FRANCO
RICCIARDIELLO
Michela
e la bomba al neutrone
Vincitore
del Premio Italia 1988 come miglior racconto su pubblicazione non professionale
Spinsi
il coltello nel cuore di mia moglie fingendo di allungarmi verso il portafrutta.
Era stato un gesto premeditato da lungo tempo, eppure al momento di agire
tremavo come un bambino: mossi la mano di impulso verso il cesto di alluminio
alla sinistra di Michela, nell'angolo del tavolino quadrato al quale avevamo
appena consumato una cena leggera; fra le dita tenevo però la lama tagliente di
un coltello da tavola, sulla quale poggiai tutto il mio peso.
Michela
se ne accorse all'ultimo momento e cercò di sollevare una mano per fermarmi, ma
troppo tardi. Avvertii anch'io la vibrazione del colpo, l'arma che si arrestava
all'elsa dopo aver raschiato contro la costola. Per un secondo rimasi inerte,
proteso sul tavolo, quindi mi lasciai cadere sulla sedia. Michela era rimasta
immobile al suo posto, mortalmente pallida, i palmi delle mani sulla tovaglia
accanto alle posate. Abbassai gli occhi al mio piatto e udii subito l'urlo della
donna seduta al tavolo accanto a noi, poi un rumore di stoviglie infrante: il
cameriere aveva lasciato cadere in terra le portate e ci osservava allibito.
Trovai
la forza di guardare Michela, che ancora mi fissava; una lacrima le era scesa
dagli occhi fino al mento, sul suo viso conservatosi più giovane dell'età.
Tremava. Non aveva il coraggio di guardare ciò che vedevo io: il coltello
infisso sino all'elsa nel suo seno, la macchia scarlatta che andava espandendosi
sulla camicia candida.
I
pusillanimi intorno a noi si tenevano a distanza: il cameriere pallido sulla
soglia, i clienti ai loro tavoli, la ragazza con il grembiule accanto al tavolo
degli antipasti.
Michela
si portò la mano al seno e chiudendo gli occhi estrasse il coltello a denti
stretti; posò poi la mano sul cuore e, senza riuscire a impedire ai denti di
tremare, cercò di tamponare il flusso di sangue.
Mentre
io osservavo i resti nel mio piatto, riuscì finalmente a parlare.
—
Torniamo in albergo — balbettò. —Ti prego.
Nessuno
si muoveva, nessuno fiatava. Michela fece per alzarsi ma ricadde sulla sedia;
allora la aiutai io, molto lentamente, ignorando volutamente il sapore amaro del
rimorso per quanto appena fatto. Le tenni il braccio e si sostenne alla mia
spalla come la prima volta, alcuni anni prima in quella stessa città;
cingendole la vita la accompagnai verso l'attaccapanni, le drappeggiai la
mantella sulle spalle e uscimmo dal locale senza che nessuno osasse impedircelo
e neppure muoversi verso di noi. Sul tavolino, fra le mimose fresche nel vasetto
di vetro colorato e il tovagliolo ripiegato male, era rimasto il coltello
insanguinato.
Michela
camminò malsicura fino alla più vicina fermata del traghetto, senza dire una
parola, senza guardarmi, senza lamentarsi. Appena fuori dal ristorante mi voltai
verso le vetrine illuminate d'oro: clienti e camerieri erano rimasti immobili,
consci che tutta la loro vita da quel momento in poi sarebbe cambiata.
In
traghetto nessuno si accorse della macchia di sangue sulla camicia, grazie alla
mantella chiusa sul collo di Michela. Avrei voluto chiederle se si sentiva bene,
ma per un inesorabile principio non lo feci; tuttavia, di fronte alla sua
rassegnazione mi trovavo impreparato. Nella mia mente, quando preordinavo la
scena, dal suo cuore tagliato non usciva sangue ma Michela si spaventava e
cadeva in terra, rovesciando la sedia e tirando con sé la tovaglia.
Dapprima
avrei voluto agire a casa nostra, poi mi convinsi che in pubblico avrei potuto
osservare le reazioni di estranei: quale migliore occasione della gita a Venezia
per il carnevale?
Scendemmo
dal traghetto; Michela sembrava più piccola, le spalle minute sotto la
mantella, il capo ancora incredulo che non cercava i miei occhi. Incespicò, la
sorressi; con la chiave della camera in mano, salimmo sull'ascensore dalla
gabbia in ferro battuto dell'albergo. Nel silenzio della notte, lontani dal
frastuono dei bagordi nelle calli, mi pareva di udire il suo respiro.
In
camera la aiutai a svestirsi; non aveva il coraggio di togliersi la camicia, e
l'aiutai io. La ferita si era rimarginata, ma la pelle intorno era scura per i
capillari rotti. Le lavai la lacerazione, gettai la camicia insanguinata. Le
feci bere un bicchiere di acqua. Infine mi sedetti sull'orlo del letto, sulla
coperta tesa, attendendo che uscisse dal bagno per raccontarmi tutto ciò che
sapeva.
