FRANCO
RICCIARDIELLO
La
scala d’oro
Fu
verso la fine dell'inesauribile notte artica che seppi per la prima volta
dell’esistenza del libro. La stagione era nella sua curva più mite, il mese
dei frutti fuori serra e dei riflessi di sole sulla torre di vetro
dell’Università, quello in cui l’acqua calda convogliata dall’interno
dell’isola è tenuta in circolazione minima e le piscine all’aperto sono
affollate come d’inverno quelle coperte.
Finita
la lezione di Storia, ero scesa in ascensore con tutte le compagne del collegio
dal livello delle aule attrezzate, che formano la base della torre di cristallo
dell’Università, verso la riva del mare per la nostra passeggiata pomeridiana
sul molo riscaldato; tenevo alcune schede-appunti che portavo sempre con me
avvolte in strisce autoregolanti, e camminavo a piedi scalzi con la mente
affollata delle immagini olografiche proiettate durante la lezione.
La
giornata mi rendeva particolarmente torpida e distratta. Rimasi indietro presso
un cespuglio, in cerca di fuscelli della misura giusta per preparare la corona
con cui quell’estate andava di moda circondare le tempie o passare sotto le
ascelle o alla vita; spingendomi fra gli arbusti in punta di piedi, scelsi una
bella pianta verde brillante, e sollevando l’orlo del lungo vestito discesi di
alcuni passi dietro una costa di roccia; stavo già per risalire quando udii
delle voci dal sentiero, come se qualche compagna fosse rimasta indietro.
Curiosa, mi appoggiai con la schiena alla pietra, mordendomi le labbra per
resistere ai graffi delle spine sulle caviglie.
—
Non è inglese, ti assicuro — riconobbi la voce di Kaylegh, che alla lezione
appena terminata era seduta nel banco dietro di me; sporgendomi appena fra le
piante, ma sempre nascosta fra le foglie, vidi che la accompagnava Lisistrata.
—
Ma tu come l'hai avuto? — domandò Lisistrata, notevolmente elettrizzata.
—
L’ho preso a mia madre — rispose Kaylegh con aria complice.
Si
erano fermate proprio sopra di me, fra i fiori dagli odori violenti che mi
frastornavano, perché ero abituata agli odori sintetici dell’Università;
potevo udire distintamente tutto quanto dicevano. In un certo senso ero pentita
di essere rimasta a origliare invece di rivelarmi subito; decisi comunque che
non potevo uscire allo scoperto perché mi avrebbero etichettata come spia; già
mi prendevano in giro perché portavo sempre con me le schede-appunti delle
lezioni.
—
E... com’è? — domandò Lisistrata.
Kaylegh
allargò le braccia, le palme all’insù.
—
È fantastico! — esclamò — roba da fare arrossire chiunque. All’apparenza sembra un
libro normale, ma leggendo anche solo alcune pagine...
Avevano
ripreso a camminare, e non udii il seguito del discorso. Mi rialzai, le piante
dei piedi intorpidite e graffiate, e le seguii cercando di non farmi scorgere,
senza tuttavia riuscire a rubare altro del loro discorso; pensai che fossero le
solite manovre sottobanco da adolescenti, alle quali ero personalmente poco
interessata, e scordai l’episodio.
*
* *
Nella
settimana che seguì gustammo l'oro e il miele del cielo sereno attraverso i
cristalli piombati della torre. Nel cuore della città, a ridosso del porto di
cemento e ferro, fra le torri di cristallo dei palazzi pubblici costruiti per
imitare l’Università e i viali di vegetazione mediterranea riscaldata
dall'acqua calda convogliata dai geyser, la nostra intensa vita di studentesse
continuava fra una lezione di fisica e una gara oratoria nell’aula magna, fra
una gita in barca sui laghetti di fuoco e una scampagnata con l’elettrotreno
in montagna. A svettare alto di guglie e arcobaleni di scomposizioni solari
c’era l’edificio dell’Università; nelle sue sale di vetro e stoffa,
ottone e cristallo ci perdevamo spesso, abbagliate dai labirinti di stanze
vuote, dai corridoi di vetro lanciati attraverso abissi di luce lattiginosa,
sospesi sulla foschia di infinite stanze di cristallo sovrapposte a sottrarsi la
luce le une con le altre, schiacciate dai cieli arcobaleno di immense sale di
resine trasparenti e cortine di poliammide. Come la civiltà è una costruzione
in bilico tra il divino e il terreno, attraversata per ogni dove dalle correnti
d'indagine della conoscenza, così pure l’edificio dell’Università è una
fragile torre di conoscenza conficcata come una presa neurale nella terra, fra
il nudo naturale esterno e l’umano interno; ma può anche rappresentare
l’animo umano, trasparente e conoscibile in superficie, oscuro territorio per
l’indagine della scienza al suo interno dove la luce solare non giunge.
L’Università
era un filamento di fibra ottica sulla città aperta al mondo oltre gli oceani,
in quel tardo agosto di sconvolgimenti in cui Kaylegh fu messa sotto inchiesta
dall’autorità scolastica per essersi rifiutata di consegnare un libro messo
all’indice.
Kaylegh
era una ragazza fragile e pallida che conoscevo piuttosto bene perché mia madre
e sua madre erano state intime amiche in gioventù; ci eravamo perse di vista
quando aveva seguito per qualche anno la madre in Italia per lavoro, ma aveva in
seguito fatto ritorno a casa per studiare all’Università, massimo vanto del
nostro piccolo paese alla deriva nel mare gelato.
Solo
quando fra noi studentesse cominciò a circolare la verità sul motivo delle
accuse a Kaylegh, sulle quali l’Università avrebbe desiderato mantenere il
segreto per evitare lo scandalo, solo allora ricordai la conversazione udita
involontariamente durante la passeggiata di alcune settimane prima.
Era
giorno di studio e meditazione quando seppi dell’isolamento di Kaylegh in una
delle camere dei livelli intermedi; volli farle visita nella speranza di poterle
portare almeno la solidarietà della nostra amicizia di un tempo, ma mi persi in
quei corridoi poco conosciuti affondando con gli ascensori verso il cuore
dell’Università, dove la luce è artificiale e solo poche insegnanti
passeggiano verso mete misteriose, a testa bassa, perdute nel mondo a parte di
una connessione neurale. Con l’animo oppresso dalle immagini lugubri dei
quadri alle pareti, croste di polvere evocatrici di un passato bestiale, mi
sedetti per riposare in una sala rischiarata da punti luce a forma di candelabri
a tredici braccia; mi trovavo là già da parecchi minuti, quasi convinta ad
arrendermi e infrangere il silenzio per domandare la strada a una delle
insegnanti, quando una figura nota attraversò un lato della sala: era
Lisistrata, la compagna di stanza di Kaylegh, che scomparve trafelata e senza
vedermi oltre una porta protetta da pannelli coperti da dipinti nanotec in
movimento perpetuo.
Mi
alzai di scatto per seguirla, supponendo che si recasse da Kaylegh, e la chiamai
dall'inizio del corridoio; mi vide ma non rallentò il passo. Di corsa leggera
la raggiunsi dopo alcune svolte sotto gli occhi impolverati delle figure fissate
a pennello sui quadri, e rischiando di travolgere alcune studentesse.
—
Ascolta... — esordii con il cuore in gola, ma Lisistrata era più affannata di
me, e gettandomi uno sguardo di sopra le spalle sgranò gli occhi portando la
mano alle labbra.
— Taci! — intimò, e infilando una mano nella
scollatura della tunica ne trasse una scheda-appunti che mi gettò praticamente
in mano.
—
Nascondila — supplicò — per amor di Dea.
Rimasi
inebetita, ma reagii istintivamente udendo passi in avvicinamento, e nascosi la
scheda.
—
Studentessa, seguimi — disse la voce imperiosa di una insegnante rivolgendosi
a Lisistrata, affiancata da altre due donne il cui ruolo non compresi. Senza più
guardarmi né alzare il capo, la ragazza obbedì; mi ritrovai sola nel corridoio
tubolare di luce fredda, senza capire perché non avessi rivelato
all’insegnante ciò che Lisistrata mi aveva consegnato, evidentemente contro
ogni regola.
*
* *
Solo
quando la brevissima sera artica si approssimò, oscurando appena la mia
cameretta attraverso i vetri che davano sui corridoi, e attraverso soffitto e
pavimenti su altre camerette, solo allora potei godere di un minimo di intimità
e passare con mani tremanti nel lettore la scheda consegnatami da Lisistrata e
che non mi ero risolta di distruggere.
Si trattava di circa trecento righe ricopiate
probabilmente a penna ottica da un romanzo ; leggendo qua e là alla luce di un
globo sulla spalliera del lettino, mi resi conto che doveva trattarsi di una
ricopiatura di brani da quel certo libro incriminato che aveva sicuramente
procurato l'isolamento di Kaylegh e, probabilmente, ora anche quello di
Lisistrata.
