FRANCO RICCIARDIELLO
Rive del Duero
Riconobbi
la via dall’aroma dell’aria, prima ancora che dai muretti imbiancati a
calce. C’era profumo di fiori e di verde, di frescura, promessa di riparo
dalla siccità di fine stagione che arroventava le strade, le piazze, i sagrati
delle chiese. Qualcosa mancava però; me ne accorsi perché, svoltando
finalmente nella calle dal muretto incastonato di conchiglie di mare
all’altezza della mia spalla, mi aspettavo di udire lo scroscio dell’acqua
sul marmo. Invece, non c’era altro suono che il pigro, lento annuire delle
foglie sui rami che pendevano da questa parte del muretto.
Dovevo
avere rallentato inconsapevolmente l’andatura perché Soledad si voltò verso
di me, prestando orecchio. Pensavo che non sarebbe riuscita a capire cosa mi
turbava, quindi mi stupii quando disse: “La fontana. Non funziona ancora,
naturalmente. Bisognerà riattivarla.” Come avrei scoperto in seguito, la
fonte di pietra al centro del patio aveva un profondo significato anche per lei.
Il
cancello di ferro ossidato dava direttamente sul patio. Lo tentai spingendo con
la mano contro l’inferriata, ma era chiuso a chiave. Soledad mi fece un cenno
e sfilò una pietra dal muretto. Nell’anfratto segreto, fra polvere di calce e
vecchie ragnatele c’era una chiave di ferro lunga quattro dita.
Un
soffio di aria fresca proveniente dal fiume oltre i confini del vecchio
quartiere addolcì temporaneamente la temperatura. Le mie preoccupazioni
momentaneamente attutite dalla quiete della città sonnolenta mi permisero un
tuffo nel passato: l’acqua fredda sgorgava dalla fontana, una chitarra gitana
suonava lontano, nascosta all’ombra di chissà quale patio, e Ulriche avanti a
me apriva quello stesso cancello mentre io non finivo di stupirmi per come le
conchiglie sulla calce del muretto dessero un’aria da località balneare
all’intero viottolo.
Ma
passandomi la mano sul volto sentii gli insulti del tempo, e come quegli anni
fossero lontani benché la calle non cambiasse, il giardinetto non
cambiasse, il vento non cambiasse.
Soledad
aveva aperto il cancello e si voltò interrogativamente verso di me; vedendola,
anche l’ultima illusione svanì. Se da dietro aveva la stessa forma fragile di
Ulriche, la vista del suo viso, seppure molto simile a quello della madre, mi
riportò alla realtà.
Si
fece da parte per lasciarmi entrare. Tenne il cancello aperto; ad attraversarlo
non fu il ragazzo che per un momento avevo sentito dentro di me, ma l’uomo di
56 anni in calzoni bianchi e giacca di lino che ero diventato.
La
vegetazione non aveva preso completamente il sopravvento: evidentemente qualcuno
si era preoccupato di far riordinare periodicamente da un giardiniere le aiuole
di mirto, potare gli aranci con il loro profumo di zagara, spazzare le foglie
morte dalle pietre dei passaggi.
Le
mattonelle arabescate sui muri dei portici erano ancora fresche al tatto; le
colonne aggredite dai rampicanti decorativi, le finestre del primo piano
sprangate, i vasi di terracotta disposti in file ordinate sul perimetro del
patio, tutto questo mi ricordava un periodo che era stato tra i più felici
della mia vita, ma che non per questo avrei voluto riesumare alla memoria.
Rimasi
immobile accanto alla fontana muta mentre Soledad si aggirava a passo leggero
nel patio, sotto l’aroma degli aranci, quasi camminando sulla punta dei
sandali di cuoio e corda.
—
Ritornerà l’acqua — mi disse, — ritorneranno le sere fresche, il vicinato
verrà a portare churros e videocassette in prestito, suoneremo la
chitarra e vorranno consigliarti il loro barbiere. Tu sarai cortese con tutti e
darai ripetizioni di matematica sul computer ai bambini. Io sederò la sera sul
dondolo, sotto il porticato o qua nel patio, godendo l’ultimo brandello di
stagione o le sere tiepide di primavera. Non ti ci vedi?
