FRANCO RICCIARDIELLO
La mutilazione epistemologica di Alberta Vinci
"Davvero
lei è la moglie del vescovo Albesiano?" le domandò l'uomo
inaspettatamente, guardandole le gambe.
Alberta
Vinci si sfilò il senseglove studiando il cliente. "Sì, sono sua
moglie" rispose "conosce il vescovo?"
Lui
sorrise. Era un uomo maturo, con il fascino maschile della mezza età, entrato
nella galleria d'arte per cercare un work in progress di qualche giovane
artista; Alberta gli aveva subito mostrato alcuni lavori non molto impegnativi
di Eugenia Marx.
"Ho
avuto modo di incontrare il vescovo" rispose l'uomo come per chiudere il
discorso "dunque, mi consiglia qualcuno di questi lavori in
particolare?"
Alberta distolse lo sguardo, ma non così in fretta da non notare che il
cliente la considerava soprattutto dalla vita in giù. "Eugenia Marx è
sicuramente un nome destinato a essere conosciuto" rispose "lo prenda
come un investimento."
Non
avrebbe mai potuto dirgli che il principale pregio di Eugenia Marx consisteva
nel fatto di essere stata sua compagna di corso all’università.
"E
com'è, mi dica, essere sposata a un vescovo?" insisté l'uomo riavvolgendo
il discorso su se stesso "Mi perdoni, ma quando ero ragazzo io gli uomini
di chiesa non potevano sposarsi."
Ma
quanti anni potrà avere?
pensò Alberta inserendo nel caricatore il microchip del visualizzatore
full-immersion, Cinquantacinque anni? Sessanta?
L'interfono
sulla scrivania lampeggiò. Scusandosi, Alberta rispose.
"Sei
ancora impegnata con il cliente di prima?" le domandò il direttore della maison
d'art.
Alberta consultò l'ora. "Puoi andare, chiuderò io" gli
rispose togliendo il collegamento.
"Abbiamo
fatto tardi?" domandò affabile il cliente con la sua voce baritonale.
"Non
si preoccupi. Se vuole infilare il senseglove, potrò condurla in immersione in
qualcuna delle opere di Eugenia Marx.”
L’uomo
annuì, ma senza raccogliere il guanto. Seduto al suo fianco, le osservava con
insistenza le gambe nude. Alberta sentì chiaramente chiudersi la porta sulla
strada: erano rimasti soli.
“Mi
scusi solo un attimo” disse il cliente alzandosi. Si diresse verso il cappotto
lasciato sull’attaccapanni sagomato a totem che il direttore aveva trovato a
Vancouver salvandolo da un potchlach.
Alberta
ruotò sulla sedia girevole verso la finestra panoramica. La collina stava
cominciando ad assumere un colore cupo, senza contrasti, mentre il Po dolente di
smantellanti enzimici assorbiva poco alla volta il chiaro del cielo.
Pensò
che quella sera le sarebbe toccato di rimanere in casa: suo marito Federico, il
vescovo Albesiano, era a Friburgo per un viaggio pastorale; sicuramente avrebbe
chiamato per salutarla, passata l’ora di cena: se non l’avesse trovata in
casa, le sarebbe toccato di sopportare le sue recriminazioni al ritorno.
Alberta
si voltò, udendo un rumore.
Il
suo cliente le stava puntando contro una grossa pistola di materiale plastico.
“I metal detector sono una fregatura” disse sardonico “consiglio al suo
datore di lavoro di installare qualcosa di meglio: l’ideale sarebbe riuscire a
captare le onde cerebrali. Ha idea della quantità di perturbazioni
bioelettriche che produce un cervello in turbolenza?”
Alberta
era rimasta a bocca aperta. “Cosa… chi è lei?” balbettò, impallidendo di
fronte alla bocca dell’arma puntata al suo seno “cosa vuole?”
L’uomo
si portò davanti alla finestra, facendo cenno a Alberta di scostarsi. Scurì al
massimo i vetri polarizzati, e la luce in trasparenza dietro le pareti si regolò
automaticamente. "Devo mostrarle una cosa" disse senza abbassare
l'arma "lei non mi conosce, ma sono tenuto a farle questo favore."
"Favore?"
disse Alberta tremando "senta, mi lasci andare."
"Non
faccia la bambina" rispose lui con un gesto minaccioso dell'arma spianata
"si volti verso la finestra."
"Ma
cosa fa?" esclamò Alberta vedendo che l'uomo si slacciava la cintura.
"Non
si agiti, non voglio farle del male" rispose pacato, sfilando con un ampio
gesto della mano sinistra la cinghia di materiale flessibile.
"Se
ne vada immediatamente o chiamerò aiuto" replicò Alberta con voce rauca.
"Ho
un inibitore di segnale" sospirò lui "in questo momento la galleria
è isolata."
"Metta
via quella pistola, per favore" lo scongiurò Alberta.
Afferrandola per una spalla, l'uomo la fece ruotare verso la finestra.
“Ora metta le mani dietro la schiena" ordinò.
Alberta
sentì un tuffo al cuore; ma prima che potesse opporsi l'uomo le prese i polsi,
spingendola contro il cristallo polarizzato della finestra. "No!"
protestò Alberta, ma l'uomo aveva braccia robuste da lavoratore manuale,
malgrado gli abiti ricercati. Le immobilizzò con la cintura i polsi dietro la
schiena.
Quando le lasciò andare la braccia, Alberta sentì mancare le
ginocchia; ma l'uomo la sostenne. "Andiamo alla sua console" disse
mostrandole un CD che teneva in tasca.
"Per
favore..." si lamentò Alberta. Si diede dell'ingenua per essere rimasta da
sola con quel cliente che non conosceva.
"Si
tranquillizzi" la zittì lui, costringendola a sedere sulla girevole
davanti alla scrivania. Inserì il CD nel caricatore, ma senza avviarlo.
Alberta
aveva appena il coraggio di guardarlo in viso: temeva che avrebbe potuto pensare
di ucciderla per non essere riconosciuto e denunciato.
L’uomo
sedette sul taglio della scrivania, levando qualcosa dal taschino in cui teneva
arrotolata una pochette dai disegni in movimento. "Mi rincresce davvero, ma
non vorrei che si agitasse per quello che le mostrerò" disse levando la
pellicola di un grosso cerotto adesivo metallizzato che le applicò sulla bocca,
imbavagliandola.
Alberta
si lamentò, atterrita. L'uomo accese con un gesto rilassato la console, quindi
tornò a sedere sulla scrivania in modo da poterle tenere l'occhio le gambe.
Alberta indossava un corto abito color cacao; non si sarebbe potuto
definire il completo più consono per la moglie di un vescovo, ma Alberta
approfittava quando Federico era fuori città per vestirsi in modo meno sobrio.
Terrorizzata
dalla situazione, Alberta vide apparire delle immagini sullo schermo della
console: era la ripresa di un interno di camera d'albergo, come filmata da
dietro un falso specchio. Si sentì raggelare: suo marito Federico entrò dalla
porta, conducendo con sé una donna che lei non conosceva.
"Il
vescovo Albesiano si reca in un motel molto discreto della periferia due volte
la settimana" commentò l'uomo a voce bassa "il martedì e il venerdì;
il CD che le ho preparato contiene in sequenza le registrazioni degli ultimi
quattro appuntamenti."
Alberta
fremette, sforzando i polsi contro la cintura che la legava. La donna sulle
schermo era una rossa sui quaranta anni, almeno dieci più di lei. Girò intorno
al letto a baldacchino levandosi i sandali con il tacco.
"A
ogni appuntamento, il vescovo trascorre due ore circa con questa donna"
proseguì il cliente, sollevando un piede da terra e cominciando a sfilarsi un
laccio dalla scarpa. "Sempre la stessa donna, sempre gli stessi giorni
della settimana, sempre alla stessa ora."
La
rossa si stava sfilando gli abiti; Federico uscì dal bagno sbottonandosi i
polsini della camicia. Alberta strinse gli occhi, gemendo per non vedere, ma
l'uomo la strattonò per i capelli costringendola a riaprirli.
La
rossa era sdraiata carponi sul letto. Federico le si accomodò dietro senza
finire di svestirsi.
"Si
accorgerà che il vescovo è metodico, quasi ossessivo nelle sue prestazioni
sessuali" proseguì l'uomo con voce incolore; si era sfilato entrambi i
lacci e li stava annodando insieme. "Non so di che qualità siano i vostri
rapporti intimi" proseguì spietato "mi auguro comunque che siano più
fantasiosi di questi squallidi appuntamenti in motel."
L'orrore
tenne gli occhi di Alberta incollati allo schermo. Suo marito si era sdraiato
sul corpo nudo della donna, la telecamera riusciva a riprendere solo le loro
membra.