Allora Ginia si spogliò vicino al fuoco, adagio, con un cuore furioso che la faceva tremare, e ringraziava nell'animo Amelia ch'era andata a vestirsi e non la vedeva. Guido tolse il foglio dal cavalletto e ne appuntò un altro. Ginia posava la roba a pezzo a pezzo sul sofà. Guido venne a riattizzare il fuoco. “Presto” le disse “Altrimenti mi va troppa legna.” “Coraggio” le gridò Amelia da dietro la tenda.
Ginia fissò la fiamma, chiedendosi se Amelia era già uscita di laggiù. S’accorse che il riverbero le dorava la pelle e la mordeva. Allora sbirciò la neve sui tetti senza muovere il collo.
“Non coprirti con le mani. Levale su, come tenessi un balcone” disse la voce di Guido.
Nascosi
la scheda nella tasca del vestito, dopo averla protetta con una chiave a
ologramma, e spegnendo il globo rimasi turbata a ripensare a Kaylegh, a
Lisistrata rincorsa nel corridoio delle zone interne, al libro proibito. Nel
breve paragrafo che avevo letto, c’era qualcosa di effettivamente strano,
qualcosa che andava oltre la morbosità, qualcosa nei personaggi che mi parve
esageratamente sfrontato; ma ero tanto stanca e turbata che mi assopii.
*
* *
Il
libro di Kaylegh divenne in breve un caso per tutta l’Università. Qualche
voce sul mio lieve coinvolgimento doveva pure essersi sparsa, perché tre giorni
dopo aver ricevuto da Lisistrata la scheda-appunti, mentre tutte le collegiali
del nostro corridoio non parlavano che del libro proibito, fui convocata dalle
Madri andate.
Era
solo la seconda volta che ciò avveniva, e in precedenza si era trattato di un
proforma all’atto dell'accettazione in collegio, una visita breve forse
studiata apposta perché ogni collegiale potesse sperimentare di prima mano il
pozzo di sapere che l’Università tramanda.
Fu
Loviisa, l’assistente del nostro piano di camerette, a portarmi la
convocazione e ad accompagnarmi attraverso i curvilinei corridoi di tangente
esterni, giù per ascensori di servizio in vetro, dove guardando attraverso il
piano del pavimento sembrava di precipitare in un baratro di riflessi colore del
pomeriggio. Anche Loviisa smarrì un paio di volte la strada, ma finalmente ci
ritrovammo con un certo mio sollievo in un sala ovale dove regnava l’odore di
ozono delle intelligenze artificiali e la luce sembrava spalmata uniformemente
dietro la superficie di cristallo delle pareti.
Nella
luce cruda abbagliante dell’anticamera, attendendo d'essere ammessa alla
presenza di una Madre andata, pensai con terrore alla sbadataggine di portare
con me in tasca la scheda-appunti di Lisistrata proprio nella bocca del leone.
Le
pareti della stanza della Madre andata erano ricoperte di olografie in
movimento, o forse erano schermi di immagini composte. La vecchia
ultracentenaria giaceva nel suo sarcofago di circuiti interattivi reclinato
contro un elevatore idraulico, mezza mummia e mezza robot, metà umana e metà
intelligenza artificiale, capelli di ragnatela lattea sulla rete delle rughe
sotto la corona di spine delle prese neurali; l’aria sapeva di formaldeide e
silicone, un’atmosfera densa di ossigeno consumato e informazioni registrate
da tempo immemorabile.
La
Madre rantolò socchiudendo una palpebra per guardarmi; mi avvicinai attraverso
le colonnine di cristallo dell’octopus chirurgico che la circondavano.
Rimasi in piedi di fronte al sarcofago a trastullarmi
le unghie, finché la Madre andata non si degnò di dire, con una voce raschiata
da un pickup biomeccanico su corde vocali incastonate nel profondo di catarro
secolare e tessuti slabbrati: — Il significato del sostantivo “regola” sta
a indicare qualcosa che va rispettato.
Trattenni
il fiato, ma non mi parve di dover rispondere; osservai le sue labbra inumidite
ogni ora dall'octopus con lanolina e talco veneto, sinché eruppero in un nuovo
ansito bioelettronico: — Alcune fanciulle che ti erano vicine hanno peccato di
presunzione; hanno ritenuto di essere in grado di giudicare ciò che è giusto
per loro più delle cure dell'Università.
Era
la conferma che il motivo della mia convocazione era proprio il vizio di
Lisistrata e Kaylegh.
Attesi
altro, osando appena respirare a capo chino di fronte alla morta vivente,
soffocata dal suo odore di alcool etilico e ozono, e quando dopo alcuni minuti
stimai che l’udienza fosse terminata e ritornai verso la porta d’uscita, la
sua voce mi raggiunse un’ultima volta con stridio di pickup su corde vocali
infiammate: — La luce artificiale dei quartieri interni è la peggiore
reclusione per chi pecca di superbia.
Con
questa minaccia appuntata alla spina dorsale, feci ritorno all'anticamera dove
Loviisa mi attendeva premurosa.
*
* *
La
notizia del ritorno di Kaylegh e della sua morte si diffusero pressoché
simultaneamente.
Al
mattino, dopo la lezione di matematica musicale, mentre passeggiavamo nel
corridoio panoramico intorno al museo di tecnica idraulica, nei quartieri più
esterni dell’Università sospesi sui tetti ricoperti di serpentine termiche
delle case sottostanti, notai un certo fermento fra le compagne. La mia nuova
compagna di stanza, Melissa (era giunta a occupare il posto vacante da quando la
precedente si era diplomata a pieni voti) mi si avvicinò come per caso per
sussurrarmi all'orecchio, ma con il sorriso sulle labbra perché l’insegnante
di grammatica quantitativa che ci accompagnava era troppo vicina, che era
capitato qualcosa a Kaylegh.
Mi
preoccupai immediatamente, ma Melissa non poté continuare la conversazione e mi
precedette nel corridoio. Non riuscii a fissare la mia attenzione sulle virtù
matematiche della scala musicale che ci erano appena state illustrate: mi
tornavano sempre in mente le parole della scheda-appunti di Kaylegh: “Quando
Ginia fu nuda, Guido la percorse adagio con gli occhi chiari, senza
sorridere.”
Le pareti della nostra stanza erano ambrate a causa
degli anni che le erano passati attraverso; mi gettai sulla trapunta turchina
del letto, e Melissa giunse dopo pochi minuti.
—
Cos'è accaduto? — volli sapere subito dopo essermi accertata a vista che
occhi indiscreti non ci osservassero attraverso i muri o il soffitto.
Melissa
mi teneva sulle spine, facendo la misteriosa.
—
La pinacoteca — sillabò — pare che Kaylegh sia in pinacoteca: l'hanno
vista, è sicuro"
—
Chi l’ha vista? — volli sapere.
In
quel momento Loviisa, la sorvegliante del piano, passò accanto a noi con il
microfono direzionale del registratore puntato sulla nostra porta. Melissa
sedette davanti allo specchio e io presi a pettinarle i capelli per non dare
l’impressione di perdere inutilmente il nostro tempo in chiacchiere fini a se
stesse.
—
La fonte è sicura — frusciò la voce di Melissa fra i denti — se vuoi,
andiamo insieme durante l'ora libera.
Continuai
a pettinarla senza osare di voltarmi verso il corridoio. Melissa veniva dalla
Germania settentrionale, aveva capelli colore lana di vetro, occhi di bachelite
e costellazioni di efelidi sulla fronte e sulle guance.
—
Perché dici che è capitato qualcosa? — domandai a denti stretti. Non avevo
mai avuto tanta paura di essere sorvegliata, e mi ripromisi una volta di più di
disfarmi della scheda-appunti. Ma la tentazione era troppo forte.
Quando
poco più tardi uscimmo nel tunnel di neon nebulizzato del corridoio trafitto
dalla luce della sera artica, apprendemmo la tremenda notizia che Kaylegh non
era più in vita.
Metà
delle ragazze era già radunata sulle scale e sui pianerottoli, e a nulla
servirono le suppliche e le minacce delle assistenti ai piani: sciamammo tutte
insieme verso i quartieri mediani, invadendo la biblioteca e le aule intorno,
radunandoci poi tutte nella sede della pinacoteca. Melissa mi aveva tenuta
strettamente per mano per non perdersi nella folla: lessi nei suoi occhi, e in
quelli di tante altre, la mia stessa agitazione.
Il
flusso ci portò in una delle sale minori, dove si dava per certo che il corpo
di Kaylegh fosse stato ritrovato. La direzione universitaria non aveva ancora
fatto in tempo a prendere provvedimenti per chiudere la sala: anzi, il punto in
cui presumibilmente era stata strangolata Kaylegh poco prima del rinvenimento,
erano queste le voci che circolavano, era transennato con paletti e cordoni,
risultando perciò ben visibile. Tutte ci avvicendammo per vedere se la vita
scappatale dai polmoni avesse lasciato traccia sul pavimento di elastomero
traslucido, ma inutilmente.
