FRANCO RICCIARDIELLO
ROBERTO STURM
Quando c'era il mare
Schizzando
fuori dalle anguste pareti ghiacciate del canale, il vascello a slitta rimase
sospeso come un grosso uccello di legno e tela nell'aria della depressione
equatoriale, le vele gonfiate dal vento sempre violento della rete dei canali;
Mnemone sentì l'aria mancargli dai polmoni e lo stomaco rovesciarglisi fuori
dall'esofago.
Il
grosso veicolo rimase incerto per alcuni secondi, non più protetto dalle pareti
foderate di ghiaccio del canale: Mnemone, che si trovava proprio sul ponte, vide
l'orizzonte abbassarsi bruscamente e allargarsi. Come se il tempo si fosse
fermato per alcuni secondi d'immobilità, dovuti al bilanciarsi della forza di
gravità contro l'elevata velocità del vascello nella rete dei canali, la nave
ristette mentre un raggio di sole, perforando la nebbia sui ghiacci occidentali,
fece capolino attraverso i piedritti della balaustra del ponte abbagliando per
un attimo Mnemone...
…quindi
il vascello precipitò verso il fondale di roccia della depressione, alzando i
capelli in testa al capitano e all'equipaggio, e lo stesso Mnemone provò ciò
che mai più in vita sua avrebbe scordato: il sollevarsi dei capelli sulla nuca
mentre il vascello precipitava come un proiettile di legno e ferro per i
cinquanta metri di dislivello fra il canale ghiacciato e la depressione, con
equipaggio e passeggeri a bordo.
*
* *
Mnemone
sognava di camminare a piedi scalzi sul ghiaccio del pack, l'immensa distesa
abbacinante che si estendeva fra gli insediamenti settentrionali e il polo nord
del pianeta; nel sogno il ghiaccio si faceva sempre più caldo e molle, finché
i suoi piedi non affondarono in alcuni centimetri di neve che gli scottava la
pianta e le dita costringendolo a correre incespicando e urlando di dolore,
tenendosi una mano sul viso ustionato dal sole a picco.
Ritornò
quasi bruscamente allo stato di coscienza, accorgendosi d'avere le mani strette
sul viso. Le ritrasse macchiate di sangue rappreso, e rabbrividì nel tastare un
grosso ematoma dall'occhio sinistro sino al collo. Si mise a sedere, sentendo
martelli di emicrania al capo e fitte di coltello alle giunture. Intravide con
la coda dell'occhio un movimento e voltandosi scorse, seduta alla meno peggio
contro il sartiame sfasciato del vascello slitta, la vecchia cartomante che
occupava con la nipote una cabina accanto alla sua. La donna, esageratamente
grassa, giaceva con espressione d'attesa contemplando la propria dotazione di
steli di millefoglie.
Mnemone
le si accostò, sollevandosi in piedi per cercare di chiarirsi la situazione.
Non si trovavano più nel canale dalle pareti ricoperte di ghiaccio in cui il
vascello aveva veleggiato per alcuni giorni a velocità massima. In qualche
punto il comandante doveva aver sbagliato rotta, imboccando un canale troppo
orientale che li aveva condotti all'ampia depressione marina in prossimità
dell'equatore del pianeta. L'imbocco del canale infatti si trovava almeno
cinquanta metri più in alto dell'antico fondo marino; Mnemone rabbrividì nel
constatare l'altezza della caduta del vascello slitta scaraventato a tutta
velocità nella depressione: la nave si era completamente sfasciata, implodendo
su se stessa finché il fasciame spezzato non era schizzato fuori dal telaio di
ferro, scaraventato in alto a pezzi, impalando passeggeri ed equipaggio. Corpi
scomposti giacevano sia fra i legni che sul terreno intorno al relitto.
"Prova
a vedere se è rimasto qualcuno vivo" si lamentò la vecchia Iuliasta,
l'indovina "ho udito rumori poco fa."
