio
corrispondevano a questo calcolo.
Varcata
la soglia e chiusa la porta dietro di sè, come sempre Robespierre si accorse
che il brusio dei corridoi svaniva completamente. La camera era una cella
esagonale con due sole porte: quella dalla quale entrava il giudicato e quella
dei giudici; le pareti erano a piombo e spoglie, tranne che per il fregio
circolare del diametro di un braccio con la scritta "Liberté égalité
fraternité". L'unico arredamento erano una scrivania e tre sedie.
—
Buongiorno, Robespierre — salutò la sedia, — accomodati. Hai dormito bene?
Le
altre due sedie, quelle dei giudici, non erano oggetti d'invio.
Robespierre
non ebbe tempo di rispondere perché l'altra porta si spalancò e ne entrarono i
giudici.
Il
più basso dei due aveva corti capelli ondulati color polenta, un viso largo e
interessante, corporatura ben piantata. Le mani erano tozze e forti, gli occhi
grigi, la barba corta e ispida. Non aveva lo sguardo del conquistatore nè
quello del giudice, bensì l'espressione indefinibile del filosofo.
L’altro
uomo era di poco più alto, aveva capelli crespi e scuri, barba e pizzo sotto il
mento e lenti sul naso incastonate su una di quelle montature metalliche così
rare ai tempi di Robespierre e che egli chiamava occhiali. Non sembrava un
pensatore ma un uomo d'azione, non un uomo di lettere ma di parole.
Ogni
abitante di Deux Lacs possedeva le esatte condizioni fisiche del 10 agosto 1792;
dalla città erano e sarebbero transitati a turno tutti i 26 milioni di esseri
umani che avevano vissuto in Francia in quel preciso giorno, come pure i
cittadini francesi riparati all'estero a causa della rivoluzione.
Ma
i giudici non erano vissuti in quel periodo storico; non erano neppure francesi.
L’uomo basso dai capelli di grano era una delle menti più alte dell'umanità,
l’acheo Platone. L’uomo dagli occhiali era un ebreo russo del XX secolo, Lev
Davidovic’ Bronstein, meglio conosciuto con il nome di Trozkij.
Robespierre
conosceva e ammirava il primo giudice, ma del secondo non sapeva nulla se non ciò
che egli stesso gli aveva rivelato durante lo svolgersi del processo, e cioè
che anch’egli apparteneva alla grossa e triste famiglia dei rivoluzionari
sociali.
Il
giudice Trozkij conosceva sia il suo collega che il giudicando, Platone non
conosceva nessuno dei due. In un altro tempo e in un altro luogo, ambedue erano
stati processati e condannati alla pena di essere giudici loro stessi.
La
seduta si rivelò immediatamente agli occhi di Robespierre come diversa da tutte
quelle che l'avevano preceduta. I giudici non avevano portato con sè, dal Nulla
sul quale dava la porta da cui erano entrati, nè libri nè appunti come sempre
avevano fatto.
Il
giudice Trozkij si assestò gli occhiali sul naso, quindi disse: — Cittadino
Robespierre, sei giunto al punto culminante del processo, quando ti verranno
consegnate tutte le fila dell'istruttoria in modo che tu stesso possa trarne le
inevitabili conclusioni. Sarà Robespierre a giudicare Robespierre, a proclamare
se vorrà essere assolto o condannato, a emettere la sentenza e a farla
eseguire.
Robespierre
provò un brivido lungo la spina dorsale. Non aveva mai saputo di una simile
procedura per l'emissione del verdetto. Per quanto ne sapeva, tutti gli altri
giudici avevano sempre tratto le conclusioni del processo. I due uomini oltre la
scrivania di mogano rimasero impassibili nel lieve alone di luminosità che li
circondava, e che non era soprannaturale ma proveniva dalla tuta arancione che
tutti i giudici indossavano, a differenza dei giudicandi.
Riprese
il discorso il giudice Trozkij: — Siamo certi che emetterai l'unica sentenza
possibile. I tracciati degli avvenimenti storici che passano attraverso il Tempo
e lo Spazio umani, che si intrecciano intorno ai filosofi e agli assassini, ai
re e agli artigiani, agli uomini di fede, alle cortigiane, ai guerrieri, alle
prostitute, a Chiunque In Ogni Tempo, avvolgono e fasciano anche Robespierre e
tutti gli uomini del dieci di agosto. Questi tracciati portano a una sola,
inevitabile conclusione che tu stesso, a differenza di chiunque altro sinora in
questo Tempo e in questo Luogo, puoi stabilire con facilità.
