FRANCO
RICCIARDIELLO
Non
infatuatevi di noi
Il
poeta è un debitore dell'universo
(Vladimir
Vladimirovic Majakovskij)
—
Dimmi la verità, bella MacDonald — disse Vladimir Vladimirovic Majakovskij
alla donna che teneva sottobraccio, guardando verso la fortezza Pietro e Paolo
dalla piazza antistante il Palazzo d'Inverno, — ti sei infatuata di me?
Jane
F. De Valera, 26 anni, di Mansfield (Ohio), diplomata all'università di
Princeton (New Jersey) in lingua e letterature dell'Europa orientale con una
tesi su Delitto e castigo di Dostoevskij, ricambiò lo sguardo di
Majakovskij.
—
Non è abbastanza evidente? — domandò per risposta.
Vladimir
Majakovskij le aveva posto la domanda dopo un silenzio di alcuni minuti durante
i quali, mentre Jane osservava sovrappensiero i passanti incappottati che
ammiravano l'armonia bianca e azzurra del Palazzo d'Inverno, aveva riflettuto a
lungo sul momento in cui aveva conosciuto la donna.
Era
accaduto in un'altra città europea, molto più a sud ma ugualmente intrecciata
di canali, e in una stagione più favorevole alle passeggiate all'aria aperta: a
Venezia, durante la tiepida primavera adriatica, non molto tempo dopo
l'invasione dalle stelle.
Ancora
insicuro della propria esistenza, Majakovskij cominciava a soffrire le prime
angosce, i primi timori di non riuscire più a scrivere. "C'è tanto da
fare, tanto da vedere," diceva a se stesso: "posso attendere
per scrivere". C'era un mondo nuovo, diverso, terribile per certi aspetti
ed egli si sentiva come il protagonista della sua commedia Klop che,
imprigionato nel ghiaccio, si risveglia dopo decine di anni in un mondo
incomprensibile per lui, dove le malattie sono scomparse, la fame è scomparsa,
non ci sono più guerre né ingiustizie.
Queste
perplessità bloccavano la sua volontà. Quando egli scriveva, scriveva del
mondo: ma se non conosceva più il mondo, come poteva scrivere?
Alla
ricerca di qualcosa di familiare aveva preso dunque la via del sud: Venezia,
aveva pensato, doveva essere rimasta immutata malgrado l'invasione.
Ricordava
perfettamente, come fosse allora, la veranda aperta sul Canal Grande, costruita
con criteri moderni ma con rispetto per lo stile degli altri palazzi sulla
laguna. Il pavimento della veranda era a pochi centimetri dal livello dell'acqua
che le onde sollevate dalle astronavi aliene mandavano a urtare con schiocchi
liquidi sotto il cornicione del parapetto. Lasciando l'atmosfera decadente ma
eccitante della festa di società che si svolgeva nell'appartamento, Vladimir
Majakovskij era uscito alla solitudine tiepida della notte veneta.
In
veranda c'erano due sedie di ferro battuto, ma la visione del Canal Grande che
avvolgeva da tre lati il balcone di pietra era tale da togliere il fiato, tanto
che egli neppure si accorse delle sedie. Si appoggiò con i ginocchi e i palmi
delle mani al basso parapetto, quasi penzoloni sul canale. Il sole durante il
giorno aveva evaporato l'aria gelida residuo dell'inverno, ma con il calore
della notte pareva che il cobalto del cielo riuscisse a liquefare l'atmosfera
sino a farla ricadere in gocce sul vetro del canale e sul granito e il marmo dei
palazzi.
—
Le notti di San Pietroburgo sono più bianche, d'estate — disse una voce
femminile dietro di lui. Majakovskij si voltò per vedere la bionda vestita di
rosso che tutta la sera gli aveva lanciato occhiate al di sopra dei bicchieri di
liquore e delle spalle scure degli invitati.
—
Solo d'estate — rispose Vladimir Majakovskij.
Perdendo
per un momento l'autocontrollo ma non il sorriso, la ragazza verificò al di
sopra della spalla che nessuno stesse per seguirla. Majakovskij se ne accorse ma
non lo diede a vedere.
La
donna gli si avvicinò oscillando sulle scarpe a tacco alto cui evidentemente
non era abituata.
—
Credo che lei non mi conosca. Mi chiamo Jane De Valera, sono americana.
—
Non è comune per un americano conoscere la mia lingua — disse Majakovskij.
—
La mia è una passione speciale — volle confessare Jane, sforzandosi di
arrossire di timidezza, cosa che come aveva notato non mancava quasi mai di
rendere gli uomini più audaci.
Giunta
accanto a Majakovskij non poté però evitare un attimo di smarrimento nel
trovarsi al centro della fantastica notte lagunare. Sollevò gli occhi al
firmamento sfregiato di gioielli a geometria frattale, mosse le labbra in una
muta esclamazione e sentì gli occhi velarsi di lacrime di commozione.
