FRANCO
RICCIARDIELLO
Libertà
Che
cos'è la Libertà?
La
neve era sciolta; solo due settimane prima tutta la città era sepolta sotto la
morte bianca. Ogni viale, ogni vicolo, ogni strada e cortile ne erano stati
ostruiti al punto da rendere quasi impossibile uscire di casa. Con il ritorno
del bel tempo i tetti si erano trasformati da cornicioni di stalattiti in
rubinetti d'acqua piovana; la neve sotto le ruote dei carri si era mutata in
fango prima, in poltiglia poi, fino allo scioglimento. La primavera era tornata
a Espansione.
Cos'è
la Libertà? C'era stata, due anni prima, una nevicata ben più terribile di
quella, quando la Valle dolce era rimasta completamente isolata dal resto del
mondo. A quel tempo ero solo un cucciolo, ma ricordo nitidamente i preparativi
di soccorso. La città di Espansione è la più vicina alla valle, perciò la
spedizione di soccorso partì da quaggiù. Ricordo anche quanto il mio genitore,
Gerze, si fosse dato da fare per organizzare i soccorsi agli abitanti della
valle. Gli umani erano restii ad aiutarci, principalmente per due ragioni: i
loro simili che vivevano a Dolce Valle avrebbero potuto tranquillamente
resistere per lunghi mesi alla morsa del gelo e alla lontananza dalle scorte
alimentari della pianura; inoltre, avevano paura (questo mi spiegò mia madre
anni dopo, quando fui in grado di capire) della solidarietà fra i soccorritori
alati di Espansione e gli alati che abitano la valle.
Un
mese dopo la nevicata Gerze partì con i settanta carri della spedizione;
ricordo le chiatte caricate di masserizie, di carri coperti, di alati
imbacuccati che alitavano gelo dalle narici. Gerze salutava con la mano me e mia
madre, Arta.
Fu
l'ultima volta che lo vedemmo. Per quasi metà del viaggio la spedizione di
soccorso fluitò sulle chiatte, precedute dal rompighiaccio umano a vapore che
faceva servizio sul canale, d'inverno.
Da
Espansione verso est c'è una sola strada: il canale. Dopo cento chilometri, i
carri sbarcarono e la spedizione di soccorso proseguì lungo la strada che porta
alla valle. Gli ultimi a vederli furono gli operai del porto fluviale, dove il
canale tocca la biforcazione della strada che da una parte conduce alla Valle
dolce, e dall'altra prosegue verso le colonie orientali.
La
spedizione non giunse mai a Dolcevalle; Gerze, il mio genitore, non tornò mai
più. A due mesi dalla partenza, l'esercito sgomberò a fatica la strada della
valle, quando migliaia di alati erano già morti di stenti nella città
imprigionata, ma ancora non si ebbe traccia della spedizione di Gerze. Solo con
il disgelo la montagna restituì e al sole i resti dei soccorritori: una bufera
di neve li aveva obbligati a fermarsi, costringendoli nei carri, infuriando per
giorni e giorni finché era stato impossibile uscire, impossibile andare avanti
o tornare indietro; i soccorritori si erano visti perduti. Erano tutti morti per
congelamento.
Arta,
mia madre, e Lillayna, mia ospite, piansero la scomparsa del mio genitore.
Decisero però di non prendersi un nuovo compagno: fu così che rimasi figlio
unico.
*
* *
Che
cos'è la Libertà? Sin da piccolo, il mio genitore mi aveva insegnato a vivere
per la Libertà; dopo la sua morte, mia madre si assunse l'enorme compito di
continuare la sua opera, compresa la mia educazione. Il mio genitore amava la
Libertà e aveva fede nella non violenza come metodo per conquistarla.
*
* *
La
nostra razza non è libera. Da quando gli umani giunsero su questo mondo, noi
alati viviamo soggiogati. Da quel periodo buio, tanti passi avanti sono stati
fatti: l'emancipazione dalla schiavitù, il riconoscimento dei diritti
individuali, il diritto all'istruzione: ma non siamo ancora liberi.
