FRANCO
RICCIARDIELLO
Lavinia:
Geschlecht und Faschismus in Mailand
—
Perché, hai qualcosa in particolare contro i nazisti?
Lavinia
Berti cercò di assumere l'espressione più candida che poté. — Chi, io?
Dalla severa prospettiva grandangolare dello schermo, Brandimarte la
guardò senza indulgenza. — Sai che non possiamo tollerare un coinvolgimento
in questioni politiche.
Lavinia
si attorcigliò una ciocca di capelli, trattenendo uno sbadiglio. Avrebbe voluto
interrompere la comunicazione.
—
Allora perché hai scelto me? Se questo cliente venisse a sapere che sono stata
iscritta al partito, il servizio potrebbe sfumare.
Brandimarte
allontanò la prospettiva della telecamera con aria soddisfatta, come se si
aspettasse la domanda.
—
Ho visto il tuo curriculum universitario. Hai superato due esami sulla storia
del Terzo Reich.
Lavinia
cominciò a giocare con il piede contro il filo dell’intercom, provando
l'impulso di staccarlo. — Però uno dei due esami era sulla cinematografia di
Leni Riefenstahl. E poi, come l'hai consultato tu, il curriculum potrebbe essere
visto dal nostro cliente.
—
Non più. Ho provveduto a congelare il file nella segreteria della tua università,
e rimarrà così fino a dopo il rendez-vous. Bello, quel vestitino.
“Qui ti volevo” pensò Lavinia “adesso mi chiederà di alzarmi in
piedi per controllare quanto è corto."
—
Ho in programma un viaggio con mio marito, questo fine settimana — disse.
Alle
spalle dell'uomo campeggiava un fondale ricreato, la riproduzione di un bosco
alpino. Era il tipo di cabina che Brandimarte usava, malgrado il locale chiuso
per intercom fosse passato di moda da un anno almeno.
—
Non ne sarei così sicura, fossi in te — replicò Brandimarte.
—
Cosa significa? — domandò Lavinia, sentendo montare la collera — hai di
nuovo convinto il principale di Federico a rimandargli le ferie?
—
Perché non allontani quella telecamera? — sorrise soddisfatto Brandimarte —
la vista dalla finestra dietro le tue spalle è interessante, ma mi piacerebbe
sapere quanto è lungo quel vestitino che indossi.
—
Fottiti — gli rispose Lavinia a denti stretti — il fatto che mi hai chiamata
per procurarmi un incontro da prostituta d'alto bordo con uno stronzo di nazista
non ti autorizza a controllare come mi vesto.
L'uomo
annuì. — Ho davvero bisogno di te per questo lavoro, Berti. Poi prometto che
ti lascerò in pace per un po' di tempo.
Lavinia
si sporse sullo sgabello per spegnere lo schermo. — Scelgo io le condizioni,
però: niente prestazioni strane con quel nazista, quella è gente che ama le
catene. E affittami per tre ore soltanto.
—
Aspetta! — esclamò Brandimarte tendendo il braccio — per la prima richiesta
si può fare. Ma il cliente ha chiesto espressamente una compagnia per tutto il
fine settimana. È un uomo d’affari, ha bisogno di una accompagnatrice per un
congresso in ambiente virtuale.
Lavinia
si arrestò con il dito sull'interruttore. — Tutto il fine settimana? Gli
costerà caro, anticipaglielo pure. E anche a te, Brandimarte. A proposito, era
un tuo ascendente quel Brandimarte che comandò l'assalto del fascisti alla
Camera del lavoro, qua a Torino nel 1922, e che condusse Gramsci al castello del
Valentino fingendo di fucilarlo?
Brandimarte
sorrise annuendo per incassare il colpo. — Non so se i miei antenati abbiano
mai messo piede a Torino. Senti, Lavinia, prometto di passarti le chiamate di
tuo marito, se dovesse sentire la tua mancanza mentre si trova a Madrid. Non si
accorgerà che sei in viaggio di piacere.
“Figlio di puttana” pensò Lavinia. — Passo e chiudo — disse
allontanando l'obbiettivo.
Rapidissimo,
Brandimarte allungò la mano verso la strumentazione del suo intercom. — Ah,
perfetto! — esclamò raggiante — un metro esatto, cento centimetri all'anca!
—
Sarebbe? — domandò Lavinia allibita.
—
Ti ho misurato elettronicamente la lunghezza delle gambe. Quarantanove
centimetri di coscia, un metro esatto dal tallone all'anca!
—
Fottiti! — strillò lei, rossa di indignazione, spegnendo lo schermo.
*
* *
Lavinia
Berti sedeva sullo sgabello di design svedese che usava sia per collegarsi via
intercom che come ambiente per gli incontri virtuali host. Alle sue
spalle, un'alta finestra con vasistas dava sulla mole Antonelliana. Il fantasma
elettronico del suo cliente neonazista le girava intorno a passo pesante.
—
È una richiesta insolita da parte di un cliente, conoscere l'accompagnatrice
prima del rendez-vous — disse Lavinia con un sorriso commerciale sotto la
frangia.
L'uomo
mosse ancora qualche passo. — Sono un tipo all'antica. Non apprezzo certe
accompagnatrici troppo... appariscenti.
Lavinia
continuò a masticare la sua gomma euforizzante, un accorgimento per sembrare più
giovane. — E io sono di suo gusto? — domandò fingendo malizia.
L'uomo
si portò davanti alla finestra, un'ombra nel controluce simulato. — Quanti
anni hai?
—
Ventidue — mentì pronta Lavinia.
Il
cliente sorrise. — Non barare con me. Hai venti anni, si vede.
Lavinia
gli sorrise da sotto le ciglia, senza smentirlo. Era più prudente che il
cliente non sapesse che la sua ragazzina aveva ventisette anni, era laureata in
didattica della comunicazione e parlava quattro lingue.
L'uomo
si arrestò, sedendosi sul tavolino portavideo di Lavinia. Indossava un abito di
lana costoso, griffato, e scarpe fatte a mano; c'era qualcosa di scostante nel
suo viso tropo largo, nel suo ventre appena robusto, nelle mani a spatola:
qualcosa che faceva infuriare ancora di più Lavinia contro Brandimarte.
—
Davvero questo è il tuo aspetto, o si tratta di una simulazione? — domandò
l'uomo.
—
La nostra è un'agenzia seria — rispose Lavinia — assolutamente certificato
che tutte le ragazze da compagnia sono identiche all'originale. Il signor
Brandimarte le avrà dato la documentazione sulla qualità dello scanning.
Inoltre, siamo tutte non professioniste, io stessa faccio questo lavoro
occasionalmente per mantenermi agli studi.
Il
cliente si passò la lingua sulle labbra aride.
—
Mi hai convinto, però desidero che tu indossi questo abito per il rendez-vous.
Il mio nome è Romano.
Lavinia gli sorrise, mentre lui interrompeva la proiezione. “Te lo
puoi scordare che ti accontenti, stronzo di un nazista” pensò Lavinia mentre
a sua volta usciva dalla simulazione sfilandosi il casco.
*
* *
Mentre
indossava il casco, Lavinia Berti pensava a suo marito in volo verso Madrid. Non
che ci tenesse a tutti i costi a passare quel fine settimana con Federico, ma la
pretesa di Brandimarte di disporre del suo tempo (se non proprio del suo corpo
in senso materiale) secondo le necessità dell'agenzia la faceva avvampare di
ribellione.
“Ad
ogni modo” si disse “una piccola soddisfazione me la prenderò”. Si collegò
al direzionale del suo cliente, Romano, accettando senza riserve di inserirsi
nella sua simulazione host. Da quel momento e fino a quando sarebbe
scaduto il contratto, di lì a 24 ore, non aveva possibilità di uscire dal
mondo virtuale in cui accettava di entrare. L'unico suo contatto con l'esterno
sarebbe consistito nella possibilità di ricevere le eventuali chiamate di
Federico da Madrid, e in un canale di emergenza che Brandimarte metteva a
disposizione delle sue squillo per ogni evenienza, particolare sconosciuto ai
clienti.
Dopo
una breve fantasmagoria tridimensionale di passaggio si trovò immersa nella
simulazione di una stanza d'albergo. Vide un massiccio letto di ottone, tendaggi
di velluto, mobili d'epoca, un quadro sul muro e sculture neoclassiche come
soprammobili. Scarabocchiato con una vetrografica rosso sangue sullo specchio
c'era un messaggio:
Appena arrivi chiama il 236. Preparati per uscire.
Romano.
“E
tu preparati a una sgradita sorpresa” pensò Lavinia. Si divertì per un
attimo a immaginare cosa sarebbe accaduto nel caso avesse deciso di indossare un
chiodo di pelle, jeans stracciati e gelatina nei capelli; forse il cliente
avrebbe rotto il contratto?