Robespierre
ancor rimase ammutolito incapace di far altro che deglutire e stringere i
bracciali della sedia.
—
Le due considerazioni che devi porti — si intromise il giudice Platone, — e
in base alle quali emetterai la sentenza, sono le seguenti: in primo luogo, è
valsa la pena di tagliare tante teste per salvare la rivoluzione? Il prezzo
della vittoria doveva inevitabilmente essere lo scorrere di fiumi di sangue, la
caligine del Terrore, l'ordine stabilito con le picche sanculotte, la sanguinosa
guerra di propaganda contro i governi di mezza Europa?
—
La seconda considerazione — continuò il giudice Trozkij, — è la seguente:
agisti davvero per il meglio il 10 termidoro anno II quando, arrestato a causa
della congiura dei vari Carnot, Barère, Billaud-Varenne rifiutasti di
appellarti all’intervento popolare per la tua liberazione e la salvezza della
Repubblica? Perché ti spaventò lo spargersi di altro sangue, il perdurare del
Terrore quando sapevi che era l’unico modo per salvare la rivoluzione? Come
hai potuto offrire in olocausto la tua vita, quella di Saint Just e Couthon, di
tuo fratello Augustine e degli altri che furono ghigliottinati con te, per
tentare di cancellare i fiumi di sangue del Terrore?
Robespierre
tremava come un animale impaurito, a occhi chiusi. Non riusciva ad aprire la
bocca, a controbattere per difendersi. Si ritrovò solo nella stanza: i giudici
erano usciti.
La
seduta era stata brevissima.
—
Durante la prossima seduta — gli aveva detto il giudice Platone, — emetterai
la sentenza.
Era
rimasto solo. Tornò nel corridoio, strascicando i piedi sino a una qualsiasi
delle Porte esterne. Non incontrò anima viva: tutti erano ancora nelle loro
stanze, di fronte ai tavoli dei rispettivi giudici. Come in sogno, percorse la
riva del canale della Vita dalle acque placide e chiare.
Era
impossibile suicidarsi: a Deux Lacs non si annegava, non si poteva rimanere
feriti, non si moriva. Saint Just, che era stato uno dei primi abitanti della
città, gli aveva raccontato di aver visto con i suoi occhi una sanculotta che
cercava di strangolare Charlotte Corday senza riuscirci. La popolana era robusta
e le sue mani si stringevano intorno al collo dell’assassina di Marat; ma
Charlotte Corday non era morta: aveva subito come tutti, il processo e la
condanna.
L'Essere
supremo che aveva creato Deux Lacs aveva pure donato una immortalità relativa
ai suoi abitanti. Dove era situata la città dai tredici quartieri e mezzo? In
Finlandia, diceva qualcuno, nella regione dei mille laghi. In un Tempo e un
Luogo che non erano della Terra, dicevano altri. Era impossibile esplorare i
laghi o le loro coste ricoperte di aghifoglie perché in città c’era un solo
battello, quello che partendo dall’imbarcadero faceva il giro delle isole
minori: il Lembo di Terra, l’isola del Nulla insidioso, l’isola del Limbo,
l’isola dei Pescatori. Il battello era un oggetto d’invio, si sarebbe
rifiutato a qualsiasi deviazione dalla propria rotta, Era teoricamente possibile
costruire un’imbarcazione, anche solo una zattera, ma il tempo libero non era
sufficiente per consentire una vera esplorazione. Ogni giorno c’era una seduta
in Tribunale o un turno di lavoro di due ore per la raccolta di frutta e verdura
nelle piantagioni: il Corpo dei Fiori, il Campo delle Stelle, il Prato Libero,
le isole minori.
Senza
accorgersene, Robespierre era giunto di fronte alla porta di casa. Ancora
sconvolto dagli avvenimenti, e con l'impressione che tutto congiurasse per
travolgerlo, fece l'atto di aprire la porta.
Dumouriez
si rifiutò di lasciarlo entrare. Robespierre si imporporò in viso e picchiò
sulle assi del portone, minacciando la casa.
Colto
da un improvviso malore, si lasciò scivolare sugli scalini; tutto parve ruotare
intorno a lui, lasciandolo frastornato.
—
Stai bene, cittadino?