*
* *
Era
la vigilia della domenica di carnevale; lo stesso giorno di cinque anni prima
Michela ed io ci eravamo conosciuti a Venezia. Malgrado gli anni passati,
Michela dimostrava l'età di allora; e la mantella che amava indossare, che per
lei era forse l'emblema stesso del carnevale, faceva sembrare questa sera ancora
più simile all'altra.
Sabato
sera, ero giunto da poche ore da Torino e mi ero sistemato in pensione a Mestre;
scesi a Venezia con il mio mantello lungo sino ai piedi e la feluca in capo.
C'erano già moltissime maschere, un vero fiume umano che entrava e usciva dai
caffè, sciamava nelle calli, calpestava i ponti, formicolava nelle piazze. Mi
lasciai trasportare dai torrenti di gente in festa su e giù per il sestiere di
San Marco a osservare i ragazzi che facevano musica, i mimi imbellettati agli
angoli delle chiese, i venditori di maschere di porcellana e cartapesta, i
bambini infagottati, i fotografi dilettanti, cercando di indovinare i lineamenti
delle ragazze dietro il trucco.
Nei
dintorni dell'Accademia capitai in un campo con tanto di palco per le danze;
c'erano centinaia di persone, tutte mascherate, e luci di lampioni e insegne di
caffè. Un gruppo di musicisti con strumenti acustici suonava motivi del
Rinascimento, seducenti ballate di un altro tempo che nessuno spettatore
sembrava in grado di danzare, sebbene ognuno provasse a modo suo per sentirsi
protagonista. Ancora di più, la città mi parve una pietra di paragone con il
resto del mondo che continua a cambiare. Muterà mai la sostanza di Venezia? E
se sì, cosa accadrà allora del mondo? Sarà ancora lo stesso?
In
prima fila tra gli spettatori che non danzavano, osservavo il fermento sul
palco, la promiscuità di spazio e tempo delle maschere. Guardavo le ragazze che
ridevano e si parlavano all'orecchio: ce n'era una con mantella scura e scarpe
con il tacco, capelli castani e una bautta sugli occhi, che danzava come se
qualcuno la stesse giudicando per un esame. Fra coloro che riuscivo a vedere,
era quella che più di ogni altro della musica sapeva cogliere lo spirito:
esibizione, piacere, comunicazione. Desiderai danzare con lei, benché fosse una
cosa che non avevo mai fatto; osservavo le sue mani guantate che disegnavano
parabole tridimensionali nella sera tutto intorno al suo corpo, i capelli
ondulati che seguivano ogni movimento del capo, le falde del mantello che a ogni
passo svelavano e ricoprivano il vestito blu.
La
persi di vista a causa di un turbine di danzatori, rimasi in seconda fila. Stavo
per volgermi e tornare verso piazza San Marco quando la ragazza mascherata mi si
parò dinanzi, posandomi le mani sul braccio.
—
Vuoi ballare? — mi disse.
Era
lei, la ragazza che avevo ammirato fino a poco prima; scordai persino che non
sapevo danzare. Prima che potessi rispondere, la folla si richiuse innalzando
intorno a noi una barriera di suoni che solo la musica poteva perforare.
Sentivo
appena le sua mani sulle spalle, attraverso il tessuto del mantello. Sotto la
bautta che le copriva la parte superiore del viso vedevo le labbra nitide, il
mento, gli orecchini a cerchio grossi come una moneta. Parlavamo danzando; ero
preoccupato di pestarle i piedi, di sbagliare i passi o le parole. Su di me
aveva il vantaggio di vedere il viso, perché portavo solo una feluca piumata in
capo. Danzando mi feci più vicino, favorito dalla sua mantella risvoltata su
una spalla; sull'altro braccio, la falda mi sfiorava invece i ginocchi a ogni
passo. Sentivo i suoi fianchi snelli sotto le mie mani, e persino la stoffa del
suo vestito aveva la morbidezza della pelle sotto i miei polpastrelli.
Non
so quanto restammo ad ascoltare i musicisti sempre più stanchi; infine aiutai
la mia dama dalle guance imporporate a scendere dal palco e ci dirigemmo a un
caffè. La sarabanda all'esterno del locale proseguì per ore mentre al bancone
di marmo del bar io potevo finalmente ammirare il viso di Michela per intero, la
bautta abbandonata sul collo con il nastro allentato.
La
musica terminò, la gente continuò a navigare fra le calli e sui ponti,
cabotando sotto i balconi e da un caffè all'altro per differire l'ora del
ritorno, in una continua schermaglia di retroguardia contro la notte. Ci
ritrovammo anche noi fra la gente, rifiutando di separarci; seguimmo gruppi di
dragoni e fantesche fino alla via nuova. Ci ritirammo a passo lento verso la
stazione, soffermandoci quasi a ogni campiello, sedendoci sull'orlo dei pozzi
murati, chiacchierando sugli scalini delle chiese, osservando con venerazione il
riflesso delle luci sui canali.
L'alba
ci rinvenne sul ponte delle Guglie, seduti con i ginocchi fra le mani, a parlare
ancora di noi e degli altri. Tornammo allora in silenzio, per rispetto verso
Venezia e la mattina di marzo, alla stazione di Santa Lucia, Michela aggrappata
alla mia spalla, leggera e mesta come la sera di
cinque anni dopo in cui le avrei affondato il coltello nel cuore.