Il
brusio nella sala crebbe di intensità, si videro alcune collegiali piangere; ma
ben presto fra le tuniche colore neve delle ragazze apparvero le uniformi del
corpo insegnanti per disperdere l'assembramento. Solo allora riuscii a farmi
largo sino al quadrato di pavimento nudo per accertare con i miei occhi come non
vi fosse traccia di violenza. Sentivo il cuore di Melissa appoggiata alle mie
spalle bussarmi contro le costole attraverso il suo seno, poi le sue unghie mi
artigliarono la tunica e dovetti accompagnarla in corridoio. Allora, nel
volgermi verso di lei, lo sguardo mi cadde sul quadro alla parete, sotto il
quale Kaylegh era...
Ad
attrarre la mia attenzione fu il fatto che il grande pannello incorniciato fosse
leggermente inclinato, come se qualcosa l’avesse urtato. Era un dipinto del
secolo precedente, raffigurante alcune collegiali nell’atto di scendere da una
scala ritorta su se stessa: una scalinata di pietra, senza protezione,
all'aperto, forse contro la facciata di un edificio ricoperto di piante nate
spontaneamente negli interstizi del muro. La targhetta sul muro diceva Eduarda
Burnett-Jones, "La Scala D’oro".
Melissa
non mi cavò le unghie dalla spalla sino al ritorno in stanza.
—
L'ho vista, sai? — disse pallida, e poi al mio sguardo interrogativo: — la
scheda che tieni in tasca.
Mi
sentii mancare le ginocchia, mi accasciai sul letto di fianco a lei. “Se
l’ha trovata Melissa” pensai “potrebbe trovarla chiunque altro...”
—
Dobbiamo disfarcene — dissi — poi ti spiegherò. Ti prego, aiutami a
liberarmene!
—
È per colpa di quella che Kaylegh... — accennò Melissa.
Annuii.
— Fra meno di un’ora siamo libere — replicai — porteremo la scheda in un
luogo sicuro.
*
* *
Non
ci fu possibile. Mi ero scordata che il giorno seguente era domenica: mamma
venne personalmente a prendermi per trascorrere insieme a lei il fine settimana.
Lasciai a malincuore Melissa, ma portando con me il quadrato di plastica sottile
della scheda-appunti in una borsetta di pelle regalatami proprio da mamma.
Il
dilemma se parlargliene mi perseguitò tutto il giorno, mentre visitavamo
insieme l'antico colle dei megaliti sotto il vento boreale. A sera prendemmo
l’elettrotreno per i nuovi insediamenti sui monti dove mamma viveva; arrivate
nella sua villa sulle pendici del vulcano, ero tanto stanca che mi assopii sul
letto a pressione che mi aveva fatto preparare.
Sotto
il quadro raffigurante la scala d’oro, mi ritrovai a parlare con Kaylegh, ma
quando assalì ricordai che era morta, mi accorsi di averla confusa con
Lisistrata. Allora piansi per l’amica perduta, e girandomi nel letto mi
risvegliai con la testa pesante. Scesi a fare una sauna con doccia gelata, poi
nel rivestirmi con gli abiti puliti trovati nell’armadio l’occhio mi cadde
sulla borsetta. Badando che la porta della cameretta fosse chiusa, inserii la
scheda nel lettore di mamma fermandomi sulle prime righe.
Quella notte restarono sul sofà a luce accesa, e Ginia non cercò più di nascondersi. Avevano portato la stufa vicino alla sponda, ma faceva freddo lo stesso e, dopo un momento che Guido la guardava, Ginia doveva tornare sotto le coperte. Ma più bello di tutto fu pensare, stretta con lui, che questo era proprio l'amore. Guido si alzò, nudo com'era, per prendere del vino e tornò saltellando dal freddo. Misero i bicchieri sulla stufetta, per scaldarli, e Guido venne che sapeva di vino, ma Ginia preferiva l’odore caldo della pelle. Guido aveva dei peli ricci sul petto, che solleticavano la guancia, e nei momenti che si scoprivano Ginia confrontava quel biondo col suo, e aveva vergogna e le piaceva nello stesso tempo. Disse all’orecchio di Guido che aveva paura a guardarlo, e Guido rispose che allora non guardasse.
Spensi
lo schermo arrossendo; c'era qualcosa di innaturale, di blasfemo che mi turbava.
Il
cielo aveva già assunto la colorazione blu cobalto della notte boreale; scesi
in cerca di mamma e la trovai nella piscina d'acqua sorgiva, sul crinale che
dalla collina porta verso le antiche colate laviche.
Rimasi
attonita a fissarla dall'alto, fra la vegetazione che cingeva la vasca di
cristallo intagliata appositamente da artigiane di Växjö; l'acqua, di parecchi
gradi più calda dell’aria, evaporava in una foschia sottile che trasformava
in cristalli le foglie più vicine. Dentro la vasca, puntato verso la parte più
chiara del cielo, un grosso proiettore raccoglieva la luce torcendola a colpire
perpendicolarmente l'acqua e tingerla dei colori dell'arcobaleno. Mamma si
lasciava galleggiare il capo e il busto, ma non aveva ancora bagnato del tutto i
capelli, che nella luce scomposta della luna mi parvero più chiari di quanto
ricordassi.
—
Vieni — mi chiamò appena si accorse di me — vuoi entrare?
Mi
sfilai le scarpe e, sedendomi sul bordo della vasca incassata nel terrapieno,
immersi i piedi posando con cura la
borsa accanto a me.
Il
viso di mamma aveva acquistato i riflessi della vegetazione e della notte
rispecchiati in acqua.
—
Qualche cosa non va? — mi disse con fare comprensivo quando si accorse della
mia rigidità.
—
Kaylegh — non sapevo come cominciare. Mi stropicciavo nervosamente le mani,
lanciando continui strali alla borsa. — Ricordi Kaylegh...? La figlia della
tua amica...
Mamma
annuì: — La figlia di Suzanne.
Mi
morsi le labbra. — È morta.
Mi
parve di vedere i suoi occhi tingersi di una tinta più cupa, ma forse fu solo
perché abbassò lo sguardo, modificando la linea delle labbra in un preludio di
lacrime. Si riprese quasi subito, e fendendo con eleganza la superficie
dell'acqua sorgiva mi venne accanto.
—
Come è morta?
Allora,
scostandomi i capelli dalla fronte, cercando di contraffare il tremito delle
spalle e delle mani, le mostrai la scheda-appunti.
Andai
a prendere il suo lettore. Mamma fece scorrere alcune righe, poi disse sforzando
le labbra a non rompersi dal dolore: — È per questo che...
Le
raccontai tutto. Tutto, mentre immersa fino al collo mi ascoltava con
attenzione; e quando finii, si mostrò preoccupata per il mio coinvolgimento.
—
Mamma, io sono cresciuta.
Mi
si aggrappò alle gambe, e dovetti tenermi al cristallo per non essere
trascinata in acqua. — Non farlo, Malvina...
Ma
la interruppi: — Tu devi aiutarmi, mamma; tu conosci sua madre, lei deve
essere in grado di dirci cos’è quel libro.
Il
volto di mamma divenne un lenzuolo di sgomento. — Tu non sai, piccola, non
farlo! — mi aveva afferrato per i polsi: perdetti l'equilibrio cadendo nella
deliziosa acqua tiepida che mi sommerse sino a metà busto.
—
Mamma — dissi scuotendo il capo, il viso rigato dalle lacrime e dagli spruzzi
d'acqua, — qualcosa di torbido è accaduto all'Università; se tu non vuoi
aiutarmi...
Allora
mi abbracciò, inzuppandomi la blusa e i capelli.
—
Amore mio, amore — singhiozzò.
Sotto
la luce sparata, fra le foglie mosse dall'aria riscaldata in risalita, piansi di
commozione e nostalgia.
—
Ti voglio bene, mamma, ti voglio bene...
*
* *
FINQUI
L'aria del piano era elettrizzata come un corpo conduttore: correva voce
che fosse stato ritrovato il libro di Kaylegh. Oramai eravamo tutte sicure che a
esso fosse dovuta la sua morte, ed era comprensibile come ci sentissimo
preoccupate per la sorte di chi ne era il nuovo possessore.
L'ingresso alla sala dove era stato rinvenuto il corpo fu interdetto a
chiunque. Era stata la bibliotecaria a fare la raccapricciante scoperta: Kaylegh
portava ancora al collo, sopra le piaghe, il nastro di seta verde che ne aveva
provocato il soffocamento. Il delitto era certamente avvenuto sul posto del
ritrovamento, poiché altre insegnanti erano passate poco prima per la sala e la
ragazza era ancora viva e vegeta. Ma come era uscita dall'isolamento dei
quartieri interni?
"Bisognerebbe parlare con Lisistrata" mi disse Melissa, la mia
nuova compagna di camera.