Una
voce femminile superò la nebbia bianca. Intravide il volto di una donna di
mezza età chino su di lui, quasi contemporaneamente udì i tonfi secchi di
martelli che picchiavano contro il legno.
—
Cosa accade? — domandò. La donna lo aiutò ad alzarsi.
—
Sei svenuto, cittadino Robespierre. Il tuo filòfono ha chiamato la guardia
civile, stanno minacciando la casa.
Il
ritmo dei martelli si intensificò. Tre uomini stavano picchiando contro la
porta di casa con pesanti attrezzi dal manico lungo almeno un braccio.
—
Non preoccuparti, cittadino — disse uno degli uomini. — Non può resistere
per molto. Ogni giorno abbiamo tre o quattro casi di abitazioni recidive, ma
dopo un trattamento della guardia civile un simile incidente non si ripeterà,
te lo assicuro.
E
riprese a martellare.
—
Sei sicuro di stare bene, cittadino? — domandò
premurosa la donna. — Io abito qui, di fronte a te. Vuoi venire da me per un
bicchiere di acqua intanto che la guardia civile finisce il suo compito?
—
No, no, grazie — declinò Robespierre. — Vorrei prendere una boccata
d’aria. Mi pare che abbiano quasi finito, tra l’altro.
La
porta si spalancò con uno schiocco secco, ma Dumouriez non disse una parola.
Sbuffando e asciugandosi il sudore dalla pelle lucida, gli uomini della guardia
civile si rimisero i martelli in spalla.
—
Ah, è stata dura, stavolta! Ma chi è la casa?
—
Il traditore Dumouriez — rispose Robespierre.
—
Ah, vile! — gridarono gli uomini e quasi si sarebbero rimessi a martellare, ma
Robespierre ringraziò e li congedò. Doveva riposarsi.
La
donna lo accompagnò in casa, dove Saint Just lo festeggiò. — Maxime, cara
anima. Hai visto? A tanto è giunto il cane Dumouriez!
—
State tranquillo, cittadino — commentò la donna. — Dopo questo trattamento
ci penserà più di una volta prima di rifare uno scherzo.
—
Siedi, Maxime — continuò Saint Just. — Possiamo chiedere a questa brava
cittadina di fare del caffè di erba doria, se ti va.
Quando
la donna fu in cucina, Robespierre riassunse a Saint Just la seduta in
tribunale. Il giudicato nel filòfono tacque, riflettendo. Robespierre respirava
a fatica sul sofà imbottito.
—
Direi che è un onore per te — volle consolarlo Saint Just. — E aggiungerò
che se i giudici sono arrivati a decidere tanto, tu sei perfettamente in grado
di farlo. Loro vedono cose che noi non immaginiamo neppure.
Robespierre
si passò le mani fra i capelli e sulle palpebre chiuse. — Mio Dio, Louis
Antoine, persino a Parigi era tutto più semplice.
Più
tardi si svegliò. La donna se n’era andata e il caffè, posato in terra
accanto al sofà, si era oramai raffreddato.
—
Cosa pensi di Deux Lacs? — domandò senza preamboli.
—
Non so nulla più degli altri — rispose
Saint Just dopo un attimo.
—
Possiamo essere certi di una cosa. Questa città è stata creata da Qualcuno.
Questo Essere Supremo ha prelevato ciascuno di noi a mano a mano che la nostra
fiammella si spegneva sulla Terra polverosa e ci ha reincarnati sulle rive di
questo lago. Ma questo è uno stato di passaggio? È il purgatorio, l'inferno o
il paradiso? E poi ancora, Louis Antoine, ti prego: rispondi o potrei impazzire.
Che logica c’è dietro i processi? Gli oggetti d’invio sono una punizione o
un premio, la dannazione o la salvezza? Chi viene giudicato con più indulgenza:
il reazionario o il rivoluzionario?
—
Posso solo dirti questo, Maxime: io sono qui da quando Deux Lacs esiste, dal
primo scaglione di processi, e ho sempre visto che c’è differenza fra
l'assoluzione e la condanna. L’unica sentenza è la reincarnazione in un
oggetto d'invio.
—
Sì, ma qual è la logica? Suppongo che siamo qui per imparare a distinguere il
Bene dal Male, per sapere se ciò che abbiamo fatto sulla Terra fosse giusto o
errato.
—
Vorrei solo farti notare una cosa. Io ho avuto quest'impressione, sebbene possa
essere assolutamente sbagliata e suggerita solamente dai miei giudici. A me è
parso, Maxime, che Dio sia un giacobino.