L'uomo
si chinò ai piedi di Alberta, ancora seduta. Le legò le caviglie strettamente
unite con i lacci delle scarpe. "Lei è una donna superba" disse
"credo che il vescovo sia da condannare anche solo per il fatto di
trascurare lei per vedersi con una donna come quella."
Si
alzò con un movimento agile che tradiva un allenamento di palestra. Alberta
abbassò gli occhi pieni di lacrime per non vederlo camminarle intorno, appena
impacciato dalle scarpe slacciate. Tornò al soprabito sull’attaccapanni a
totem, prese qualcosa e raggiunse Alberta da dietro, sollevandole il mento con
un mano come per costringerla a guardare lo schermo.
"Spero
di avere ancora occasione di incontrarla quando avremo più tempo a disposizione
per conoscerci" aggiunse "le regalo il CD: lo accetti come un omaggio
alla sua bellezza."
Così
dicendo, le tenne spalancato l’occhio destro passandole qualcosa sulla
palpebra, appena sotto l’arcata sopracciliare. Alberta sentì un dolore
lancinante, insopportabile all’occhio, e tentò di gridare contro il bavaglio.
Udì
i passi dell’uomo allontanarsi attraverso il dolore alla palpebra. Rimase
sola, legata e imbavagliata davanti allo schermo che trasmetteva impietoso le
immagini del tradimento di suo marito, il sangue che le colava in lacrime
dolorose sulle guance.
===oooOooo===
"Ti
prego, lascia perdere la polizia per ora" disse Alberta al suo direttore,
tremando di freddo.
Lui
guardò la finestra, come accorgendosi solo allora che era oscurata. "Mi
dispiace" sospirò, "ma non posso soprassedere quando ne va di mezzo
la tua incolumità."
Alberta
si strinse nelle spalle; il direttore le aveva dato uno scialle di lana quechua
come coperta per riscaldarla: era rimasta legata oltre due ore, il sangue che
filtrava adagio dalla palpebra recisa dal rasoio, prima che il direttore
ripassasse casualmente davanti alla maison d'art notando la luce accesa.
"Mi rincresce per quello che è accaduto qui" gemette l’uomo
"se sei preoccupata per il vescovo, posso spiegargli tutto io. Dirò che è
colpa mia, non avrei dovuto lasciarti sola."
Alberta
non rispose. L'ultima preoccupazione in quel momento era la reazione di suo
marito; aveva ancora davanti agli occhi il posteriore nudo e osceno della rossa
sotto il baldacchino del letto d'albergo. Al confronto, persino la mutilazione
sulla palpebra passava in secondo piano. "Riaccompagnami a casa" lo
pregò passandosi un dito sul derma sottile incollato fra le ciglia e le
sopracciglia, all’occhio destro. "Vuoi? Non mi sento di tornare
sola."
Il
direttore la aiutò a rialzarsi. L'occhio di Alberta cadde sulla cinghia e i
lacci con cui era stata legata. "Mettili in una busta e dammeli" disse
"li porterò con me, Federico non deve sapere nulla: prometti."
Il
direttore sospirò. "Sei sicura di quello che fai? Decidi tu, mi atterrò
ai tuoi desideri."
Sette
minuti dopo Alberta si fece lasciare al NoStopShop del suo quartiere, dove
acquistò una scheda registrata con l'olografia della propria retina. Sentì uno
spillo di dolore nell’accostare la palpebra ferita all’obbiettivo
elettronico.
Alle
21,30 era a casa. Senza neppure cambiarsi riprogrammò la memoria dell'impianto
di sicurezza dell'appartamento; sostituì la scheda di riconoscimento sua e del
marito con quella nuova, nell’evenienza improbabile che il taglio sulla
palpebra avesse modificato la sua impronta retinale. Poi cominciò ad
ammucchiare tutti gli effetti personali del vescovo in un grosso baule che era
appartenuto alla sua famiglia.
Ammucchiò
vestiti alla rinfusa, due o tre edizioni della bibbia, su carta e su CD, diversi
oggetti e biancheria intima. Alle ventidue trascinò a fatica il baule
attraverso il portone delle scale.
"Serve
aiuto?" domandò una voce maschile alle sue spalle.
Alberta
si voltò di scatto: l'inquilino dell'appartamento di fronte stava uscendo dalla
porta con l'impermeabile sul braccio. "Non importa" rispose con il
cuore in gola per lo spavento "me la cavo."
L'uomo,
che Alberta conosceva per il cognome Derossi sulla porta, posò il trench sulla
ringhiera. "Non sia mai detto. Dove vuole portarlo?"
La
aiutò a trascinare il baule con gli effetti di suo marito nella tromba delle
scale, dove lo abbandonarono sotto la finestra dagli alti vetri colorati a
piombo. "Si sente bene?" domandò poi Derossi vedendo che era
sconvolta. Alberta temette che lui potesse farle domande sul derma della
palpebra destra.
"Certo,
perché?"
L'uomo
cercò di sbirciare in casa. "Il vescovo è fuori città?"
Alberta
si rese conto che non sapeva neppure chi fosse Derossi. "Tornerà domani.
Buonanotte."
Anche
senza voltarsi, sentì i suoi occhi sulle gambe fino a che richiuse la porta.
===oooOooo===
"Credimi,
Alberta, non sai quanto mi spiaccia."
Alberta
Vinci si morse le labbra, pensierosa. Avrei dovuto aspettarmelo, pensò. Il
vescovo Albesiano, in quanto amministratore dei beni della Curia, controllava
anche la proprietà della maison d'art.
"Alberta, tu sai quanto ti sono affezionato" proseguì il
direttore, con evidente imbarazzo. "Penso che dovrei rassegnare le mie
dimissioni per solidarietà."
Alberta
passò lo sguardo sulle pareti del suo ufficio per l'ultima volta. "No, non
farlo" disse, stupita della dolcezza nella propria voce; "sarebbe
inutile."
Il
direttore tacque qualche minuto imbarazzato. "Hai..." si schiarì la
voce "hai bisogno di credito...?"
Alberta
sorrise. Caro, caro direttore. "Ti ringrazio. Ieri sera ho
provveduto a trasferire tutti i fondi dal conto privato di Federico a uno
intestato solo a me."
L'uomo
alzò un sopracciglio, accennò a sorridere ma si trattenne. "Alberta, sei
rimasta con noi per cinque anni..."
Alberta
si alzò. "Niente sentimentalismi. Non sono una sprovveduta: ho due lauree,
troverò un altro lavoro." Si voltò per andarsene. Non voleva, di
proposito, salutare il suo direttore: poteva significare che contavano di non
vedersi mai più.
"Alberta..."
Si
arrestò. Tornò indietro e lo baciò su una guancia, poi uscì.
Eccomi
a spasso per Torino, pensò. Non era urgente trovare un lavoro, il saldo che
aveva prelevato dal conto di suo marito le permetteva di cercare con comodo.
Tuttavia, pensava che per dimenticare il più in fretta possibile quanto
accaduto era necessario occupare la mente, e il metodo migliore era un nuovo
lavoro.
Stava
cominciando a piovere; mentre camminava senza meta fissa, osservando la gente e
le poche vetrine dei negozi che ancora non disponevano di un sistema di acquisti
a distanza, sentì suonare il suo palmtop.
"La
signora Vinci?" disse il volto di un sconosciuto sullo schermo da 4 pollici
"sono stato incaricato di proporle l'esclusiva della storia della sua
separazione dal vescovo per conto di una primaria rete 3-V. Possiamo
incontrarci?"
Alberta
sentì tremare le gambe. Come possono già sapere...? "Lasciatemi in
pace" sussurrò indignata, mentre avrebbe voluto urlare.
Chiuse
lo schermo e chiamò un taxi per tornare a casa, correndo sotto la pioggia; ma
c'era un imbottigliamento all'incrocio con via Roma, e la vettura non riuscì a
muoversi. Spazientita, pagò l'autista e scese a piedi, bagnandosi scarpe e
capelli. Temette che la sottile ferita all’occhio destro potesse infettarsi
per l’inquinamento contenuto nella pioggia.
L'aria
era satura di gas atmosferici trattenuti dal maltempo; si incamminò a passo
veloce sul salvagente del traffico, ma dopo pochi passi un microfono libellula
le sbarrò il passo. "TeleTre, signora Vinci" disse una voce da rattus
norvegicus, "non ceda alla concorrenza, dottoressa: sono stato incaricato
di offrirle una cifra più alta di qualsiasi altro. Se preferisce non avere
contatti diretti possiamo intervistarla via Euronet."