Era notte, e invece di dormire eravamo coricate a chiacchierare del
principale argomento nelle discussioni del collegio, benché ogni giorno le
insegnanti tentassero di dissuaderci con avvertimenti non espliciti e di deviare
la nostra attenzione su altri interessi: fui esortata a confrontarmi in una gara
di olografica con Lucrezia, la precedente compagna di Melissa.
La notte era blu elettrico attraverso le pareti permeabili alla luce.
All'inizio, nel primo mese di collegio, era stato arduo abituarsi alla perenne
mancanza di intimità: Loviisa, l'assistente del piano, sembrava girare giorno e
notte con il microfono direzionale per controllare che noialtre collegiali
fossimo intente ai compiti assegnatici alle varie ore, che non sporcassimo le
camerette o i corridoi, non consumassimo alimenti in camera, non ci perdessimo
in occupazioni oziose. Abituata alla placida anarchia in casa di mamma, mi
sentivo asfissiare nella formidabile trasparenza dei gesti.
Per disciplinarmi, misi in pratica ciò che mi aveva insegnato la mia
precedente compagna e che a mia volta insegnai a Melissa, nella bruma rovente
del bagno di vapore, l'unico luogo dei quartieri esterni dove i vetri appannati
permettessero una parvenza d'intimità.
Accadde il mattino dopo la sera in cui ci eravamo assopite durante la
discussione sulla sorte di Kaylegh: era l'ora di cultura fisica, quando tutte le
ragazze si trovavano in piscina a fendere l'acqua tiepida con bracciate
eleganti. Noi due ci togliemmo la tunica di cotone nell'anticamera dei bagni,
immergendoci poi nei miasmi torridi delle pietre arroventate a fuoco e schizzate
d'acqua.
C'era una parete di specchi riflettenti in piombo, tutta appannata, che
circondava su due lati la sala bassa di vapori. Vi condussi Melissa tenendola
per le spalle, appena ci fummo spogliate, evitando le compagne dai vetrini degli
occhi quasi annebbiati dalla nuvola bollente; passai la mano sulla superficie
liscia dello specchio, liberandone dal vapore una parte alta abbastanza da
contenere la figura di Melissa.
"Guardati" le dissi. Le feci alzare le braccia lungo i fianchi,
poi in bilico su un piede solo, sollevando il ginocchio verso il petto come quei
fenicotteri africani, poi inginocchiata con le mani dietro la nuca.
Parve a disagio solo quando la misi faccia a faccia con lo specchio,
ordinandole di descriversi.
"Capelli biondi" esordì, credendo si trattasse di un compito
facile.
"Biondi come?" domandai subito.
"Biondo lino. Lunghi sino alla nuca."
"Lisci?" la incalzai, standole alle spalle perché non mi
potesse vedere.
"Lisci. Occhi azzurri."
"Azzurro è troppo vago."
Si morsicò le labbra, ma vedendosi se ne accorse e vi passò la lingua.
"Azzurro cielo."
"Quale cielo?"
"Dea, non so. Cielo d'Irlanda."
"Naso?" la istigai.
"Diritto. Piccolo. Labbra tonde. A cuore"
Ridemmo insieme. "La pelle?"
"Efelidi. Sulla fronte, su..."
"Le spalle?"
"Quarantacinque gradi".
Scoppiammo a ridere. "Cosa dice il tuo viso?"
Scosse il capo "Indifeso. Protezione..."
"Così ti vedono le altre?" La feci arretrare d'un passo,
detergendo ancora lo specchio con il taglio della mano. Si mosse da una parte e
dall'altra.
"Sì" rispose "non comunico sicurezza."
Le insegnai a inventare un'espressione indifferente, poi attenta, poi
comprensiva, e assente, e divertita, e così via sinché ebbe tutte le basi per
impostare il lavoro da sola.
Nello spogliatoio, all'uscita, eravamo solo noi due e Lucrezia, la mia
antagonista di olografica. Quando ci fummo rivestite delle tuniche, Lucrezia che
sembrava nervosa mi avvicinò mentre la mia compagna si pettinava.
"Vorrei che tu tenessi questo" mi disse consegnandomi una busta
di carta sigillata. "Aprila solo dopo la gara, solo allora."
Indugiai, incerta su come accogliere la richiesta, ma prendendomi le mani
fra le sue insistette: "Ti prego, Malvina, promettimelo: solo allora".
Melissa stava per tornare da me, allora dovetti promettere in fretta. Ad
ogni modo, la nostra sfida di olografia si sarebbe svolta dopo due giorni: non
si poteva definire un'attesa tormentosa.
*
* *
Discendevo la scala d'oro con Kaylegh e Melissa e altre compagne di
studi, fra cui Lisistrata e Lucrezia. Non era esattamente come nel dipinto, ma
io sapevo di essere là: c'erano i corridoi di pietre muschiose, coronati da
portici ad archi, su cui si aprivano le porte delle camerette. Vasi di gerani
rossi, rosa, gialli, bianchi spezzavano le linee orizzontali dei balconi, le
corolle voltate verso i piani inferiori, che declinavano l'uno sull'altro a
terrazzo sul pendio che portava in città.
Fiumi di collegiali scendevano dalla sommità del complesso attraverso la
scala d'oro che da ogni piano conduceva a quello superiore o a quello inferiore;
io indossavo la solita tunica di cotone, stretta alle ascelle e al capo da
corone di foglie; Kaylegh e Lisistrata camminavano avanti a me, e notai come
fossimo tutte simili, vestite e agghindate uguali e con il medesimo taglio di
capelli, tanto che ci potevamo confondere. E ci confondemmo: Lisistrata era
Melissa, e Kaylegh Lucrezia, e io ero Lisistrata a mia volta, e così via, tanto
che non riuscii più a ritrovare me stessa e mi svegliai con il cuore pigiato
fra la lingua e i denti.
Il mio primo pensiero andò alla busta di Lucrezia, fra il materasso e la
branda a molle, e per un istante solo pensai paradossalmente che, come una spina
attraverso la stoffa, mi avesse seviziato lungo la notte assicurandomi quel
sogno sospeso fra realtà e anticipazione.
Avevo in bocca un sapore amaro, come di terra o fogliame acerbo. Melissa
era già pronta, tunica e schede, e sedeva sul bordo del letto, forse
attendendomi.
"Che giorno è oggi?"
"La gara di olografica" rispose.
Ciò che temevo. Mi risciacquai il viso al lavandino ultrasuoni e seguii
Melissa in mensa. Invece di ripassare a mente le sequenze della mia olografica,
ripensai a Kaylegh. Perché proprio sotto quel quadro? Stava solo transitando di
là quando il laccio fatale l'aveva fermata per sempre oppure, come mormoravano
le dicerie di corridoio, era stata notata già da parecchi minuti in quel punto?
Il refettorio era in fermento: sedemmo accanto a Lucrezia e alcune
ragazze del primo anno. "E' arrivata la madre di Kaylegh!" mi disse
una con tanto d'occhi, appena sedetti con la mia ciotola al loro tavolo. Cercai
lo sguardo di Lucrezia.
"Ce l'hai con te?" domandò la mia avversaria di olografia di
quel giorno.
Sentivo l'impronta lieve della sua busta tra la cintura della tunica e la
sottoveste. "L'ho con me" la rassicurai. Mi parve che un tremito alle
mani le impedisse di portare il cibo
alla bocca.
La madre di Kaylegh, Suzanne, da sempre amica di mamma. Accanto al
dipinto, la targhetta "Eduarda Burnett-Jones, La Scala d'Oro"; sotto
il dipinto, il pavimento di resina e vetro certamente ricordava il corpo di
Kaylegh distesa.
Madre storia, questo era l'argomento della gara: il passato nebuloso,
bestiale delle nostre progenitrici; l'evo oscuro di ignoranza mefitica, mentre
in Europa si moriva di epidemie e nell'isola di ghiaccio e fuoco si lavorava
solo per strappare il mare al gelo, per svellere l'erba dal terreno e farvi
crescere grano e prosperità; l'età d'oro in cui dal mondo intero si guardava
all'astro di cristallina purezza, al campione di civiltà dell'isola di fuoco e
lava perduta nei mari boreali. Ma quanto marcio fra queste pareti abbacinanti!
Conseguire la conoscenza al prezzo della perdita dell'indipendenza, della libertà
personale, del pensiero eretico.
Kaylegh.
Mi girava il capo, forse avevo la pressione bassa.
Lucrezia, Madre storia, la Scala d'oro. Chi aveva dipinto quel quadro?
Eduarda comesichiama.
"Cos'hai?" mi domandò Melissa quando barcollai nell'alzarmi da
tavola, "sei pallida".
"Davvero?" replicai "Non è nulla."
La Scala d'oro. Perché Kaylegh sotto il quadro? perché morta? Come era
uscita dai quartieri interni? Faceva caldo, mi sentivo rossa al collo e alle
tempie.
"Vuoi uscire un momento?" domandò Melissa, premurosa.
"Non posso, la gara... che figura ci farei?"