Mnemone
camminò malsicuro, continuando a tenere le mani premute contro lo zigomo
incrinato; scavalcò barricate di legno e sartiame, rivoltando più di venti
corpi martoriati. L'aria era più calda che nella rete dei canali perché il
sole batteva a picco sulla depressione equatoriale; si sfilò pelliccia e
calzoni di pelle, facendo il conto degli ematomi sul torace e sugli arti, quindi
finalmente udì un suono ritmico dal relitto del vascello.
Lo
seguì, inerpicandosi sul cassero frantumato, chiamando a gran voce.
"Sono
qui" rispose una voce femminile da una cabina ancora miracolosamente
intatta. Mnemone si coricò sul fasciame, poggiando un ginocchio sullo stipite
della porta e strattonando la maniglia con tutta la forza che poteva, stringendo
i denti e imprecando e continuando a tirare finché la porta si socchiuse.
Introducendosi con una spalla nell'apertura fece leva con il proprio corpo
allargandola ulteriormente, afferrando il polso che si tendeva verso di lui, poi
le braccia di una ragazza che conosceva di vista e viaggiava con il fratello
minore verso la capitale. Quando l'ebbe tirata fuori completamente, aiutandola a
sedersi sul legno schiantato del cassero, rimase colpito dall'aria letteralmente
terrorizzata della ragazza, che si ravviò i capelli, si ispezionò la cucitura
dei calzoni foderati di pelliccia, lo guardò di rimando. "Cos'è
accaduto?" balbettò con occhi dilatati.
Sul
momento Mnemone era troppo scosso per badare ai particolari. La condusse con sé
giù dal cassero, dopo aver scorto nell'apertura della cabina il corpo esangue
del fratello, e tornò con lei dalla vecchia. "Pare non ci sia nessun
altro" gemette, lasciandosi cadere sulla terra grassa. Solo allora si
accorse che entrambe le gambe di Iuliasta erano fratturate sotto il ginocchio,
dove l'osso sporgeva dopo aver lacerato la pelle. La stanchezza e l'impressione
lo fecero svenire.
*
* *
Ritornò
alla coscienza ai gridi degli uccelli in cielo. Era sdraiato sulla schiena, e
vedeva i sentieri aerei dei volatili che dall'altipiano si gettavano nella
corrente fredda che fuoriusciva dal canale per planare sul fondo della
depressione, forse alla ricerca delle tane di piccoli animali fra gli arbusti.
Si alzò a sedere, cercando Iuliasta e la ragazza con lo sguardo. La vecchia
stava leggendo gli steli di millefoglie gettandoli in terra accanto al punto in
cui giaceva. Mnemone andò da lei, raccogliendo la propria camicia perché la
temperatura cominciava a calare, verso sera.
"Come
posso aiutarti?" domandò.
"Cresia
mi ha dato una mano" rispose la vecchia, indicando le due grossolane
fasciature sporche di sangue che tenevano strette le sue tibie con stecche di
legno.
"Dov'è
ora?" domandò Mnemone.
"Bisognerebbe
dare sepoltura a tutta questa gente" replicò Iuliasta con un gesto del
braccio, senza rispondergli. Mnemone passeggiò tutto intorno al luogo del
disastro per una nuova ricognizione alla ricerca di scampati, e anche per
cercare Cresia.
Trovò
invece una frattura del terreno, coperta su due lati da rocce. Provò a
trasportarvi un corpo, deponendolo al fresco muschiato della fossa. Con alcuni
giri vi trasferì tutti i cadaveri meno martoriati; per gli altri non aveva il
coraggio. Si lavò il viso con un lembo della camicia a una piccola risorgiva,
fasciandosi poi un panno di tela bagnata alle tempie per tenere ferma una benda
intorno alla fronte e sull'occhio. Tornando al relitto trovò finalmente Cresia
che curiosava fra le macerie, con una borsa di tela a tracolla da cui
fuoriuscivano stoffe variegate.
Le
andò incontro. "Dovresti aiutarmi a portare i corpi laggiù, prima che il
calore li decomponga" le disse. Cresia gli sorrise ingenuamente e gli mostrò
ciò che aveva raccolto nella borsa; Mnemone comprese che la ragazza non era del
tutto in sé, ma non seppe stabilire se a causa della tragedia o meno.