—
Stanotte deve essere questo il centro dell'universo — disse Majakovskij,
interpretando correttamente lo smarrimento della donna.
Jane
ritornò sulla terra, imporporandosi stavolta senza sforzo.
—
È in notti come questa che il mondo dovrebbe cambiare — disse la donna; —
è in città come questa che il mondo dovrebbe essere governato. Invece, chi
comanda abita in torri pressurizzate di metallo e vetro e cambia il mondo con il
favore di notti senza luna.
Lo
schiocco di un'onda più alta delle altre si fece udire sotto il cornicione.
Majakovskij e Jane De Valera si voltarono simultaneamente verso il canale.
Silenziosa come un sogno di pomeriggio, una balena di lega metallica scivolava
sull'acqua del canale, avvicinandosi alla veranda. La sua sagoma era dello
stesso colore della notte, interrotta però da file di occhi luminosi di diversi
colori, deboli luci alle finestre dalle quali gli invasori osservavano curiosi
la città di pietra e acqua.
Apparentemente
leggera come una mongolfiera di alluminio, l'astronave a forma di dirigibile
avanzò appoggiata sulle onde, rallentando quando qualcuno dagli oblò riconobbe
Vladimir Vladimirovic Majakovskij.
—
Ne conosci qualcuno personalmente? — domandò Jane senza indicare il vascello.
—
Non si curano di noi — rispose Vladimir Majakovskij. — Noialtri non siamo di
fronte a loro che un neurone nella mente di Dio.
La
nave si fermò per un attimo nella quiete tiepida della notte, sottolineata più
che interrotta dal suono di violoncello e oboe alle spalle dei due mammiferi in
veranda. Dopo di che si allontanò, onnipotente, incurante, imprevedibile.
Jane
De Valera e Majakovskij rimasero soli con il proprio fiato sospeso, nuovamente
al centro dell'universo. Però, la notte aveva acquistato una fragranza in più
che ricordava il suono di un violino.
—
Portami con te — singhiozzò Jane, la linea acquamarina del trucco sotto le
ciglia rigata di lacrime di commozione. — Il mondo gira intorno a te.
L'incanto di notti come questa si accende là dove tu posi il piede, i venti
spirano nella tua direzione.
Senza
accorgersi, si era aggrappata con le unghie alla manica della giacca di
Majakovskij.
—
Non puoi venire con me — le rispose l'uomo, deciso. — Io devo tornare in
Russia per uccidere un uomo.
—
Verrò con te! — esclamò Jane quasi senza lasciargli finire la frase, vedendo
oramai la via lattea soltanto nello specchio degli occhi di Majakovskij. — Non
mi importa cosa farai o dove andrai, non posso fare a meno di seguirti.
Egli
tornò a voltarsi verso di lei, con una forza tale negli occhi da farle piegare
le ginocchia.
—
Non è la prima volta che una donna vuole seguirmi ovunque, non è la prima
volta che le dico di non farlo, e scommetto che non sarà neppure la prima volta
che lei rinuncerà. Ricorda solo che lo fai a tuo rischio e pericolo.
Così
fu che Jane F. De Valera, americana di Mansfield (Ohio), rimase con Vladimir
Vladimirovic Majakovskij durante tutta quella primavera e l'estate che seguì,
finché una domenica mattina di ottobre, di fronte al Palazzo d'Inverno a San
Pietroburgo egli le domandò se si fosse innamorata di lui.
—
Io vivo l'aria che respiri — disse la donna, — mi nutro di ciò che dici, mi
disseto con ciò che scrivi; se tu sputassi fuoco io sarei l'ossigeno che bruci;
se tu navigassi per mare io sarei l'oceano. E mi chiedi se sono infatuata di te?
Le
labbra di marmo di Majakovskij si erano tramutate in due sottili linee, livide
per la tensione. Così granitico, deciso, inamovibile parve a Jane la statua di
un eroe dello stacanovismo staliniano.
—
Non è bene — disse la statua con un filo di voce, — non è bene infatuarsi
di un morto.
*
* *
L'invasione
dal cielo era iniziata la prima settimana di gennaio, senza alcun preavviso. Un
centinaio di astronavi a forma di dirigibile, apparentemente indifferenti
all'attrazione gravitazionale, erano calate in Azerbajdzan, disperdendosi fra il
Piccolo Caucaso e il Caspio. Non si seppe mai con certezza cosa fosse accaduto
in quel primo e unico contatto fra la razza umana e gli invasori, data
l'incredibile discordanza di testimonianze; subito dopo quella prima settimana
le navi tornarono a galleggiare nell'esosfera, solo per fare ritorno
moltiplicate per cento e disperdersi su tutta la Russia. All'epoca in cui
Majakovskij si trovava a Venezia, dove conobbe Jane F. De Valera, un gruppo di
astronavi aveva attraversato la Sublime Porta penetrando nel Mediterraneo e
risalendo fino a Trieste a alla laguna veneta.