*
* *
Il
quartiere delle Isole era limitato su tre lati dal lago Superiore; oltre
l'imbarcadero una stretta lingua di terra si protendeva a chiudere quasi
l’imboccatura del canale dei Fiori: su quel tratto di terreno ricoperto di
latifoglie Robespierre andava spesso a meditare.
Il
sole a Deux Lacs non tramontava mai. Il suo moto apparente era appena
percettibile nel cielo luminoso, non c’era differenza fra il giorno e la notte
per gli abitanti della città.
Seduto
su un sasso muschioso, lo sguardo volto verso l'imbarcadero e più oltre, verso
i lago aperto, Robespierre rifletteva su quanto era accaduto, lontano dal
tumulto della propria abitazione.
I
giudici gli avevano suggerito due precise considerazioni: è valsa la pena
tagliare tante teste? Ed è stato giusto rinunciare al Terrore prima che
sortisse il risultato che ci si era imposti, vale a dire quello di salvare la
rivoluzione?
Una
famiglia di oche rosa si avvicinò schiamazzando all’acqua. I piccoli appena
nati seguivano fiduciosi la madre che ancheggiava. Sono questioni cui è
difficile rispondere, e non è giusto che sia una persona sola a occuparsene.
Inoltre, rispondere "no" alla prima domanda eliminerebbe completamente
il senso della seconda.
Ma
qual è la verità?, domandò a se stesso Robespierre; quella verità che io
ancora non voglio ammettere? So benissimo qual è la risposta: ho solo paura di
dirla ad alta voce per doverla accettare. Tuttavia da questo esame dipende la
mia maturità, secondo la logica del Tribunale di Deux Lacs, forse organismo
divino.
—
Stai pensando alla bellezza del mondo? — domandò, non attesa, una voce
femminile dietro di lui.
All’ombra
di un giovane tiglio, in un fruscio di erba stava Marie-Louise, la vicina di
casa che poche ore prima aveva preparato per lui un caffè di erba doria.
—
La bellezza del mondo? — ripeté sorpreso Robespierre.
—
Scusami, cittadino; non sapevo che ti avrei trovato qui. Generalmente a
quest’ora non c'è nessuno.
Robespierre
si alzò in piedi. — Non importa, cittadina — disse. — Stavo solo
riflettendo in solitudine. Ma, dimmi: cosa significa la tua domanda sulla
bellezza del mondo?
Invece
di rispondere a voce, Marie-Louise alzò un braccio in un ampio gesto circolare
all'altezza delle spalle, e Robespierre guardò; guardò e vide ciò che sino
allora non aveva mai notato: il lago Superiore piatto come una tavola di olio,
la linea scura del quartiere dei Viali all’orizzonte e alla sua sinistra, di
una sfumatura più chiara, la grossa isola piatta chiamata Corpo dei Fiori. Vide, molto più vicine e più vivide, le isole minori
che segnavano nettamente il confine fra il cielo e l'acqua, che altrimenti
sarebbe stato difficile distinguere. Vide i molti alberi sulle isole più
vicine: le basse frangole e i tigli selvatici, i frassini e i salici, e gli
alberi esclusivi di Deux Lacs: corranci, alberi del pane, meli lacustri. Vide il
riflesso delle isole nel lago, udì il verso baritonale del traghetto che
ritornava all'attracco dopo il breve giro delle isole, annusò il sentore di
fumo nell'aria.
—
Questa è la bellezza del mondo, cittadino — disse Marie-Louise. — Chi ha
creato Deux Lacs ha un fine gusto estetico, un senso del bello che mi riempie di
attonita meraviglia.
Robespierre
si strinse nelle spalle. — Sì, ma chi ha creato Deux Lacs? Questa è
la domanda che veramente deve interessarci.
—
Davvero lo pensi, cittadino? — Marie-Louise si fece più vicina. — Che
importanza ha la causa dinanzi al fatto? Secondo i nostri sensi Deux Lacs
esiste, esiste il processo, come pure esistiamo noi stessi. Il perché è
assolutamente secondario e non deve confonderci mentre veniamo sottoposti a ciò
che è stato preparato per noi. Che ti importa di sapere se sia stato l'Essere
Supremo o la Necessità Storica, oppure ancora l'Equilibrio Universale o la
Giustizia Matematicamente Inevitabile a preparare ogni cosa?