"Ti
piacciono?" gli domandò sorridendo soddisfatta, mostrandogli uno dopo
l'altro camicie e pantaloni, vestiti di seta e di sangallo, uno scialle di lana,
sciarpe di seta, un gilet e un ombrellino di stoffa.
"Dove
li hai presi...?" domandò Mnemone colto da un sospetto, "li hai
sfilati..."
"E'
pieno di valigie da aprire" rispose Cresia con un gesto circolare del
braccio, stringendosi nelle spalle.
Mnemone
sospirò di sollievo. "Vieni ora" disse prendendola per mano,
"dobbiamo portare Iuliasta al coperto per la notte."
*
* *
Sotto
il sole caldo del mattino seguente la sciagura, Mnemone gettò in aria le monete
lasciandole ricadere in terra su un pagliericcio sventrato. La vecchia non gli
aveva prestato i suoi steli di millefoglio.
"Sette"
disse con la voce arrochita dal dolore, sommando con un'occhiata i valori delle
due facce delle monete.
Non
essendo abituato a una temperatura più alta dei dieci, dodici gradi estivi
della comunità subpolare, Mnemone si trovava a disagio nella tiepida mattina
tropicale; sedeva a gambe incrociate, con un paio di calzoni leggerissimi e una
camicia di lino, mantenendosi sul viso offeso un impacco di erbe bagnate stretto
da una pezzuola.
"Sei"
disse Iuliasta contando il secondo tiro. Cresia non si vedeva sino dall'alba.
Era probabilmente partita con la sua borsa di tela rigonfia di indumenti per
esplorare le pendici dell'altipiano da cui il vascello era precipitato. Quella
un tempo, pensò Mnemone, era certamente la riva del mare; quaggiù era tutto
sommerso, i pesci e le alghe regnavano e nessuno si sarebbe aspettato di veder
prosciugare un giorno tutta l'acqua. Poi le ere geologiche erano passate, su
quel pianeta come sulla terra dove il genere umano aveva avuto origine, e il
mare era rifluito verso altre pianure lasciando dietro di sé una depressione
erosa dal sale di milioni di anni prima.
Mnemone
tirò di nuovo le monete.
"Otto"
lesse la vecchia "trigramma del Tuono, una linea mutante."
La
testa di Mnemone ronzava. Pensò alle probabilità di essere rinvenuti da un
altro vascello, praticamente nulle poiché l'antica depressione era ben distante
da qualsiasi rotta di canali. Pensò poi alla probabilità che le monete della
vecchia potessero suggerire la via giusta per scampare alla morte certa, come
lei pretendeva: "Tira ancora" lo esortò Iuliasta. Sospirando, Mnemone
lanciò le monete.
"Sette."
Si
ravviò i capelli con una mano. Pensò a sua sorella che lo attendeva a
Desiapolis, al termine della rete dei canali, quasi al tropico, parecchi
chilometri a ovest da dove avevano fatto naufragio. In un attimo di sconforto,
disperò di vederla mai più.
Toccò
a Iuliasta di sospirare. "Tira" lo esortò.
Mnemone
lanciò per la quinta volta le monete.
"Otto"
lesse la vecchia "l'esagramma potrebbe essere solo Frantumare o Il
nascente."
Il
comandante era stato certamente portato fuori rotta dalla tempesta di nebbia
incontrata la seconda notte di navigazione nei canali: aveva deciso di
sfruttarla sino in fondo per guadagnare tempo, lanciando il vascello sui pattini
in ardite manovre contro il ghiaccio. E a pagare erano stati tutti, con la vita.
In certi punti la rete di canali ghiacciati passava troppo rasente alla grande
depressione: era plausibile che il timoniere avesse imboccato una via sbagliata,
confuso dalla nebbia, e il disastro ne era stato la conseguenza.
Gettò
l'ultima volta le monete.
"Sette.
Frantumare." La vecchia sospirò, se di pena o di sconforto per il
responso, Mnemone non riuscì a interpretare.