Mi
ci vedevo, eccome. Vedevo Ulriche con il libro sulle ginocchia, gli occhi chiusi
e la testa rovesciata all’indietro, sul dondolo o sull’amaca, mentre le
fucilate d’aria del cancello le sfioravano il collo. Ma che senso avrebbe
avuto ripetere tutto ciò con Soledad, come se il tempo fosse passato solo per
me, mentre la mia compagna era rimasta la stessa di tanti anni fa? Era
un’ingiustizia, mi dissi, un’infinita ingiustizia che Soledad fosse venuta a
cercarmi a Madrid dopo che mi ero appena ripreso dalla rocambolesca fuga dal
Ministero, a Roma.
Era
ingiusto che somigliasse tanto alla madre e che io non avessi contribuito a
metterla in vita dopo quanto era stato fra me e Ulriche. Soledad era figlia di
un altro, un padre che lei non conosceva neppure.
—
Non potranno trovarti qui — disse, fraintendendo la mia espressione. Mi prese
per mano, portandomi verso il portico, verso le stanze che tramite esso si
aprivano sul patio. — Questa è una piccola città: chiunque ti seguisse
verrebbe subito notato.
E
io già l’avevo notato: un giovanotto dall’aria anglosassone, sempre con
cravatta, che bazzicava nel caffè di fronte alla mia pensione a Madrid. Il
giorno in cui eravamo partiti dalla capitale stava acquistando un quotidiano
all’edicola della stazione ferroviaria.
L’interno
della casa sapeva di chiuso ma i mobili erano gli stessi. Era molto fresco;
d’istinto, mi sarei recato al frigorifero a prendere una limonata con ghiaccio
tritato.
—
Ho vissuto in questa casa sino a dieci anni fa — disse Soledad con aria
gioviale, — sino all’inizio della malattia di mamma.
Ed
era ritornata bambina, fragrante adolescente all’ombra dei giardini, tenera
collegiale nei cortili tutti archi e rintocchi di campane. Era l’amante
innamorata che da tanto non avevo più, la figlia che non avevo mai avuto; era
una parte di Ulriche.
I
soprammobili erano al loro posto, come pure le riproduzioni di quadri di El
Greco e Velásquez, le lame di Toledo, i boccali in ceramica e peltro della
Baviera. Impadronitasi profondamente e con trasporto dell’anima castigliana,
Ulriche non aveva per questo dimenticato la sua origine e adolescenza tedesche.
—
Ci sono camere in abbondanza — stimò Soledad. — Potrai scegliere quella che
preferisci e prenderti uno studio per continuare le tue ricerche.
Mossi
passi incerti nella sala, il naso per aria. Ma già la piega di un sorriso mi
aveva voltato all’insù gli angoli della bocca. — Occorrerà denaro per
mantenerla e mantenerci — obiettai senza convinzione. — Non mi lasceranno
portare del mio fuori dall’Italia.
—
Non ha importanza, sono la sola erede di mamma. Abbiamo di che vivere di
rendita.
—
Perché lo fai — dissi scuotendo il capo, gli occhi umidi di commozione senza
volerlo. — Perché, quando sai che i servizi segreti potrebbero venire da un
momento all’altro? Ogni giorno che resti con me rischi di più: non ti
lasceranno andare. La mia coscienza secondo loro è contagiosa.
Mi
si avvicinò in punta di piedi, prendendo con le sue le mie mani, che tenevo sui
fianchi. Parlò passandomi lo sguardo da un occhio all’altro, il suo viso a
non più di un palmo dal mio.
—
Ti prego, non dire di no — disse; — è stato l’ultimo desiderio di mamma,
che io avessi cura di te perché nessuno ti faccia del male.
Non
riuscii a capire come la tenue e fragile Soledad potesse prendere le mie difese.
*
* *
L’universo
finirà, dicono: e pensano di formulare una delle grandi verità assolute. Tutta
la teoria cosmologica del big bang, l’esplosione primordiale,
l’espansione dell’universo e la sua successiva contrazione fino
all’implosione, tutto ciò è falso, dicono.
C’è
un altro intero universo che ci sta balzando incontro dall’infinito abisso
degli anni luce, e nessuno se n’era mai accorto. Un’enorme massa
gravitazionale viene incontro alle avanguardie del nostro micro-universo in
questo settore del macro-universo. Ci scontreremo, ci distruggeremo, ci
ammasseremo a formare un colossale, compatto buco nero che comincerà a mangiare
inesorabilmente lo Spazio e il Tempo tutto intorno collassando materia ed
energia da ogni dove.