Il quadro. Il libro ricopiato sulla scheda. La Madre andata con le labbra
mangiate dall'aria e dal tempo, Lisistrata nell'ombra di paravento dei quartieri
più interni, nella notte di muffa delle stanze di reclusione dove si medita
alla luce di globi consumati sulla bontà dell'Università e sul destino della
civiltà.
"Madre storia è evoluzione" stava recitando con fervore nel
microfono Lucrezia mentre modificava l'olografia sotto la campana di proiezione.
"Dal buio degli evi oscuri alla luce che filtra pienamente nel nostro
secolo radioso."
Non potevo concentrarmi sull'immagine che stava ruotando nè sulla mia
relazione. Mi appoggiai con la schiena alla spalliera della sedia sperando che
un colpo d'aria fresca mi risvegliasse dal torpore che mi imprigionava.
Incrociai lo sguardo apprensivo di Melissa fra il pubblico delle classi più
giovani.
"La Storia deve ancora avere inizio." Cosa stava dicendo
Lucrezia? "Questo tempo in cui la conoscenza non è che mera ripetizione
dei sistemi immutabili tramandati da generazioni di Madri andate, non merita di
chiamarsi Storia; deve essere ancora l'evo oscuro. Un'oscurità più evanescente
di quella classica, e perciò più difficile da mettere a fuoco."
Era impazzita? Per un momento tornai in me e arrossii nell'osservare le
reazioni sbigottite sulla tribuna delle insegnanti. Sotto la campana, una serie
di raggi di luce provenienti dall'interno dell'olografia perforarono una cortina
di nebbia indefinita.
Fu grazie a quella lucidità assicurata da Lucrezia che mi accorsi della
presenza di mamma nella tribuna del pubblico, accanto a una bella signora alta
che doveva essere la madre di Kaylegh, Suzanne.
"La conoscenza elargita a grappoli, in un circolo esclusivo"
accusava ancora Lucrezia, regolando dalla tastiera l'olografia in movimento
"non può essere sorgente di sviluppo bensì autoincensamento asfissiante.
Oggi la nostra scienza osserva e conserva se stessa: tutto il resto è vanità;
così essa si mette i paraocchi e seppellisce con la cenere dell'oscurità tutto
ciò che è al di fuori del proprio orizzonte. A questo modo, desiderosa di
chiudere fuori il mondo non conosciuto, chiude se stessa dentro, precludendosi
le infinite realtà che non considera ufficiali. La diversità politica, il
dissenso, è diventato eresia religiosa."
Lucrezia, la mia rappresentazione olografica. Barcollai nel banco e
scivolai in terra.
Mamma curva su di me, brusio di volti e scalpiccio di piedi, Lucrezia non
parlava più; mi ritrovai seduta in terra mentre Melissa mi allargava il vestito
sul collo per farmi prendere aria e applicarmi sulla trachea un derma al
glucosio. Mentre mi sollevava con l'aiuto di mamma, vidi Lucrezia tutta sola in
un angolo, le schede-appunti della relazione ben stretti in mano e il capo
chino. Oltre la parete alle mie spalle, il pubblico si assiepava incerto nel
corridoio, muto per l'imbarazzo.
"Lucrezia" mormorai sentendo una pena infinita fra il diaframma
e la coscienza, poi la stanza mi girò intorno e incomprensibilmente vidi il
pavimento scattarmi contro il viso.
*
* *
Attaccare direttamente l'Università in un'occasione che essa stessa
aveva consentito, la gara di olografica, significava incorrere nelle ire delle
Madri andate: lo sapeva persino la matrice dei miei incubi, che mi sprofondò
nei caliginosi quartieri interni insieme a Lucrezia, condannate entrambe alla
dimenticanza dal suo gesto d'accusa di fronte a pubblico e insegnanti. Per
questa ragione non mi stupii quando Loviisa venne a convocarmi dalla Madre
andata.
Discendemmo silenziose attraverso anni luce di corridoi, scalinate,
ascensori, scale a chiocciola e stanze varie, mentre la mia compagna pareva
oppressa da montagne di pensieri tali da curvarle la spina dorsale.
Nell'anticamera della Madre andata era ad attenderci la sua assistente,
di nome Erika; la penombra era quasi assoluta, ma mi fu permesso di portare con
me un pallido globo consumato. Erika, che evidentemente si muoveva a proprio
agio nell'oscurità grazie a occhiali a infrarossi, mi guidò oltre il breve
corridoio dove pacchi di schede ottiche combattevano contro la polvere e il
tempo, sin nella stanza fetida di morte della Madre andata.
L'aria smossa dai colpi di tosse e dalle vibrazioni della struttura
dell'Università non invogliava certo a respirare a pieni polmoni; Erika mi
lasciò pochi passi avanti al sarcofago interattivo e andò a portarsi accanto
alla Madre, sotto il ragno delicato dell'octopus chirurgico. Attesi a capo chino
di essere interpellata, misurando il tempo con il respiro rauco della mummia.
"Talvolta" disse finalmente l'ugola incrostata di microfoni
"la colpa di chi manca ricade su chi gli è vicino."
Erika teneva gli occhi al suolo. Io pensavo a Lucrezia e alla sua colpa
che, se non me ne dissociavo immediatamente, sarebbe ricaduta su di me. Poi
pensai alla sovrastruttura di menzogne e oscurità che torreggiava
sull'Università, svettando ben più in alto dei suoi flussi di conoscenza
rivolti all'esterno; pensai a quella mole sulle spalle di Lucrezia, e di
Lisistrata, e di...
No, Kaylegh no: ne era rimasta schiacciata.
Forse la Madre andata aspettava di udire la mia abiura, ma rimasi in
assoluto silenzio senza alzare gli occhi dal pavimento: quando Erika venne a
riaccompagnarmi da Loviisa, quasi tremavo dall'orgoglio di essere riuscita a
tener testa alla Madre; ma sulla porta mi parve di udire il suono metallico del
suo respiro amplificato, pesante come se si fosse assopita.
*
* *
Di ritorno alla mia cameretta, preceduta di pochi passi da Loviisa,
gustai con attenzione sotto i polpastrelli il sapore piatto della busta datami
da Lucrezia, stretta fra la cintura e la camicia. Doveva certamente trovarsi lì
dentro, serrato fra il cuore e il desiderio, il segreto di tanto dolore.
Non potei vedere Melissa perché fui accompagnata ai cancelli dei
giardini pensili riscaldati, dove mamma e Suzanne mi avevano atteso per tutto il
tempo durato il trambusto sollevato da Lucrezia. Prima di uscire dal cancello
dell'Università, nei servizi igienici aprii la busta per trovarmi fra le dita,
con una certa delusione, una stampa telefax: era una riproduzione a colori del
famigerato dipinto. Sul retro, lessi la didascalia:
Edward Burnett-Jones, La scala d'oro, Tate Gallery, Londra. La parte
del mittente e quella del ricevente erano state accuratamente tagliate via.
Uscii incontro a mamma sventolando sovrappensiero la stampa; la madre di
Kaylegh, Suzanne, aveva corti capelli castani e lisci, uno sguardo a metà tra
l'espressivo e la morte, un vestito di renna color notti del baltico e una
valigetta di politene perforato.
Ci incamminammo verso le scale mobili che salivano le colline ricoperte
di terrazze giardino, mamma sottobraccio a me da una parte e a Suzanne
dall'altra. Quando ero stata portata all'infermeria, dopo lo svenimento, non le
era stato permesso di seguirmi. Aveva atteso con la sua amica, nei giardini.
Ci sedemmo all'ombra di un abete centenario, con vista panoramica sul
punto di litorale dove era avvenuto il primo sbarco di esplorazione dall'Europa,
all'alba della preistoria della nostra isola; solo allora mostrai senza
preamboli a mamma la stampa telefax, domandandole se le ricordasse qualcosa.
La studiò con un sopracciglio levato, e con un'espressione di sincera
ignoranza che mi convinse della sua buonafede la passò all'amica, con identico
risultato.
"Cosa ha di particolare?" domandò mamma "a parte il fatto
che non ho mai udito parlare di questa Tate Gallery di Londra?"
"Lo strano è che questo dipinto si trova qua alla pinacoteca
dell'Università, e non a Londra."
Si scambiarono uno sguardo sventolato dall'ombra mobile dei sole tra i
rami. "Una riproduzione?" azzardò Suzanne.
Scossi energicamente il capo. "Lo escludo. Ricordo bene l'etichetta:
Eduarda Burnett-Jones, La scala d'oro". Soggiunsi poi, a voce più bassa:
"E' sotto di esso che è stato ritrovato il corpo senza vita di..."
Suzanne distolse lo sguardo, che immaginai sommerso di lacrime. Mamma
rigirò assorta la stampa fra le mani. "Forse è meglio che Suzanne ti
spieghi alcune cose" disse finalmente.