"Difficoltà
all'inizio. Occorre frantumare un ostacolo per giungere all'armonia. Le azioni
devono essere vigorose ma non affrettate o arbitrarie; occorre consultare
attentamente tutte le circostanze."
Mnemone
mugugnò al giudizio sibillino. Si domandò dove fosse in quel momento Cresia, e
volse intorno lo sguardo per cercarla.
"Una
linea mutante al secondo posto indica che si farà un torto. In caso di rabbia
per una malvagità considerata evidente, una reazione eccessiva sarà il
risultato."
Mnemone
si riparò gli occhi dai raggi del sole, rintracciando finalmente la figura
della ragazza sotto l'ombra del costone roccioso; pensò che era necessario
trasportare gli ultimi corpi alla fossa per seppellirli.
"La
linea mutante trasforma l'esagramma in Neutralità e disunione. Conflitto. In
una situazione stagnante, ci sono elementi opposti che possono, se insieme,
essere creativi; vi sono tuttavia ostacoli pratici. La persona saggia non
dovrebbe farsi sopraffare da un umore prevalente."
Mnemone
si passò una mano sugli occhi. "Ho molto da fare, ora" disse
"parleremo più tardi del responso."
"Abbiamo
già parlato" disse Iuliasta a voce appena percettibile "sta a te
interpretarlo".
Mnemone
si diresse verso il relitto pensando al modo di comporre i cadaveri e di
migliorare la struttura della baracca di legno che aveva montato come protezione
per la notte. Quando fu fuori vista della vecchia, si sporse da dietro un albero
schiantato con tutto il suo sartiame per osservare Cresia.
La
vide avvicinarsi con qualcosa di bianco in testa, e immaginò un cappello a
larga tesa; ripensò al viso della ragazza, troppo giovane e ingenua per
risultare attraente, senza un filo di trucco e con i capelli sciolti sulla nuca
e sulle orecchie. Il pensiero gli andò naturalmente alla moglie, andata via di
casa da anni per vivere a Sestilia, ai piedi dei monti Neveterni, rifiutando di
avere mai più a che fare con lui.
Attese
l'arrivo di Cresia appostato dietro la vela stracciata del pennone; ciò che
pensava fosse un cappello si rivelò come l'ombrellino di stoffa che gli aveva
mostrato il giorno prima. Evitando di farsi vedere, osservò con curiosità che
si era tolta i calzoni pesanti, e aveva indossato una camicia con gilet da uomo,
particolare che lo infastidì, e una sottoveste o gonna leggera; da quella
distanza non poteva capire. Finse di essere occupato con il pennone spezzato
mentre la ragazza si avvicinava: quando fu vicina lei lo vide e gli andò
incontro, ruotando civettuola l'ombrellino con il solito sorriso ebete che gli
increspava le labbra.
"Dove
sei stata?" disse lui facendo la voce dura "ti cerco da stamattina per
una mano con..." concluse con un gesto vago. Cresia accettò allora di
aiutarlo, chiudendo accuratamente l'ombrellino. Mnemone riuscì a portare tre
corpi aiutato dalla ragazza, raccogliendo tutto il suo coraggio, ma per i più
devastati non poté far niente. Tenne d'occhio Cresia; benché non riuscisse a
provare simpatia per quella povera debole di mente, non poté trattenersi
dall'ammirarla mentre si muoveva, assorta o forse svanita; ma scacciò quel
pensiero con fastidio, pensando alla sua condizione, e si concentrò sui suoi
molteplici difetti: innanzitutto le labbra troppo pallide, senza un filo di
rossetto, poi i capelli davanti agli occhi, le unghie spezzettate e sporche, i
piedi scalzi e sudici, la testa costantemente fra le nuvole.
*
* *
"L'attesa.
Se sei verace hai luce e riuscita. Perseveranza reca salute. Propizio è
attraversare la grande acqua."