Una
serie di micro-universi simili a quello che sinora pensavamo fosse il Tutto, è
contenuta nel macro-universo; le propaggini di essi si scontrano le une con le
altre, dopo l’espansione degli innumerevoli big bang che hanno dato
loro origine. Così dicono, ma non hanno mai pensato che nell’universo
potrebbero non valere le regole dalla matematica euclidea.
Invece
io ci ho pensato, ed è perciò che mi danno la caccia: ho rifiutato di
collaborare con i cosiddetti colleghi, gli schiavi di quello stato di polizia
che oggi opprime il mio paese come tanti altri in tutto il mondo. Per ora
tollerano la defezione, poiché ancora non sanno a quali risultati sono giunte
le mie ricerche; e soprattutto si limitano a sorvegliarmi perché sono venuto in
Spagna. Se avessi cercato di fuggire in Asia mi avrebbero fermato a qualsiasi
costo.
A
questo pensavo quando Soledad, raggiungendomi silenziosa, pose le sue mani
leggere sulle mie spalle facendomi sussultare. Di sopra il mio capo, gettò uno
sguardo comprensivo allo schermo del personal computer.
—
Astrofisica — disse. — Non ne so assolutamente nulla. Mamma diceva che tu
sei una delle maggiori menti speculative del mondo contemporaneo. Se anche loro
ti stanno alle calcagna, deve essere vero.
La
vista mi si confuse, un fremito che nasceva dall’impronta delle mani di
Soledad sulla mia camicia mi scosse. Senza accorgersene, si staccò da me
curiosando fra i pochi libri che avevo portato con me nell’esilio. Non visto,
potei osservarla nella fresca penombra del mattino castigliano. Portava gli
stessi sandali del giorno del nostro arrivo, una larga gonna viola tenue di
cotone, senza cintura, e una canottiera di mussolina dalle spalline sottili.
Aveva capelli castano molto chiaro, corti sulla nuca, tagliati irregolarmente
secondo la moda. La pelle delle spalle e delle braccia nude, appena abbronzata,
ricordava molto quella di sua madre, come pure la nuca pulita e il profilo del
viso.
—
Non hai libri di astrofisica — constatò, — solo romanzi. Perché?
—
È tutto qua dentro — dissi colpendomi con l’indice la tempia. Non era un
vanto.
Tornò
verso di me.
—
Scendiamo al fiume? — propose.
—
Non ora, è troppo caldo per me. Forse questa sera.
—
Domani verrà un idraulico per la fontana. Ho intenzione di ripulirla a dovere.
Prendendomi
per mano, mi portò alla finestra aprendo gli scuri sul patio infuocato.
—
Vedi quanto è bello?” disse tenendo il braccio dietro la schiena per non
lasciare la mia mano.
La
finestra era stretta, io mi affacciavo sopra la sua testa.
—
Immagina i passeri, magari un pappagallo sul trespolo — continuò, — e
l’acqua della fontana. Sai cosa diceva mamma? Che ascoltando il suono
dell’acqua sul suo marmo, concentrandosi attentamente, si può udire il
racconto di vecchie storie che la fonte ha conosciuto in questo giardino. Può
cantarti di amori consumati fra le fronde degli aranci, o passati nel portico,
di bambini che giocarono fra i vasi e le pietre.
Il
calore giungeva a ondate dal muro della casa stordendomi. L’unica cosa cui
riuscivo a pensare era la fine relativamente imminente dell’universo.
*
* *
Le
rive del Duero andavano preparandosi lentamente alla stagione di mezzo; in quel
momento al mio paese, sulle rive del Po placido nella larga pianura coltivata,
l’autunno era già arrivato. Le giornate si accorciavano, le sere si facevano
più fresche. Sedendo a leggere nel patio alla luce dell’unico lampione,
Soledad prese l’abitudine di indossare sulle spalle uno scialle ricamato.
Aveva
fatto riparare, come promesso, la fontana che giorno e notte batteva sulla
pietra, donando vita al patio intero. Ulriche aveva detto che a interrogare
l’acqua sarebbero tornati alla memoria i momenti trascorsi in sua presenza, ma
sino allora non avevo trovato né il tempo né il coraggio di provare.
Il
mio lavoro era solo una scusa per non trascorrere troppo tempo con Soledad. Non
vedevo alcun senso nel mettermi insieme a lei, per amarla come per anni avevo
fatto con la madre sinché era divenuta un’abitudine indifferente a spezzarsi.