La brezza dall'interno, dal Langjökull, dopo averci lambito le vesti e
le chiome continuava verso il fiordo, come a portare l'addio del nostro pensiero
sino al terrazzo di alluminio e cristallo dove le ceneri di Kaylegh erano
esposte in un'urna sigillata.
"Lavoravo in Italia l'inverno scorso" sospirò Suzanne "A
Torino, per conto del Ministero dei beni culturali: si trattava di rifare un
inventario dei volumi di alcune biblioteche."
Mamma, lo decifravo dal suo sguardo impacciato, conosceva già la storia
che raccontava la sua amica. Compresi che era stata lei a convincerla di
mettermi al corrente.
"Quel libro mi colpì quasi subito per il nome dell'autrice"
proseguì Suzanne seviziandosi l'orlo della gonna con le unghie. "Cesare
Pavese. Cesare: conosco bene l'italiano, e so che non esiste tale nome. Ciò che
maggiormente gli si avvicina è Cesarina; incuriosita, ricopiai alcuni brani su
una scheda-appunti e controllai da varie fonti se esistessero notizie su Cesare
Pavese, ma senza risultato. Presi in prestito il volumetto e lo lessi quasi d'un
fiato, con quella scoperta sconvolgente."
Mi sentii arrossire all'istante. Sussurrare di certe cose con Melissa o
con le compagne, nei corridoi all'uscita dalle lezioni o nel buio della
cameretta, complice l'infinita notte dell'inverno artico, era una cosa: ben
diverso parlarne di fronte a mamma. Mi sentii orgogliosa tutto a un tratto che
mi ritenesse cresciuta a sufficienza da toccare certi argomenti.
"Nel libro..." azzardò Suzanne, e mamma pendeva dalle sue
labbra per trovare una conferma a cosa già sapeva, "nel libro di Cesare
Pavese l'umanità, come le bestie, è divisa in due sessi differenti, maschio e
femmina."
*
* *
Mamma era a Londra, a cercare tracce del dipinto accreditato là dalla
stampa consegnatami da Lucrezia. Suzanne aveva preso alloggio in città,
all'ombra traslucida dell'Università e secondo il nostro piano comune doveva
cercare di contattare le madri di Lisistrata e Lucrezia. Io, nel giardino
pensile del Ringraziamento, sulla terrazza del versante orientale dell'Università,
mi sentivo terribilmente sola e trasparente durante l'ora di ricreazione, a metà
giornata, mentre osservavo le compagne giocare a pallavolo all'aria aperta.
Sbuffi di vapore si levavano dagli sfiatatoi dell'impianto di
riscaldamento geotermico dell'Università, i cui tubi correvano come un sistema
linfatico attraverso le pareti divisorie dei corridoi e delle stanze,
dissimulati da un sistema di specchi periscopici che deviavano la luce tutto
intorno alle condutture.
Non era la brezza di primo autunno a farmi rabbrividire, ma una corrente
ben più agghiacciante che strisciava lungo i muri pallidi dell'Università: da
qualche parte, dietro la spalliera di un letto o in una scatola di supporti
video o forse in un buco nella terra dei giardini era nascosto il libro che
Kaylegh aveva sottratto alla madre, causando la propria morte.
Ma ben più di quell'avvenimento sciagurato mi sconcertavano le
implicazioni di ciò che Suzanne aveva ritrovato; era stata molto riservata con
mamma e me: riteneva che il volume appartenesse a un'epoca che non è la nostra.
Non un altro mondo, perché altrimenti non si spiegherebbe come possa essere
scritto in un italiano identico al nostro: deve addirittura esistere, in una
dimensione che va al di là delle quattro conosciute, un pianeta terra con
caratteristiche appena differenti dalle nostre, e perciò ben più alieno di un
mondo completamente diverso.
Melissa sospese per un momento di giocare a palla per avvicinarsi alla
fontana e rinfrescarsi il collo e i polsi; da lontano, mi dedicò uno sguardo
complice e forse anche preoccupato per la mia silenziosa ostinazione. Mi ero
ripromessa di ritardare quanto più possibile le spiegazioni con lei, forse per
un eccessivo senso di responsabilità nei suoi confronti: non volevo che ne
uscisse turbata.
Come poteva essere questo mondo bestiale? In esso evidentemente Dea non
aveva donato alla donna l'arca del seme perché potesse riprodursi come a Lei
piacesse, senza la violenza carnale degli animali. Mi rifiutai di accettare i
sottintesi che si potevano cogliere nelle poche pagine tradotte in mio possesso,
alla luce di quanto ipotizzato da Suzanne.
Sottomissione, ecco la parola che aveva adoperato Suzanne, rossa di
vergogna: la donna era dominata dal maschio con la violenza bruta; e a questo
pensiero subito mi sentii arrossire di indignazione.
Un mondo di sopraffazione continua, di conflitti, di istinti crudi: non
era così che lo dipingeva il romanzo di quel Cesare, ma era facile immaginare
come tanta irrazionalità si proiettasse sul destino della società umana con la
sua logica di dominio brutale. Mi pareva improbabile che in un mondo del genere
una nazione piccola e marginale come la nostra isola potesse giungere al
medesimo, fulgido destino di faro illuminante della civiltà.
Melissa si era tirata su la tunica alla cintura per liberare i movimenti
nel gioco. Aveva polpacci sottili e scattanti e caviglie tese di nervosismo. Mi
resi conto di guardarla con tenerezza quasi materna, come se la consapevolezza
dell'orrore mi avesse maturata al punto di dilatare i pochi anni che separavano
le nostre età. Non potei trattenermi dall'immaginarla in possesso di un maschio
che la costringesse a giacere con lui; un uomo, il libro lo descriveva, con peli
ferini sul torace piatto, sulle gambe, intorno al... No, era terribile: non
poteva trattarsi di cosa vera, il libro doveva essere un falso, una burla
atroce.
Ma allora, perché uccidere Kaylegh per questo?
Sussultai ritornando bruscamente al mio presente di vento fresco e
gabbiani di fiordo: era apparso, nel vano d'ingresso del terrazzo, un fantasma.
Stentai a riconoscerla dapprima poiché non indossava la tunica dell'Università,
ma poi Lucrezia alzò una mano per salutarmi.
Le corsi incontro, inciampando quasi nel pavimento sconnesso dove lingue
di muschio separavano le mattonelle di precotto consumate da generazioni di
passi. Malgrado non la vedessi da quarantott'ore, mi parve cambiata più che
superficialmente: aveva occhiaie brune e capelli aggrovigliati, e le leggevo la
stanchezza nei movimenti delle mani.
Non mi dette il tempo di farle domande. "Mi hanno espulsa"
disse rapida e guardinga, come temendo di essere spiata, e poi prevenendo il mio
gesto di sconforto "No, ti prego: non dir nulla alle altre per adesso, ho
solo un'ora per lasciare il collegio."
Melissa, uscita dal gioco per avvicendamento, mi osservò di lontano: da
dove si trovava non poteva riconoscere Lucrezia. "Tornerò in Grecia"
continuò "Devo lasciarti, non è opportuno che ci vedano insieme."
Mi sentivo gli occhi umidi di nostalgia. Kaylegh morta, Lisistrata
scomparsa, Lucrezia espulsa. Ci abbracciammo, schiacciate dalla commozione.
"Il libro" mi sussurrò nell'orecchio "per amor di Dea, fa
attenzione che è pericoloso possederlo. Ma non posso lasciarlo là..."
Sospese la frase. Melissa si era alzata e veniva verso di me, incoronandosi i
capelli in una ghirlanda di lacci vegetali mentre camminava. Aveva ancora la
tunica sollevata alla cintura per lasciare libere le gambe. Nella luce del
meriggio boreale, mi parve bella come le fanciulle della Scala d'oro, la
gradinata di pietra che un'artista fantasiosa aveva immaginato all'Università,
forse non sapendo che proprio tutti gli ambienti sono in materiale trasparente.
Un'artista fantasiosa? Edward Burnett-Jones.
"Al tempio" frusciò Lucrezia al mio orecchio "dietro il
terzo altare delle offerte, nell'incastro del pavimento." Poi si staccò da
me, ritirandosi nell'ombra del cancello perché aveva scorto il sopraggiungere
di Melissa. Notai che l'ora della ricreazione era al termine, e non osai seguire
Lucrezia per timore di essere scorte insieme. Ma provavo brividi, non di freddo
ma di emozione perché sentivo di essere vicina a qualcosa di importante.
La scala d'oro: L'Università. Eduarda Burnett-Jones.
Non si sapeva nulla di lei, mi aveva confermato mamma da Londra: ma la
sua tecnica pittorica, ero in grado di riconoscerlo anch'io, risaliva al secolo
precedente... e a quel tempo non c'era l'Università, e soprattutto non potevano
essere identiche alle nostre le tuniche del dipinto, perché erano state
adottate nella forma attuale solo con l'arrivo della Madre andata in carica!
"Aspetta!" la scongiurai trattenendola per un polso, "la
stampa telefax, che significa?"