La
voce di Iuliasta, ogni giorno che passava, diveniva sempre più flebile e il suo
viso più pallido. Mnemone guardò verso l'alto senza capire, fissando quel
cielo che mai come allora gli era sembrato presagio di libertà. Sperava che sua
sorella o i parenti delle vittime, non vedendoli arrivare, organizzassero una
spedizione di ricerca. Ma anche così, si chiese, quante speranze avrebbero
avuto di essere ritrovati? Pensò anche, con un velo d'amarezza mista a
rimpianto, che sua moglie non avrebbe di certo notato la sua mancanza.
"Sei
al quarto posto significa: attendere nel sangue. Fuori da questa buca"
l'indovina sorrise scrutando gli steli di millefoglie. "E' proprio vero,
non mentono mai" e riportò lo sguardo verso Mnemone che cercava qualcosa
per coprirsi mentre la luce si stava ritirando.
Scosse
la testa infilandosi il giubbotto imbottito. "Ma quand'è che potrò
risalire? Chiedilo al tuo I Ching" ringhiò. Era appena tornato da
un'ennesima ricognizione per valutare quale fosse il punto migliore per tentare
la risalita, ma inutilmente: le pareti sembravano inattaccabili.
La
vecchia non si mosse, apparentemente insensibile allo scatto d'ira di Mnemone.
"Fino a quando non comprenderai che l'I Ching può suggerirti soltanto il
comportamento da tenere per avere più possibilità di riuscire, non ti servirà
a niente. A me non ha indicato come guarire dalle fratture, ma ha suggerito
calma. La mia situazione è grave, si tratta di vita o di morte" Iuliasta
alzò lo sguardo sospirando. "C'è da
aspettarsi da un momento all'altro uno spargimento di sangue. Non si può andare
né avanti né indietro. Si è tagliati fuori, come in una buca. Bisogna
semplicemente resistere e affrontare la propria sorte. Non è la verità,
questa?" lo fissò socchiudendo gli occhi "ma ora portami dentro la
baracca, sono stanca. E non chiedermi pi di un responso per la stessa domanda:
con l'I Ching è inutile!"
Quando
uscì, dopo aver coricato Iuliasta sul pagliericcio, Mnemone intravide la
ragazza volteggiare nell'ultimo tenue pallore del giorno verso il loro
accampamento, l'ombrellino aperto. Cresia aveva dimostrato di possedere più
virtù di quante non potesse attribuirgliene: aveva dimostrato più praticità
di lui raccogliendo tutte le provviste che i viaggiatori portavano nei bagagli
personali e i cibi in scatola nella stiva, prodotti che si sarebbero conservati
per parecchio e che gli avrebbero risparmiato di mangiare tutti i giorni le
insipide bacche che si trovavano nella depressione. Aveva dimostrato anche più
coraggio del previsto - o meno sensibilità, come si ostinava a pensare Mnemone
- riuscendo a comporre anche i cadaveri più martoriati e a trasportarli, con
una specie di barella artigianale, in quella che si poteva considerare una fossa
comune.
"Dove
sei stata?" le chiese Mnemone osservando il sorriso perennemente presente.
Cresia
fece un cenno dietro di sé, rimanendo sul vago come al solito. Con le labbra più
rosse, i capelli sistemati con fermagli e le unghie pulite e curate, risultato
di un beauty-case ritrovato in una delle cabine del vascello, sembrava un'altra
persona.
"Hai
già mangiato?"
"No,"
gli rispose Cresia con voce monocorde "ho soltanto passeggiato." E
fissò con ostentazione le lucidissime scarpe nere che indossava, trovate chissà
dove. Passeggiare era l'unica sua occupazione; sembrava aver trovato nella
depressione una dimensione a lei congeniale e Mnemone non aveva mai avuto il
coraggio di chiederle se desiderasse tornare alla civiltà per paura della
risposta.
Senza
dire niente altro, Cresia si avviò verso la zona dove tenevano le provviste,
aprì due scatolette, ne porse una a Mnemone e cominciò a mangiare accostandosi
alla piccola lampada a gas che tenevano nella baracca. Mnemone si avvicinò,
accese la lampada che aveva il vetro di protezione rotto e cominciò a mangiare,
anche lui in silenzio.
A
fine cena si avvicinò a Cresia, e prendendole la mano le disse: "Andiamo a
passeggio, su."