—
È ora di tornare al lavoro — disse Robespierre schiarendosi la gola.
—
Qualcosa ti angustia?
—
Niente in particolare. Il mio processo sta per terminare.
—
Vorrei accompagnarti a casa, cittadino.
Robespierre
ristette per un attimo, quasi interdetto, le mani intrecciate dietro la schiena.
—
Ma sì... sì, naturalmente — rispose.
La
casa non era distante dal canale dei Fiori. Camminare accanto a quella donna con
vestiti così inusuali e poco femminili era per Robespierre piuttosto
imbarazzante. La strada era in leggera salita, rozzamente pavimentata e
tortuosa, fiancheggiata da due file di abitazioni a schiera.
La
donna raccontò di avere vissuto nel Faubourg Montmartre e di essersi trovata
anch'ella alle Tuileries il dieci di agosto. Il marito, ufficiale volontario
nell’esercito repubblicano, era morto alla battaglia di Rivoli, durante la
campagna d'Italia del '96-'97; Marie-Louise aveva vissuto ancora per pochi anni
in miseria, finché si era spenta stroncata da una polmonite trascurata.
—
Bene, cittadino, questa è tutta la mia vita, non molto avventurosa. In
compenso, sulla tua sono stati scritti dei libri. Penso tu li abbia visti in
biblioteca.
Robespierre
sospirò. — Li ho visti, li ho visti. Per i posteri io sono solo un tiranno,
un sanguinario, l’uomo del Terrore e il Terrore è Robespierre. Nessuno
ricorda Robespierre l'Incorruttibile, l’uomo della Convenzione, della
Costituente, del Comitato di Salute Pubblica, l’uomo che voleva salvare la
Francia e la Rivoluzione.
—
Ci sarà giustizia anche per te — volle consolarlo con convinzione la donna.
— Ci sarà giustizia per tutti, cittadino.
*
* *
Robespierre
trascorse il proprio turno di lavoro raccogliendo corrance all’isola del
Limbo. Il traghetto affollato lo trasportò sin là dopo sei fermate in
altrettante isole; quattro-cinquecento cittadini lavorarono gomito a gomito,
cogliendo i tondi frutti rosa e trasportandoli per mezzo di ceste intrecciate
sino al molo, dove al primo passaggio il traghetto avrebbe fatto giungere il
carico in città.
Mentre
risaliva anch’egli sull'imbarcazione per far ritorno a casa, incrociò
Marie-Louise che scendendo dal trampolino del battello gli prese le mani fra le
sue.
—
Mi ha filofonato il cittadino Saint Just — gli disse. — Appena finito il mio
turno di lavoro verrò a parlarti a casa tua.
E
si allontanò alla volta della piantagione di corrance, senza permettere a
Robespierre di rifiutare.
Un
vento fastidioso spazzò il ponte del traghetto sino allo sbarco, Robespierre
corse intirizzito incontro al primo distributore di latte di canna per qualcosa
di caldo da bere.
Non
se la sentiva di tornare subito a casa. Era arrabbiato con Saint Just per ciò
che aveva raccontato a Marie-Louise, ma non sapeva dove rifugiarsi per avere un
minimo di quiete e di conseguenza la possibilità di riflettere.
Mentre
beveva il liquido caldo, si soffermò come sempre ad ammirare la scultura
d'acqua del cittadino Philippe Lebon. Non era la sola nè la più bella che egli
avesse costruito a Deux Lacs: nella sconfinata Piazza del Tribunale, Lebon aveva
montato e messo in funzione un’imponente scultura di fronte alla quale
Robespierre rimaneva attonito per ore ad ammirare gli ingegnosi flussi e
riflussi d'acqua, e i getti e gli arcobaleni, le pioggerelline e le nebbie
sottili. Servendosi quasi unicamente di canne svuotate di tutte le dimensioni,
il Lebon aveva convogliato dal canale della Vita una quantità di acqua che si
frazionava nei mille tubi lignei intrecciati, fuoriusciva dalle bocche libere o
drenate da reticelle a seconda dell'effetto che si voleva ottenere. Una volta
messa in funzione, la scultura d’acqua nascondeva alla vista i tubi di canne
chiare, rivelando solo le pareti esterne d’acqua e i mille rivoli sinuosi, i
getti verticali, le cascatelle orizzontali, i funghi liquidi, i salici
trasparenti, gli arcobaleni di foschia, le luci diffuse o riflesse.