Aveva
optato invece per una provocazione più sottile. Mentre chiamava l'interno 236
dall’intercom accanto al letto, si guardò nello specchio scarabocchiato:
indossava un blazer chiaro su un tubino cortissimo e attillato. I capelli
raccolti in una spirale sulla nuca completavano il suo look decisamente
radical-chic da circolo culturale, l'ideale per indisporre un neonazista.
Romano bussò quasi subito. Lavinia lo accolse affabile, lui batté le
sopracciglia senza una piega. “Proprio l'opposto del look bambolina che volevi
tu” pensò Lavinia.
—
Dove mi porti? — domandò con trentadue denti.
—
Abbiamo un appuntamento qui in città — mormorò Romano, rassegnato — una
festa di compleanno.
“Pericoloso
nazista sentimentale: una festa di compleanno”. Lavinia lo seguì: lui
indossava uno spolverino con bottoni di pelle e uno stetson a tesa floscia.
Scesero in un ascensore a gabbia di ferro battuto fino a un garage dove li
attendeva una pesante berlina blu. Sedettero dietro mentre un autista in divisa
guidava la vettura fuori dall'albergo.
Viaggiarono
attraverso una meticolosa simulazione di città, molto curata nei particolari:
si trattava di una rete a più utenti, un vero e proprio mondo virtuale in cui
Romano e i suoi compagni di gioco si ritiravano appena possibile, il tipo di
simulazione che solo gruppi numerosi e economicamente floridi possono farsi
progettare.
Lavinia
si era aspettata un universo cupo, con SS armate a ogni angolo di strada e
comunisti impiccati agli alberi: invece la berlina sfilò in un ampio viale
semideserto, autunnale. Romano le posò la mano fredda sul ginocchio, come se si
sentisse obbligato a un contatto fisico. Non glielo impedì, ma cercò di
controllare ogni particolare della scenografia senza dare corda all'uomo.
Non
riuscì a riconoscere la città ricostruita fino a che non passarono sotto
l'arco di Bonaparte. Era una Milano sventrata e riedificata da un delirio
architettonico, una scenografia monumentale, trionfale, impressionante.
Un
ordine teutonico regnava nelle strade pulite dove bella gente passeggiava
altera. Statue neoclassiche rappresentavano scene di guerra, con colossali
soldati dai muscoli di bronzo che tranciavano di baionetta la carne di subumani
ai loro piedi.
Infilarono
un viale di colonne di marmo scolpite a fascio littorio.
—
Mi sembra un'ottima ricreazione — ammise Lavinia — quale architetto l'ha
progettata?
—
Un camerata, uno dai gusti sani. Non uno di quei pervertiti islamizzati di
Firenze.
Al
termine del viale svettava l'altissima cupola di una basilica. Lavinia chiese al
suo cliente cosa fosse.
—
Il mausoleo della Patria — rispose Romano, orgoglioso — imponente, vero?
Stile neo-littorio, così si chiama.
—
Credevo che voialtri neonazisti vi ispiraste unicamente all'arte nordica —
rispose Lavinia simulando noncuranza.
Romano
la guardò, sospettoso.
—
Nazisti? — disse — chi te lo ha messo in testa? Il direttore della tua
agenzia, quel lenone di un Brandimarte, non capisce la differenza fra un nazista
e un autentico fascista.
“Stronzo di un Brandimarte” pensò Lavinia “mi ha fottuta. E
questo cretino non capisce chi è più astuto di lui. Con la storia dei miei
esami sul nazismo, Brandimarte mi ha costretta a cacciarmi in questa
pagliacciata razzista.”
In fondo al lunghissimo viale, due colonnati di portici si aprivano come
braccia a circondare il cortile interno del mausoleo. C'erano degli uomini ad
attenderli, ma quando la vettura si avvicinò Lavinia si rese conto che quasi
tutti erano cyborg, con metà del viso ricoperto da una guaina metallica e un
teleobiettivo al posto dell'occhio destro.
Un
passo davanti agli altri, un individuo sulla sessantina con un cappotto di
cachemire e uno stetson simile a quello di Romano.
—
Il camerata Altieri, segretario cittadino del partito — spiegò Romano —
vedi di essere affabile con lui: preferisce che noialtri frequentiamo donne del
partito.
La
berlina rallentò senza un movimento falso. Un ufficiale in divisa nera aprì
cavallerescamente la portiera e Romano scese, avviandosi velocemente per
stringere la mano all'uomo chiamato Altieri. Guardando l’alta cupola
monumentale del mausoleo, Lavinia posò un piede in terra. Sbadata, si rese
conto di aver lasciato la borsetta che conteneva il suo contatto con Brandimarte;
si allungò un attimo sul sedile per prenderla e quando tornò a voltarsi per
scendere si accorse che Altieri era fermo con le mani in tasca davanti alla
portiera.
—
Camerata Altieri, le presento la signorina Mata Hari — disse Romano.
Lavinia
si alzò in piedi, abbassandosi con le mani l'orlo del vestito. Nell'atto di
tendersi verso la borsetta, con i piedi già sull'asfalto, distesa sul sedile
con le gambe divaricate doveva aver offerto uno spettacolo imprevisto.
Tese
la mano, ma Altieri si chinò a baciargliela; malgrado l'età e la fede
politica, Lavinia si disse che era ancora un uomo piacente, con occhi grandi e
un profumo di bucato che invitava a stargli accanto.
I
cyborg non avevano fatto una piega; rimanevano alle spalle di Altieri,
l'espressione enigmatica accentuata dalla atmosfera stupefacente
dell'immersione. Romano precedette Lavinia nel mausoleo. In una hall
monumentale, notevolmente scenografica, una quantità di cyborg dall'espressione
concentrata passeggiavano guardinghi.
—
Sono tutti...
—
Sì — la prevenne Romano — sono tutte proiezioni. Non badiamo a spese:
ognuno di loro è affittato per l'occasione, nessun costrutto.
Seguirono una guida di velluto rosso e nero sino a un salone luminoso
con una enorme testa di Benito Mussolini in biotecnologia su una parete.
L'interno del locale era arredato in stile anni Trenta: c'era gente facoltosa,
uomini e donne, militari e borghesi; e Lavinia si sentì veramente, fieramente
fuori luogo fra gli uomini in costosi completi fiorentini e le donne in popeline
e longuette con pochi spacchi osé. “Fascistelli cocainomani” pensò
“l'unica soddisfazione che vi è rimasta: ritrovarvi in branco come lupi
all'interno di mondi virtuali dove finalmente siete i padroni.”
—
Chi sarebbe il festeggiato? — domandò.
—
Festeggiato? — rispose perplesso Romano.
—
Mi hai detto che era una festa di compleanno.
L'uomo
quasi si indignò. — È il genetliaco del Duce — rispose a denti stretti.
Si
avvicinò un uomo per dire a Romano che era atteso a giocare a baccarat. Romano
si allontanò scusandosi con freddezza, senza neanche chiedere il permesso di
Lavinia, cosa che lei trovò estremamente indisponente. Finalmente libera per
qualche minuto, per la prima volta da quando era scesa nella simulazione, si
appartò su una poltrona laccata non distante dal tavolo da gioco, ascoltando i
tanghi di un'orchestrina mentre sentiva commenti a voce alta sul suo look.
Per
giocare, Romano si era comunque seduto in posizione strategica in modo da
tenerla d'occhio. Lavinia avrebbe voluto avere un orologio per controllare il
tempo trascorso; si stava annoiando, o forse era il disgusto per la
pagliacciata, tanto che valutò l'idea di chiedere a Romano di
tornare in albergo.
Dopo alcuni minuti cessò di preoccuparsi. Altieri si avvicinò con due
aperitivi sedendosi alla poltrona di fronte alla sua e attaccando bottone.
—
La signorina Mata Hari... — esordì l'uomo, che senza cappotto sembrava più
umano; Lavinia dovette ammettere a sé stessa che era un tipo interessante —
qual è il suo nome di battesimo?
—
Lavinia — rispose lei sorridendo di cortesia, dopo un breve indugio
sull'opportunità di rivelarlo.
—
Lavinia! Splendido nome, la figlia del re dei latini, sposa di Enea. Conosce la
letteratura classica?
“Tenere a bada quest'uomo sarà molto più difficile che controllare
il mio cliente” si disse Lavinia.
—
Un nome romano — continuò Altieri — splendidamente adatto a un'occasione
come questa. Labinia virgo dei. Anche se lei non mi sembra né entusiasta
di trovarsi qui né tantomeno vergine.