Alberta
strillò di disappunto, infilandosi fra i paraurti di gomma delle vetture.
Scivolò al riparo sotto i portici, passando il controllo dei metal detector che
le ricordarono la disavventura della sera prima. Strisciò a contatto della
gente, ma vide al di sopra delle teste le ali frollanti della libellula
meccanica.
Svoltò
verso i giardini, abbassandosi sotto la rete anti-piccioni. "Eccola!"
gridò qualcuno dalla strada. Alberta fece in tempo a leggere TÉLÉNOS sul
furgone, poi allungò il passo, uscendo dai portici malgrado la pioggia
insistente.
Un'auto
si fermò in inchiodata accanto al marciapiede. "Sparisca!" sibilò
agitando la borsa, ma si accorse che al volante c'era Derossi, il suo vicino di
casa.
"Immagino
abbia bisogno di un passaggio."
Saltò
quasi attraverso la portiera aperta. Evitando una collisione con gli inviati
stereovisivi, Derossi accelerò verso una strada laterale alzando un fendente
d'acqua piovana.
Il
furgone degli inseguitori rimase imprigionato nel traffico; Alberta colse
un'immagine del microfono-libellula catturato dalla rete dei portici, poi espirò
tutto il fiato. "Mi ha salvata..." disse.
"Ma
cosa è successo?" domandò Derossi.
Alberta
lo studiò: era un uomo sui quaranta anni, che aveva incontrato cinque, forse
sei volte nel palazzo. Non sapeva la sua professione né il suo nome di
battesimo, ma sembrava una persona seria. Inoltre, vestiva con distinzione ed
era un uomo piacevole.
Sembrava
l'uomo di cui potersi fidare, e Alberta in quel momento di collasso aveva
estremo bisogno di dare fiducia.
Decise
di investire su di lui. "Mi sono separata da mio marito" confessò
seccamente.
Derossi
quasi sbandò. Senza fermarsi a un semaforo, scatenò l'allarme acustico del
mult-o-matic. "Il vescovo?" esclamò.
Alberta
sentì montare la rabbia agli occhi. "Sì, il vescovo. E allora? Non è
pensabile che un vescovo meriti di essere lasciato dalla moglie?"
Derossi
rallentò, ma erano oramai fuori dall'ingorgo. "Non mi fraintenda. Mi
sembra così... eccezionale. Ma scusi, non sono affari miei."
Alberta
si rilassò. "Mi rincresce: le sto bagnando tutto il sedile." disse
per riconciliarsi. Polarizzò sullo scuro il cristallo del suo finestrino,
controllando se Derossi le guardasse le gambe: lo faceva. Basta che un uomo
sappia che non hai più il tuo uomo, e subito pensa di potersi prendere delle
libertà, pensò. E' come se prima non osassero neppure guardarti, perché
eri proprietà di un altro, e dopo se solo potessero ti metterebbero le mani
sotto la gonna.
Appena giunti sotto casa, aspettando che il portellone automatico si
aprisse per scendere nel parcheggio sotterraneo, Derossi si sporse a guardare
dal parabrezza.
"Che
succede?" domandò Alberta.
"Un
elicottero. Deve essere la stereovisione." Il suo accompagnatore guidò con
calma giù dalla rampa, identificandosi con il pass. Parcheggiò accanto agli
ascensori.
"La
ringrazio per il passaggio" disse Alberta sorridendogli; gli tese la mano e
scese dall'auto.
Prima
di prendere l'ascensore, pensò di contattare il sistema di sicurezza con il
palmtop. "Ci sono nove persone in attesa fuori dalla porta" le comunicò
il servomeccanismo.
Alberta
si sentì cadere le braccia. E' la fine della mia privacy, pensò.
"Vuole
che la accompagni ad un albergo?" si offrì Derossi, che aveva udito.
Alberta
si morse le labbra. Era indecisa, abbattuta. Non mi avranno, pensò.
"Le spiace se salgo da lei fino a che la marea cala?" domandò.
===oooOooo===
"E
questo cosa sarebbe?" domandò Alberta impugnando l'oggetto.
Derossi
si strinse nelle spalle. "Un asciugacapelli; non ne ha mai usati da
bambina?"
"Asciuga...
vuole dire che non ha un casco?"
L'uomo
sedette, quasi divertito, di fronte a lei; "Non ha mai messo piede nella
casa di un single, immagino" rispose "cosa dovrei farmene di un
hairdryer?"
“Non
mi farà male all’occhio, questo getto di aria calda?” disse Alberta mentre
distoglieva lo sguardo lo sguardo per controllare spazientita i suoi vestiti
stesi accanto al radiatore. “Vede, ho un taglietto, qui sulla palpebra”
aggiunse "Ma deve proprio osservarmi così?"
Si
era levata il tailleur rosa, la camicia di cotone e le scarpe per rimanere con
la sola biancheria intima: un body bianco con orlo di pizzo e spalline. Sedeva
su un pouf senza schienale accanto ai vestiti che rifiutavano di asciugarsi.
"Vuole
una giacca per le spalle?" domandò l'uomo.
"Le
rovinerei l'intrattenimento" rispose Alberta con una smorfia "Non ha
piuttosto un pigiama?"
Derossi
fece un ampio gesto. "Mi rincresce, dormo senza."
Alberta posò l'asciugacapelli. L'appartamento era arredato con gusto
sobrio, moderno, senza sprechi né concessioni al frivolo, con parecchi
particolari tipicamente maschili: olografie di nudi "artistici"
accanto a interattivi impegnati, un liquore di marca sul tavolino di cristallo,
la totale assenza di indumenti della taglia di Alberta.
"Può
controllare se adesso posso tornare a casa mia?" domandò.
Derossi
andò alla console del sistema di sicurezza. "Via libera" disse
"anche se mi rincresce che debba lasciarmi proprio ora."
Alberta
si alzò con un sospiro di sollievo, raccogliendo i vestiti umidi. "Posso
portarlo con me?" domandò sollevando l'asciugacapelli "il mio casco
è guasto da ieri sera."
Uscì
in punta di piedi, ringraziando per l'ospitalità. Era buio nella tromba delle
scale; non le andava di infilare i vestiti e le scarpe, quindi camminò in punta
di piedi sino alla porta di casa. Mentre appoggiava il palmo della mano sulla
piastra di riconoscimento sentì chiudersi la porta di Derossi. Accostò
l'occhio destro all'obbiettivo, e quando la porta scattò udì un respiro alle
spalle.
Un
peso morto si gettò su di lei, facendola cadere attraverso la porta appena
aperta. Cercò di gridare, ma una mano guantata le premette sulla bocca,
serrandola; scalciò, colpendo il taglio della porta che si richiudeva. Un
oggetto duro le affondò fra le costole. "Silenzio!" intimò una voce
maschile.
Alberta
era sdraiata in terra, con l'uomo coricato addosso. Non poteva assolutamente
muoversi. Finalmente lui si raccolse e si rialzò; la afferrò con il gomito
intorno al collo, strattonandola per sollevarla. L'arma dura era puntata contro
la sua schiena.
La
luce si era accesa automaticamente. Alberta non poteva vedere l'uomo ma sentiva
il suo respiro pesante. Quasi la sollevò di peso, portandola senza esitazione
verso la camera da letto. Alberta cercò di opporre resistenza, ma la strattonò
soffocandola.
Si
abbandonò inerte; dopo pochi passi, l'uomo la gettò malamente sul letto.
Alberta si raccolse con il cuore in gola, pronta a scattare. L'uomo era robusto,
vestito di nero e con una calza da donna sul viso. "So che l'appartamento
del vescovo Albesiano è insonorizzato" disse "comunque, apprezzo il
suo sangue freddo nel non gridare."
L'uomo
della maison d'art!
pensò Alberta riconoscendo la voce.
Lui si levò di tasca un paio di manette cromate, e con uno scatto le
afferrò i polsi. "Mi rincresce di nuovo, signora Vinci" disse
cingendole un polso "ma ho bisogno di prendere qualcosa di proprietà del
vescovo."
La
strattonò all'indietro, costringendola a coricarsi. Le ammanettò i polsi in
alto sopra la testa, uniti contro la spalliera di ferro del letto. Alberta si
aggrappò con tutte le sue forze sui braccialetti di metallo, senza effetto.
"Cosa vuole da me?" ansimò.
L'uomo
arretrò di un passo contemplandola. "Sa che la lingerie bianca le
dona?" disse levandosi la calza dal viso "le dà un'aria
irresistibilmente sexy."
Alberta
arretrò verso la spalliera, cercando di farsi piccola, mentre la cicatrice
sottile della palpebra cominciava improvvisamente a prudere. "Per l'amor di
Dio, cosa vuole da me?" disse tremando "non si rende conto che ha
rovinato la mia vita?"