Robespierre
pensò in quel momento, di fronte alla scultura d'acqua minore, che Marie-Louise
probabilmente l'avrebbe inclusa nella sua definizione di bellezza del mondo.
Si
recò in biblioteca, al tavolo di Desmoulins.
—
Ti sento agitato — disse il tavolo.
—
Si avvicina la fine del processo.
—
Sono contento per te. Vedrai, tutto è più chiaro e facile da questa parte
della barricata. Hai bisogno di un libro per distendere i nervi. Posso
suggerirti qualche titolo?
Robespierre
scosse la testa in segno di diniego. — No, ti prego, Camille: ho bisogno di
concentrarmi, non di distrarmi.
Nel
silenzio polveroso della biblioteca, solo i tonfi attutiti dei libri
ammorbidivano l’atmosfera ufficiale e stantia. Affacciati alle balaustre dei
piani superiori, parecchi cittadini giravano fra gli scaffali, scorrendo con il
dito o con lo sguardo il dorso dei volumi esposti.
—
Dimmi una cosa, Camille; pensi che sia valsa la pena di tagliare tante teste?
—
È questo il tuo problema?
—
Sento la responsabilità di tutto il sangue.
—
Luigi Capeto dovrebbe sentire sulla propria gobba ben più responsabilità di
sangue. Inoltre, lui agiva per proprio interesse, protetto dall’infame
menzogna del diritto divino; tu, al contrario, agivi nel nome e per interesse
del popolo.
—
Come puoi, come puoi Camille giustificarmi quando anche tu sei caduto sotto la
lama?
—
Non cerco di giustificarti dal mio punto di vista, ma dal tuo. Non è giusto che
tu debba pagare per i delitti dei molti. Non ricordi quanto scrissi su France
Livre prima che le correnti della necessità ci dividessero e mettessero
l’uno contro l’altro? Scrissi "Tutto questo bene sta per attuarsi;
questa Rivoluzione fortunata, questa rigenerazione sta per compiersi; nessuna
potenza terrena è in condizione di impedirlo. Sublime effetto della filosofia,
della libertà e del patriottismo. Siamo divenuti invincibili." Questo
scrissi, ed è ancora vero, Maxime, non perderà mai il suo significato. Siamo
ancora invincibili, Maxime!
*
* *
Marie-Louise
aspettava Robespierre in casa, conversando con Saint Just. Dumouriez aprì la
porta senza tentare nulla e Robespierre salutò la donna e il filòfono.
Rimproverò
Saint Just di aver raccontato a Marie-Louise dell’andamento del processo,
ma la donna lo difese: — Non prendertela con il cittadino, noi tutti
vogliamo aiutarti. Il processo contro Maximilien Robespierre è un processo al
popolo, al Comune insurrezionale, alla Francia, alla Rivoluzione. Abbiamo tutti
il dovere di aiutarti a difenderti.
Robespierre
si alzò di scatto dal sofà in preda a un tremore improvviso a causa
dell’eccitazione.
—
No, non serve a nulla! — esclamò.
— Sotto processo sono io; io devo accusarmi e difendermi, chiedere
clemenza e condannarmi al tempo stesso.
Dumouriez
avrebbe voluto deriderlo, ma il ricordo delle martellate della guardia civile
era ancora troppo vivido. — Va bene, cittadino — tentò di calmarlo
Marie-Louise. — Ci rimettiamo nelle tue mani e siamo sicuri che agirai per il
meglio. Ricorda solo che tutto il popolo è con te. La sofferenza si dimentica
rapidamente, alla fine è solo l’ideale puro quello che rimane.
*
* *
Era
il giorno decisivo, il giorno del giudizio. In piedi di fronte alla porta oltre
la quale lo attendevano i giudici, la mano sulla maniglia di ebano, Robespierre
si soffermò un attimo, ripensando alla folla fuori dal tribunale.