*
* *
Michela
uscì dal bagno dopo alcuni minuti, con un largo asciugamano di spugna
drappeggiato sulle spalle a coprire il seno, così che con mio grande sollievo
non potevo vedere la ferita. Incerta se venirmi accanto o meno, si fermò in
mezzo alla stanza, i piedi nudi sulla moquette azzurra.
—
Da quanto tempo sai la verità? — mi domandò.
Non
volendo intimorirla ancora, abbassai lo sguardo alla punta delle scarpe.
—
Da mesi — risposi.
—
Mesi... — Michela sembrò cercare conferma fuori dalla finestra, nel labirinto
di calli e luce elettrica della città. — Cos'è che ti ha fatto comprendere?
— domandò, risvegliandomi dalle fantasie in cui ero stato rapito.
Sospirai.
—
I sogni — risposi.
—
I sogni? — ripeté incredula, e poi: — naturalmente, i sogni non si possono
controllare...
Scossi
la testa.
—
No, non è questo — dissi.
Una
parte della mia coscienza mi diceva che era inutile parlare con lei, l'altra mi
ripeteva che, dopo gli anni passati insieme, era come se Michela fosse davvero
mia moglie e perciò le dovevo delle spiegazioni.
Osservai
quasi con incredulità, a ragione pensavo, le curve perfette delle sue gambe, i
dettagli ideali dei ginocchi, l'incavo nudo dell'inguine che l'asciugamano non
arrivava a coprire.
—
Non è così — spiegai. — Semplicemente, non avete idea di come sia un
sogno. Avete attinto a un patrimonio di descrizioni che si avvicina appena alla
realtà: tutti i libri che ho letto non sono in grado di descrivere uno solo dei
miei incubi.
Venne
al letto, si sedette. — Dunque, è stato così facile?
Facile?
—
La soluzione mi è apparsa nel sonno — confermai fissando un punto qualsiasi
sul muro di fronte. — Non avendone un'esperienza diretta, non siete mai
riusciti a creare sogni credibili.
—
Esiste un'immensa documentazione su cui basarci... — disse in un sospiro.
—
È inutile — replicai. — Io registro nel subconscio gli stimoli che tornano
poi di notte. A stimoli nuovi e inconsueti corrispondono sogni che nessuna
documentazione è in grado di interpretare. Dapprima non ci diedi peso ma in
seguito, dopo la comparsa dei sogni premonitori, tutto è combaciato con una
perfezione terribile, incontestabile.
—
Terribile... Incontestabile... — ripeté Michela. — E ora? Come ti senti,
cosa farai?
Non
me l'ero mai chiesto, neppure dopo la decisione di affondare il coltello nel
cuore di mia moglie per verificare se la sua forma di vita fosse diversa dalla
mia.
—
Te ne andrai? — domandò con trepidazione.
Solo
allora mi accorsi di non avere in mente nulla di preciso, in quella mattina
presto del sabato di carnevale. Come era possibile pensare al futuro in una città
come Venezia?
—
Non so — le dissi. Davvero, non sapevo cosa fare. E non mi aiutavano Michela e
Venezia. Dovevo saperne di più. — Cosa è accaduto? — trovai la forza di
domandare, rendendomi conto all'improvviso che del mondo non sapevo nulla. —
Quando è accaduto? È sempre stato così?
—
Perdonami — disse Michela chiudendo le palpebre. Malgrado ciò vidi una
lacrima tiepida che dalle guance le gocciolò sui ginocchi. — Perdonaci
tutti...
*
* *
Domenica
di carnevale di cinque anni prima. Mi svegliai tardi, molto dopo l'ora di
pranzo, ricordando un sogno: ero con Michela, la ragazza conosciuta la sera
precedente, fra una moltitudine di maschere, e ci trovavamo in un parco.
Facevamo l'amore.
Mi
aveva dato l'indirizzo della sua pensione a Mestre, e poco dopo bussavo alla
porta della sua camera.
—
È quasi ora di cena — dissi quando aprì con i capelli negli occhi ancora
profumati di sonno. Vedendo che ero in maschera e che anche io mi ero procurato
una bautta da aggiungere alla feluca, indossò la mantella e fu pronta per
uscire.
La
notte calò in fretta, mentre davanti l'entrata della Fenice assistevamo alla
recita improvvisata di alcuni mimi. Ci infilammo in un ristorante a caso, lo
stesso in cui cinque anni dopo avrei impugnato
con mano malferma un coltello da frutta.
All'uscita,
l'atmosfera della folla era surriscaldata. Seguimmo un plotone di paperi bianchi
e gialli sino al ponte di Rialto, dove riuscimmo a liberarci dalla corrente per
affacciarci sul Canal Grande, largo e immoto sotto la luna. Ero affascinato da
quell'avventura che sentivo veramente essenziale nella mia vita, e anche senza
parlare pensavo fosse sottinteso che da quel momento in poi non ci saremmo
lasciati.