Altieri
parlava tenendosi curvo verso Lavinia.
—
Non scommetta sul mio entusiasmo — rispose lei raccogliendo un passatempo
dermico dal tavolino — tantomeno sulla mia verginità.
L'uomo
sorrise e le passò un aperitivo, spostando tutto il peso sui gomiti per essere
più vicino ai ginocchi di Lavinia.
—
Vediamo se indovino. Radical-ecologista? Animalista direi di no. Radicale di
sinistra? Via, non faccia la ritrosa: a me può dirlo.
“Stronzo” pensò Lavinia masticando la sua gomma euforizzante.
—
Non mi intendo di politica — replicò con un sorriso smaccatamente ingenuo —
sono un'amica di Romano, mi ha chiesto di accompagnarlo.
Altieri
fece una smorfia complice. — Uomo fortunato, almeno nella realtà virtuale.
Probabilmente sa anche lui che il sesso orale è uno dei punti di forza di
voialtri di sinistra.
“Fottuto
fascista, ti farò andare in cortocircuito” pensò Lavinia. Le parve incredibile che Romano non
si accorgesse dell'attenzione esagerata del camerata Altieri; insofferente
dell'indifferenza del suo cliente, bevve il suo aperitivo e chiedendo scusa a
Altieri si avvicinò a Romano al tavolo da gioco, chiamandolo in disparte.
—
Quel tuo amico, il segretario del partito, mi sta spogliando con gli occhi da
quando hai cominciato a giocare — gli disse senza preamboli.
—
È solo ammirazione, cara Mata Hari — le rispose Romano impassibile — se
credi, puoi dirgli di smetterla, ma non so se obbedirà: è abituato a
comandare. Comunque, ha buon gusto per essere un milanese.
Lavinia
lo fulminò con un'occhiata. — Non fare lo spiritoso — gli rispose e tornò
da Altieri.
—
Non sono la sua ragazzina di turno — gli disse — la prego di cercarsi
un'altra compagnia.
L'uomo
la fissò negli occhi, divertito. — Devo farmi dare il nome della sua agenzia
da Romano: la sua fedeltà al contratto rivela una professionalità degna di
lode. Mi piacerebbe però insegnarle personalmente le buone maniere verso chi ha
qualche anno in più di lei, in una prossima occasione.
Indisposta
da Altieri e da Romano che continuava a giocare a baccarat, Lavinia si spostò
su una poltrona piuttosto vicina al giardinetto di bosso che si vedeva oltre la
veranda del salone, dove sedette senza fare caso alle occhiate.
Il
che fu difficile, perché pur essendo rimasto a conversare con un paio di
quarantenni con gonne di popeline, accanto al tavolo dei giocatori, Altieri si
voltava ostinatamente verso di lei. A un certo punto il fastidio quasi fisico le
impedì di concentrarsi sulla soluzione del dermico a incastro.
Allora Lavinia si offese ed uscì in veranda, sedendosi su una poltrona
di vimini a guardare la scenografia classicamente demente del camerata
architetto che aveva devastato Milano. Raccolse le gambe sul sedile e si dispose
a seguire su uno schermo murale un videoclip dei Motortunes, infiltratosi chissà
come in quel raduno di fascisti con la sua musica sincopata che conteneva
messaggi subliminali.
Si strinse nelle braccia perché all'esterno l'aria era fresca. Malgrado
non potesse coprirsi le gambe, preferì non fare ritorno nel salone.
“Depravati fascisti, ipocriti, pensò per vendicarsi, voyeur e fottute frigide
di partito.”
Le
siepi di bosso erano state modellate a forma di fasci littori, di bipenni e
rozze aquile dalle ali piegate, il tutto rivelava un gusto kitsch spinto alle
estreme conseguenze.
Musica
classica raggiungeva Lavinia da dietro le spalle; udiva anche il brusio della
conversazione formale, e quando riuscì finalmente a escluderlo dalle orecchie,
la porta della veranda alle sue spalle si aprì e Lavinia volse la testa di
scatto: era Romano, che venne a sedere accanto a lei.
—
Finito di giocare?
—
Non sono bravo: non mi piace il rischio.
—
E cosa ti piace? — domandò Lavinia tanto per parlare, infastidita dal fatto
di aver accettato di rovinarsi il fine settimana per colpa di Brandimarte.
Romano
non rispose ma si piegò verso Lavinia, posandole una mano sul ginocchio nudo.
—
Ti annoi? — disse.
Lavinia
accavallò le gambe per scacciargli la mano, irritata dal fatto che era rimasto
quasi indifferente quando gli aveva detto di Altieri.
—
Forse è meglio andarcene — disse — che ne diresti di fare un giro per
mostrarmi la città mentre ritorniamo in quel tuo albergo?
—
Aspetta, ti porterò in un posto che ti piacerà — disse Romano porgendole il
braccio per aiutarla ad alzarsi — non penserai che siamo venuti qui per
giocare a carte?
Tornarono
nel salone camminando a braccetto proprio sotto gli occhi di Altieri.
—
Dove andiamo? — domandò quando si fermarono davanti alla gabbia di ferro
battuto a forma di aracnide di un ascensore, in uno dei corridoi circolari
intorno alla cupola del mausoleo.
—
In piscina — rispose Romano.
—
Piscina?
—
Sotto il mausoleo i nostri architetti hanno disegnato una piscina di acqua
tiepida che è un capolavoro di realtà virtuale.
Romano
aprì il cancelletto dell'ascensore e scesero in un seminterrato uscendo di
fronte a un lounge bar dove un africano in divisa amaranto preparava dei
drink.
— Bevi qualcosa, intanto? — le domandò Romano.
C'era
poca gente al banco, perciò sedettero tranquillamente ai seggioloni dove Romano
ordinò per Lavinia una spremuta d'arancia, che lei prese volentieri perché era
particolarmente curiosa di provare le simulazioni alimentari ogni volta che
calava in un mondo virtuale. Tutto intorno al bancone correva una mappa viaria
dell'Impero romano, molto dettagliata. I sottobicchieri erano riproduzioni di
medaglioni del ventennio, i rubinetti della birra a pressione fasci littori di
cromo.
La
bevanda era eccellente: saltava contro il palato come una vera bibita gassata.
Lavinia non notò l'arrivo di Altieri perché non prestava attenzione: anzi,
pensava a tutt'altro osservando il suo cliente che trattava con superiorità il
barista di colore. Lavinia si sentì osservata; cercò la fonte della sensazione
e incontrò il suo sguardo: si era accomodato in poltrona, a fianco del bancone.
Come
sempre nei viaggi dentro i mondi virtuali dei suoi clienti, le pareva di vivere
la situazione come una trasgressione ingenuamente inebriante. Inoltre, voleva
provare se davvero Romano non si preoccupava che Altieri l'avesse seguita.
Continuò perciò a sorseggiare la sua spremuta finché Romano la invitò a
seguirlo sul retro, mentre Altieri li pedinava con gli occhi, impenetrabile.
Fu
introdotta in un locale incredibile: nei sotterranei del mausoleo c'era un vasto
ambiente, la volta sorretta da eleganti colonne di granito lucido; una piscina
d'acqua scura e fumante con una guida di velluto rosso tutto intorno al bordo,
un capolavoro di ricreazione virtuale tale da lasciarla incantata.
—
L'illuminazione elettrica è scarsa — spiegò Romano — ma così è più
intimo.
Lavinia
scorse in un angolo scuro un carrello con una pila di asciugamani o accappatoi.
Romano accese una lampada da parete, poi la condusse sul lato più lungo della
piscina fino ad alcune sedie di legno pregiato.
—
Ti piace? — le chiese.
—
È incredibile — confessò lei — non sono mai stata in un posto
simile. Mi piacerebbe conoscere quei vostri architetti...
—
Talento autentico, talento italiano al servizio dell'Idea.
Con
un telecomando, Romano accese tutte le luci alle pareti e la piscina si riempì
di una luminosità suggestiva e tremolante.
La
simulazione rasentava la perfezione: una sottile corrente d'aria carezzava
appena le caviglie di Lavinia, facendole accapponare a tratti la pelle. L'acqua
della piscina era trasparente come cristallo.
—
Ci si può tuffare? — domandò; senza pensare a cosa diceva.
Il
suo cliente si sporse per prenderle un asciugamano.
—
Non esistono costumi quaggiù — disse — lo sai.
Con
passi lenti, studiati, da felino, Lavinia si avvicinò al bordo dell'acqua. Levò
il blazer e abbassò la cerniera del vestito sulla schiena, sfilandoselo dai
piedi; quindi sedette al bordo della vasca, stringendosi nelle braccia i
ginocchi piegati al seno nudo.