Quell'anno,
dopo il disgelo, all'arrivo della primavera gli amici di Arta che vivono nelle
città alate delle colonie organizzarono una marcia della pace della lunghezza
di settecento chilometri, attraverso tutte le città alate della pianura: quando
ancora la neve non si era completamente sciolta, una moltitudine di alati,
genitori, madri e persino ospiti, era partita dal Lago Verde diretta a ovest.
Nelle città delle colonie la libertà è ancora minore che a Espansione a
causa della presenza dell'esercito. Erano giunte voci di provocazioni, di bande
di teppisti umani che si accanivano sugli alati in marcia; ma finalmente il
gruppo, forte di decine di migliaia di partecipanti, era giunto all'imbarcadero
per discendere il canale. La loro prossima tappa sarebbe stata Espansione.
E
noi eravamo tutti in fermento. Mia madre Arta aveva ricevuto numerose minacce,
in quanto membro dell'organizzazione che predisponeva i passaggio della marcia
dalla città. Tutti noi attivisti ci saremmo uniti ai marciatori per almeno
duecento chilometri verso ovest. Espansione si trovava sulla via della marcia,
ma non è una città alata: sei abitanti su dieci sono umani, uno è drago e tre
sono alati. E' una città potenzialmente "calda", ma per fortuna
generale la temperanza del mio genitore prima, di mia madre poi manteneva la
situazione sotto controllo.
*
* *
Proprio
il giorno in cui la marcia doveva giungere a Espansione, mia madre mi inviò
con un messaggio a casa di una famosa attivista drago, Ari Gemma. Se avesse
riflettuto a freddo, non mi avrebbe spedito in missione per la città in
subbuglio. Gli umani erano consci a livello non organizzato che il passaggio
della marcia da Espansione senza alcuna resistenza avrebbe rappresentato uno
smacco per la loro supremazia.
Per
fortuna non mi accadde niente di drammatico, anche se una banda di giovani
teppisti mi rincorse per alcuni isolati. Il mio genitore Gerze era stato
avvocato, mia madre Arta ha rilevato la licenza alla sua morte: per questa
ragione possiamo permetterci di vivere in un piacevole quartiere residenziale.
Ma il luogo in cui mi stavo recando era in uno dei quartieri più centrali e più
degradati, abitato quasi esclusivamente da draghi. Gli umani considerano i
draghi poco più che schiavi, a causa della loro intelligenza forse leggermente
inferiore alla nostra, ma soprattutto per l'estrema bellicosità del loro
carattere. Un milione e mezzo di draghi vivono nelle terre cui appartengono
originariamente, le pianure del Grande Fiume che costituiscono le propaggini più
orientali del mondo. Altri ottocentomila discendono dai deportati dei secoli
scorsi e vivono nelle città alate delle pianure centrali, i più sfortunati
nelle città che si affacciano sul Mare Interno, i centri del dominio umano,
all'estremo ovest. Le città drago del Grande Fiume periodicamente si rivoltano
ed è per tale motivo che la regione pullula di guarnigioni umane. Venti anni fa
anche Espansione e Foreste conobbero la furia della rivolta dei draghi: per la
durata di un mese intero una furiosa guerriglia urbana paralizzò la nostra città
finché l'esercito riconquistò il controllo. Questo accadde ben prima che io
nascessi; quegli eventi sono però parte dell'epica patriottica dei draghi, e
come tali sono entrati nella cultura non ufficiale di Espansione. Seppi poi da
Arta di come gli alati si tennero fuori dalla mischia a causa dell'influenza del
mio genitore, Gerze, sulla gente della nostra razza. Non avevamo comunque
collaborato con gli umani e perciò la repressione si abbatté anche su di noi.
Che
cos'è la Libertà per i draghi esuli? A questa domanda probabilmente
risponderebbero "tornare alle nostre terre." Mia madre non sarebbe
d'accordo, il mio genitore neppure lo sarebbe stato. Gli alati delle pianure non
vorrebbero ritornare alle valli montane da cui discendiamo. "Tutto il mondo
è ugualmente bello" dice Arta, e non so darle torto. Il mio popolo è
disposto a vivere in qualsiasi città purché in condizioni di uguaglianza con
gli umani.