Camminavamo
senza meta; all'improvviso tornai in me guardandomi intorno per capire dove
fossimo. Non c'erano più musica né voci, solo i passi della folla intorno a
noi; sentivo la mano tranquilla di Michela nella mia e un freddo strisciante che
cercava di insinuarsi nel collo. Michela camminava pensando ad altro, lo sguardo
assorto perduto sulle finestre delle case, per quanto potevo vedere sotto la
bautta.
Percepii
qualcosa di insolito; osservai la folla: tutti, adulti e bambini, uomini e
donne, erano vestiti ordinariamente ma portavano una maschera in viso, di
cartone o cartapesta, plastica o carta. Non c'erano molte persone, ma tutti
coloro che incrociavamo sembravano adottare il medesimo stile: cappotto e
maschera, giacca e maschera, montgomery e maschera. Non c'erano più ussari,
fate, egiziani in calzamaglia, galli cedroni, Napoleone, Cleopatra, Leonardo da
Vinci: solo operai, impiegati, commercianti, donne anziane con le stesse,
anonime, asettiche maschere.
Guardai
se Michela se ne fosse accorta, ma sembrava distratta. Mi fermai all'incrocio
con una piccola calle buia e umida, dove tirai Michela tenendola per mano e la
trattenni cingendole le spalle.
—
Cos'hai? — mi domandò guardandosi intorno e accorgendosi che eravamo soli,
quindi sorrise e mi baciò. — Sei pallido — disse osservandomi meglio. —
Stai bene?
Pensavo
all'esercito senza volto che formicolava sulle quattrocento isole di Venezia,
alla marea incolore di lineamenti artificiali che aveva invaso il mondo: perché
in quel momento, nel vicolo buio con Michela chiusa fra le mie braccia, credetti
che tutta la città fosse stata invasa dalla gente senza volto.
Michela
si abbassò la bautta sul mento. "C'è qualcosa che non va?" domandò
preoccupata.
Mi
intenerì. Nascondendo il tremito delle labbra la baciai, poi raccolsi tutto il
mio coraggio e con pochi passi silenziosi tornammo alla via; una banda di
pomodori di gommapiuma quasi ci travolse, seguiti da un orso con il piccolo in
spalla. Mi asciugai gli occhi con il palmo della mano.
—
Posso aiutarti? — mi sussurrò Michela in un orecchio.
—
Grazie, è passato — risposi.
Così
finiva la domenica di carnevale.
*
* *
Nella
stanza d'albergo il riscaldamento era spento da parecchie ore. Provai
compassione per Michela e il suo asciugamano sulle spalle.
—
Copriti, avrai freddo — le dissi. Sentivo che tremava, ma non si mosse;
allungai le dita verso la mantella, accanto a me sulla coperta del letto, e
gliela porsi. Si coprì, appoggiando le spalle alla testiera. — Quando è
accaduto? — dissi — è sempre stato così?
—
No, non sempre, naturalmente — mi rispose finalmente, — Tu avevi meno di un
anno di vita.
Scossi
la testa, non sapendo cosa pensare. Sentivo le lacrime dietro il vetro umido
degli occhi.
—
La guerra? — domandai. — Un'epidemia? Il sole? L'energia atomica?
Michela
tirò su con il naso, si coprì meglio con la mantella.
—
La bomba al neutrone — rispose.
Il
neutrone. Mi alzai volgendole le spalle e barcollai fino alla porta del bagno;
prima di entrare mi voltai, domandando con un filo di voce: — In quanti siamo?
Michela
si alzò in piedi, lasciando che la mantella e l'asciugamano scivolassero in
terra; sotto la curva del seno sinistro aveva un'ecchimosi scura.
—
Solo tu — sillabò.
Vomitai
tutta la cena nel lavandino, urlando come un cane sotto i ferri della
vivisezione; pensavo che avrei tirato su anche lo stomaco. Quando riuscii a
rimettere a fuoco lo sguardo sul rubinetto, curvo sul lavabo e con le mani
poggiate al muro, sentii la mano di Michela sulla mia spalla. Alzai la testa
verso lo specchio e vidi i nostri volti, uno dietro l'altro, inevitabilmente
pallidi alla luce bianca del neon.
Respirai
affannosamente, poi riuscii a concentrarmi sul battito del cuore e a
rallentarlo. Mi lavai il viso, ricordando quando l'avevo fatto per la prima
volta in presenza di Michela in una pensione di Mestre.
La
sentii appoggiarsi alla mia schiena. Chinai il capo, poi mi voltai verso di lei
sostenendomi al muro. Cercò i miei occhi: — È passata?
Non
riuscivo a pensare a lei come a un essere umano. Non era un essere umano. Cercai
di rallentare ancora il ritmo delle pulsazioni, poi colto da un dubbio sollevai
una mano per posarla sul seno di Michela, là dove era il cuore. Mi fermai a
meno di un millimetro dalla sua pelle, pensando che non era giusto fare
esperimenti su di lei. Michela comprese ogni cosa guardandomi.