Vladimir
Vladimirovic Majakovskij era l'unico essere riportato in vita dagli invasori, se
non si considera il castoro schiacciato per errore da una nave nel parco
nazionale di Voronez e immediatamente "recuperato".
A
Venezia Majakovskij si era sentito stordito dal miracolo della vita, quasi che i
suoi polmoni fossero ancora pieni di liquido criogenico, le palpebre incollate
dalla gelatina, le orecchie avvolte in cartilagine artificiale. A volte
dimenticava di respirare credendo di essere morto.
Ma
nonostante le sue sensazioni, contro le sue sensazioni, a dispetto delle sue
sensazioni egli era vivo; per questa ragione sentiva di dover uccidere un uomo.
—
Non hai mai preso in considerazione l'ipotesi di perdonare? — gli domandò
Jane lo stesso giorno.
—
Puoi perdonare chi ti uccide, non chi ti riporta in vita — fu la secca
risposta di Majakovskij.
Eppure
si sarebbe detto che per un uomo nelle sue condizioni la vita fosse un piacere
intenso: era uno dei personaggi più amati di tutte le Repubbliche ex
sovietiche, oggetto della curiosità del mondo intero, vestito di una pelliccia
morbida e lucida, un uomo nel pieno vigore dei suoi trentasei anni malgrado
fosse nato oltre un secolo prima e, ciò che più sembrava contare agli occhi
del prossimo, in compagnia della più bella donna di San Pietroburgo.
—
Come farai a trovarlo? — domandò Jane nel modo più naturale possibile.
Alludeva
a Pëtr Il'ic Tarkanov, l'uomo che Majakovskij cercava per uccidere, l'illustre
cittadino di Bardad sul ruscello Terler (Azerbajdzan) che, nella commozione di
sentirsi il primo essere umano a entrare in contatto con gli invasori, aveva
espresso il desiderio che il più illustre figlio del villaggio potesse essere
presente fra i suoi discendenti per accogliere in modo adeguato gli ospiti
stellari. Gli invasori, incomprensibilmente, l'avevano accontentato; Vladimir
Vladimirovic Majakovskij, nato a Bardad il sette luglio del 1893, era tornato
dal mondo delle ombre e delle tombe a quello delle luci.
—
Se devi dare la caccia a quest'uomo per potere essere in pace con la tua
coscienza, fallo — lo esortò Jane. — Tuttavia, non credo che avrai il
coraggio di ucciderlo.
—
Tarkanov si trova a Mosca — commentò Majakovskij. — Domani andremo a
cercarlo.
Sulla
strada per tornare alla camera d'albergo messa a loro disposizione dalla
Associazione degli scrittori russi, si accorsero di quanto si fosse raffreddata
l'aria negli ultimi giorni.
—
L'inverno è alle porte — disse Jane stringendosi al braccio del suo compagno.
— Forse sarebbe meglio che tu decidessi di scendere a Rostov, dove svernare
sarebbe più tollerabile.
—
Ancora non credi che io ucciderò Tarkanov.
All'albergo
il portiere si scusò molto discretamente per la mancanza di riscaldamento; si
mormorava che una nave degli invasori aveva inavvertitamente distrutto un grosso
deposito di combustibile appena fuori città: le poche scorte rimaste erano
destinate alle scuole.
—
Non sei una vera americana — disse Majakovskij appena giunti in camera, quando
Jane si tolse il cappotto rimanendo a soffiare nuvolette di fiato condensato
seduta sull'orlo del letto. — Un'americana si lamenterebbe del freddo, della
carenza di cosmetici, della qualità del cibo e degli indumenti, persino della
mancanza di collant.
—
L'agitatore propagandistico era davvero il mestiere giusto per te — replicò
Jane. — Hai più dimestichezza con i luoghi comuni che qualsiasi altro russo.
In fondo, vuoi semplicemente dimostrarmi di aver imparato il significato della
parola collant.
—
"Per noi l'amore non è paradiso terrestre", scrissi un giorno.
"A noi l'amore annuncia ronzando che è stato nuovamente messo in marcia il
motore raffreddato del cuore."
—
Pregevole lirismo bolscevico.
Majakovskij
si lasciò cadere accanto a lei sul letto. E all'improvviso la situazione gli
fece tornare in mente una scena analoga di molti anni prima, quando non
esistevano termostati nelle abitazioni e Mosca era stretta nella morsa
ghiacciata di un inverno senza combustibile. Il maltempo pareva essersi alleato
alle armate bianche che da ogni parte assediavano la patria; il gelo si accaniva
sulle baracche della capitale, sulle staccionate disfatte alla ricerca di legna
da ardere, sulle cisterne di acqua ghiacciata, sulle grondaie esplose.