L'uomo
sedette accanto a lei. "Voglio gli archivi del vescovo Albesiano"
disse senza fretta, "e tutto ciò che potrebbe contenere suoi appunti degli
ultimi mesi."
"Lei
è pazzo" sospirò Alberta. L'uomo seguiva con attenzione il respiro del
suo seno.
"Mi
dica solo questo: tutto il lavoro di suo marito è contenuto negli archivi della
console?"
Alberta
si agitò. "Aspetti prima di illudersi" sussurrò. "Il vescovo ha
portato via le registrazioni di tutto il lavoro."
L'uomo
cambiò espressione, irrigidendosi. "Non mi prenda in giro..."
Alberta
si aggrappò alle manette che le rigavano i polsi. "E' la verità!"
Lo
sguardo dell'uomo cadde su qualcosa in terra: in due balzi lo raccolse. "Un
asciugacapelli!" esclamò quasi soddisfatto. "Erano anni che non ne
vedevo."
Trovò
una presa elettrica accanto al letto, e la sintonizzò sull'apparecchio che
teneva in mano. Un sibilo rotante, e un fiotto di aria calda investì il viso di
Alberta. "Meraviglioso!" insisté l'uomo "Sa cosa si può fare
con questo?"
Alberta
distolse il viso, infastidita.
"Ha
idea dell'effetto di un getto di aria calda su un organo delicato come, diciamo,
un orecchio?" Così dicendo, l'uomo le si sedette proprio accanto. Il
motorino ronzava, il getto d'aria esplorava l'incavo dell'ascella di Alberta.
"O su un occhio? E si immagini l'effetto all'interno del cavo
orale..."
L'uomo
lasciò le parole in sospeso nell'aria, insieme al mulinello caldo.
"Per
l'amor di dio, la scongiuro..." supplicò Alberta "cosa vuole da
me?"
"Vuole
dirmi la verità sugli appunti del vescovo?"
"L'ho
già detta! La supplico, non so niente del lavoro di mio marito!"
"Per
tacere dell'effetto sulle zone erogene" proseguì l'uomo, come non
interrotto "ha idea del risultato di trenta secondi a distanza ravvicinata
su un capezzolo? O all'interno della vagina?"
"Basta!
La scongiuro!"
In
quel momento suonarono alla porta. L'uomo si irrigidì, poi agì fulmineamente.
Afferrando con due mani il cuscino, ne sfilò la federa con cui imbavagliò
strettamente Alberta. Estrasse di tasca la solita pistola di plastica, spense la
luce e si incamminò verso la porta.
Dopo
un'attesa che parve interminabile, Alberta sentì aprirsi la porta; seguì il
rumore di una breve colluttazione, un urlo maschile e qualcuno che correva giù
dalle scale. Alberta gemette, cercando di strillare contro il bavaglio; scalciò,
trascinandosi al centro del letto.
La
luce tornò ad accendersi: Derossi era in mezzo alla soglia, con la bocca sporca
di sangue e i capelli spettinati. "Alberta!" esclamò vedendola
"ma cosa sta succedendo?"
===oooOooo===
"Certo
che la sua è una vita movimentata" disse Derossi. Seduto sul letto accanto
ad Alberta, stava cercando di segare le manette con una lima elettrica.
"La
prego, lasci perdere la polizia per ora" disse Alberta, rossa di vergogna
per essere così svestita davanti a quel vicino di casa che conosceva appena.
Derossi
rallentò il ritmo, respirando profondamente; Alberta, ancora incatenata alla
spalliera, seguì il suo sguardo e vide che era incollato sul suo capezzolo
scuro che si affacciava dall'orlo del body. Arrossendo fulmineamente, torse i
polsi negli anelli delle manette per distrarlo.
"Le
spiace dirmi chi era quell'uomo che l'ha aggredita?"
"Non
lo so, glielo assicuro" rispose Alberta, mentendo solo in parte.
"Faremmo
meglio a chiamare la polizia."
"Meglio
di no, invece" rispose subito Alberta "Sa quanti episodi del genere
capitano ogni giorno in una grande città? Solo il dieci per cento delle
violazioni di domicilio sono perseguite."
Derossi
si fermò un attimo a riposare. "Questa aggressione è collegata al fatto
che lei si è separata dal vescovo, per caso?"
"Sono
scomoda" disse Alberta "mi fanno male i polsi. Le spiace finire di
liberarmi?"
Occorsero
almeno altri venti minuti di lavoro per tagliare entrambi gli anelli.
Finalmente, rassicurando Derossi
sulla propria salute, Alberta dichiarò che poteva dormire da sola.
"Il
mio asciugacapelli?" domandò l'uomo mentre Alberta si infilava in fretta
un maglione, confusa per essere stata soccorsa dal suo vicino di casa quasi
senza vestiti "mi ero dimenticato di avvertirla che se accosta troppo il
getto di aria calda ai cuoio capelluto, rischia di scottarsi. Per questo ero
venuto a suonare alla sua porta quando quel teppista l’ha aggredita."
Finalmente
sola, Alberta ordinò al sistema di sicurezza di non passare nessuna chiamata.
Fece un lungo bagno caldo, un lusso che poteva permettersi grazie alla debolezza
del vescovo per le comodità antiche.
Questa
sarà la mia vita d'ora in poi, pensò, io da sola. Ma non riuscì a immaginarle un senso
compiuto senza un vero e proprio lavoro.
===oooOooo===
"Davvero
lei è la moglie del vescovo Albesiano?" domandò il redattore capo.
Alberta
Vinci si sentì smontare. "Ha importanza?" domandò, e poi pensò credo
proprio di sì. A giudicare dal modo in cui le guardava le gambe, il
redattore capo stava pensando cosa potesse spingere la moglie del vescovo di
Torino a cercare lavoro presso una casa editrice minore.
Eppure
per l'occasione Alberta aveva cercato di darsi un contegno culturale: indossava
una maglia girocollo a trecce su una minigonna scozzese, e una sciarpa di lana
negligentemente avvolta al collo. Malgrado ciò, e malgrado le due lauree che
aveva esibito, l'attenzione dell'uomo si concentrava sulle sue gambe.
"Ho
saputo dalla stereo3 che si è separata da suo marito" continuò l'uomo con
tono rapace.
"Senta,"
rispose Alberta stizzita "sono venuta a cercare un lavoro, non per una
seduta dall'analista" Fece per alzarsi, ma l'uomo la fermò con un cenno.
"Penso
che potremo metterci d'accordo" rispose "le confesso che mi piacerebbe
poterle dare un incarico esterno, magari come reporter. Però sarà meglio
cominciare con un lavoro di routine fino a che le acque si saranno
calmate..."
Alberta
tornò a sedere, visibilmente sollevata. In quel momento il suo palmtop squillò.
"Mi
scusi" disse imbarazzata all'uomo quando vide che la chiamata era di sua
madre "possiamo continuare la conversazione più tardi?"
Due
minuti dopo si trovava in una cabina videofonica; collegò il palmtop allo
schermo. "Alberta, tesoro" dissero le labbra di sua madre con una
piega preoccupata "cosa è accaduto? Ho saputo di te e del vescovo alla
stereo3."
Alberta
si sgonfiò. "Oh, mamma... Preferirei vederti di persona."
"Tuo
padre non può rendersi libero per il fine settimana, ma io potrei prendere
l'aereo fra qualche ora ed essere da te domattina."
"Non
c’è fretta, mamma" rispose Alberta mordendosi le labbra; aveva scordato
che i suoi genitori si trovavano a Montreal dal martedì precedente.
"Importa,
eccome. Oramai è deciso, ho già prenotato il volo. Su con il morale, bambina,
domattina ci vediamo a Torino."
"Mamma..."
disse Alberta sentendo un nodo in gola "avevi ragione tu. Quell'uomo, il
vescovo, era un mostro."
Uscì
dalla cabina. Strinse la cinture del trench impermeabile perché aveva ripreso a
piovere.
Non
sono più sola,
pensò euforica, mamma arriva domani e io adesso ho anche un lavoro.
Tornò
alla casa editrice per validare il contratto, quindi entrò in un fast-food
giapponese. Ordinò seitan alla piastra con alghe kombu e tofu saltato; il
cameriere orientale continuò a passeggiare avanti e indietro diversi minuti per
guardarle le gambe, fino a che l'arrivo dei clienti di mezzogiorno lo distrasse.