*
* *
La
casa di Ari Gemma era una vecchia costruzione in pietra, una di quelle nelle
quali i draghi odiano vivere. La vecchia che mi aprì la porta era quanto di più
lontano dall'idea di un ribelle drago mi potessi fare.
"Tu
sei Couge, il figlio di Gerze, Arta e Lillayne?" Al mio cenno d'assenso, la
vecchia dai vestiti odorosi di muffa si scostò per lasciarmi entrare. I mobili,
le suppellettili, gli oggetti presenti nella stanza mi risultarono totalmente
alieni. Gli umani e gli alati sono fisiologicamente più simili fra loro di
quanto ciascuna delle due razze non lo sia rispetto ai draghi; perciò mi
trovavo molto fuori luogo e a disagio in quella casa, più che in una casa
umana.
"Io
rispetto molto tua madre" disse la vecchia Ari Gemma; "hai un
messaggio per me?"
Mi
sentivo intimorito; "Sì," ammisi, "Arta attende gli amici draghi
al porto alla quinta ora. Tutti saranno onorati di avervi per compagni di
marcia."
Provai
un incontrollabile brivido di ribrezzo nel vedere le sue palpebre chitinose
chiudersi e riaprirsi; mi schiaffeggiai mentalmente.
"Che
cos'è la Libertà?" Rividi il mio maestro di scuola che parlava alla
scolaresca nell'aula sudicia e buia: intonaco scrostato alle pareti e libri
ingialliti su cui studiare. "La Libertà è uguaglianza", diceva
l'umano. Un alato non può insegnare, e i soli umani che accettino di far scuola
agli alieni sono gli appartenenti al Movimento dei diritti universali. L'unico
umano che io rispetti è il mio maestro; malgrado ciò, ne ho paura: non è
possibile non temere un umano. "La libertà è uguaglianza, è il diritto
di esprimere le proprie idee senza impedimenti fisici o morali. La libertà è
uguaglianza nelle scuole". Però Gerze, il mio genitore, aveva sempre
disprezzato il maestro.
"Gerze
era un grand'uomo," la vecchia mi strappò dai miei pensieri. Nella
penombra, la drago si stava cambiando d'abito, o così mi parve. Si era infilata
una giacca colore verde cupo, vecchia e consumata, che allacciò sul davanti con
estrema lentezza, come se per anni avesse atteso quel momento.
"Sai
cos'è questa divisa, cucciolo alato?"
Potevo
immaginarlo.
"Apparteneva
a mio marito. Tua madre non approverebbe."
Mi
scostai un poco da lei nella mezza oscurità della stanza. Cosa avrebbe detto
Arta vedendo Ari Gemma nella divisa dei ribelli draghi che venti anni prima
avevano terrorizzato Espansione? Gli alati si
erano mantenuti in disparte, in quell'occasione. Cosa sarebbe accaduto se
le nostre due razze si fossero unite, nella non violenza o nella guerriglia che
fosse?
"Che
cos'è la Libertà, cucciolo?" mi domandò la drago specchiandosi nella
superficie metallica di un vassoio ammaccato. Mi venne da pensare che
nell'immagine indefinita riflessa dall'oggetto riuscisse a vedersi meno
orrenda. "Abbassare gli occhi, porgere l'altra guancia, stringerci gli uni
agli altri mentre l'esercito colpisce a bastonate. Questa è la Libertà, cucciolo?"
Accese
una stecca d'incenso prima di uscire. "Ci vedremo al porto," mi disse
per saluto; "avremo molto da camminare insieme nei prossimi giorni."
*
* *
Libertà.
Uscii, frastornato, l'odore di muffa e incenso nelle narici. Urtai alcuni alati
con i moncherini delle ali rattrappite nascoste sotto il mantello, e provai
disprezzo per loro.
Esistono
due tipi di alati: quelli della genia di mia madre e di Gerze portano le ali
fuori dai vestiti, com'era tradizione del popolo delle valli prima che gli umani
giungessero dalle stelle. Gli altri, quelli che noi chiamiamo schiavi, hanno
adottato i vestiti umani e tengono le ali nascoste da corte mantelle. Le ali non
possono sostenerci in volo da milioni di anni, ma nasconderle è una
vigliaccheria.