Poggiai
i polpastrelli; la pelle era tiepida esattamente come la mia e sentivo le
pulsazioni come sempre. Michela sussultò appena, stringendo i denti per non
reagire al dolore sul livido.
Espirai
tutta l'aria dai polmoni, pensando a quanto fosse stato stupido quel gesto, ma
l'altra parte di me disse che Michela non aveva i miei stessi diritti, che
probabilmente ciò che le batteva in seno non era un cuore ma qualcosa per
simularlo.
—
Dunque il mondo non esiste? — domandai alla luce del neon, rifiutando di
rabbrividire per conto di mia moglie, nuda nel bagno non riscaldato. — Non
esiste tutta la gente, gli errori e l'idiozia, l'ignoranza e gli eroi? Non sono
reali Boris Elcin e Clinton, Koncalovskij e Ingmar Bergman, Bob Dylan e Lucio
Battisti, Oriana Fallaci e García Márquez, Evtusenko e García Lorca, Albert
Schweitzer e Gandhi? Sono solo registrazioni televisive che la Bomba ha
risparmiato?
*
* *
Lunedì
di carnevale. Mi svegliai e per un attimo non riuscii a orizzontarmi; poi
ricordai che mi trovavo nella camera di pensione insieme a Michela, dove avevo
deciso di trasferirmi sino al ritorno a Torino. Mi passai una mano fra i
capelli, poi guardai Michela sotto le coperte, accanto a me; le posai una mano
sull'anca e si voltò, apparentemente già sveglia.
—
È quasi mezzogiorno — le dissi. — È ora di pranzare.
—
Mi farai ingrassare — rispose con voce impastata.
Uscimmo
nell'aria addolcita dal sole di marzo; Michela indossava i soli vestiti con cui
l'avessi mai vista: la mantella e la bautta nera. Preferimmo non prendere il
traghetto e passeggiare per le calli guardando le vetrine dei negozi. Non avendo
appetito camminammo per ore, progettando la nostra ultima notte a Venezia: a
tutti i costi volle che andassimo a un ballo in maschera in una casa privata,
per il quale possedeva due inviti.
Appena
giunti sul luogo, pensai che in fondo avevo fatto bene ad accettare: salimmo per
un'alta scalinata fredda dopo che un valletto ci ebbe aperto il portone che dava
sulle fondamenta di un'isola. C'era moltissima gente, e non tutti davvero si
conoscevano fra loro; Michela salutò qualcuno qua e là.
Gironzolammo
intorno al tavolo degli apertivi; tutti sembravano volersi divertire a ogni
costo, ma io rimasi discretamente in disparte, di cattivo umore per qualcosa che
non riuscivo a definire: forse un brutto sogno, perché mi ero già svegliato
con quella sensazione al mattino.
Dopo
un po' Michela mi guidò su per alcuni gradini di uno scalone, poi un lungo
corridoio decorato ad affreschi, con vetrate da un lato e porte bianche
sull'altro.
I
nostri passi risuonarono amplificati perché i soli altri suoni provenivano
attutiti dal piano inferiore; Michela aprì e richiuse dietro di noi l'ultima
porta, che dava su una rampa di scale. In cima a esse uscimmo all'aperto sui
tetti, nella notte senza stelle. Rabbrividendo e avvolgendomi nel mantello,
mossi alcuni passi sul displuvio: c'era una scaletta di ferro che scendeva a un
cornicione per congiungersi a qualche sentiero aereo perduto nelle mille vie dei
tetti, quasi come se esistesse un'altra città adagiata sulla Venezia che i
turisti conoscono.
Vedevo
gente camminare per le calli e danzare nel rettangolo illuminato di piazza San
Marco, non molto distante da dove eravamo. Proiettori di luce dorata tagliavano
il cielo, rivelati dall'evaporazione notturna.
Ricordai
l'incubo del giorno precedente, i fiumi di gente senza volto in movimento, e la
fredda mano dell'angoscia mi afferrò il cuore. Forse l'inquietudine che mi
portavo appresso era ancora dovuta a quell'episodio.
Michela
si illuminò tutta in volto quando tornai a guardarla e disse che aveva un'idea
per lasciare la festa senza clamore. Mi prese per mano guidandomi sul cornicione
fino alla scaletta. Temetti che si sarebbe fatta male per le scarpe con il tacco
che portava, ma la seguii; percorremmo un cornicione con balaustra in ferro,
valicammo un tetto spiovente con gradini, guadammo una terrazza piatta con
ballatoio in pietra, passammo addirittura su un ponticello sospeso su una calle
e finalmente scendemmo ridendo per l'abbaino di un'umida casa a schiera.
La
passeggiata notturna era stata suggestiva ed eccitante, avendo come sola guida
l'ombra scura del mantello di Michela davanti a me e le sue risate di
incoraggiamento.
Ci
ritrovammo in strada, dove un gruppo di ragazzi dalle facce dipinte vivacemente
stava danzando alla musica che da Campo San Polo filtrava di soppiatto sin là.
Ci accostammo a un muro per osservare quella compagnia silenziosa dai volti
troppo seri perché stessero divertendosi. Avvertii il muro umido contro la
testa, e sfiorandolo sentii che portava un manifesto incollato di fresco.