Romano
la invitò con un gesto a scendere in acqua, ma non le andava di spogliarsi
completamente davanti a lui, neppure in una ricreazione virtuale.
Eppure
moriva dalla voglia di fare una nuotata. Scese dalla scaletta senza levarsi la
biancheria intima. L'acqua era più calda di quanto si aspettasse; dette alcune
bracciate voluttuose arrivando alla sponda opposta.
Tornò
indietro alla scaletta, aggrappandosi per uscire e respirare. Abbassò gli occhi
e vide che gli slip erano diventati perfettamente trasparenti per l'acqua.
Romano
si irrigidì. Il palmtop che teneva nella tasca della giacca stava suonando.
Dette un'occhiata al display, quindi si scusò con Lavinia: — C'è un problema
che richiede la mia attenzione, devo tornare di sopra; puoi rimanere a nuotare
se vuoi, ti raggiungerò fra poco.
Quasi
sollevata di essere rimasta sola, Lavinia tornò a immergersi nuotando di
schiena, lentamente, rilassandosi. Udì i passi del suo cliente fino alla porta,
poi più nulla. Non aveva mai sperimentato una tale intensità nella ricreazione
tridimensionale. Sembrava veramente di essere immersa in una piscina tiepida,
profumata di sali da bagno.
Chiuse
gli occhi, galleggiando finalmente sola; sentiva l'acqua tutto intorno al viso.
Si voltò a ventre in giù, concentrandosi. Con un movimento il più possibile
perfetto, dette due bracciate tagliando l'acqua, poi estrasse il capo e disse
— Sei.
Immediatamente,
il programma di iterazione muscolare che portava registrato segretamente nella
propria matrice software le duplicò sei volte il medesimo movimento,
conducendola senza sforzo alcuno alla sponda opposta.
Si
rimise di schiena, galleggiando. Rimpianse di non avere mai trovato un simile
realismo di simulazione nelle precedenti discese.
Galleggiava
già da alcuni minuti quando vide che c'era qualcuno sul bordo della vasca.
Affondò immediatamente, tornando fuori appena con gli occhi: era Altieri.
—
Cosa ci fa lei qui?
—
Mi sembra un peccato lasciarla tutta sola.
—
Non si preoccupi per me.
Lavinia
si avvicinò con circospezione alla scaletta, ma senza riemergere. Senz'altro il
giocatore non l'aveva vista durante l'iterazione di movimento.
—
Dove è andato Romano? — domandò.
—
Di sopra, insieme ai camerati. Ha un lavoro da fare: non creda che scendiamo
quaggiù solo per spassarcela con le ragazzine, con quello che costa una
simulazione di questa qualità.
Lavinia
si aggrappò alla scaletta. — Le spiace passarmi i miei vestiti?
Altieri
si allungò, raccogliendo un asciugamano. Lavinia salì, coprendosi con le mani
il seno gocciolante. Mentre si voltava di spalle, Altieri le incollò
l'asciugamano sulla pelle bagnata.
—
Le spiacerebbe attendermi fuori? — gli disse stizzita, per la prima volta
infastidita dal realismo della simulazione.
—
Non ne ho la minima intenzione — rispose lui senza scostarsi.
Lavinia
si accorse di tremare dal freddo. Si asciugò in fretta, ma la irritava la
vicinanza di Altieri.
D'improvviso
le mani dell’uomo furono sulle sue spalle per aiutarla. Lavinia sentì di
nuovo il suo profumo di saponetta, vide le sue dita rugose come corteccia a tre
centimetri dal viso, sentì la sua impronta palmata attraverso l’asciugamano.
Temette di sentire da un momento all'altro le sue dita sul seno; invece la
asciugò con cura, tamponando, poi lasciò cadere la salvietta. La voltò verso
di sé, completamente nuda, e la strinse con le braccia contro la giacca ruvida.
—
Mi lasci andare, Altieri — disse Lavinia cercando di scostarlo — se ci vede
Romano, romperà il contratto. La penale è fortissima.
Con
le dita, l'uomo le contò le vertebre. — Crede che un menagramo come Romano
abbia i mezzi per pagarsi una compagnia come la sua? — disse Altieri a voce
bassissima, fermando la mano sui glutei di Lavinia — sono io stesso che
amministro i fondi del partito per attività... ricreative
Senza
darle il tempo di rispondere, aprì la bocca incollandola sulla sua.
Lavinia
si trovò pressata contro il suo petto. Con una mano dietro la sua schiena e
l'altra sul fianco, l'uomo la trattenne. Prima di riuscire a reagire, Lavinia si
rese conto di quanto fosse eccezionalmente realistica la simulazione della sua
bocca. Poi staccò i suoi tentacoli dalla propria pelle.
—
È stato lei a far chiamare Romano fuori dalla piscina?
—
Questo è un convegno politico — rispose l'uomo — non solo una festa
mondana. Il camerata Romano ha del lavoro da fare.
—
È meglio se andiamo — disse Lavinia, tremando, e si inginocchiò a
raccogliere il vestito.
—
Non c'è un asciugacapelli? — domandò mantenendosi distante da Altieri.
—
Di là, al bar — rispose l'uomo in tono neutro.
Lavinia
non poteva rimettersi la biancheria intima bagnata, le avrebbe macchiato il
vestito. Piegò gli slip nella tasca del blazer e infilò rapidamente il tubino,
cercando di pettinarsi.
*
* *
—
Come è finita in un posto del genere, mam'selle?
Lavinia levò gli occhi dal pozzo dei desideri del suo cocktail. Il
barman di colore la guardava da sopra l'ottone lucidissimo della Carpigiani.
—
Come sarebbe a dire? — domandò Lavinia.
Non
era rimasto più nessuno nel lounge bar sotterraneo: Altieri era salito
insieme agli altri giocatori per qualche questione congressuale; giustamente,
come aveva detto, non era solo una festa di compleanno.
—
Lei non mi sembra... — il nero si strinse nelle spalle — non mi sembra una
fanatica come loro...
Lavinia
ripensò alla fantasia di pochi minuti prima.
—
Non sei italiano, vero? Per quello che ne so io, potresti anche essere un
bergamasco calato nella matrice di un nero del Senegal.
—
Lei non mi inganna, mam'selle: non si trova qui per sua volontà.
—
Non tocchiamo questo tasto... — sospirò Lavinia immaginando di trafiggere
Brandimarte con uno spillone da fattucchiera.
La
qualità della riproduzione in cui si trovava era straordinariamente reale: gli
ospiti del partito dovevano avere a disposizione mezzi modernissimi, reality
engines di dimensioni enormi, architetti di prim'ordine. Senz'altro fra i
giocatori si celava qualche pezzo grosso dell'industria o della politica in
incognito. Si stupì di non avere mai sentito parlare prima di quella demente
ricreazione fascistoide.
— Lo sa, signorina? — disse il nero piegandosi con confidenza verso
Lavinia — lei ha le gambe più belle che possa avere una donna bianca.
—
Tira la testa fuori dalla sabbia — rispose Lavinia — questi ti trattano come
una scimmia, come ti tratterebbero là fuori se dovessero vincere le elezioni...
—
C'è un tempo per tutto — replicò il ragazzo, risollevandosi — un tempo per
le donne e un tempo per la spranga, mam'selle. Il pane e le rose, n'est-ce
pas?
Lavinia
lo vide irrigidirsi. Si voltò, mentre Romano usciva dall'ascensore.
—
Cosa fai qui sola con questo... africano? — disse brusco.
—
Tu mi hai lasciata sola.
Il
suo cliente la afferrò per un braccio.
—
Senti, stronzetta — sibilò fra i denti — quelle vacche là sopra hanno già
abbastanza da sparlare senza che tu rimanga qua sotto, sola con un negro.
—
Lasciami il braccio — gli intimò Lavinia.
L'uomo
la strattonò, facendola scendere dallo sgabello.
—
Vieni con me, forza.
Dovette
seguirlo all'ascensore, afferrando al volo la borsetta. Ma invece di fermarsi
nel salone del mausoleo, Romano ascese silenziosamente di diversi altri piani.
Quando
uscirono, si trovavano in un'anticamera di stile borbonico. Solo una porta dava
su un altro locale.
—
Spogliati — disse Romano.
Lavinia
credette di non avere capito. — Come?
—
Spogliati. Levati tutto.
“Stronzo
fascista” pensò Lavinia sfilandosi il blazer “scommetto che non hai mai
avuto una donna senza pagare.”
L'uomo
prese la sua giacca, tenendola sul braccio. — Il vestito — disse con un
gesto impaziente della mano.