La
ragazza afferrò al volo la lampada.
*
* *
Mnemone
ripensò più volte, il giorno successivo, a ciò che era accaduto la sera
precedente, dopo cena. Le immagini sfilavano nella sua mente, come la pellicola
di un film visto di recente: si erano allontanati dall'accampamento mano nella
mano, e più il buio s'infittiva più Cresia, come una bambina impaurita,
stringeva la sua mano. Improvvisamente il contatto con quella pelle delicata e
fragile lo aveva eccitato: lasciando la mano di Cresia le aveva circondato la
vita con il braccio, assecondato dalla remissione della ragazza. Più avanti le
aveva circondato le spalle, avvicinando le labbra alle orecchie della ragazza.
Cresia era rimasta in silenzio, apparentemente imperturbabile, con lo sguardo
perso nel buio che li precedeva e la lampada ben stretta in mano, e Mnemone non
aveva potuto fare a meno di interpretare quel comportamento come un tacito
consenso ai suoi approcci: da quando la moglie lo aveva lasciato cinque anni
prima non aveva avuto più rapporti fisici con una donna.
Arrivati
nei pressi dei resti del vascello, ormai impotente relitto abbandonato, Mnemone
aveva spinto Cresia verso la zona dove era ammassata la maggior parte dei resti
del fasciame, al culmine dell'eccitazione, come accresciuta dalla prossimità
del disastro. Cresia lo aveva fissato indifferente, come se la cosa non la
riguardasse: solo quando si era slacciato i pantaloni, abbassandoli, Mnemone
aveva realizzato che fino a quel momento Cresia non aveva intuito le sue
intenzioni: sgranando gli occhi, la ragazza aveva espresso tutto il suo disgusto
e la sua repulsione con una spinta poderosa a Mnemone per liberarsi della sua
presenza. "Maiale! Allontanati, bestia. Che vuoi da me?" il suo viso
era arrossito a causa della violenta crisi "Voi uomini siete tutti uguali,
pensate solo a..." si era fermata un attimo, come sforzandosi di
raccogliere le idee "Aveva ragione Fedra, siete delle bestie, e noi
dobbiamo essere sempre unite,
esserci fedeli. Io non la tradirò mai, e un giorno o l'altro la incontrerò di
nuovo..."
Era
scappata infine verso il buio, via da Mnemone, ma senza abbandonare la lampada.
*
* *
Iuliasta
se ne andò in silenzio, senza disturbare troppo, così com'era vissuta nei
giorni dopo il naufragio. Non sentendola chiamare per farsi trasportare fuori
dalla baracca, Mnemone alla fine s'insospettì; e se non fosse stato per la
mancanza di qualsiasi movimento respiratorio, avrebbe giurato che la vecchia
donna stesse dormendo: Iuliasta era coricata ancora calda nel suo pagliericcio,
l'espressione finalmente serena. La morte doveva essere giunta come una
liberazione poco tempo prima. Sul momento Mnemone non ebbe alcun tipo di
reazione emotiva, come si trovasse di fronte a qualcosa di ineluttabile, ma pian
piano lo assalì un senso di impotenza, rafforzato dalla convinzione di non aver
fatto il possibile per salvare la vecchia e che ormai c'era ben poco da fare per
risolvere la sua situazione. Le continue esplorazioni della depressione non
avevano infatti dato alcun esito: "Ci fosse ancora il mare, sarebbe stato
diverso..." si ritrovò a rimpiangere Mnemone. Ma tutto era diverso, quando
c'era il mare...
S'immalinconì
a questi pensieri, e la visione di Iuliasta morta davanti a lui non fece altro
che accrescere quel suo stato d'animo. Scuotendosi, uscì dalla baracca
chiamando Cresia a gran voce: dalla sera in cui l'aveva visto seminudo
la ragazza si era mostrata più diffidente nei suoi confronti, e Mnemone
si era accorto di trattarla con più gentilezza del solito: temeva di essere
respinto per sempre, e la paura di rimanere completamente solo, senza neanche la
compagnia della ragazza, lo aveva spinto a mutare comportamento. Proprio come
gli aveva consigliato l'I Ching, realizzò soltanto successivamente.