Ricordò
il freddo di un alloggio di dodici metri quadrati, con la donna che amava e un
cucciolo di cane, cercando di ricavare con un temperino della schegge da un palo
di staccionata più duro di una pietra. Eppure si era sopravvissuti a tutto:
all'inverno, alla guerra, ai razionamenti.
Nonostante
ciò, in questo mondo nuovo che annegava nel lusso e nell'abbondanza Majakovskij
rimpiangeva la semplicità di quegli anni di stenti, quando distinguere il bene
dal male sembrava tanto naturale quanto distinguere il rosso dal bianco. Per
questa ragione sentiva che qualcosa lo attraeva ancora verso il mondo delle
lettere, perché in un pianeta così perfettamente livellato, culturalmente
omogeneizzato doveva pur esistere una causa per la quale battersi,
un'ingiustizia da denunciare, una bandiera da sventolare, un'arma da impugnare.
E il posto di Majakovskij poeta era a fianco degli sfruttati, dei diseredati,
degli oppressi per agitare le penne della letteratura contro il potere del
denaro, delle ciminiere, dei cannoni, allora più che mai, per consolare quel
povero mondo così ricco eppure così scolorito.
Ma
non era uno stimolo sufficiente. Non era sufficiente neppure il respiro di una
donna tanto bella sul letto gelato di un albergo.
—
Ah, Jane, Jane, che fai ancora qua? — disse Majakovskij sollevandole i capelli
con una mano e carezzandoli. — Questo paese è stato invaso da un'orda di
extraterrestri curiosi e pasticcioni che spaventano le balene, devastano per
incuria i campi arati, distruggono spaventati le ciminiere delle fabbriche,
chiudono i pozzi di petrolio per ribrezzo, schiacciando i castori e riportando
alla vita che non vorrebbe più averci a che fare. Cosa fai tu quaggiù, in
questo Paese disgraziato e prossimo alla paralisi?
—
Io voglio te — rispose Jane facendosi più vicina al suo viso. — Voglio il
tuo Paese e le sue sventure secolari, la rassegnazione della sua gente, voglio
le tue orecchie quadrate e le sue immense pianure, le tue sopracciglia e i suoi
mari solidi di ghiaccio, le tue labbra di marmo, le sue città così tristi, i
tuoi capelli corti da cadetto; voglio amarti a sessanta gradi sotto zero, voglio
ridere del tuo modo di vestire e piangere della povertà della tua gente, e
voglio spogliarmi per te in un'isba sino a restare nuda sulla pietra del
pavimento. Voglio seguirti a Rostov, portarti a Khabarovsk, parlarti di
Vladivostok, domandarti di Sverdlovsk, aspettarti a Novosibirsk, precederti a
Irkutsk, amarti a Gorkij e lasciarti a Murmansk, ritrovarti a Suzdal e baciarti
a Kujbyšev.
—
Sarebbe molto bello — rispose Majakovskij, — se non fosse che tu sei la più
bella ragazza di San Pietroburgo e io solo un morto.
Jane
si alzò in piedi, cominciando a slacciare la gonna. — Ora vedremo se sei
davvero un morto.
*
* *
Il
treno per Mosca partì non appena l'astronave che si era posata sulla linea
ferroviaria all'altezza di Cudovo si sollevò per curiosare altrove.
L'unione
degli scrittori russi di San Pietroburgo aveva offerto a Majakovskij e De Valera
il viaggio in vagone letto e carrozza ristorante appena si era sparsa la notizia
che si recavano alla capitale. Fu proprio al tavolino del ristorante che
Majakovskij si curvò verso la ragazza, abbassando la voce quasi a un sussurro.
"Siamo
seguiti," disse. "Non voltarti. All'ultimo tavolino prima dell'uscita
sono seduti due agenti in borghese."
"E
tu come fai a saperlo?"
"A
parte lo stile degli abiti, che li fa sembrare in divisa anche quando non lo
sono, riconosco il biondo. Venne un giorno da me con un pezzo grosso per
convincermi a parlare con gli invasori."
"Cos'è
questa storia? Non me l'hai mai raccontata."
Più
tardi, nello scompartimento letto riservato a loro due, Majakovskij la accontentò.
"Questa
gente della polizia segreta si è messa in testa di liberare il paese dagli
invasori," spiegò; "vogliono fare in modo che le astronavi si
sollevino e se ne vadano in America a disfare strade e industrie come stanno
facendo ora quaggiù, così che la Repubblica possa riorganizzarsi e
riconquistare la supremazia mondiale."