Lavinia
si abbassò la zip sulla schiena e lasciò cadere il tubino, quindi Romano la
condusse per un braccio alla porta sul fondo della stanza. Dava su una camera da
letto di design semplice e classico al tempo stesso: drappeggiato su un
manichino trasparente c'era un vestitino blu scuro, simile a quello che Lavinia
indossava il giorno in cui il suo cliente aveva voluto conoscerla di persona.
—
Accomodati — la introdusse Romano — io scenderò dai camerati, ma tornerò
appena possibile. E voglio trovarti con quel vestito.
Appena
fu uscito con la sua borsetta che conteneva il collegamento con Brandimarte,
Lavinia posò il palmo della mano sulla porta: non si aprì, era sintonizzata
sul tocco della mano di Romano.
Era
chiusa dentro.
*
* *
Appena
finito di vestirsi con l'unico abito a disposizione Lavinia si fermò davanti
allo specchio del bagno. Facendo leva con un'unghia, sollevò una capsula da un
dente finto nella quale aveva nascosto un comando miniaturizzato: estrasse un
microscopico cacciavite retrattile, con il quale cambiò la disposizione di
alcuni sensori all'interno del dente. Rimise al suo posto la capsula, premendo
con la lingua, quindi andò alla finestra.
Modificata
la sua sensibilità alla simulazione, il panorama virtuale le appariva molto
meno definito: la ricreazione si era trasformata in un disegno elettronico molto
particolareggiato, ma pur sempre un disegno.
“Se
credi di avermi bloccata, sbagli di grosso” pensò Lavinia aprendo la
finestra. Uscì sul davanzale a picco sul parco che circondava il mausoleo.
L'aria era fredda sulla pelle e tirava un venticello insistente che le gonfiava
i capelli, ma era impossibile provare vertigini in quel panorama da videogame.
Scivolò
a piedi uniti sul cornicione, voltata verso l'oro del rivestimento della cupola.
Trovò una connessione, una serie di bulloni concavi rivettati in una lunga fila
verticale. Sollevando un piede, poggiò la punta della scarpa sul primo
appoggio, controllando con i polpastrelli la tensione del muscolo semitendinoso;
contò approssimativamente i bulloni e pronunciò nettamente — Cinquanta.
Immediatamente
il programma di iterazione la portò in cima alla cupola, senza intervento
fisico da parte sua e con una
precisione di movimenti che replicò con perfezione elettronica il suo primo
passo. Bastò aggiungere un altro — Dieci — per ritrovarsi al davanzale di
una finestra, oltre quindici metri più in alto di quella da cui era evasa.
Non
c'era un altro piano più sopra, solo una cupola più piccola sorretta da un
colonnato circolare. Sperando che nessuno l'avesse vista arrampicarsi come una
donna-ragno sulla bullonatura del rivestimento, Lavinia passò le dita sotto
l'orlo del battente della finestra e facendo leva appena con le unghie il vetro
si sollevò. Alzò del tutto la finestra scavalcando il davanzale e scendendo
silenziosamente nella stanza. Si fermò ad ascoltare, ma non sentendo rumori
richiuse la finestra e specchiandosi nel debole riflesso ripeté l'operazione
all'interno del proprio dente per ritornare alla alta definizione nella visione.
La
porta dava su un ballatoio affacciato sull'interno del mausoleo, ma seguendo la
ringhiera trovò una scala che portava più in alto. Non si vedeva nessuno;
tenendosi rasente al muro nell'illuminazione scarsa, Lavinia pensò che non era
vestita abbastanza comoda per un'incursione in un covo di neofascisti.
Salì
in punta di piedi i gradini di pietra, e giunta al piano superiore vide una luce
in fondo a un corridoio circolare. Piegata in due, si levò le scarpe e
tenendole in mano strisciò a piedi scalzi verso la sorgente luminosa.
A
metà corridoio udì un rumore appena accennato dietro di sé, si inginocchiò e
si voltò. Dietro di lei, sulla soglia di una porta, c'era un cyborg che la
teneva sotto mira di una frusta elettrica.
—
Chi è lei? — domandò il guardiano con la frusta.
Nel
silenzio sgomento che seguì, Lavinia valutò la situazione, ma reagire era
troppo rischioso: aveva sentito parlare del dolore che le fruste virtuali,
vietate da qualsiasi legge, potevano infliggere agli utenti delle simulazioni.
Senza fare un movimento, rimase accucciata, pronta a scattare.
—
Mi sono persa — rispose — volevo salire per ammirare la cupola dall'alto e
mi sono trovata qua; controlli pure, sono invitata insieme a Romano.
La
scatola piatta di un palmtop apparve in mano al cyborg, che digitò qualcosa
osservando il display. Si accovacciò poi davanti a Lavinia, sorridendo con
falsa cordialità. Lei fece il gesto di alzarsi, ma il cyborg la trattenne per
un braccio.
—
No, la prego, stia comoda. Complimenti, signorina Mata Hari, è stata brava ad
entrare: non si può salire quassù a piedi. Purtroppo capirà che non possiamo
lasciarla andare.
Lavinia
lo guardò imbarazzata, fingendo innocenza, ma il cyborg era serio.
—
Guardi che posso spiegarle. Vuole chiamare il camerata Romano, per favore?
Il
cyborg trasse di tasca un allarme, premendolo. Con la coda dell'occhio, Lavinia
vide sopraggiungere altri cyborg e
capì di aver perso l'opportunità di fuggire.
Rassegnata,
tornò a infilare le scarpe appoggiandosi con la mano a una stufa di maiolica.
Il
cyborg estrasse di tasca un laccetto di materiale plastico, con una linguetta a
pressione a una estremità dentata, che Lavinia riconobbe subito per un paio di
manette antisommossa.
—
Vuole avere la compiacenza di mettere le mani dietro la schiena? — disse,
sempre sorridendo dal suo occhio telescopico.
Lavinia
comprese che stava per essere immobilizzata e cercò freneticamente una via di
uscita, ma il tempo a disposizione era nell'ordine di secondi.
Senza
alzarsi, ubbidì con studiata lentezza. Voleva avere il tempo di esaminare la
situazione. Mentre il cyborg le prendeva i polsi, incrociandoli all'altezza
della spina dorsale, Lavinia alzò gli occhi sugli altri: c'era quello che
l'aveva scoperta, e ancora la teneva sotto tiro della frusta, più altri due che
sembravano cloni, alti e biondi come tedeschi. Tutti e tre indossavano
minacciosi giubbotti antiproiettile, praticamente inutili in una simulazione, e
bracciali con borchie metalliche.
Lavinia
non oppose resistenza perché sarebbe stato inutile.
—
Se chiama Romano, le spiegherà tutto — disse.
Il
cyborg finì di stringere il sigillo, quindi si alzò. Lavinia non riuscì a
liberare le mani, anzi facendo forza sui polsi riuscì solo a serrare ancora di
più la cinghietta sulla pelle. Era legata molto strettamente, non riusciva a
fare il minimo movimento con le mani.
L'uomo
con la frusta aiutò Lavinia ad alzarsi, sollevandola per un braccio. Seguirono
gli altri verso il locale illuminato che Lavinia aveva visto arrivando. Era un
ampio soggiorno con mobili stile impero: un tavolo con diverse sedie, un divano,
carta da parati e tende, ritratti di imperatori romani alle pareti. Il cyborg
Manetta disse qualcosa all'orecchio del cyborg Frusta, che annuì e portò
Lavinia nell'angolo, accanto alla finestra.
—
Sieda — comandò, senza fare cenno di aiutarla.
Appoggiando
i gomiti al muro, Lavinia cercò di scivolare sul pavimento piegando un
ginocchio. Bene o male riuscì a sedersi in terra, e cercò di rilassarsi per
radunare le idee e trovare una scusa plausibile nel caso non credessero a un suo
arrivo casuale. Avrebbe potuto raccontare di essere uscita dalla finestra della
stanza in cui Romano l'aveva chiusa, ma era credibile che una ragazzina di venti
anni si fosse arrampicata per quasi venti metri su una cupola di oro e rame?
Doveva affrontare la prospettiva di rimanere prigioniera dei cyborg fino a che
lo scadere del suo contratto le avrebbe permesso di uscire dalla simulazione.
Fece oscillare il peso del corpo contraendo i muscoli delle braccia, delle gambe
e dei glutei, in modo da girarsi su un fianco nella speranza di trovare sollievo
alla scomodissima posizione. Spostò il peso su un gomito e piegò su un lato i
ginocchi poggiando le gambe in terra, maledicendo il realismo della simulazione,
persino in una situazione estrema come quella.
Contrasse
le dita delle mani per riattivare la circolazione sanguigna oltre i polsi
legati. Girata finalmente sul fianco, si impose di rallentare la respirazione
per calmarsi.