Il piccolo schermo sul tavolino trasmetteva uno dei
videoclip più gettonati del momento, una ballata ritmata dei Motortunes;
dopo qualche minuto, Alberta girò il terminale su videotel, sfogliando gli
indici per curiosità. ESSERE BELLE AIUTA NEL LAVORO? diceva un titolo “Regole
base per fare carriera in azienda. Siate compassate! Agitare le mani mentre si
parla fa sembrare impacciati. Evviva la gestualità misurata! Viva anche la
puntualità! Attente alle gonne: mai gonne troppo corte, il sexy per le donne in
carriera non paga.
Non
deve essere la mia settimana fortunata, pensò Alberta spegnendo il video, mi rendo conto delle cose sempre
troppo tardi.
===oooOooo===
"Stava
riposando?" domandò Derossi.
Alberta
indossò in fretta un maglione prima di autorizzare il video.
"Buongiorno" salutò "non si preoccupi, ascoltavo musica."
L'espressione
del suo vicino di casa era irreprensibile. "Sono tornati quei giornalisti.
Hanno detto che non riuscivano a trasmettere messaggi alla sua console, ma
immagino che lei l'abbia spenta, giustamente. Hanno insistito che prendessi
delle comunicazioni per lei, mi dica se devo trasmettergliele o se le posso
cancellarle."
Alberta
sospirò. "Mi domando quando finirà questa persecuzione."
Derossi
sembrava sinceramente imbarazzato. "Mi rincresce. Quelli sono sciacalli,
non hanno il minimo rispetto per la privacy."
Alberta
guardò l'ora. "Devo andare. La ringrazio per il suo interessamento, e mi
dispiace per la sua privacy. Distrugga pure quelle registrazioni."
"Alberta!
Si sente bene? Dopo ieri sera, sono in pensiero per lei."
Non
poté fare a meno di sorridergli. "E' gentile da parte sua. Non si
preoccupi, mi guarderò le spalle."
"Se
solo mi avesse autorizzato a chiamare la polizia..."
Per
il primo giorno di lavoro, Alberta cercò di scegliere qualcosa di più sobrio:
misurò un dolcevita nero insieme a una giacca floscia e una gonna con disegno
scozzese sul grigio. Scelse anche un filo di perle naturali regalatole da mamma,
sapendo che l'avrebbe vista quel giorno stesso. Si pettinò molto semplicemente,
quindi scese di corsa a prendere un taxi.
Il
suo nuovo principale, il redattore capo, la aspettava. "Le ho preparato una
macchina sulla quale lavorerà in prova nei prossimi giorni" spiegò
"se la riterremo adatta, vedrò di dislocarla direttamente a casa sua, come
d'uso."
Alberta
avrebbe preferito continuare a recarsi al lavoro fuori casa, in modo da essere
costretta a uscire dall'asfissia delle quattro mura, ma non replicò. Le spiegò
il lavoro un collega anziano con un tic nervoso e una serie di complessi che lo
portavano a non guardarla mai direttamente negli occhi. Alberta non comprese
quasi nulla.
Solo
quando fu lasciata sola con il senseglove e la console si rese conto di essere
stata assegnata alla revisione di materiale hard core.
Capì
allora le spiegazioni vaghe, l'imbarazzo del collega, il sarcasmo sottile del
redattore capo. Indignata, andò a passo veloce dal suo principale. "Per
chi mi avete presa?" strillò furibonda "ho due lauree, non sono una
frequentatrice di porno virtuale!"
"Non
si scaldi così, signora Vinci!" rispose l'uomo alzandosi "non
intendevo mancarle di rispetto. Il pornosoft è un genere che rende bene, potrà
fare buoni guadagni. Le chiediamo solo di verificare le reazioni delle
personalità artificiali nelle simulazioni."
Alberta
posò le mani sulla scrivania. "Mi prende in giro! Sono la moglie del
vescovo."
"Nessuno
saprà che lei lavora qui" cercò di ammansirla l'uomo "i miei
collaboratori, specialmente quelli dell'editoria minore, godono della massima
discrezione."
Alberta
uscì dall'ufficio. "Lei è pazzo!" strillava furiosa "non rimarrò
un minuto di più a queste condizioni" Prese la borsetta e il palmtop che
aveva poggiato sulla scrivania e uscì.
Come
al solito pioveva. Sua madre sarebbe arrivata all'ora di pranzo; prese un caffè
francese, fastidiosamente irritata, verificando al videotel la situazione del
suo conto in banca. Trasmise alcuni ordini di vendita di azioni, notando che il
capitale stornato dal conto di suo marito prima di chiuderlo fiori casa non
sarebbe durato a lungo.
Le
faceva rabbia il pensiero di Federico nella camera d’albergo con quella donna
volgare, vistosamente truccata. Le faceva rabbia pensare alle menzogne di otto
anni di matrimonio, al fatto che per sposare un vescovo si era alienata la stima
di suo padre, un vecchio materialista che in gioventù era stato iscritto a un
partito rivoluzionario. Si rinfacciò gli anni di fedeltà incondizionata al
vescovo, le rinunce a una vita sociale a qualsiasi livello, lo sforzo di
adattarsi alla sua visione del mondo, le serate passate a studiare insieme a lui
su libri vecchi di duemila anni.
Due
studentesse sedettero al tavolino accanto. "Che giorno è oggi?"
domandò improvvisamente Alberta.
"Martedì."
Martedì.
Federico a quest'ora sta andando in quel sudicio motel. Alberta prese una
decisione. Uscì quasi di corsa dal caffè; prese un taxi e si fece portare a
casa. Non c'erano reporter, per fortuna: riprese il CD che le aveva lasciato il
suo persecutore, la sera in cui l'aveva legata e imbavagliata alla maison
d'art, prima di tagliarle la palpebra con un rasoio, e vincendo la
ripugnanza lo caricò alla console. L'uomo aveva predisposto tutto: un menu
conteneva l'indirizzo del motel di periferia dove avvenivano gli incontri
illeciti di suo marito.
Alberta
rifletté qualche minuto; aveva tempo poche ore per il suo piano, prima che
arrivasse mamma. Doveva cambiare aspetto; frugò negli abiti di suo marito che
non aveva potuto cacciare nel baule: scelse una camicia bianca che il vescovo
non indossava da anni, una cravatta nera e un soprabito di tweed. Non posso
mascherarmi, ma posso cambiare decisamente look, decise. Indossò i vestiti del
marito con stivali di cuoio, shorts neri e calze a rete di filo.
Prenotò
un taxi con il videotel, e diciannove minuti più tardi era nella reception
dell'albergo. A quel punto si presentava la fase più incerta del suo piano:
esibì la carta di riconoscimento di una donna, membro della congregazione
spirituale del vescovo, custodita temporaneamente da suo marito per una pratica
di matrimonio. Se il portiere avesse confrontato le sua impronta retinale
sarebbe stata smascherata: invece, l'uomo si limitò a registrare il documento.
Alberta
salì in camera; attese alcuni minuti con l'orecchio incollato alla porta,
quindi inserì il CD che aveva portato con sé nel terminale di rete della
camera. Lo studiò, cercando di scoprire l'ubicazione dell’altra camera. A
giudicare dalla disposizione delle finestre si trattava di una stanza d'angolo.
Uscì in corridoio, cercando di orizzontarsi.
Il
motel era su tre piani: la ricerca era dunque limitata a tre camere d’angolo.
Passò da un piano all'altro, abbassando il capo e camminando con naturalezza
quando incrociava qualcuno in corridoio.
Ebbe fortuna. Suo marito uscì dall'ascensore nel momento in cui lei
arrivava dalle scale. Con il batticuore, si fermò dietro l'angolo per non farsi
notare. Attese che la porta della camera si richiudesse (la donna vistosa era
con lui), quindi sfilò in punta di piedi davanti alla stanza. Prese il numero
della camera accanto, la 203, e ridiscese alla reception.
Uscì
dall'albergo senza farsi vedere, in modo da non dover riconsegnare le chiavi.
===oooOooo===
"Se
devo essere sincera, Alberta, non ti ho mai vista così bene da anni."
Alberta
sorrise di cortesia. "Ti ringrazio mamma. Ma non devi sentirti obbligata a
tenermi su di morale: sto bene, davvero."
"Ah,
ma non lo faccio per dovere" spiegò sua madre prendendole la mano. Il
nastro trasportatore decorato a stelle consegnò due caffè con panna al loro
tavolino.
"Devi
rassegnarti, ho fatto la cosa giusta" continuò Alberta, davvero contenta
che mamma si trovasse lì con lei a Torino. "Avete sempre avuto ragione, tu
e papà: il vescovo non era l'uomo per me."
"Non
dire così, bambina. Non cancellare otto anni della tua vita: papà dimenticherà
in un secondo tutto ciò che ti ha detto in questi anni, te lo assicuro."
Sullo
schermo del videotel scorreva il menu del pranzo; ogni tanto un inserto
aromatico illustrava le pietanze.