"Cosa
c'entri tu in tutto questo?" domandò Jane. "Non ti presteresti mai a
un gioco del genere."
"Puoi
esserne certa? Gli uomini dei servizi segreti vennero per cercare di convincermi
a salire su un'astronave e parlare agli invasori, spiegare loro che stanno
calpestando la parte sbagliata del mondo."
"Perché
proprio te? Perché non provano loro?"
"Ci
hanno già provato: non sono neppure riusciti a penetrare in un'astronave.
Pensano che a me apriranno, perché in fondo," e Majakovskij represse un
brivido, "mi hanno creato loro."
"Dunque,
cosa vogliono ancora da te?"
"Che
li porti da Tarkanov. Lui è l’unico al mondo ad avere parlato con gli
invasori."
*
* *
Majakovskij
uscì dall'albergo di mattina presto, appena dopo colazione, mentre Jane ancora
doveva alzarsi. Un uomo uscì subito dietro di lui, e Majakovskij per far
perdere le proprie tracce si mischiò alla folla nella metropolitana. Ciò che né
inseguitore né inseguito potevano sapere era che in quel momento preciso
un'astronave cambiò la propria velocità di crociera sulla città srotolata
nella pianura per accelerare di scatto su una rotta diversa e tornare quindi a
rallentare.
Majakovskij,
all'uscita dalla metropolitana (si trovava a una certa distanza dalla propria
destinazione sia per confondere l'inseguitore, sia perché la fermata seguente
era ostruita da un'altra astronave) si sentì coperto dall'ombra fredda di un
dirigibile di metallo; camminò ancora a lungo nella folla appiedata, nell'aria
che andava facendosi sempre più gelida, quindi infilò come per caso il portone
di un caseggiato comune. Verificò sulle cassette delle lettere quanto andava
cercando, quindi soddisfatto continuò a salire gli scalini. All'altezza del
primo piano la tromba delle scale si apriva sul ballatoio; un attimo prima di
uscire all'aria aperta del balcone che serviva tutte le porte di vari
appartamenti popolari, Majakovskij distinse in cortile un uomo corpulento
dall'aria furtiva, che quasi immediatamente si nascose a una svolta del muro.
Majakovskij
tornò nella rampa di scale, osservando appoggiato al passamano come i gradini
continuassero verso i piani alti. C'era nell'aria un odore già sentito un'altra
volta ma che non riuscì a riconoscere: gli ricordò la bella americana che a
quell'ora doveva essere preoccupata per la sua sorte.
Due
bambini corsero vociando giù dagli scalini, imbacuccati in sciarpe e guanti di
lana, e con cappelli di finta pelliccia; in cima alle scale Majakovskij si
sporse appena sul ballatoio, ma con un sussulto si ritrasse volgendo lo sguardo
al cielo: immensa, soffocante, all'apparenza onnipotente, un'astronave
galleggiava a poche decine di metri sopra le tegole del tetto, ombreggiando
tutto il cortile.
Alcuni
inquilini uscirono sul ballatoio per osservare il cielo divenuto di metallo;
Majakovskij scosse per le spalle il più vicino e gli domandò un'informazione,
quindi proseguì lungo il ballatoio, svoltando d'angolo in piena vista,
incurante della figura in fondo al cortile in ombra che vedendolo scivolò lungo
il muro sino al vano delle scale.
La
temperatura parve abbassarsi ulteriormente; alcune persone urtarono Majakovskij
nel correre verso un punto da dove si potesse vedere il prodigio di un'astronave
tanto vicina; rientrò per una scala di servizio interna che lo condusse sino in
cima al palazzo, fuori dall'abbaino, sul displuvio piatto. Lassù, in balia
dell'atmosfera, sembrava veramente di poter toccare l'astronave con un dito.
Sotto
il suo ventre curvo, ma tanto ampio da sembrare piatto, un oblò ammiccava di
luce debole.
Majakovskij
represse un brivido. Oltre l'ombra artificiale, la città si estendeva fredda ma
luminosa, vorticante di tegole e telai di finestre. Nel silenzio quasi
sovrannaturale del displuvio mosse alcuni passi verso l'estremità opposta del
tetto, dove un lucernario era la sola via di accesso a una mansarda.
Per
un attimo gli sembrò di udire il battito del proprio cuore, come se la città
più grande della Repubblica si fosse trasformata in un deserto senza altri
suoni. Si inginocchiò di fronte al lucernario, aguzzando la vista.
Batté
con le nocche sul vetro, velato all'interno di aria condensata. Spazientito,
battè una seconda volta.
Una
mano appannata aprì la finestra, un volto d'uomo a metà fra l'infastidito e il
curioso si profilò nel rettangolo caldo.
"Fammi
entrare," gli disse Majakovskij, "qua fuori fa freddo."