Frusta
e i gemelli sedettero al tavolo, dove un teleschermo mostrava la sala principale
del mausoleo della Vittoria: un giocatore stava parlando ai presenti, sullo
sfondo di una gigantografia di Benito Mussolini, ma l'audio non era collegato e
i cyborg erano visibilmente annoiati.
Il
cyborg Manetta era uscito subito dalla stanza; dopo qualche minuto Frusta si alzò
per tornare da lei; fermo in piedi, le mani in tasca, ricambiò lo sguardo di
Lavinia dall'alto in basso.
—
Cosa volete da me? — domandò Lavinia cercando di togliere qualsiasi tono alla
voce — perché non mi slega? Anche se ci troviamo in una simulazione, non è
legale trattenere una persona contro la sua volontà.
—
Sgranchisca pure le gambe, prima che arrivino a prenderla — disse il cyborg,
non senza ironia, dopo di che tornò al tavolo con gli altri a osservare
annoiato la cerimonia sullo schermo.
Lavinia
si alzò da terra, andando alla finestra. Si sentiva soffocare in quella stanza;
sedette sul davanzale di legno laccato, appoggiando i gomiti alla spalliera
della finestra e tirando su anche i piedi per distendere le gambe
Sul
davanzale faceva più freddo ma almeno poteva guardare fuori per cercare una via
di fuga, fingendo indifferenza. Grosse automobili scivolavano leggere nei viali
spaziosi, lontano oltre il parco di querce del mausoleo. Nella città virtuale
regnava un ordine maniaco, poliziesco, paranoico. I cyborg continuavano a
voltarsi per guardare ma Lavinia li ignorò, stavolta seriamente. Piegò appena
i ginocchi, sovrapponendo le gambe sul largo asse di legno del davanzale.
Appoggiando
la spina dorsale alle braccia legate contro la spalla della finestra, Lavinia
pensò a Federico, ignaro che sua moglie si trovasse in un pericolo per niente
virtuale. Sospirò, maledicendo la propria imprudenza, e provò a pensare alle
possibilità di contattare Brandimarte: ma la trasmittente era rimasta nella
borsetta quando Romano l'aveva costretta a spogliarsi.
Frusta
disse una parolaccia e cambiò sintonia con il telecomando, passando
dall'immagine del congresso a un videogioco. Gli altri approvarono, e si
impegnarono tutti quanti a un gioco che Lavinia non conosceva, senza curarsi più
di lei.
Dopo
qualche minuto uno dei due cloni si alzò da tavola mentre i compagni di gioco
ridevano. Prese una sedia e venne a sedersi accanto al davanzale.
—
Ho perso — disse stringendosi nelle spalle.
Lavinia
ritrasse le gambe verso il vetro della finestra.
Il
ragazzo tirò fuori di tasca una presa di cocaina.
—
Vuole tirare? L'effetto è estremamente realistico.
Lavinia
scosse il capo, allora il biondo mise via la bustina. Sistemò la sedia contro
il davanzale, appoggiandoci sopra il gomito in modo da rimanere proprio di
fronte, nella posizione migliore per guardarle sotto la gonna.
—
Deve proprio stare qui? — domandò lei, stizzita.
Il
cyborg passò un dito sulla caviglia di Lavinia, che si ritrasse. Concentrandosi
sull'esterno tentò di ignorarlo. — Ha dei muscoli eccezionali nelle gambe —
disse mettendosi comodo — pratica sport? Cyclette? Step?
Allora
la porta si spalancò; il cyborg Manetta entrò precedendo il camerata Altieri.
Sospirando, Lavinia si afflosciò contro il davanzale della finestra, contando
le ore che mancavano al termine della simulazione.
—
La nostra studentessa — disse Altieri — cosa fa? Si appassiona di
architettura, adesso? Voleva vedere la cupola del mausoleo dall'alto?
—
È la verità — rispose Lavinia, sapendo di non poterlo convincere — quegli
animali dei suoi cyborg mi hanno trattata come un criminale: quando lo saprà
Romano, le toccherà renderne conto.
—
A tempo debito, sarà il camerata Romano a rendere conto a me — rispose
Altieri avvicinandosi per sedersi di taglio sul davanzale.
—
Le dispiace ora slegarmi? — disse Lavinia cercando di passare all'attacco.
—
Non si penso nemmeno. Ritengo che lei debba ricevere una punizione esemplare:
non mi piacciono i curiosi.
—
Davvero? — rispose stizzita Lavinia — cosa
le piace, allora? Legare ragazze indifese?
Altieri
non rispose, ma si piegò posando una mano sul ginocchio nudo di Lavinia.
—
Si annoia, signora Berti? — disse.
—
Ha finito di osservare lo spettacolo? — disse Lavinia, accavallando le gambe
per scacciargli la mano e spingerlo ad alzarsi, fremente di indignazione per il
fatto di non potersi coprire le gambe con le mani legate. Poi ripensò a quello
che aveva detto l'uomo, e si sentì impallidire.
—
Come? Io non mi chiamo Berti.
Allora
l'uomo si curvò verso di lei.
—
Chissà se suo marito Federico sa di questo vizietto... Probabilmente non
conosce neppure il nome di quella sua agenzia di incontri virtuali.
—
Ma cosa dice? — replicò Lavinia — per favore, mi sleghi: le prometto che
uscirò immediatamente dalla sua simulazione.
—
Ripeto, non ci penso nemmeno.
Lavinia
arrossì violentemente, anche contro la propria volontà. Come avevano fatto a
sapere di lei? Brandimarte aveva promesso.
—
Lei è un vigliacco! — gridò rossa di indignazione — uno psicopatico che si
diverte a legare le ragazzine!
Altieri
rise.
—
Guardi che abbiamo dei mezzi per rintracciare informazioni che lei neppure
immagina. In quanto al fatto che lei è una studentessa, scommetto che ha avuto
più rapporti sessuali la signora Lavinia Berti di tutti noialtri in questa
stanza messi insieme, compreso me stesso con i miei sessanta anni.
—
Maiale! — strillò Lavinia, esasperata.
Altieri
la fissò serio, quasi sul punto di colpirla, poi si distese e le prese con
delicatezza il mento fra le dita.
—
E poi sono ancora curioso per quella questione che le dicevo — aggiunse
sottovoce al suo orecchio — davvero il sesso orale è di sinistra? — e senza
preavviso afferrò le spalline del vestito di Lavinia, strattonando giù
vigliaccamente verso le spalle fino a denudarle il seno.
Lavinia
trasalì e trattenne il fiato, attonita, impotente a difendersi.
—
Tappale quella bocca — comandò allora Altieri a Manetta — ho in mente un
castigo davvero esemplare per la nostra studentella indiscreta.
Mentre
Altieri se ne andava, Manetta si avvicinò e con un rapido gesto vicino al suo
volto, chiuse la bocca di Lavinia. “Un device illegale!” pensò lei.
Il cyborg non aveva usato un oggetto riconoscibile.
—
Portatela di sopra — comandò Altieri sulla porta per uscire — nella stanza
accanto a quella che sapete. Se riesce a liberarsi, pagherete tutti — e uscì
senza curare Lavinia di uno sguardo. Manetta la fece scendere dal davanzale e la
accompagnò fuori, a una scala che saliva ancora sino alla vetta del mausoleo.
In
cima c’era un'ampia sala a forma di poligono regolare divisa a metà da un
muro; una serie di finestre separate da colonne lisce correva tutto intorno.
Lavinia comprese di trovarsi alla sommità estrema della cupola del mausoleo
della Vittoria.
C'erano
alcuni divani-letto e degli schermi 3D, come se la stanza fosse destinata a sala
d'attesa. Lavinia si domandò cosa ci fosse oltre il muro, ma Manetta la
condusse a un divano.
—
Sdraiati — comandò.
Lavinia
ubbidì, coricandosi prona e a gambe unite ma tenendo d'occhio Manetta da sopra
la spalla. Il cyborg le legò strettamente i piedi con un altro paio di manette
di fibra. Lavinia mugolò per protestare, ma il cyborg le torse i piedi
costringendola a piegare li ginocchi e allacciò insieme le manette dei polsi e
delle caviglie. Quando la lasciò andare, si ritrovò incaprettata come un
animale al macello.
Manetta
sedette accanto a lei, sul cuscino del divano.
—
Questi stronzi di fascisti hanno deciso di darti in pasto al mostro — disse
— per me sono pazzi: potrebbero prenderti loro tutte le volte che vogliono, e
preferiscono offrirti a un fantasma.
Lavinia
rabbrividì per le parole del cyborg. Mostro? Fantasma? Cosa intendeva dire il
cyborg?