Arretrai di un passo e Michela incuriosita mi imitò.
Sul
manifesto era stampato l'alto fungo fallico di un'esplosione nucleare, e sopra
una poesia in grossi caratteri bianchi recitava:
Ricordi,
stavamo
nella galleria municipale vicino al Cristo
e
vedevamo dalla finestra
i
due ragazzi
incollare
il manifesto
"Alt
alla bomba al neutrone
e
a ogni altra bomba!"?
Sai
a cosa ho pensato allora?
Ho
pensato che per la bomba al neutrone
io
sono meno di un oggetto,
se
la bomba,
conservando
premurosa tutti gli oggetti
neppure
penserà di risparmiarmi.
Mi
sentii raggelare il sangue nelle vene. Anche Michela era interdetta, sebbene per
un altro motivo: non perché vedesse nel manifesto un presagio, bensì qualcosa
di inopportuno in quel luogo e in quel tempo.
Mi
passai una mano sulla fronte, poi cercai l'ora: era mezzanotte. Iniziava il
martedì di carnevale.
*
* *
Si
fece l'alba nella stanza d'albergo. Nel volgere di quella notte, fra il momento
in cui avevo trafitto il cuore di Michela sino allora, un intero mondo si era
dissolto: il pianeta Terra che esisteva nella mia immaginazione. Era la seconda
volta che veniva annientato.
Passeggiavo
su e giù per a stanza mentre Michela, l'essere che conoscevo con quel nome,
rimaneva seduta con le man in grembo.
—
Sembra tutto così perfetto, così organizzato. Chi ha pianificato tutto?
—
Pianificato? — Ripeté senza comprendere Michela. — Nessuno, credo. Nessuno
avrebbe mai pensato che tutta l'umanità sarebbe scomparsa. Tutti meno uno...
—
Se dunque non c'è chi vi comanda, secondo quale logica operate? Chi ti ha dato
l'ordine di sposarmi?
Tacque.
Tacemmo. Udivo il ticchettio dell'orologio sul comodino da notte; immaginai di
udire i botti dei fuochi artificiali sul Canal Grande, gli schiamazzi delle
marionette di carne e metallo nelle calli, indifferenti se tutto ciò per cui
erano vissuti non aveva oramai più ragione di essere.
Mi
avvidi della lacrima che era scesa sino al mento di Michela e ancora assistei a
una lotta fra due parti di me, una delle quali mi diceva che un essere
artificiale non può piangere davvero.
—
Nessuno mi ha comandato di sposarti— disse a voce tanto bassa che dovetti
trattenere il respiro per udirla. — Nessuno mi ha imposto di amarti. Nessuno
ci dirige: semplicemente, ognuno di noi fa ciò per cui siamo stati programmati.
Noi vogliamo il tuo bene, e io ritengo di svolgere il mio compito al meglio
possibile.
—
Perché tu e non un'altra? E soprattutto, perché io e non un altro?
Non
riuscì a rispondermi. Nella stanza d'albergo mi sentivo soffocare. Ancora non
sapevo come comportarmi con Michela.
—
Io esco a prendere una boccata d'aria — dissi.
—
Non puoi trattarmi come se fossi solo una macchina — disse in tono sommesso
prima che richiudessi la porta. — Sebbene il mio scheletro sia di plastica e
metallo e i miei organi artificiali, ho pur sempre un cervello che pensa e
soprattutto prova sentimenti. Il fatto che sia stata progettata per fare in modo
che tu sia felice non significa che le mie passioni siano differenti dalle tue.
Richiusi
la porta dietro di me senza parlare.
L'aria
del mattino era pungente; rialzando il bavero del cappotto mi mossi lungo i muri
del palazzo, osservando con la coda dell'occhio la gente che passeggiava,
davvero intimorito dalla loro reale sostanza che solo allora vedevo per la prima
volta.
Il
mondo era finito, distrutto; ciò che io avevo sempre considerato la realtà era
un incommensurabile, indicibile simulacro che solo grazie all'analisi non
mediata del mio subconscio avevo potuto smascherare.
La
bomba al neutrone aveva debellato l'infezione della vita sulla crosta del
pianeta, conservando però quasi per delicatezza tutti gli oggetti inerti:
grazie a ciò gli androidi erano sopravvissuti e si erano avvalsi di
registrazioni sonore e visive autentiche, di tutta la scienza umana per rendersi
più simili all'uomo per meglio ricreare un intero mondo distrutto e proteggere
il loro unico protetto. E non li avrei mai smascherati se fosse stato possibile
tenere sotto controllo il mio subcosciente; perché, a quel livello, io sapevo
di non essere circondato da esseri umani. E ricevevo messaggi durante il sonno:
persone che si strappavano la pelle del volto, gente cui non riuscivo a togliere
la maschera di cartapesta, città deserte dove mi aggiravo senza incontrare
anima viva. Ma l'incubo peggiore era quello in cui credevo di svegliarmi udendo
un pianto; scendevo dal letto, seguivo i singhiozzi fino in cucina dove trovavo
Michela con il volto fra le mani, alla luce accecante del neon, che si graffiava
le guance e gli occhi per strappare la pelle artificiale.