Riluttante,
l'uomo obbedì facendosi da parte: Majakovskij scavalcò l'orlo del lucernario e
si calò nella mansarda.
"Chi
è lei?" domandò l'uomo mentre Majakovskij batteva i piedi per scaldarsi.
Quindi lo osservò meglio in viso e indietreggiò sbarrando gli occhi. "Non
mi dica che lei è..." riuscì a sussurrare.
Majakovskij
avanzò in pieno nella luce spiovente del cielo. Pëtr Il'ic Tarkanov, notabile
di Bardad, lo riconobbe e indietreggiò ancora.
"Non
pensi di essere in debito verso di me?" disse Majakovskij.
Fosse
dovuto alle sue parole o alla luce dell'astronave attraverso il lucernario,
Tarkanov impallidì visibilmente. Balbettò qualcosa che l'uomo davanti a lui
non comprese.
"Non
ti è venuto in mente, caro compagno Tarkanov, che siccome il sottoscritto era
morto per propria volontà forse non desiderava altro che l'oblio? Non ti è
passato per la mente che avessi già sofferto abbastanza nel mio primo passaggio
perché tu mi richiamassi a scontare un'altra volta?"
"L'interesse
dell'umanità..." accennò Tarkanov senza convinzione.
"L'interesse
dell'umanità si identifica con la felicità degli uomini," terminò per
lui Majakovskij.
Un'ombra
umana si profilò all'esterno dei vetri, nella debole luce degli oblò alieni.
Majakovskij la vide con la coda dell'occhio e si gettò su Tarkanov, spingendolo
in terra al riparo del tavolo.
"Zitto!"
gli intimò sottovoce, posandogli una mano sulla bocca e stringendogli con
l'altra il collo. "Se ti muovi ti strangolo.”
L'ombra
scomparve, le luci artificiali nel cielo si mossero. Majakovskij sollevò con
precauzione le mani dal volto dell'uomo disteso sotto di lui.
"Ah!
Non respiro!" esclamò Tarkanov. Majakovskij stava per replicare quando la
finestra dell'abbaino si spalancò con uno schianto e l'uomo dei servizi segreti
penetrò nella veranda.
"Non
muovetevi da lì," intimò. Con uno sguardo rapido fulminò tutta la
stanza; senza perdere d'occhio i due uomini in terra, richiuse la finestra.
Majakovskij si alzò rassettandosi i vestiti.
"Le
avevo detto di non muoversi" disse gelido il nuovo arrivato senza ottenere
risposta. Sedette quindi di fronte ai due uomini, badando di tenere d'occhio
allo stesso tempo la finestra. All'esterno si era fatto scuro, ma le luci
dell'astronave sospesa sul tetto davano l'impressione di un negozio di
lampadari.
"Finalmente"
esordì l'uomo dei servizi con l'aria di chi recitasse un discorso preparato da
tanto tempo, "vi trovo tutti e due insieme. Signor Majakovskij, signor
Tarkanov: sono qui per prospettarvi la necessità e la possibilità di
riscattare la nostra Repubblica dall'invasione che la sta minacciando di
distruzione."
"Si
fermi qui," disse Majakovskij alzando la mano; "conosco questo
discorso."
L'uomo
rimase un attimo interdetto, quindi aprì la bocca per continuare. Un'ombra si
stagliò dall'esterno della finestra attraendo la sua attenzione; Majakovskij
scelse quel momento per fare forza sulle gambe e catapultarsi a testa bassa su
di lui.
Tuttavia
non sarebbe riuscito ad avere la meglio sull'uomo che, pronto di riflessi,
strinse subito gli avambracci uniti a protezione dello stomaco, se la forza
dello scatto non l'avesse gettato in terra facendogli battere il capo. Quando
Majakovskij si accorse che l'avversario aveva perduto conoscenza si sollevò a
guardare chi fosse il nuovo arrivato.
"Ah,
tu!" non riuscì a dire altro quando Jane entrò e richiuse la finestra.
"Cosa
sta accadendo, Vladimir?" domandò la donna.
"Signorina!"
esclamò Tarkanov per attirare la sua attenzione, "deve convincere il
signor Majakovskij della mia buona fede!"
"Taci!"
esclamò secco Majakovskij mentre trascinava l'altro uomo senza sensi in uno
sgabuzzino che chiuse a chiave.
Jane
si distrasse solo per un attimo alla chimera di luci colorate in giostra che
sembrava aumentare di numero e di luminosità e di velocità ad ogni secondo,
riflettendosi all'interno della mansarda. Quando si voltò, Majakovskij era già
addosso a Tarkanov e lo stava legando a una sedia.
"Cosa
hai intenzione di fare?" domandò Jane senza attendere risposta. Tarkanov
era pallido come un fantasma.