Erano
venuti in migliaia. Era quasi certamente colpa di Saint Just e Marie-Louise;
poteva immaginare il filòfono che chiamava tutti gli apparecchi della città,
la donna che parlava ai colleghi di lavoro, ai vicini di casa, e la voce si
spargeva. "Robespierre sta per essere giudicato" diceva la voce, e la
folla si adunava, affluiva dal quartiere del canale del Cuore, dal quartiere del
Dolore e dal quartiere delle Strutture, dalle Ville Lontane e dal quartiere dei
Viali e si radunava di fronte alle porte del Tribunale. Giungendo dalla strada
che correva lungo il canale della Vita, Robespierre trovò la piazza del
Tribunale gremita di volti che al suo arrivo si azzittirono. Tutti guardavano
lui: aggrappati ai tubi delle sculture d’acqua disattivate, in piedi sull'orlo
delle vasche delle fontane, affacciati dalle finestre delle case, ammassati
gomito a gomito sul selciato. Dovevano essere centinaia di migliaia.
Robespierre
mosse un passo e un varco si aprì nella folla. Come Mosè nelle acque del Mar
Rosso, la gente si fendeva e richiudeva al suo passare. Robespierre vedeva
un’infinità di volti, volti che un tempo aveva visto sui banchi della
Convenzione o per le strade di Parigi; mani che avevano stretto le picche del
Comune insurrezionale o avevano acquistato il pane razionato a causa degli
speculatori; corpi che erano stati usati come armi contro gli eserciti
coalizzati di nove nazioni decise a stroncare la rivoluzione nel sangue, a
restaurare l'ordine e la religione, e avevano ricacciato quegli eserciti
portando la guerra di liberazione sui loro stessi territori; Robespierre vide
occhi che aveva conosciuto nella sua gioventù ad Arras, donne che avevano
marciato con forche e cannoni su Versailles per riportare a Parigi l’uomo
chiamato Luigi Capeto, re di Francia, uomini che avevano lottato gli uni contro
gli altri per il potere nella Convenzione, nel Comitato di Salute pubblica e
negli arrondissements rivoluzionari, membri del basso clero che avevano
giurato fedeltà alla Costituzione Civile, uomini e donne che erano stati
decapitati per tradimento o per semplice sospetto.
La
folla si fendeva silenziosa, le mani facevano il gesto di sfiorare Robespierre,
le labbra accennavano sorrisi, lacrime imperlavano le guance.
Il
popolo minuto era con Robespierre, il popolo che sempre aveva rappresentato il
motore della rivoluzione, che aveva armato i cannoni e portato le picche, che
era stato affamato in pace e decimato in guerra, oltraggiato, imbrogliato e
usato come strumento dal re e dalla Gironda, dalla Palude, dai Foglianti, da La
Fayette e De Lameth. Il popolo rimase fermo sotto gli scalini allorché
Robespierre varcò la Porta della Lontananza, ma il battito dei loro cuori
resuscitati riecheggiò ancora fra i corridoi a ogni passo dell’uomo del dieci
di agosto.
Robespierre
aprì la porta.
I
giudici erano già al loro posto. Robespierre rimase in piedi.
—
È il momento della sentenza — esordì subito il giudice Platone, — Ma ciò
non deve metterti in soggezione. Sebbene tu non abbia affrontato la questione
con serenità, puoi riferirci la conclusione cui sei giunto.
—
È impossibile giudicare un movimento di popolo come una rivoluzione nel breve
volgere di un processo, per a lungo quanto possa durare — replicò
Robespierre.
—
Non siamo qua per giudicare la rivoluzione ma il cittadino Maximilien
Robespierre.
—
Ogni sentenza contro un rivoluzionario francese è una sentenza contro la
rivoluzione. Chiunque di noialtri può dire a ragione di essere egli stesso
l'uomo del dieci di agosto.
—
Non può esistere un processo senza sentenza — intervenne il giudice Trozkij.
—
La sentenza è assoluzione — replicò Robespierre. — Io assolvo il popolo di
Francia per il sangue versato, poiché esso era conscio di quanto altro ne
sarebbe scorso se una rivoluzione non vi fosse stata. I contadini avrebbero
continuato a morire per il re nelle sue guerre dinastiche. Molto meglio è stato
fare cadere tutte quelle teste di aristocratici antipatriottici, preti
materialisti, aggiotatori senza scrupoli, cospiratori nemici del popolo.
—
Dunque — disse il giudice Platone, — tu pensi che il mare di sangue si possa
riscattare a questo modo, con questa giustificazione. L’interesse del popolo
giustifica qualsiasi quantità di teste tagliate.
Robespierre
deglutì. Rivide con gli occhi della mente la marea umana fuori dalle porte del
Tribunale.
—
Sì, io lo penso.