Questi
sogni ricorrenti erano iniziati cinque anni prima, nel periodo in cui avevo
incontrato Michela proprio a Venezia, dove tutto stava ora finendo.
L'intero
mondo ricostruito era crollato perché io sapevo. La vita di questo povero
animale e delle sue imitazioni premurose che ancora infettavano la litosfera
terrestre stava per cambiare completamente.
*
* *
Martedì
di carnevale, mattino presto. Tornavamo verso piazza San Marco come cani
bastonati, le spalle rigide per l'umidità e la bomba al neutrone in testa. La
pacata, splendida danza silenziosa di quei giovani dai volti gravi ci aveva
toccati.
Venezia
era sporca di carta e neve calpestata, intrisa di nebbia e sonno, oscurata dal
silenzio e dalla notte. Torrenti di maschere fluivano là dove sino a poche ore
prima erano stati fiumi. Battemmo tutti i caffè sulla strada del ritorno,
cercando di toglierci quel sapore amaro dal palato; per la prima volta lontani
dalla folla, avendo tempo a disposizione e con il preciso proposito di
profittare al meglio delle poche ore rimaste, parlammo a lungo di noi stessi.
La
notte agonizzava quando raggiungemmo la stazione di Santa Lucia; sui marciapiedi
gelati, battuti dal vento che minacciava una bufera di neve, attendemmo parlando
piano il primo treno, insieme a poche maschere silenziose e ciondolanti di
sonno.
—
Venezia è incredibile, — dissi mentre il convoglio appariva sul ponte, — è
un punto fermo nella storia del mondo, una pietra di paragone con tutto ciò che
cambia. Se domani il mondo dovesse finire, Venezia sarebbe ancora immutata?
Michela
si addormentò sul treno per Mestre; vidi l'aurora pallida sulle brume della
laguna, la luce che giungeva dall'orizzonte fino alla linea sottile del ponte.
Mi
crogiolai nel dormiveglia per pochi minuti, godendo di un rilassamento che solo
la stanchezza poteva permettermi. Scossi il gomito di Michela quando ci
arrestammo alla stazione di Mestre, e sorridendo con gli occhi, spettinati e
stanchi tornammo in pensione.
Ma
oramai avevo perduto il sonno; sdraiato sul letto, ripensavo al percorso
notturno sui tetti, alla pressione della musica degli altoparlanti sui timpani,
alle spalle di Michela sotto il mantello, al fungo atomico sul manifesto.
—
Stai dormendo? — sussurrai.
—
No.
Uscimmo
a fare colazione; pochi passanti erano in strada, e nella pasticceria trovammo
solo gente che sospirava al suono dei cucchiaini nelle tazze e del vapore nella
macchina del caffè.
—
Sono stati giorni meravigliosi — mi disse Michela accarezzando il profilo di
una pasta alla crema, mentre io scioglievo le mie amarezze in una cioccolata con
panna. Annuii. Eppure c'era ancora, da qualche parte al di sotto del livello di
percezione, la sensazione di qualcosa di enorme e indicibile. Mi sarebbero
occorsi altri cinque anni per arrivare a isolarlo.
—
Mancano cinque ore al treno per Torino — dissi guardando l'orologio.
—
Cosa vuoi fare? — mi domandò inclinando il capo da un lato.
—
C'è qualcosa che ancora non abbiamo fatto, forse a causa della stanchezza.
Tornammo
alla camera, dove il letto sfatto sembrava attenderci.
—
Abbiamo tre ore prima di lasciare la stanza — dissi.
—
Che cos'è che ancora non abbiamo fatto? — domandò Michela attendendo a
braccia conserte.
—
La cosa più bella — risposi tirando indietro la coperta arrotolata sul letto.
*
* *
Cosa
accadrà quando sarò scomparso?
Mi
aggiravo come un fantasma per la città che vedevo con occhi diversi. Michela,
che avevo amato come una donna in carne e ossa, era rimasta nella camera
d'albergo, sola accanto al letto rifatto. I simulacri che per oltre un quarto di
secolo avevano guidato la mia vita, obbedendo a un impulso bioelettronico
prioritario, affollavano le calli tutti intorno a me; non sapevo se fingessero
di non riconoscermi o se veramente non ne avessero il modo.
"L'unico."
Mi pareva di sentire, in quella mattina presto di inverno, il fardello
dell'eredità lasciatami dall'umanità intera; gli androidi, i miei esecutori
testamentari, erano sin troppo solleciti nel farmi godere quel lascito. Ma io
non volevo assolutamente quella responsabilità che non avevo chiesto e che mi
stava impedendo di dormire, di lavorare, di vivere. Perciò avevo affondato il
coltello nel cuore di mia moglie: non solo per verificare se colpendola a un
organo vitale rimanesse in vita, ma soprattutto perché sentivo come un
tradimento il fatto che lei stessa fosse una degli "altri", lei che
per anni avevo considerato come mia sola compagna.
Mi
fermai a lato della strada, sentendo girare il capo; entrai barcollando in un
portone aperto, ritrovandomi in una mostra di illustrazioni a china.