Jane
si tolse il soprabito e porse una sedia a Majakovskij. "Vedi di
calmarti" gli disse.
"Mi
sento molto calmo. E deciso. Quest'uomo mi deve qualcosa."
"Mi
pare," disse Jane De Valera, "che sia tu a dovere qualcosa a
lui."
"E'
un regalo che non ho chiesto io."
"Che
differenza fa? Dovresti essere grato a quest'uomo: per mezzo suo ti è stato
ridato un cervello per pensare, occhi per vedere, mani per scrivere."
Majakovskij
strinse la corda intorno al collo di Tarkanov finché l'uomo gemette.
"Che
me ne faccio di un cervello, di due occhi e due mani se sono morto?" sibilò,
rosso in volto. "A che mi serve scrivere se del mondo non conosco
nulla?"
"E'
falso" rispose Jane. "Tu conosci bene qualcosa che tutti sembrano
avere dimenticato: l'ideale. Tu sei una emanazione dell'ideale puro, l'hai
conosciuto nel suo momento più vigoroso, solo che non riesci a renderti conto
dell'importanza di questo fatto. Non ricordi la Comune di luce e d'acciaio della
prima Repubblica? Perché non parli del degrado, della decadenza,
dell'evaporazione degli ideali?"
Majakovskij
girò intorno all'uomo immobilizzato, posandogli le mani sulle spalle tremanti e
portandosi così di fronte a Jane.
"Tu
non sai cosa voglia dire," parlò a denti stretti. "Non puoi sapere
cosa significhi sentire il proprio corpo disfarsi, avere coscienza
dell'immobilità assoluta della morte, della differenza fra l'oblio e la vita.
E' come se il vetro invidiasse la libertà di movimento dell'ossigeno. Come se
il ghiaccio potesse sentire l'acqua tutto intorno, che lo rosicchia e lo corrode
fino a reimmetterlo in circolo demolito e trasformato. E' di tutto ciò che mi
sono reso conto tornando al vostro mondo; come se avessi dovuto spezzare con la
forza del fiato una gelatina di pietra, come se a colpi di globi oculari avessi
dovuto scavarmi una strada attraverso l'oceano del tempo. E quando mi sono
ritrovato nudo e tremante di vita nel ventre di quella astronave ho ricordato
tutto il tempo trascorso nel glutine di pietra fredda; ho visto la differenza
fra l'immobilità e il movimento. In ginocchio sull'acciaio, ho mosso un nervo
del braccio e si è allungato un dito; ne ho tirato un altro e il braccio si è
torto, il gomito si è piegato, la spalla si è alzata. Mi sono reso conto di
tutto ciò che avevo perduto negli anni della morte, e quello è stato il
momento peggiore delle mie due vite. Ero talmente incredulo di essere vivo che
avrei voluto tornare ad essere morto. E' questo che ora voglio far scontare a Pëtr
Il'ic Tarkanov, perché se un giorno qualche pazzo dirà agli alieni di
riportarlo in vita, egli soffra ciò che ho sofferto io."
Jane
stava scuotendo la testa. "Non mi hai mai raccontato nulla," disse,
"perché ti sei tenuto tutto dentro?"
Majakovskij
strinse le mani intorno al collo di Tarkanov, che si lamentò. "Perché non
è facile per un vivo parlare della propria morte; è tanto difficile quanto per
un morto ricordare la vita."
"Ora
ci sei riuscito, però" disse Jane. Majakovskij si rilassò un attimo,
quindi tornò a tendere i muscoli delle braccia per l'ultima volta. Un rumore lo
distrasse: dall'interno dello sgabuzzino, l'uomo dei servizi doveva essersi
svegliato e batteva contro la porta.
Jane
cacciò un urlo e saltò in avanti, buttando in terra la sedia con il povero
Tarkanov legato. Majakovskij inciampò e cadde, Jane gli fu addosso.
"Fermati,
Vladimir, calmati," gli disse concitata, passandogli le mani sul viso per
ammansirlo, ricomponendogli i capelli spettinati: "lascia stare quell'uomo,
non puoi ucciderlo."
Majakovskij
si puntellò sui gomiti e stava per levarsi la donna di dosso sollevandola per
le spalle quando Jane in un ultimo tentativo di quietarlo cominciò a
tempestarlo di baci, avvinghiò le proprie gambe alle sue e gli accarezzò le
tempie con le dita: poi lo avvolse in un lungo bacio, tanto lungo che quando si
fermò a riprendere fiato sino in fondo ai polmoni, ogni traccia di collera
sembrava scomparsa dal viso di lui, lasciando solo gli occhi appannati dalle
lacrime.
Jane
si sollevò; si ricompose, si alzarono. Tarkanov singhiozzava in terra, ma la
donna lo sciolse subito.