—
Perché dunque arrendersi — continuò il giudice Trozkij. — Perché
consegnarsi alla ghigliottina quando ancora tanto poteva essere fatto per il
popolo, per la giustizia, per l'uguaglianza? Arrendendoti, condannasti la
rivoluzione al fallimento immediato.
Robespierre
finalmente sedette. Era giunto al punto oltre il quale il futuro si annebbiava,
la vista si confondeva, le lacrime bagnavano le guance.
—
Non sapevo cosa sarebbe accaduto dopo la mia morte. Avevo fiducia nel popolo,
nella sua forza che più di una volta aveva salvato la rivoluzione.
—
Come potevi sperare nel popolo quando tu stesso ne avevi stroncato la forza
condannandone a morte i capi più capaci, creando una frattura fra il Comitato
di Salute Pubblica e il movimento popolare?
—
Il Comitato doveva agire al di sopra delle parti. Feci giustiziare sia gli
arrabbiati che i cordiglieri indulgenti, sia Hébert che Danton.
—
Ancora non hai dato una risposta alla seconda questione — gli ricordò il
giudice Trozkij.
—
Come è possibile rispondere? — esclamò
Robespierre imporporandosi. — Come posso stabilire se la fine del Terrore sia
stata un bene o un male? Non ero là a vederla. Solo tramite un’esperienza
approfondita potrei trarre le conclusioni di una questione così vitale.
Per
un minuto il silenzio calò sulla stanza, sulle sedie e il tavolo, sulle pareti
e il fregio al muro, sul giudicando e i suoi giudici.
—
Ti dicemmo che saresti stato perfettamente in grado di emettere una sentenza —
disse infine il giudice Trozkij — e non ci sbagliavamo. Hai analizzato e
giudicato come dalle nostre aspettative.
—
Ma io non ho giudicato! — protestò
Robespierre. — Ho appena confessato la mia incapacità per scarsità di
conoscenza!
—
È una conoscenza che potrai acquisire solamente studiando con accuratezza il
periodo successivo a quello in cui vivesti. Non verrai perciò relegato in un
oggetto d’invio, a differenza della stragrande maggioranza degli abitanti di
Deux Lacs e delle altre città di Tribunale sparse nell'universo. Diverrai un
giudice tu stesso, come me e come il giudice Trozkij. Sarai in questo modo in
grado di analizzare il periodo direttamente successivo alla rivoluzione per
mezzo dei suoi protagonisti. Sapevi che dopo la Repubblica la Francia si tramutò
in un Impero?
*
* *
La
folla muta era ancora fuori del Tribunale. Parevano gli stessi visi segnati
dalla fatica che avevano un tempo affollato il Campo di Marte, la Piazza della
Rivoluzione, gli arrondissements, le armate della Repubblica, le file per
il pane. Non si vedevano picche nè berretti frigi, niente armi nè bandiere;
nessuno plaudiva, nessuno alzava la voce, nessuno sorrideva.
Robespierre
l'Incorruttibile, l'uomo del dieci di agosto, scese gli scalini. Marie-Louise
gli corse incontro; dietro di lei si affacciavano i volti anonimi e ansiosi di
tutti gli altri protagonisti del dieci di agosto alle Tuileries, e del 14 luglio
alla Bastiglia, e del 16 ottobre a Versailles, e del 20 settembre alla battaglia
di Valmy, e del 25 settembre alla proclamazione della Repubblica una e
indivisibile.
—
Cosa è accaduto? — domandò Marie-Louise. Il cielo grigio si rifletteva nei
suoi occhi. — Qual è la condanna?
Robespierre
aggrottò la fronte, perplesso. Non c’era un filo di vento sulla piazza, nè
un suono.
—
La condanna? — ripeté. — Non so; non so se sia una condanna.
Comunque
alla luce di un ideale
sbocciano
i fiori del male,
e
quando Esso sorgendo li circoncide
ogni
sboccio con appassimento coincide.
Il
fiorire e il decadere di ogni razza
sono
tumulto di un popolo in piazza:
con
l’onda solare il fiore colpisce,
con
il riflusso della reazione appassisce.
Franco
Ricciardiello
Scritto
nell'ottobre 1985
Pubblicazioni:
1.
"The Dark Side" n. 2, Vercelli 1987
2.
"Intercom" n. 138/139, Terni 1994
3. "Futuri di guerra", antologia a cura di Valerio Evangelisti, "Le scintille" n. 4, L'Altritalia/Avvenimenti, Roma 1998
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