Cos'è
la Libertà, mi aveva chiesto la vecchia; cos'è la Libertà. Mi sentivo
mancare. Tutta quella gente al porto credeva di conoscere la risposta, credeva
che la fede nella propria inamovibilità sarebbe bastata. Ma io, un cucciolo
alato, ebbi una visione improvvisa che quasi mi sconvolse con la sua nitidezza
da profezia: nelle terre sino allora attraversate dalla marcia, gli umani
erano pochi; ma si stava avvicinando al cuore del mondo: più a ovest c'era
Foreste, poi le popolose nazioni degli uomini sulle sponde del Mare Interno. Non
avrebbero tollerato che gli alati alzassero la testa; cosa importava loro dei
nostri diritti? Se fossimo morti tutti, essi non si sarebbero scomposti più di
tanto, pensai. Probabilmente le nazioni a sud del Mare avrebbero fatto la guerra
a quelle del nord e gli uni avrebbero reso schiavi gli altri: questa era stata
per secoli la storia del pianeta da cui provenivano prima che scoprissero il
volo interstellare. C'erano gli appartenenti al Movimento per i diritti
universali, nelle città della pianura, ma tutti noialtri conoscevamo la tragica
situazione delle città xenofobe del Mare Interno. Sarebbero stati disposti a
scatenare una campagna di sterminio piuttosto che concedere la Libertà agli
alati o ai draghi.
Mi
sentii mancare per la paura. Sedetti in un angolo della strada, la schiena
appoggiata a un distributore di frutta, sul punto di svenire mentre lo stomaco
mi si rovesciava. Un umano che camminava leggendo un giornale inciampò nelle
mie gambe e imprecò pesantemente.
"Merda,
un pervertito!" esclamò, "stai attento a dove siedi, schifoso!"
Se
ne andò per la sua strada. Per un momento la sua stupidità mi aveva fatto
avvampare, poi quasi piansi per reazione. La maggior parte degli umani non sa
distinguere una madre da un genitore o da un ospite; il loro disprezzo imbecille
per la nostra tripolarità sessuale farebbe imbestialire qualunque alato. In
quel momento sentii più solidarietà per i draghi dalla divisa verde cupo che
per gli alati nonviolenti.
Con
mia piacevole sorpresa Ouza apparve davanti ai miei occhi.
"Ti
senti bene, Couge?" mi domandò.
"Sì...
sì." Balbettai mentre mi aiutava a rialzarmi da terra. Ouza è una giovane
madre cucciola, mia compagna di classe, della quale al tempo ero follemente
innamorato. Quasi ogni notte, prima d'addormentarmi, sognavo che trovavamo un
ospite e tutti e tre ci congiungevamo per iniziare una vita insieme.
"Tua
madre mi ha mandato a cercarti con un messaggio. Dobbiamo tenerci lontano dal
porto."
La
mia eccitazione si sgonfiò di colpo. Annusai odore di pericolo.
"Cos'è
accaduto?" domandai. Ouza non era in grado di rispondermi. La afferrai
delicatamente per una mano e la trascinai dietro di me, quasi correndo
attraverso i quartieri settentrionali, verso il porto sul canale.
Nella
fretta, attraversammo impudentemente un quartiere umano, ma persino le bande di
teppisti adolescenti sembravano scomparse dalla circolazione. Gli umani avevano
paura! Questa rivelazione mi sorprese. Non eravamo sul piede di guerra eppure la
nostra marcia pacifica spaventava i nostri dominatori.
Mia
madre aveva intenzione di implorare i marciatori d'innalzare un'invocazione
votiva nel piazzale del porto, prima di proseguire il viaggio. Arta credeva
molto nella forza dell'invocazione votiva, più di quanto vi avesse creduto
Gerze: Arta aveva una fede incrollabile nell'ordine cosmico.
Ci
rendemmo conto che la marcia era già arrivata quando udimmo, ed eravamo ancora
molto distanti dal porto, la potente nenia polifonica dell'invocazione votiva.