"Non
è vero, mamma" continuò Alberta quasi vergognandosi "quell'uomo è
un mostro. Mi aveva infatuata: ero giovane, come si fa a sapere cosa fare della
propria vita a ventidue anni? Lui parlava da uomo sicuro, io ero una ragazzina
viziata. Il fatto stesso che papà fosse contrario mi incapricciava di
Federico."
"Poteva
accadere con chiunque, Alberta. Accade ogni giorno: l'importante è che questo
non fermi la tua vita."
"Pollo
al curry va bene?" domandò Alberta spostando verso la madre la cannuccia
del diffusore. Non sapeva se dire alla madre di quanto era successo alla maison
d'art e a casa sua, quando l'uomo l'aveva aggredita. In un certo senso le
dava fastidio che a conoscenza dei due avvenimenti fossero solo il direttore e
il suo vicino di casa.
"Sei
ancora nel fiore degli anni, Alberta" disse mamma carezzandola con gli
occhi "devi solo riabituarti a vivere con gli altri."
"Me
ne sono già accorta" rispose Alberta con un tentativo di smorfia.
"Dappertutto dove vado c'è qualcuno che sembra considerarmi solo per il
mio aspetto fisico. "Davvero lei è la moglie del vescovo Albesiano?"
e intanto ti guardano dalla vita in giù."
"A
ogni modo, non sei obbligata a vestirti appariscente" assentì mamma
scuotendo il capo.
Alberta
si dondolò sulla sedia girevole mentre i loro piatti arrivavano ruotando dal
nastro. "No, mamma; ho passato troppi giorni sola in casa con il vescovo.
Voglio lavorare per conto mio, mantenermi; voglio uscire, respirare la pioggia.
Ne ho abbastanza di quella vita di studio e clausura."
"Sei
bellissima, stellina" disse commossa mamma "voglio che tuo padre venga
a trovarti, dovete rifare pace."
"Certo,
mamma, certo" Guardando la pioggia che aveva ricominciato a rigare la
cupola di vetro sul soffitto del ristorante, Alberta aveva preso una decisione.
===oooOooo===
"Sono
contento che abbia deciso di tornare, signora Vinci" disse seriamente il
redattore capo. "Non era assolutamente mia intenzione mancarle di rispetto:
anzi, ritengo che le sue lauree possano essere una preziosa miniera di idee per
le nostre simulazioni."
"E
inoltre" proseguì per lui Alberta "lei pensa che io abbia le gambe
lisce come una ragazzina di venti anni, vero?"
L'uomo
si schiarì la gola, disorientato. "Ma veramente..."
"Su,
via!" lo schernì Alberta con un gesto del polso "sappia piuttosto che
per fare piacere a lei e ai suoi collaboratori ho messo la gonna più corta che
avessi."
Il
redattore capo deglutì. "Signora Vinci," disse alzandosi "se non
ha intenzione di accettare questo lavoro, non c'è bisogno di prendermi in
giro."
"Non
voglio prenderla in giro" rispose Alberta, a sua volta seria. Accavallò le
gambe seguendo il movimento dei suoi occhi. "La verità è che ho deciso di
accettare la sfida di questa città. Me la caverò anche alle vostre regole. Si
accorgerà anche lei che più sopra delle gambe c'è un cervello che funziona e
anche bene."
"Sarà
lei ad accorgersi che non c'è niente di sconveniente nella mia offerta"
rispose l'uomo alzandosi a stringerle la mano "prima di lei, era già
un'altra donna a fare lo stesso lavoro."
Alberta
si arrestò sulla porta dell'ufficio, voltandosi. "A proposito, vuole farmi
un piacere? Preferirei che quando lavoro non ci sia intorno quell'ipocondriaco
del suo collaboratore. Vuole?"
L'uomo
allargò le braccia con una smorfia, fingendo di sottomettersi.
===oooOooo===
Alberta
lavorò di buon umore per tutta la giornata; il suo principale mantenne la
promessa di levarle di torno il collaboratore, assegnandolo a un altro compito.
Il mattino seguente, prima di tornare alla casa editrice, passò dal motel a
riconsegnare le chiavi, fingendo di aver dormito in camera, e a pagare.
Due
sere più tardi, il giovedì, si preparò per la seconda parte del suo piano.
All'uscita dal lavoro passò da un negozio di abbigliamento cybertechno che
aveva sempre ammirato di nascosto da suo marito. Non le si era mai presentata
l'occasione di acquistare qualcosa, ma già da martedì, da quando aveva
elaborato il piano per vendicarsi del vescovo, pregustava una visita: quale modo
migliore per cambiare look di un abbigliamento così diverso dal suo solito?
Malgrado
ciò non ebbe il coraggio di spingersi troppo in là: scelse un giubbotto
pesante di cuoio nero, pieno di cerniere e borchie, con frammenti di lamette
sotto il bavero e microchip obsoleti cuciti sui polsini. Comprò anche una
minigonna di maglina rosso fuoco.
Stupì
la proprietaria della boutique tenendo addosso i vestiti nuovi. Tornò
all'albergo prendendo una camera al primo piano. Tutto era pronto per l'indomani
mattina, quando Federico sarebbe tornato come sempre con la sua amante: Alberta
contava di prendersi la soddisfazione personale di fargli una scenata davanti a
testimoni.
Chiamò
sua madre dalla camera, prendendo appuntamento per cena, poi prenotò un taxi
per tornare a casa ad aspettarla.
===oooOooo===
Preferì
passare dal parcheggio sotterraneo per controllare se fossero ancora in giro
giornalisti: si fece lasciare dal tassista di fronte all'ascensore, ma quando
fece per entrare vide un'ombra alle spalle.
Trasalì
e stava per chiamare aiuto quando si accorse che era il suo vicino di casa.
"L'ho
spaventata?" domandò Derossi, che stava probabilmente rientrando dal
lavoro.
"Ho
i nervi tesi" rispose Alberta precedendolo nella cabina. Teneva in una
busta il giubbotto di cuoio e la gonna rossa: si era cambiata sul sedile
posteriore del taxi, rischiando di far sbandare il veicolo perché l'autista
guardava lo specchio panoramico retrovisore invece che il traffico.
"E'
in partenza?" domandò Derossi.
"Stasera
esco a cena con mia madre" rispose Alberta "lei fa qualcosa?"
"Purtroppo
sono di turno al lavoro" precisò lui stringendosi nelle spalle.
"Buona serata."
Al
piano li attendeva un microfono libellula. "Signora Vinci!" gridò
appena la vide. Alberta cacciò un urlo di rabbia; sveltissimo, Derossi arraffò
con un balzo l'ordigno fracassandolo con prontezza contro il muro.
Alberta
sospirò. "Spero non abbia fatto in tempo a riprenderci. Mi spiacerebbe se
ci andasse di mezzo anche lei."
"Non
si preoccupi minimamente. Sono io a tormentarmi per quanto è accaduto l'altra
sera: una donna sola..."
Si
trovavano vicini sulle scale; Derossi aveva gli occhi cerchiati di stanchezza,
ma la sua giacca aveva profumo di cuoio stagionato, con una punta di muschio.
Alberta sentiva appena freddo con le sue gambe nude nella tromba d'aria delle
scale. Malgrado indossasse un minitrench, il vestitino era comunque così corto
da scomparire sotto l'orlo: l'uomo avrebbe potuto sentirsi autorizzato a pensare
che non portasse neppure la gonna sotto l'impermeabile. "Buon lavoro,
allora" disse Alberta arrossendo .leggermente a quella intimità marginale
con il suo vicino di casa.
Derossi
le venne vicino; posandole una mano sulla spalle, piegò la testa di lato
baciandola sulle labbra. Alberta batté le palpebre, colta di sorpresa. Il viso
dell'uomo era troppo vicino al suo.
Di
nuovo, Derossi la baciò cingendole le spalle. Alberta si stupì di non reagire.
Sentì un brivido alle gambe, che attribuì al freddo, ma quando sentì la sua
lingua si scostò. "Devo andare, buonanotte" balbettò sentendosi di
fuoco. Non guardò più in viso Derossi mentre lasciava richiudere la porta.
===oooOooo===
"A
cosa stai pensando, bambina mia?" domandò mamma.
Alberta
si riprese. Le era sembrato di sentire sulle labbra il sapore del suo vicino di
casa.
"Pezzo
numero diciotto" disse la voce meccanica del banditore d'asta
“composizione di Eugenia Marx, prezzo base 1.100 Euro.”
"Ti
spiace se prendiamo qualcosa al bar?" disse Alberta. si sentiva frastornata
dalle pareti a specchi e dalla ridondanza di decorazioni dorate del salone delle
aste.