"Era il segnalibro datomi da Lisistrata, non so altro" disse
ritirandosi verso l'interno. "Penso che il libro sarebbe meglio custodito
nelle tue mani, ora che ne sai tanto quanto me."
Udii avvicinarsi i passi di Melissa.
"Cosa devo farne?" chiesi mentre Lucrezia già se ne andava
via.
"Attendi Lisistrata" sussurrò sillabando con precisione le
parole, svoltando verso gli ascensori. La guardai allontanarsi; tremavo, conscia
del fatto che Edward o Eduarda Burnett-Jones non poteva conoscere la divisa
dell'Università al tempo in cui dipingeva.
Un attimo prima che scomparisse, feci in tempo a chiederle "Ma
chi... chi ha ucciso Kaylegh?"
Si voltò ancora "Hai letto..."
Annuii.
"Io credo sia stato un uomo" e scomparve.
Un uomo. Cesare Pavese. Edward Burnett-Jones. Una bestia con l'istruzione
e i mezzi di un essere umano.
"Malvina, stai bene?" Melissa mi afferrò per le spalle che
ancora tremavo "Sembra che abbia visto un fantasma."
"Domani alla funzione" le preannunciai con occhi dilatati da
esaltata. "Era davvero un fantasma, non so se lo rivedremo più."
*
* *
Il maltempo giunse dall'America. Nuvole atlantiche, basse sull'acqua e
veloci come aliscafi a reazione, si diedero la caccia l'un l'altra
dall'orizzonte fino a coprire tutto il Faxaflój. Non riuscii a chiudere occhio
quella notte, e non solo al pensiero di quanto sapevo: avevo raccontato quasi
tutto a Melissa, non resistendo alle sue lusinghe e implorazioni e offerte di
complicità, e allora lei per la paura si era rifugiata, sfidando il controllo
notturno, nel mio letto.
Costretta sul filo del materasso, non osando voltarmi per non svegliarla
e allo stesso tempo non riuscendo a cedere al sonno perché la mia compagna si
agitava e lamentava in continuazione, vittima di chissà quali incubi, non potei
liberarmi dall'immagine di un Uomo, dalle braccia e dal petto villosi come uno
scimpanzè, con sopracciglia folte da criminale e nelle braccia la forza di sei
donne. In qualche modo, in un modo
imprevedibile e forse non voluto, doveva essere passato nel nostro mondo. Quando
gliene avevo parlato, Suzanne aveva ipotizzato un buco fra
universi paralleli come un cancello, un ponte sul tempo, un vortice nello
spazio: qualcosa che aveva risucchiato nel nostro mondo questo essere e alcune
testimonianze del suo universo. Al momento del passaggio doveva trovarsi in quella Tate Gallery di
Londra nominata sulla stampa telefax, davanti al dipinto di Edward
Burnett-Jones, con il libro di Cesare Pavese sotto il braccio. Magari teneva con
sè un telefax pubblicitario del dipinto stesso che usava come segnalibro;
secondo mamma il vortice, l'anomalia dello spazio-tempo, il punto di contatto,
aveva perforato la parete fra i due universi trascinando con sè tutta la
materia che si trovava in quel punto: l'Uomo, il dipinto, il libro, forse
qualcos'altro.
Allora, resosi conto della differenza fra i due universi, l'Uomo doveva
essersi mascherato: radendosi la pelle, adattandosi ai nostri costumi e ai
vestiti del nostro tempo (quelli dell'Uomo, lo si deduceva da "La bella
estate", erano differenti), nascondendosi. E ora doveva vivere
all'Università, benché il suo libro fosse capitato a Torino dove Suzanne per
caso l'aveva rinvenuto suscitando la curiosità della figlia.
La notte stinse senza appello in una giornata d'acqua che aveva viaggiato
per giorni sin dal Golfo del Messico per scaricarsi finalmente sull'isola di
fuoco e ghiaccio. Avrei voluto che anche i miei pensieri si sciogliessero come
nuvole: invece c'era da recuperare il libro, e magari l'Uomo, l'assassino,
sapeva bene dov'era custodito e avrebbe teso una trappola a chiunque fosse
intenzionato a impadronirsene.
Melissa si lamentò e girandosi mancò poco che cadesse dal letto. Vidi
avvicinarsi Loviisa attraverso la parete, e quasi gettai la mia compagna sul
pavimento per evitare che ci scoprisse. Ci lavammo e cambiammo, rivestendoci
delle tuniche migliori per la funzione. Purtroppo non c'era altra possibilità
di entrare nel tempio.
Pettinai i capelli di Melissa in due lunghe trecce che girai su se stesse
intorno al suo capo, fissandole con un giunco fresco e verde lucido; lei me ne
attorcigliò due simili intorno alla vita e alle ascelle, come una ghirlanda. Già
vedevamo attraverso i muri le onde delle compagne che si recavano al tempio,
fluide come elettroni eccitati lungo un cavo di rame.
Sentivo tremare le mani di Melissa. Le presi fra le mie per rassicurarla,
e tenendola stretta a me, gli occhi nebbiosi per l'emozione, la accompagnai nel
flusso umano verso gli ascensori e le scalinate per i piani alti. Appoggiata
alla mia spalla, Melissa muoveva a scatti gli occhi, inquisendo chi ci precedeva
per scoprire in chi potesse nascondersi l'assassino; potevo sentire il suo cuore
battere contro il mio fianco.
Cercai di ragionare a mente lucida: un Uomo ha, me l'aveva spiegato
Suzanne, una corporatura più robusta della media, il collo grosso, pelame su
tutto il corpo e presumibilmente, stando a quanto osservato negli animali, una
voce dalle tonalità basse; ciò restringeva il campo d'indagine perché quasi
nessuna delle compagne corrispondeva alle caratteristiche. Forse un'insegnante,
o una sorvegliante.
Ma... e se si fosse trattato d'un maschio cucciolo, un ragazzo?
Gli ascensori viaggiavano a pieno carico, sino ai quartieri più alti,
dove la luce piovosa del mattino era più limpida e non lasciava scampo; le
braccia di Melissa parevano fasci di cavi rigidi, quasi a trascinarmi verso il
pavimento. Le pareti risuonavano dell'eco dei passi e del brusio delle ragazze
vestite a festa, ma io sentivo alla radice della lingua il sapore brusco
dell'inquietudine.
Finalmente uscimmo all'aria aperta, incuneandoci al riparo dei lunghi
colonnati di cristallo che conducono al Tempio, sulla sommità dell'edificio
universitario. Lo scalpiccio dei nostri piedi nudi era coperto dal fruscio della
pioggia sul vetro; se mi voltavo verso la città potevo vedere le onde di vento
sui tetti a punta, sulle vie di negozi di lusso là in basso, contro le colline.
Il terzo altare delle offerte. La cupola di cristallo soffiato in Svezia
del tempio ci sovrastava, solenne e bellissima, grave di prismi di luce
scomposta sulla città. Affluimmo come schede vergini a riempire con gli appunti
dello spirito, era questa l'immagine che ci dipingevano al primo corso, calcando
ogni mattonella di vetro fra le colonne istoriate, inviate in dono dai quattro
angoli del mondo quando il tempio era stato eretto: colonne soffiate da Venezia,
le artigiane del vetro; colonne scolpite a idoli pagani dall'India; colonne
arabe fuse in Marocco; verghe colorate dalle Fiandre; torri di cristallo boemo.
Il pavimento era freddo sotto i piedi; attraverso di esso potevo vedere
le ultime ritardatarie che si affrettavano verso i colonnati. Poco per volta, mi
spostai con Melissa aggrappata addosso verso gli altari delle offerte, un passo
dietro l'altro nella calca che si assestava per far posto a chi era rimasta
fuori. Seguimmo correnti umane lungo le colonne e le pareti sino a portarci in
prossimità dell'altare indicato da Lucrezia, con Melissa che non osava voltare
il capo per non incrociare lo sguardo animalesco di un uomo.
Da dove ci trovavamo potevo vedere senza sforzo l'altare principale dove
l'Arca del seme era già stata estratta mediante un grosso braccio idraulico
dalla sua urna d'oro tempestata di pietre preziose. Le nove Madri andate erano
state disposte a semicerchio dietro l'altare, tenute strette ai loro sarcofaghi
interattivi con nastri di seta; la Madre in carica, massima autorità
dell'Università, una vecchia di oltre ottanta anni, era in piedi subito dietro
l'Arca, attendendo il momento di disserrarla e offrire simbolicamente al mondo
il suo tesoro di fertilità eterna.
Man mano che la funzione progrediva nel suo rosario di invocazioni e
genuflessioni, preghiere e canzoni, con l'onnipresente sottofondo di olografie
edificanti dietro l'altare e musica melensa dalle griglie delle colonne,
noialtre scivolammo dietro l'altare dove nessuno poteva vederci se non voltando
espressamente il capo verso di noi.