Dopo
qualche secondo intravide Cresia che si stava avvicinando vestita di nuovi
colori sgargianti. "Iuliasta
è morta" le disse in un soffio. Si sentiva stanco e vecchio, il peso di
tutti gli anni sulle spalle.
Cresia
non cambiò espressione, ma chiuse l'ombrellino e entrò risoluta nella baracca.
Dopo qualche minuto ne uscì trascinando sulla barella di fortuna la vecchia
verso la fossa comune dove avevano composto tutte le altre vittime.
*
* *
Oltre
che a controllare il riassorbimento dell'ematoma che si era procurato
nell'incidente, Mnemone passò i giorni successivi alla testarda ricerca di un
punto ideale per la risalita. Ogni tanto, durante le sue ricognizioni,
incontrava Cresia a passeggio con il suo inseparabile
ombrellino aperto. Sempre ben curata, continuava a mostrare un evidente
risentimento nei suoi confronti. Mostrandosi gentile, le sorrideva cercando di
riconquistare la fiducia della ragazza, il cui sorriso vuoto era stato
ultimamente sostituito da un'espressione pi ùseria. Cresia dava l'impressione
di essere completamente presa dalle sue passeggiate, e niente sembrava poterla
distogliere da questa occupazione.
Convintosi
ormai dell'impossibilità di risalire, Mnemone entrò nella baracca e notò l'I
Ching di Iuliasta, la vecchia indovina. Decise di sedersi cercando di rilassarsi
e lanciò senza convinzione le monete, sommandone fiaccamente i valori.
Sfogliando il Libro dei Mutamenti e cercando il suo esagramma fra i
sessantaquattro possibili, realizzò di avere ottenuto l'esagramma quattro,
"stoltezza giovanile". "Non io ricerco il giovane stolto, il
giovane stolto ricerca me. Consultato la prima volta dà responso" lesse ad
alta voce sul libro, "se egli interroga due, tre volte, questo è
importunare. Se egli importuna non dà responso. Propizia è perseveranza."
Scoraggiato
dal responso, Mnemone si mise a piangere, disperato per la propria sorte.
"No, non è possibile, non
voglio..." mormorò a se stesso ancor più convinto di dover passare il
resto della propria vita nella depressione.
Ad
un tratto, tra i singhiozzi, sentì una presenza alle sue spalle: si voltò di
scatto e vide Cresia sull'uscio della baracca. "Eccola, la donna senza
cuore" le urlò in preda ad un attacco d'ira "colei che non ha speso né
una lacrima né una parola neanche per la morte del fratello. Lo hai seppellito
come gli altri, e niente di più..." finì scagliando l'I Ching verso di
lei.
Alzando
lo sguardo, Mnemone intravide una lacrima scendere dagli occhi di Cresia a
rompere l'apparente imperturbabilità di sentimenti e di espressione della
ragazza. "Scusa," le disse avvicinandosi, assalito dal rimorso
"non è vero che non t'importa niente di nessuno" e le passò una mano
sul viso, per asciugare la lacrima. D'impulso Cresia si allontanò, come per
evitare un eventuale contatto che non era sicura di riuscire a sostenere.
"Stai
tranquilla, non hai nulla da temere" la rassicurò Mnemone riavvicinandosi
"dovremo abituarci a vivere quaggiù, noi due" le disse stringendosi a
lei. Lacrime di disperazione continuavano a bagnargli il viso. "Ci fosse
ancora il mare sarebbe diverso, non sarebbe accaduto..."
Anche
Cresia si strinse a lui, finalmente rilassata, il viso rasserenato da un
sorriso: "Quando c'era il mare..."
Gli
uccelli, in cielo, gridarono.
Franco
Ricciardiello
Roberto
Sturm
Pubblicazioni:
1.
"Baliset" n. 3, Torre d'Isola (PV) 1993 (con lo pseudonimo
Roberta Ricci)
2.
"Tetris: cronache dei giorni sintetici", Terni 1995 (con lo
pseudonimo Roberta Ricci)
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