Sua
madre si collegò con il videotel alla console delle ordinazioni. "Un
analcolico?"
"Una
horchata de chufa" precisò Alberta.
"Sei
ancora preoccupata per tuo marito?"
"Ho
vissuto con quell'uomo per otto anni, mamma."
"Potresti
avere tutti gli uomini che vuoi ai tuoi piedi" la canzonò la madre
"guarda solo in questa sala, quante prede."
"Venduto
per 1.650" batté il banditore. "Pezzo numero diciannove..."
Un
microfono libellula passò accanto al loro tavolino, riprendendole per qualche
secondo. Sembrava impossibile sfuggire agli occhi elettronici del jet-set.
"E
com'era quella donna?" domandò la madre "non posso comprendere come
il vescovo abbia rischiato il suo matrimonio per una donna da poco."
"Volgare"
tagliò corto Alberta "una prostituta, credo."
"Sono
sconcertata" concluse mamma; poi, chinandosi verso la figlia "ma...
tuo marito ha mai manifestato tendenze... come dire, aveva vizietti? Ad esempio,
ti ha mai chiesto prestazioni orali?"
"Ma
mamma!" esclamò Alberta, arrossendo risentita "ero sposata con un
vescovo!"
Sua
madre si rialzò, schiarendo la gola. "Scusa, Alberta, non sono fatti miei.
Forse è tardi, dovremmo tornare a casa."
Alberta
riaccompagnò la madre al condominio dove vivevano i suoi genitori quando erano
a Torino; tornò a casa in fretta, cambiandosi d'abito, inserì la segreteria
videotel, e a mezzanotte era di nuovo in albergo.
"Buonasera
signorina" la salutò il portiere consegnandole le chiavi. Alberta si infilò
nei servizi igienici, poi estrasse il palmtop e lo collegò con il terminale
videotel. "Stanza 106" disse cercando di alterare la voce "può
portarmi un analgesico? Non sto bene."
Si
affacciò dallo spiraglio della porta; appena il portiere si infilò in
direzione delle camera, Alberta si levò le scarpe e saltellò in punta di piedi
al pannello delle chiavi. Sfilò dalla custodia la carta magnetica della 203,
quindi scomparve nell'ascensore prima che il ragazzo tornasse con il vassoio del
medicinale ancora intatto.
Il
primo piano era tranquillo. Alberta inserì la carta nella porta, che scivolò
di lato sulla guida. Entrò, accendendo la luce. La telecamera che ha filmato
Federico e la sua amante deve trovarsi in questa stanza, pensò, altrimenti
lui l'avrebbe notata.
Addossato
alla parete verso la stanza degli appuntamenti c'era un armadio a muro. Alberta
lo aprì silenziosamente: nascosta dietro le lenzuola ripiegate c'era una
tastiera. Si arrampicò su una sedia, trovando al piano superiore un apparecchio
di registrazione puntato contro il muro: sulla parete dell'altra camera c'era
probabilmente una decorazione a specchio, o qualcosa del genere, attraverso la
quale l'obbiettivo spiava gli amplessi clandestini.
Non
fece in tempo a scendere dalla sedia che la porta della stanza si aprì con un
sibilo, contemporaneamente alla finestra a vetri del balcone: dalle due
direzioni entrarono due uomini con grosse armi automatiche in pugno e il volto
coperto da una grottesca maschera floscia. "Non si muova!" dissero
"mani in alto, polizia!"
Alberta
ubbidì. E adesso cosa accade? pensò turbata. La porta e la finestra si
richiusero simultaneamente, gli uomini fecero cenno di scendere dalla sedia.
Entrò dal corridoio un terzo individuo disarmato, sempre mascherato. "Non
reagisca" le intimò "non cerchi di fuggire e non chiami aiuto."
La
circondarono spingendola verso la parete. "C'è un equivoco" disse
Alberta "forse cercate qualcun altro: questa non è la mia camera, ma posso
spiegare."
"Vai
a cercare nella sua camera" ordinò il poliziotto a uno dei due armati,
gettandogli la carta magnetica della stanza di Alberta.
Lei
passeggiò nervosamente, domandandosi come avrebbe potuto avvertire sua madre.
"Ecco
quello che ho trovato nella stanza" disse l'uomo che era uscito, ritornando
quasi subito con la sua borsa.
Il
capo frugò trovando una carta di credito; la passò nel suo palmtop;
fortunatamente per Alberta non aveva accesso alle generalità del proprietario:
non ci teneva a far sapere che era la moglie del vescovo Albesiano. Non prima
che mamma venisse a tirarla fuori d'impaccio.
"Cosa
facciamo?" domandò un poliziotto.
"Chiamiamo
il commissario" rispose il capo "credo che abbiamo messo le mani sulla
persona giusta."
"Vi
sbagliate" disse flebilmente Alberta.
"Selvaggia
oca sette" disse il capo allo schermo del palmtop "abbiamo scoperto
una tossica nella stanza accanto: stava armeggiando con l'impianto di
registrazione." Posò poi una mano sul microfono del videotel.
"Avvertiranno il commissario" disse piano ai due colleghi "stava
dormendo in caserma."
Dopo
una pausa riprese a parlare: "No, le generalità sono false: i documenti
sono stati denunciati come smarriti da una seguace del vescovo Albesiano. Età?"
il poliziotto Alberta "potrà avere venti anni, forse anche meno. E’
vestita con uno di quei giubbotti cybertechno."
Alberta
sedette sul letto, abbandonandosi allo sconforto. Comprese di essersi cacciata
in un guaio, e immaginò già i media scandalistici scatenati sulle sue tracce.
"Il
commissario arriverà subito" disse il capo del commando, sedendosi accanto
alla console per aspettare.
Alberta
si sentì morire. Sentì le lacrime agli occhi, e sperò di non dovere mai
spiegare a sua madre quanto era accaduto.
I
minuti passarono lenti; uno dei poliziotti si accese una sigaretta,
introducendola nella fessura intorno alle labbra della finta pelle della
maschera. L'odore aspro del fumo arrivò fino a Alberta.
Gli
uomini rimasero impassibili e in silenzio per tutto il tempo. Non poteva vedere
con precisione i loro occhi, ma sentiva che la controllavano a vista.
Il
tempo sembrava non passare mai. Finalmente la porta si aprì. "Il
commissario" disse uno degli uomini.
Alberta
rimase di stucco: scortato da due poliziotti in divisa era apparso Derossi, il
suo vicino di casa.
===oooOooo===
"Le
spiace dirmi come si è cacciata in questa situazione?" domandò Derossi
appena ebbe provveduto a congedare gli agenti.
"Così
lei... lei sarebbe un commissario..." riuscì a dire Alberta ancora
imbarazzata dall’arrivo del suo vicino di casa.
"Mi
rincresce, Alberta: stavamo tendendo un agguato a qualcuno che ha effettuato
delle registrazioni clandestine da questa stanza."
"Lo
so" lo interruppe Alberta, "hanno spiato mio marito, il vescovo."
Derossi
si bloccò. "Lo sapeva già?"
Alberta
annuì. "Se mi riaccompagna a casa le racconterò tutto"
L'uomo
non reagì. "Forse è meglio se comincia a raccontare adesso." replicò.
Alberta
sospirò. "Per favore!" disse "sono stanca morta. Cosa ho detto
che non va?"
"Com'è che sapeva di queste registrazioni?" domandò Derossi
con voce incolore, alzandosi in piedi ed estraendo un grosso sigaro dal taschino
"le ha commissionate lei?"
Ecco
fatto, pensò
Alberta, mi sono cacciata in un altro guaio. "Sono in possesso di un
CD con alcune registrazioni" rispose rassegnata, vergognandosi di alzare lo
sguardo.
Derossi
accese il sigaro. "Chi glielo ha fornito?"
"Un
uomo, non so chi sia."
Il
commissario sembrò riflettere. "L'uomo che l'ha aggredita l'altra notte a
casa sua?"
Ecco
fatto, pensò
Alberta, è venuto fuori. Annuì, poi si voltò verso il muro cercando di
nascondergli le lacrime.
"Qualcosa non mi convince" disse Derossi meditando
"l'altra sera quando sono intervenuto, quell'uomo stava per torturarla
perché voleva sapere qualcosa da lei: non dava l'idea di essere venuto per
consegnarle qualcosa."
"Sono
stanca" implorò Alberta sentendo arrivare davvero le lacrime "vuole
riaccompagnarmi a casa?"
"Conosceva
già quell'uomo?" proseguì Derossi come se non l’avesse ascoltata
"Cosa cercava in casa sua?"
"Gli
appunti del lavoro di mio marito."