Con precauzione, ma soprattutto con timore, piegai le ginocchia
irrigidendo i polsi, abbassando appena lo sguardo mentre calavo verso il
pavimento, verso la scanalatura che correva lungo tutto l'orlo dell'altare
laterale. Scorsi con il dito l'orlo zigrinato dello scalino sino a incontrare
l'angolo più caldo d'un oggetto. Sollevai il libro con due dita, infilandolo
con un rapido gesto nella scollatura per farlo cadere contro la cintura,
all'interno della tunica. Prima che chiunque potesse accorgersene ero di nuovo
in piedi, mentre le pieghe intorno alla vita nascondevano quanto recuperato.
Melissa si stava seviziando la pelle intorno alle unghie, non osando
neppure volgere lo sguardo verso di me. Nessuna pareva essersi accorta di nulla,
la funzione procedeva solenne e tediosa.
Poi tutto accadde all'improvviso: pochi passi avanti a noi, l'avevo già
notato, c'era un gruppo di assistenti delle madri nelle loro divise verdi. Il
mio cuore aveva appena smesso di martellare come un picchio che la donna più
vicina a noi si staccò dalle altre con un gesto rapido e preordinato, e con
poche gomitate giunse presso il nostro altare.
Allora, leggendo la risoluzione nei suoi occhi, Melissa lanciò un urlo
agghiacciante che gettò lo scompiglio fra le compagne; avrei voluto urlare
anch'io nel notare la corporatura massiccia di Erika, l'assistente della Madre
andata; ma un'onda di sangue freddo che in seguito, al ricordo, mi avrebbe
meravigliata, mi lavò le vene pompandovi adrenalina. Afferrando Melissa per le
spalle e stringendomela contro il seno, anche per proteggere il libro sotto la
cintura, arretrai verso la nicchia alle spalle dell'altare.
Nel giro di un secondo tutti i volti intorno si voltarono verso di noi,
le bocche spalancate per la situazione eccezionale. Erika scostò con una
gomitata le ultime atterrite compagne che ancora ci separavano da lei. Melissa
continuava a urlare, io arretrando sbattei contro il separè di filamenti
nanotec sul retro della nicchia, e scostandolo mi ritrovai all'inizio di un
corridoio trasparente dalle pareti imperlate di pioggia, all'esterno.
Allora non potemmo più sfuggire a Erika che irruppe a braccia tese quasi
stracciando il separè; dietro le sue spalle, per il secondo che impiegò a
raggiungermi, vidi le compagne e le insegnanti che tenendosi a debita distanza
osservavano incapaci di tentare alcunché...
... poi ci fu addosso: Melissa perse l'equilibrio e cadde con un gemito,
io alzai le braccia a proteggermi il capo e mi raggomitolai perché non potesse
tastarmi il libro sotto il vestito. Colpi al capo e calci, poi le sue braccia
che cercavano di scostarmi i polsi. Urla scomposte, passi allarmati, la funzione
interrotta; quindi qualcuno mi tolse il peso di Erika di dosso, e ancora
raggomitolata come una palla sul pavimento aprii un occhio per vedere Melissa
che a graffi e morsi aveva assalito Erika.
"E' lei l'assassino!" la udii urlare "E' un uomo, una
bestia!"
Una moltitudine di divise verdi invase il corridoio; Erika si divincolò,
ma nel liberarsi lasciò fra le mani di Melissa la spallina della divisa. Con
orrore mio e di tutte coloro che videro, dal reggiseno di Erika, o di chiunque
si celasse dietro la sua identità, balzò fuori un'imbottitura di gommapiuma a
forma di emisfero; l'assistente della Madre andata gemette, e coprendosi il
volto con entrambe le mani travolse quante le stavano davanti per fuggire lungo
il corridoio, strillando di rabbia con voce rotta; senza che nessuno osasse
inseguirla frantumò in velocità la vetrata laterale precipitando di sotto,
fuori delle mura del tempio.
Senza necessità di affacciarci alla breccia infranta, vedemmo
chiaramente attraverso il pavimento il corpo precipitare nell'imbuto di un
condotto per l'aria, e poi giù nel pozzo profondo decine e decine di metri
verso il cuore dell'Università.
*
* *
In principio era il caos: una soluzione di elementi e simboli primigeni
in un oceano di moto assoluto. Dea era al di fuori, la Creatrice increata:
rimise ordine negli elementi, che combinandosi tra di loro scatenarono reazioni
chimiche dando origine al mondo. Liberò poi i simboli, che originarono la
diffusione della vita sulle terre e nel mare, e quando il mondo fu pronto
intervenne per creare la Donna, l'unico essere non generato spontaneamente;
infine, le dette la Legge e le consegnò l'Arca del seme perché potesse
riprodursi senza necessità di accoppiarsi bestialmente come fanno gli animali.
Questa è la Verità rivelata, la parola di Dea: e riprova ne è il fatto
che l'Arca produca ancora a distanza di secoli e secoli il seme che permette la
fecondazione di ogni donna.
Ma in qualche altro mondo, oltre lo spazio o oltre il tempo, o in una
quarta dimensione, deve esistere almeno un'altra Terra in cui lo sviluppo della
vita ha seguito un corso differente dal nostro; un mondo primitivo, alieno, in
cui forse Dea neppure...
Bestemmia, il riflettere troppo sulla vicenda m'induceva a essere
blasfema. Eppure il corpo di Erika era una prova, sepolta chissà dove nei mille
cunicoli dissimulati dell'impianto di aerazione: recuperare il cadavere non era
cosa facile, data l'angustia dei condotti, la loro non-trasparenza e l'assoluta
mancanza di uno schema dell'impianto; malgrado ciò era chiaro che la prova
tangibile di questo para-universo era a portata di mano.
Mi trovavo nella mia camera, non molte ore dopo gli incredibili
avvenimenti al tempio: Melissa aveva subito raccontato tutto ciò che sapeva
alle insegnanti, e quando mi ero riavuta della breve colluttazione con
l'assassino Loviisa era giunta per accompagnarmi dalla Madre, quella in carica
stavolta. E là, trovandomi di fronte a Suzanne e mamma, rientrata da Londra con
la notizia che non esisteva alcuna Tate gallery nella capitale britannica e che
non esisteva nessuna fonte su una pittrice chiamata Eduarda Burnett-Jones, non
avevo potuto resistere alle lacrime e mi ero gettata fra le sue braccia
singhiozzando.
Ognuno all'Università seppe tutto in brevissimo tempo, mentre le
ricerche del corpo di Erika avevano inizio. Finalmente, dopo ore di confusione e
attenzione generale, Melissa ed io fummo accompagnate alla nostra cameretta da
Loviisa come due eroine. Mamma mi aveva confessato in un orecchio tutto il suo
orgoglio, la Madre mi aveva elogiata pubblicamente, seppure in via ancora
ufficiosa, per la soluzione del caso ancor prima di rivelarlo.
Quando le luci della città si spensero e il cielo assunse la stessa
colorazione di lettore di schede vuoto, finalmente il sangue riprese a scorrermi
nelle vene a una velocità inferiore a quella della luce. "E' tutto così
incredibile, Malvina!" sussurrò Melissa dall'oscurità, evidentemente
insonne come me.
Mi venne da pensare al corpo della falsa Erika, a quanto da vivo
l'assassino mi era stato vicino, nella camera della Madre andata. Un brivido mi
sconvolse. Pensai al collo nudo e indifeso di Kaylegh sotto il laccio verde
dell'assassino, forse la cintura della divisa da insegnante, alla vita che le
sfuggiva senza rimedio dai polmoni. La bestia si era nascosta per chissà quanti
anni fra noi, imbottendosi di stracci il busto, depilandosi accuratamente il
corpo e il viso.
La bestia, la bestia fra di noi... Sentivo la stanchezza dietro i bulbi
oculari. Kaylegh, cara... E Lisistrata finalmente sarebbe tornata libera, ma per
Lucrezia non vi sarebbe stato appello, la sua esplosione durante la gara di
olografia le era valsa il posto. Mi sentii scivolare piacevolmente in un oceano
di inconsapevolezza, poi sul confine del sonno mi tornò in mente un
particolare, forse a causa del rarefarsi dei pensieri. Mi ritrovai appena più
lucida, a riflettere sul fatto che la cintura delle divisa delle assistenti era
nera, non verde, e che non riuscivo a capire dove l'assassino si fosse procurato
un laccio di quel colore, per quanto questo potesse avere importanza.
Mentre Melissa dormiva, mentre l'Università dormiva, mentre la città
dormiva, mi rizzai a sedere all'improvviso nel letto, completamente lucida.
I condotti d'aerazione che rendono respirabile il cuore dell'Università,
pensai, sono schermati da una serie di specchi periscopici in modo che siano
invisibili.
Erika. Il laccio verde. Il cuore dell'Università e i condotti. Mi si
inumidirono gli occhi di lacrime per un inconfessabile sospetto.
Nell'oscurità vibrante della camera, al silenzio delle esistenze alla deriva nella marea del