Manetta
uscì, visibilmente controvoglia, e finalmente Lavinia poté rilassarsi.
*
* *
Dopo
un certo tempo, Lavinia udì dei passi oltre la porta: sollevò il capo nella
notte milanese che invadeva la stanza alla sommità della cupola. Provò ancora
a fare forza sulle manette di plastica che la seviziavano, ma proprio in quel
momento la porta si spalancò. Vide, attraverso la frangia sugli occhi, una
serie di figure. Subito la stanza si illuminò e riconobbe Altieri, Romano,
Manetta e Frusta, altri cyborg e diversi invitati che aveva visto di sotto:
c'erano almeno una ventina di persone, comprese due donne che la studiavano come
divertite dal fatto che fosse legata.
—
Ecco la nostra spia — esordì Altieri, facendo cenno agli altri di entrare —
Lavinia Berti, consulente pubblicitaria in una ditta di marketing. A tempo
perso, entraîneuse per utenti della realtà virtuale. Suo marito immagino non
sospetti nulla della sua seconda attività, vero?
Lavinia
sostenne il suo sguardo, rossa di rabbia. Si divincolò quando Altieri estrasse
di tasca una lama piatta, ma sospirò di sollievo accorgendosi che tagliava la
cinghia che stringeva insieme le manette dei polsi e delle caviglie.
Lavinia
sentì allentarsi i muscoli delle cosce; distese di scatto i piedi, respirando
per la prima volta sino in fondo ai polmoni.
—
Resta da capire cosa cercasse quassù — continuò Altieri, sedendosi accanto a
lei — fForse abbiamo fra di noi un'abile borseggiatrice, complice di qualche
ricatto ai danni dei clienti. O forse è solo una puttanella, offesa perché il
suo cliente l'ha maltrattata.
Lavinia
rimase coricata, prostrata dalla stanchezza.
—
Sia come sia, la signora Berti ha ricevuto un congruo compenso in denaro per la
sua avventura, e non credo che la sua sventatezza debba rimanere impunita.
Altieri
le prese le caviglie, recidendo le manette di fibra. Lavinia si girò supina,
sospirando di sollievo e scuotendo il capo per levarsi i capelli dagli occhi;
tutto intorno a lei, i giocatori la guardavano. Altieri la costrinse a
sollevarsi in piedi davanti al divano.
—
Cosa vuoi fare, camerata? — domandò una delle donne, quasi inebriata dal modo
in cui trattava Lavinia. Altieri aveva conquistato sui presenti un'influenza
direttamente proporzionale alla efferatezza con cui infieriva sulla prigioniera:
la sua crudeltà sembrava attrarre morbosamente i giocatori.
—
Penso che la signora Berti abbia conquistato il diritto di essere introdotta
nella camera accanto — rispose
Altieri scostando con cura i capelli dal viso di Lavinia, ancora con i polsi
legati dietro la schiena — così potrà condividere il nostro segreto.
La
donna si illuminò. — Vuoi dire che lui...
—
Voglio dire che la nostra invadente ospite potrebbe rappresentare il sigillo
finale per la Ricreazione — continuò Altieri, recidendo con un breve
movimento della lametta una spallina del vestito di Lavinia.
—
Mi sembra un abominio — intervenne Romano, il collo gonfio per l'indignazione
— come puoi, di fronte al nostro capolavoro della genetica elettronica,
pensare all'accoppiamento con una sgualdrina?
Altieri
recise l'altra spallina del vestito di Lavinia.
—
Le idee, per diventare materia, hanno bisogno di una scintilla di creazione —
parlava con pacatezza, quasi con intimità — hai letto il Frankenstein. Quale
prova del fuoco migliore di una immersione totale nel piacere? La nostra falsa
studentessa può rivelarsi la costola di Adamo per la nascita del nuovo Dio, una
Creazione al contrario in cui sono i sudditi a dare vita al proprio Signore!
Così
dicendo, Altieri levò la mano dalla spallina e il vestito ricadde,
afflosciandosi, lungo i fianchi; Lavinia rimase integralmente nuda davanti agli
occhi ghiotti dei giocatori, ancora ammutolita per il device che le
serrava le labbra.
Un
silenzio di ghiaccio scese nella camera; poi la donna che aveva parlato per
ultima applaudì, trascinando tutti gli altri.
“Sono
pazzi” pensò Lavinia “di cosa parlano? Pazzi fascisti vigliacchi.”
—
Deve essere almeno presentabile — disse l'altra donna — guardi come l'ha
ridotta, Altieri. Pensa che piacerà a lui?
Altieri
andò alla porta che dava sull'altra metà della stanza.
—
Portatela qui — comandò.
Lavinia
fu sospinta fino al muro. Il cyborg Manetta aprì il locale con una pressione
del palmo, e la cacciarono dentro, nell'oscurità.
Si
ritrovò in una stanza simmetricamente identica all'altra metà, ma
completamente buia. Si vedevano finestre tutto intorno, pochi mobili semplici,
un letto e un uomo affacciato, di spalle.
Entrò
anche Altieri, spingendola per un braccio.
—
Camerata, c'è una visita — disse.
L'uomo
alla finestra distese la spina dorsale, sollevandosi in punta di piedi, senza
voltarsi e senza parlare. Lavinia fu condotta al centro della camera, e udì i
passi degli altri che si disponevano lungo il muro, in silenzio.
—
Camerata — continuò Altieri — c'è una donna venuta per conoscerti.
Per
la prima volta, nel tono dell'uomo Lavinia lesse un'ombra di deferenza.
Si
accorse di tremare. Il mostro, lo aveva definito il cyborg. Ma chi era? Chi era
quell'uomo massiccio, tarchiato, stagliato contro la notte virtuale?
Altieri
si ritrasse, lasciandola inerme in mezzo alla stanza. Lavinia sentiva il respiro
in attesa dei giocatori alle sue spalle. La feriva soprattutto l'indifferenza di
Romano per la sua sorte.
L'uomo
si voltò; qualcuno accese un timido punto luce accanto al muro. Lavinia sentì
mancare le gambe, barcollò e quasi svenne. Davanti a lei c'era Benito
Mussolini.
*
* *
Lavinia
era in piedi, nuda e ammanettata, ancora imbavagliata mentre il fantasma di
Mussolini le camminava intorno, le mani sui fianchi, scuotendo il capo.
—
Cos'è, camerata? — disse con voce da microsolco rivolto ad Altieri —
un'altra delle tue bizzarrie? Perché mi porti questa studentessa? Un uomo non
ha bisogno di legare a questo modo una ragazzina per possederla.
—
È una militante comunista — rispose Altieri, trionfante.
Aveva
in mano un telecomando con il quale illuminò lo schermo dell'interattivo sulla
scrivania. Apparve una foto di Lavinia più giovane, stampata sulla plastica
magnetizzata di un badge che portava l'intestazione partito
comunista - iv internazionale e la data di tre anni prima
— Una comunista — confermò Altieri mentre tutti inorridivano
guardando la tessera di Lavinia — non possiamo tollerare che una come lei giri
a piede libero per il mausoleo della Patria, camerata.
Il
fantasma si fermò proprio di fronte a Lavinia, la mascella di granito e
l'occhio artificialmente lucido che tradiva una origine da costrutto ROM. Il
cranio lucido, dalla pelle tesa, sembrava piallato nel marmo: una grossa, oscena
trackball.
—
Ha un seno maturo — disse il fantasma — come può una donna con un grembo
così fertile essere comunista?
Altieri
infilò un dito a uncino nelle manette che legavano Lavinia.
—
La sua carne è uguale a quella di qualsiasi altra femmina — disse, ipnotico
— femmina di razza, femmina italiana; nel suo ventre dovrebbe scorrere seme di
razza.
Lavinia
cercò di arretrare, ma la mano sulle manette la trattenne. “Sono loro i
mostri” pensò “loro le bestie, gli animali. Dobbiamo schiacciarli,
fermarli, distruggerli. Non devono passare.”
La
mano di Altieri risalì sul suo muscolo, fino alla spalla. — Carne calda,
camerata; labbra rosse, seno compatto, ventre umido, fianchi da giumenta. Puoi
prenderla, è tua: il nostro regalo di battesimo, la bottiglia di champagne per
varare la nave della vittoria.
Il
fantasma continuava a girare intorno a Lavinia, mangiandola con gli occhi, come
se qualcosa si risvegliasse dopo anni di letargo.
Stringendo
le spalle di Lavinia, Altieri la condusse al letto che occupava parte della
parete, comandandole di sedere. Accennò a un cyborg, che si avvicinò per
sdraiare a forza Lavinia.
—
La tua schiava, camerata — continuò Altieri.