Mi
appoggiai al muro con un gomito. Perché io, pensavo, perché solo io... Perché
l'hanno fatto? "Per la bomba al neutrone io sono meno di un oggetto, se la
bomba, conservando premurosa tutti gli oggetti, neppure penserà di
risparmiarmi."
—
Si sente male? — mi domandò una signora di mezza età, posandomi una mano
sulla spalla. Alzai gli occhi, inspirando profondamente; vidi che dietro di lei
c'era altra gente che mi guardava con curiosità. "Idioti" pensai,
"non mi riconoscete? Dovreste accorrere, aiutarmi, farmi sdraiare prima che
svenga; io sono il vostro obbiettivo."
Respinsi
malamente con la mano la donna, quindi travolgendo un estintore mi diressi
all'angolo più buio del salone.
Tutti
coloro che ho conosciuto erano androidi: mio padre, mia madre, i compagni di
scuola, gli amici, i colleghi. Le ragazze. Michela.
Michela
non ha mai avuto bisogno di dormire, eppure fingeva; fingeva nella camera di
pensione, a Mestre, e a casa, e in vacanza, e quella volta sul treno da Venezia
quando l'avevo osservata con tenerezza, sentendomi stanco e felice di quei
giorni e fiducioso riguardo l'avvenire. Michela era spinta a prendersi cura di
me da un impulso ben più forte di quello dell'affetto: era questa, me ne
rendevo conto, la verità più amara.
Essi
interpretarono secondo logica la regola fondamentale inserita nelle loro
istruzioni da chi li progettò, prima dell'olocausto: proteggete gli esseri
umani. A modo loro, agirono correttamente: per proteggere un essere umano è
necessario conservare intatta la sua umanità. Ma qual è la definizione di
umanità? È scindibile dai difetti della razza umana? Hanno ricreato il mondo
come era effettivamente, e forse era davvero questa l'unica possibilità per
farmi diventare umano: dovevo vivere una vita normale, anonima, né troppo
serena né troppo turbata, conoscere l'amore e non sapere mai la verità sulla
bomba al neutrone.
Se
il mio subcosciente non avesse reagito a quegli stimoli che percepiva come
alieni, non avrei potuto accorgermi della mistificazione; avrei seguitato a
vivere come sempre, con i soliti progetti per il futuro, con l'automobile a rate
e un mese l'anno di ferie, con la musica alla radio e le poesie di Evtušenko
sul comodino, con i figli dei vicini per casa e Woody Allen al cinematografo, le
lezioni serali di inglese e il sabato sera in pizzeria con gli amici, i concerti
di musica celtica nel chiostro della chiesa sconsacrata, e la tessera del
sindacato, i referendum abrogativi, i dépliants dei viaggi in Russia, gli amici
di penna e le amiche di mia moglie.
Cosa
sarebbe accaduto da allora in poi, visto che tutto ciò aveva perduto senso?
Come si sarebbero comportati i miei angeli custodi?
Mi
accorsi che erano tutti intorno a me e che mi osservavano con i loro visi lunghi
e, mi parve, addirittura impauriti. Ma come il cameriere e i clienti del
ristorante, non osavano farsi avanti. MI passai una mano fra i capelli, mossi un
passo; arretrarono.
Camminai
fra due ali di loro, che si aprirono in silenzio e con deferenza. Uscii in
strada ed erano ad attendermi, si scostarono solleciti al mio passaggio. Tornai
verso l'albergo, sotto lo sguardo di quelle schiere silenziose di gente
accostata spalla a spalla, e nessuno osò rivolgermi la parola.
Venezia
taceva, il mondo taceva. Michela pareva l'unica che avesse ancora il coraggio di
parlarmi.
Salii
le scale dell'albergo a passi stanchi, senza usare l'ascensore. Sentivo tutto il
peso del passato, del presente e del futuro del mondo, che ad ogni scalino si
facevano più grevi.
Aprii
la porta della camera; Michela era seduta al piccolo scrittoio d'angolo, vestita
di tutto punto come per uscire. Mi voltava le spalle, ma quando mi udì entrare
posò la penna a sfera che teneva in mano.
—
Stavi per uscire? — le domandai con gentilezza.
Non
rispose, ma la sua intenzione di andarsene era evidente. Mi avvicinai, posandole
le mani sulle spalle; sul piano dello scrittoio c'era un biglietto con poche
parole scritte di suo pugno.
Mi
si strinse il cuore. Senza lasciarle le spalle per non che si alzasse
andandosene per sempre, raccolsi il suo biglietto. Erano versi di una poesia che
aveva tratto dal libro sul comodino.
Perché ho
smesso di amarti, non chiedo di perdonarmi
Perché ho
amato, perdonami
Scritto
nel gennaio 1987
Pubblicazioni:
"THX
1138" n. 5/6, Bari 1987
"Gli
Occhi di Medusa speciale" n. 2, Asti 1990
"Gli
Occhi di Medusa speciale raccolta" n. 1, Asti 1992
edizione in lingua greca "Eleftherotypia", Athinai, 2002
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