Gli umani ne hanno paura: le voci basse e profonde di molti alati congiunte
fanno tremare i vetri e i metalli sottili, comprimono i timpani, chiudono con il
panico le bocche degli stomaci. Il culto alato è osteggiato ovunque nel mondo,
ma i miei simili si sentivano così terribilmente sicuri gli uni accanto agli
altri da essere pronti a sfidare qualsiasi proibizione.
La
zona del porto pullulava di soldati armati di manganello che ci guardavano
apertamente ostili. Salimmo su una torre pubblica, una di quelle costruzioni
dalle quali i draghi si scambiano messaggi convenzionali da un isolato
all'altro.
Potevamo
scorgere la marea di alati nella piazza. Mia madre era con loro, Lillayna al suo
fianco. C'era un discreto gruppo di umani del movimento, tra i quali il mio
maestro.
Un'ora
intera durò l'invocazione votiva. I soldati erano agitati, incerti se
intervenire o allontanarsi. Ouza, la mano stretta nella mia, aveva paura che
qualche umano salisse la torre e ci facesse del male, ma io volevo vedere. Avevo
paura anch'io, ma cercavo la risposta alla mia domanda.
Cos'è
la Libertà? Il canto di quella gente in piazza mi fornì la risposta. Quegli
alati erano liberi. Libertà è cantare spalla a spalla, uniti dallo stesso
amore e dalla stessa, intensa sensazione di potenza. Libertà è poter fare ciò
che senti di saper fare.
L'invocazione
s'intrecciava, risaliva dalla piazza come una corrente palpabile d'energia.
Venti ascensionali la portavano in alto, altri venti la spandevano sulla
pianura, sulle foreste impenetrabili, e poi lungo le valli, sui ghiacci eterni,
sullo sconfinato deserto, sui fiumi lunghissimi, sulle paludi, sulle penisole
montuose del Mare interno dove i cristalli dei palazzi umani vibravano e quasi
si spaccavano; e gli umani comprendevano il nostro anelito di libertà e il
nostro diritto. E' la Libertà stessa a generare la Libertà.
*
* *
Quando
riemersi dalla leggera trance mistica che mi aveva pervaso, la marcia stava
riprendendo, snodandosi come un serpente per le vie verso occidente.
"Presto,"
dissi a Ouza, "dobbiamo andare con loro."
Scendemmo
a rotta di collo le scale, rischiando di inciampare. In strada dovemmo fermarci
repentinamente, trattenendo il respiro per non farci udire dai soldati
all'esterno.
Con
un occhio fuori dalla porta delle scale, vidi che gli umani stavano caricando
alcuni corpi su un carro a vapore, uno di quei mezzi in dotazione all'esercito.
Dovetti
vincere la paura per continuare a spiarli. I corpi erano di draghi morti. A
ripensarci, non ne avevo visti nella piazza, né Ari Gemma né altri.
L'invocazione votiva aveva coperto i clamori del massacro ai piedi della torre.
C'era
sangue spruzzato sulle pietre della strada, sui muri, rivoli di sangue nello
scolo dei marciapiedi. L'ultimo corpo che caricarono, avvolto nella sua giacca
verde cupo oramai macchiata da grosse chiazze scure, era quello della vecchia
Ari Gemma, che solo due ore prima aveva parlato con me. Per la seconda volta
nella giornata, mi sentii quasi mancare. Dopo che tutti se ne furono andati,
passarono parecchi minuti prima che ci azzardassimo a uscire dal nascondiglio.
Nel
punto del selciato dove era caduta Ari Gemma, c'era una frase tracciata con
sangue in lingua drago. La marcia stava procedendo verso occidente e verso una
vittoria ancora incerta, eppure i draghi erano rimasti indietro. Su quanti
cadaveri avrebbe dovuto passare il riscatto della nazione alata? Irrazionalmente,
pensai che il messaggio di sangue di Ari Gemma fosse diretto a me. L'eccitazione
provocata dall'invocazione votiva era scomparsa.
Scarabocchiato
sul grigio della pietra leggevo: "La Libertà è il diritto di avere dei
diritti."
Franco
Ricciardiello
Scritto
nel febbraio 1985
Pubblicazioni:
1.
"Oltre" n. 1, Montepulciano (SI) 1992
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