Il
fantasma elettronico venne al letto, ciondolando il capo con le labbra serrate.
Percorse tutto il corpo di Lavinia nella penombra, come valutando l'attrazione
che esercitava.
Lavinia
si accorse di tremare. Il solo pensiero del contatto con lo spettro di Benito
Mussolini la sconvolgeva, anche se sapeva che si trattava solo della maligna
ricreazione di un prodotto informatico. Ma fu difficile considerarlo una
semplice proiezione tridimensionale di algoritmi quando le si coricò addosso
con tutto il suo peso reale.
Altieri
si allontanò in silenzio dal letto mentre il cyborg afferrava le caviglie di
Lavinia, divaricando le gambe perché il mostro potesse spingersi con il bacino
contro il suo ventre nudo.
Lavinia
gemette di disperazione e impotenza, gridando disprezzo contro il bavaglio. Il
fantasma aveva uno sguardo vivo, più intenso di quello di un essere umano, e un
tic nervoso alle guance. Entrò dentro di lei con una lentezza esasperante,
millimetrica, e solo allora le mani del cyborg le liberarono le caviglie; ma
oramai il peso della belva coricata dentro di lei le impediva di muoversi.
Lavinia
avrebbe voluto avere la bocca libera per affondare i denti nel viso del mostro;
sentiva la disperazione montare insieme al ribrezzo, e si concentrò per cercare
di espellere l'invasore dal ventre.
Il
fantasma si muoveva con lentezza, artigliandole la pelle con unghie simulate
perfino con troppa cura. Il suo peso schiacciava la spina dorsale di Lavinia
contro i polsi ammanettati, il suo osso pelvico premeva all'interno delle sue
cosce.
“Vigliacco!”
gridò Lavinia contro il cerotto sulle labbra “Vigliacco, bestia, animale!”
Lo
spettro grugnì, poi cominciò a muoversi a ritmo contro il suo ventre.
“Resistere,
devi resistere” si disse Lavinia “sopravvivere per avvertire Brandimarte.
Dobbiamo annientarli. No pasarán, cristo, no pasarán.”
Il mostro aveva raggiunto un ritmo sostenuto, accelerando come una
locomotiva a vapore, con effetti simulati troppo realistici nel ventre di
Lavinia. La sua testa rotonda copriva quasi tutta la visuale, e comunque non
avrebbe mai voluto vedere le espressioni devote dei giocatori. Le sembrava di
sentire il suono dei loro applausi fra le spinte pelviche della creatura nei
suoi visceri.
“Dovrete
nascondervi” pensava per deconcentrare l'attenzione dall'orrore “vi denuncerò,
smantelleranno il vostro mondo virtuale”. Ma sapeva che sarebbe stato
difficile produrre prove davanti a una commissione di inchiesta, dato che era
materialmente impensabile che esistesse una registrazione di quanto avvenuto in
una simulazione sensoriale. Per nessuna legge di nessun paese al mondo uno
stupro “virtuale” poteva essere considerato comunque un reato.
Ma
intanto la “cosa” fra le sue gambe continuava a muoversi con un movimento
simile alla iterazione di un software. Lavinia poteva vedere i suoi occhi oramai
vitrei, e rifiutò con orrore di immaginare come potesse essere l'orgasmo di un
costrutto ROM.
“Devo
reagire” si disse al fondo della disperazione “sono stata preparata a
situazioni del genere.”
Si
concentrò come possibile, cercando di smontare il movimento a stantuffo del
mostro dentro di lei; dopo due o tre prove faticose si accorse che se cercava di
chiudere i ginocchi e allontanare l'inguine, interrompeva proprio al culmine la
spinta pelvica del suo stupratore.
Si
concentrò al massimo su un altro movimento perfetto, poi subvocalizzò —
Venti! — e si rilassò mentre la sua proiezione riproduceva il movimento
iterato.
Questo
non eliminò l'infamia della violenza, la vigliaccheria degli uomini e delle
donne che l'avevano gettata in pasto a un mostro, l'oltraggio del seviziatore su
di lei; ma proprio nel profondo dell'abiezione, quando avrebbe voluto
cancellarsi, staccarsi come una fittizia coscienza dal corpo torturato, le parve
che il mostro rallentasse il ritmo della violenza, spezzato dal suo movimento di
contrasto. Radunando le forze, Lavinia premette con tutto il corpo facendo leva
sui polsi incatenati e cercando di disarcionare lo stupratore,.
Il
fantasma di Mussolini si abbatté come sgonfio sul corpo disteso di Lavinia. Vi
fu un attimo di silenzio, come una sospensione di incredulità; poi uno strillo
femminile, e Altieri comparve nel campo visivo di Lavinia.
—
Cosa hai fatto, schifosa? Altro che studentessa, tu sei una prostituta, un
agente provocatore!
—
Lo aiuti, Altieri — esclamò qualcun altro, poi improvvisamente tutti
tacquero.
—
Cosa succede qua dentro? — domandò una nuova voce, alle spalle del letto
della violenza. Lavinia si rianimò; dalla nebbia di ripugnanza che la
sommergeva, credette di riconoscere la voce. Altieri si scostò, arretrando con
espressione infuriata.
—
Cosa ci fai qui, scimmia? — esclamò, livido di furore.
Il
barman nero entrò nel campo visivo di Lavinia.
—
Cosa state facendo, quassù? — domandò.
—
Come hai fatto a entrare? — disse Altieri, accigliandosi.
Il
nero raccolse il telecomando del monitor che mostrava ancora la tessera di
partito di Lavinia.
—
Fatelo a pezzi — esclamò Romano rivolto ai cyborg.
Ma
prima che si muovessero Altieri li fermò con un gesto.
—Chi
sei? — domandò al nero — come sei salito quassù?
Il
ragazzo puntò il monitor; il viso di Lavinia fu sostituito dal suo, le
sembianze nitide e scure di un senegalese. Facendo leva sui polsi legati,
Lavinia si voltò di lato senza riuscire a scrollarsi il corpo di dosso.
Il
nero non era più nero. Trasferendo la propria immagine sul visore, si era
trasformato in Brandimarte.
—
Tutto bene, Berti? — domandò.
“Che
tu sia ringraziato” pensò lei annuendo a occhi chiusi “grazie di esistere,
Brandimarte.”
—
Mettetevi contro quella parete — comandò Brandimarte ai giocatori — è
inutile tentare di scollegarsi, prima di entrare ho registrato le vostre identità.
Abbiamo già tracciato i vostri terminali.
—
Questa è una simulazione strettamente privata — rispose Altieri, sulla
difensiva — sarà denunciato.
Brandimarte
sorrise, sfiorando con un dito il cartellino identificativo che portava
all'occhiello. Vi comparve una sua foto con sullo sfondo il simbolo del
Ministero degli Interni.
—
Sono l'ispettore Brandimarte, e questa donna che è l'agente scelto Lavinia
Berti. Il vostro ambiente virtuale è stato sottoposto a sequestro cautelativo
tredici minuti fa, l'imputazione per voi è di apologia di reato.
Altieri
arretrò. Brandimarte strappò nel modo più indolore possibile il bavaglio di
Lavinia.
—
Che tu sia benedetto! Mi stavano uccidendo. Ma come hai saputo...?
Brandimarte
afferrò per la collottola il peso morto sdraiato su Lavinia, sollevandolo con
una breve trazione di un muscolo amplificato. Quando si trovò a dieci
centimetri dal viso incosciente di Benito Mussolini dilatò gli occhi per lo
stupore; ma recuperò trascinando il corpo in terra.
Lavinia
si girò su un fianco.
—
Non sono mai stata così felice di vederti — disse inciampando sulle parole,
vergognandosi inesplicabilmente di farsi vedere in quelle condizioni.
Lui
la aiutò a mettersi a sedere prendendola per le spalle.
—
Povera Lavinia, cosa ti hanno fatto quelle bestie... — disse a bassa voce
accanto al suo orecchio, rosso per la rabbia mentre continuava a tenere d'occhio
i giocatori — ho cominciato a preoccuparmi quando non rispondevi alle chiamate
di Federico che ti ritrasmettevo. Ora mi rincresce di non aver cominciato a
sospettare prima.
—
L'importante è che tu sia arrivato — rispose Lavinia sollevata,
abbandonandosi quasi a corpo morto fra le sue braccia — dobbiamo smantellare
questa ricreazione: quei criminali stanno progettando un intero mondo per la
resurrezione di Mussolini.
—
Non preoccuparti, ti giuro che cominceremo a demolire questa simulazione prima
ancora dell'ordinanza del tribunale — disse Brandimarte mostrando una lametta
estratta da sotto la cassa dell'orologio da polso.
— È stato terribile — cont