"Ah,
ecco! Lei ha cacciato di casa il vescovo prima della sera dell'aggressione,
quindi deve essere successo qualcos'altro!"
"La
sera prima, alla galleria d'arte dove lavoravo" confessò Alberta. "Mi
ha consegnato un CD. E' ancora a casa mia, se vuole può controllare."
Inaspettatamente, Derossi sorrise. "Vede?" disse conciliante
"ci voleva così poco..."
Alberta
cercò di sorridere fra le lacrime; l'uomo le asciugò la guance con gentilezza,
poi la accompagnò in strada dove era parcheggiata l’auto di servizio.
C'erano
dei tetrapak di conforto nel cruscotto; le offrì un succo di frutta e un
tranquillante che Alberta rifiutò. La trattò con cortesia e disponibilità.
"Mi spiace di essere arrivato tardi" disse "se fossi stato
presente al momento della sua cattura, i colleghi non l'avrebbero trattata a
quel modo. Ma anche lei deve ammettere di avere delle colpe..."
Alberta
si strinse nel giubbotto. "Volevo dire in faccia a mio marito ciò che
pensavo di lui" rispose avvilita "non sapevo che il motel fosse
sorvegliato dalla polizia."
"Farebbe
meglio a tenersi in contatto con me prima di commettere altre imprudenze. "
la sgridò l'uomo "mi hanno affidato il caso perché abito nello stesso
palazzo del vescovo; chiederò di potere estendere a lei la protezione."
Alberta
osservò demoralizzata il traffico notturno. Si sentiva completamente nelle mani
di Derossi, dopo essere stata salvata da lui in quella stanza d'albergo.
Finalmente
arrivarono. Derossi insisté per entrare a casa sua per assicurarsi che non ci
fossero pericoli, quindi la lasciò sola. Alberta si coricò immediatamente,
prostrata dalla stanchezza, tormentata dal pensiero che mancavano solo cinque
ore al momento di presentarsi al lavoro.
===oooOooo===
La
ballata dei Motortunes era insinuante in un modo quasi erotico. Alberta perse
l’equilibrio inciampando in un invitato sdraiato sul parquet.
Sapeva
che le canzoni dei Motortunes contenevano messaggi subliminali, e sospettava ci
fosse qualcosa di illegale perché i messaggi non erano registrati sui CD ma
provenivano da un satellite geostazionario che trasmetteva ai riproduttori laser
ogni volta che suonavano un pezzo della band. In teoria, il contenuto dei testi
subliminali poteva cambiare ad ogni riproduzione.
Due
uomini si stavano baciando sulla bocca, semisdraiati su una poltrona. Sembravano
esserci più fumo e incenso che ossigeno, nell’ampia sala da ballo dalla volta
a cupola.
“Hai
da accendere?” le domandò un giovane dallo sguardo fisso, senza sigaretta.
Alberta lo ignorò, e scavalcando bicchieri rotti e invitati addormentati cercò
di tornare dal suo nuovo principale.
Uno
schermo girevole stava trasmettendo un videoclip di Fuck the Night, l’ultimo
film di Lady Lee. Tre ragazze dai capelli rasati a zero fissavano le immagini,
come prive di volontà.
Il
redattore capo la vide avvicinarsi e le sorrise, facendole un cenno. “Si sta
divertendo, Alberta?” domandò. Per non essere scortese, lei ricambiò il
sorriso e annuì.
Uscirono
sul largo terrazzo che dava verso Torino. La città era un tappeto di luci
vicine, a ragnatela. Alberta calcolò che dovessero essere le due di notte, e si
pentì di avere accettato l’invito del suo nuovo principale per la festa.
“Dovrei chiamare mia madre” disse appena poté udire la propria voce al di
sopra dei Motortunes.
Il
principale la accompagnò cortesemente a un terminale di rete, in un piccolo
studio ad uso biblioteca, ed andò a prenderle la borsetta al guardaroba. Appena
ebbe in mano il suo palmtop, Alberta si collegò e chiamò il numero della
madre.
“Oh,
sei ancora in piedi a quest’ora?” le disse stupita mamma quando vide i suoi
occhi.
“Il
principale mi ha invitata a una festa” dispose Alberta “ma forse era meglio
se rimanevo a dormire.”
“Oh,
no, cara!” rispose mamma, che in quel momento si trovava in volo per Montreal
“è giusto che tu esca. Devi vedere gente, dimenticare questo brutto
momento.”
Alberta
sorrise affettuosa. “Salutami caramente papà. Digli che gli voglio bene, e
che appena avrò i soldi volerò da voi.”
Mamma
scosse il capo. “Eh, no, cara. Tuo padre ha già i soldi da parte. Fra due
settimane al massimo ti farà trasmettere il biglietto a casa: mi ha chiamata
pochi minuti fa per dirmelo.”
Alberta
trasalì. Aveva visto, attraverso la porta socchiusa dello studio, il profilo
familiare dell’ispettore Derossi, suo vicino di casa. “Devo salutarti”
sussurrò, interrompendo la comunicazione.
Uscì
nella sala da ballo con la borsetta sottobraccio. Alzandosi in punta di piedi
individuò Derossi e tagliò la folla come una corrente di elettroni eccitati
raggiungendolo proprio mentre lui cercava di defilarsi.
“Si
può sapere cosa fa qui, adesso?” gli domandò a voce alta.
Derossi
roteò gli occhi. “Ci sono un sacco di invitati” rispose “sono venuto
per...”
“È
venuto per controllarmi, per tenermi d’occhio” gridò Alberta “lei spera
che quell’uomo torni ad aggredirmi per catturarlo!”
Derossi
si strinse nelle spalle. Gli invitati cominciavano a voltarsi verso di loro.
“Vuole
smetterla di trattarmi come una cavia?” insisté Alberta, oramai infuriata,
piantandoglisi davanti con le mani sui fianchi “io non sono né un suo
ostaggio né una sua collaboratrice. Non ritiene che abbia già dovuto
sopportare troppe cose, in questi giorni?” E senza attendere una sua risposta
si girò sui tacchi allontanandosi, rossa di rabbia.
Il
redattore capo aveva assistito alla scena perplesso. “Alberta...?”
“Mi
riaccompagni a casa, per favore” gli disse sentendo la voce rauca, poi si
ricordò che il produttore editoriale che lui aspettava non era ancora arrivato
alla festa “Anzi, mi chiami un taxi. Ritorno a casa mia.” Così dicendo, uscì
dal salone.
Il
principale le corse dietro, parlando nel suo cellulare, ma sulle scale
incontrarono l’editore che arrivava in quel momento. “Non si preoccupi”
disse Alberta sottovoce al suo datore di lavoro, che aveva preso ad agitarsi
“posso tornare a casa da sola.”
Il
principale annuì, imbarazzato e al tempo stesso palesemente desideroso di
corteggiare il nuovo editore. “Ti ho chiamato il taxi, l’appuntamento è in
giardino” disse “ci vediamo lunedì al lavoro.”
Alberta
discese lo scalone della villa, sentendo un leggero freddo. Proprio in quel
momento la vettura gialla arrivò lentamente dalla direzione della strada. “La
signora Vinci?” disse l’autista sporgendosi dal finestrino.
Alberta
salì, sedendosi. “Via Mazzini 16” disse rilassandosi e posando la borsetta
sul sedile. Chiuse gli occhi, veramente stanca. Sbadigliò e si accorse che la
vettura non partiva. Il taxista si era acceso un sigaro.
“Via
Mazzini 16” ripeté Alberta “le spiace non fumare?”
Senza
rispondere, l’autista ripose l’accendino a incandescenza. Alberta vide
sopraggiungere dalle scale un uomo, e temette di essersi infilata in un taxi
prenotato da un altro. Vide abbassarsi il finestrino elettrico e solo quando il
nuovo arrivato si affacciò, si rese conto che era l’uomo che l’aveva legata
alla maison d’art.
“È
un vero piacere rivederla” disse beffardo puntandole alla gola una pistola
automatica.
Alberta
sentì incrociarsi la vista, e il cuore sembrò esploderle in seno. L’uomo aprì
la portiera, mostrandole la corda arrotolata che teneva nell’altra mano.
Alberta si ritrasse istintivamente verso la portiera opposta, allungandosi sul
sedile per aprirla, ma si rese conto che era stata bloccata. L’uomo sedette
accanto a lei, chiudendo.
“Chiami
la polizia, per carità!” esclamò Alberta afferrando per una spalla
l’autista “quest’uomo mi vuole fare del male!”
Il tassista invece ripartì senza fretta. L’uomo annuiva divertito puntando la pistola nello scollo del tailleur di Alberta, che si sentì quasi mancare. Una trappola, pensò sgonfiand