"Andiamo
via di qua," disse poi a Majakovskij. Tornò a infilarsi il soprabito e
sottobraccio uscirono dall'abbaino.
Si
fermarono subito, attoniti. L'astronave si era posata sul displuvio del tetto,
sbarrando loro il passaggio; ma ciò che li lasciò senza fiato fu la figura che
si sporgeva da un oblò a pochi metri da loro: simile a una tartaruga, con
grosse pinne corredate di unghie prensili e una pelle liscia, dalle labbra dure
come un becco; l'essere li osservò per un attimo, quindi si ritrasse molto
lentamente e l'oblò si richiuse. Come sempre, senza un suono l'astronave si
sollevò, tornando a perdersi fra mille altre nel cielo della città.
*
* *
A
San Pietroburgo il gasolio da riscaldamento era ancora razionato, tuttavia era
possibile prevedere un miglioramento della situazione dovuto alla migrazione di
astronavi verso la Scandinavia e l'Europa centrale. Il numero di osservatori
aerei sulla Russia era diminuito nell'ultima settimana di almeno un quinto.
L'Associazione
degli scrittori russi aveva offerto a Majakovskij e alla futura signora il
soggiorno in una dacia con caminetto a legna, che l'uomo si divertiva ad
alimentare tutte le sere. Se la situazione dei combustibili era critica, quella
dei capi di vestiario si poteva definire tragica: una volta esaurite le scorte
di magazzino, le linee di comunicazione interrotte dall'incuria degli invasori
avevano impedito il rifornimento.
Jane
aveva portato con sé parecchi indumenti da casa, ma Majakovskij si doveva
accontentare di quanto trovava.
Malgrado
la mancanza di generi di prima necessità, le serate nella dacia riscaldata
trascorrevano piacevoli come una luna di miele. Un tappeto di Bukhara ricopriva
tutto il pavimento di legno ai piedi della pietra del caminetto, e sulla sua
trama intessuta a mano Vladimir Majakovskij e Jane De Valera amavano distendersi
con un bicchiere di liquore ghiacciato, quando riuscivano a trovarne. Fra una
effusione e l'altra, con il riflesso delle fiamme nelle pupille, Majakovskij
raccontava degli anni di stenti, prima e dopo la rivoluzione, e ascoltava da
Jane della vita in America, un'esistenza tanto incomprensibile che spesso
scuoteva la testa dicendo "Non ci cedo", o arrossiva udendo ciò che
considerava profonde ingiustizie.
Una
sera, due settimane circa dopo il ritorno da Mosca, si assopirono tutti e due di
fronte alle braci che andavano estinguendosi. Più avanti nella notte
Majakovskij si svegliò al suono del vento che urlava fuori dai muri della
dacia, e rimase immobile nell'oscurità; si voltò inquieto verso la donna che
giaceva al suo fianco, i lineamenti rilassati dalla marea di un sogno gradevole.
Si
alzò senza fare rumore, portandosi alla finestra. Nevicava, una volta ancora;
rabbrividì al pensiero di essere là fuori, nella tormenta. Si mise sulle
spalle il soprabito di stoffa e sedette alla scrivania, accendendo la lampada.
Pochi
fogli sparsi sotto le sue mani testimoniavano la sua prolungata incapacità di
produrre qualcosa di coerente. Tornò a guardare la figura di Jane che gli
ispirava tenerezza, e le traiettorie incontrollabili dei cristalli di neve fra i
vetri di casa e l'orizzonte di San Pietroburgo; una commozione tutta nuova
eppure antica lo assalì, come un'onda di sangue che partendo dal petto giunse
alla radice dei capelli. Avrebbe dovuto muoversi, vedere, imparare; avrebbe
dovuto capire le cose nuove, ricordare alla nuova gente le cose vecchie: c'era
tutto un mondo da conquistare oltre la tormenta.
D'impulso,
accese il personal computer regalatogli da Jane che si era sempre rifiutato di
utilizzare. Sentiva di nuovo un filo diretto fra i neuroni e le dita della mano,
quasi come se la parte conscia di sé non controllasse quella funzione.
"Non
infatuatevi di noi" scrisse. "Non
infatuatevi di chi fu grande nel bene o nel male; non infatuatevi dei poeti con
un'onda di sangue nel petto; non infatuatevi dei morti se essi stessi hanno
scelto di morire. Non infatuatevi, perché l'amore può fare più danni
dell'odio.
Non
infatuatevi di noi."
Franco
Ricciardiello
Scritto
nell'agosto 1986
Pubblicazioni:
1.
"Intercom" n. 104, Terni 1989
2.
"Itaca" n. 0, Confreria (CN) 1994
3.
"Futuro Europa" n. 24, Perseo Libri, Bologna 1999
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