Amare Soledad alla mia età avrebbe significato rubarle la giovinezza,
defraudarla dell’età più bella. Invece di lavorare, restavo alla finestra a
guardare la strada oltre il cancello di ferro, là dove quasi senza interruzione
il giovanotto che mi aveva seguito da Madrid faceva a turno con altri per
sorvegliarmi senza neppure tanta discrezione.
Per
nulla al mondo sarei tornato a Roma, al ministero; avrei preferito morire.
Naturalmente
non mi avrebbero lasciato morire. Avrebbero chiamato specialisti da oltre oceano
per indurmi a collaborare, anche a costo di spezzare ogni mia resistenza. Tutto
ciò se avessero sospettato cosa avevo scoperto.
Seduta
a leggere nel patio, Soledad mi vide alla finestra e salutò senza sorridere né
parlare, ma richiudendo il libro sulle ginocchia. Non riuscivo a sopportare
l’idea della sua vita appartata, benché facesse onore al nome che Ulriche
aveva scelto per lei.
Riuscii
a convincerla a frequentare la locale biblioteca civica, due volte la settimana;
uscivamo insieme, a metà mattina, e dopo aver comperato il pane e il latte ci
recavamo all’edificio pubblico, dove la sete di conoscenza di Soledad pareva
non avere limiti. Dopo un’ora o due di utilizzo degli audiovisivi io uscivo a
prendere aria, sperando di indurla a seguirmi; invece, Soledad restava seduta
davanti al personal, una serie di CD sul tavolo con il giovane bibliotecario
comunale che le lanciava occhiate di sopra i suoi lettori di microfiches ed
arrossiva ogni volta che doveva rivolgerle la parola per motivi di servizio.
Passeggiando
fuori dalla biblioteca, io pensavo a quanto avevo elaborato della mia teoria
prima di fuggire da Roma, e non riuscivo a trovarvi alcun errore. Soledad mi
raggiungeva dal barbiere, dove mi recavo negli stessi giorni.
Conducevamo
una vita tranquilla, appartata, degna di due vecchi pensionati. Scoprii che in
biblioteca Soledad, ispirata da qualche lettura, scriveva poesie.
Spinto
dalla curiosità. e forse anche dalla gelosia, mi ripromisi di leggerle di
nascosto alla prima occasione.
*
* *
Un
giorno l’uomo dei servizi segreti avvicinò Soledad. Io stavo ritornando verso
la biblioteca in anticipo dalla consueta passeggiata perché il barbiere era
malato; li scorsi sugli scalini del portone, dove l’uomo aveva fermato Soledad.
Stavano parlando senza che le loro parole potessero raggiungermi. Rimasi dietro
l’angolo, quindi li seguii quando, tenendo con gentilezza per un braccio
Soledad, l’uomo la condusse a una posada.
Non
potevo avvicinarmi maggiormente a rischio di farmi vedere; attesi nervosamente
che uscisse, quindi tornai ad aspettarla alla biblioteca. Non era turbata quando
la vidi sopraggiungere, bella negli shorts da turista che aveva indosso quel
giorno. Non le domandai nulla, fingendo di non averla vista insieme all’uomo.
Sentivo
però un fondo di collera, un velo di curiosità e gelosia. Per farla contenta,
proposi di comprare subito il pappagallo che tanto aveva desiderato.
—
Davvero dici che potrei prenderlo? — esplose gettandomi le braccia al collo,
ed era come la bambina che non avevo mai avuto. Dovemmo prendere la corriera
fino a Soria perché in paese non c’era un negozio di animali domestici.
A
sera, l’ara verde e giallo faceva bella mostra di sé nella sua gabbia di filo
di ferro nel patio.
Da
quel giorno in poi l’uomo attese Soledad tutte le volte che io mi recavo dal
barbiere, prendendo persino l’abitudine di entrare nel municipio, come mi
confidò il giovane bibliotecario cercando di non dare a vedere di essere
geloso.
Non
capivo se l’uomo dei servizi segreti cercava di corromperla o convincerla a
fare da spia. Naturalmente, con Soledad non ci sarebbe mai riuscito; tuttavia,
quel pensiero mi rovinava le giornate.
*
* *
Una
pioggia sottile preannunciò l’arrivo dell’autunno. Da due settimane non
accompagnavo più Soledad in biblioteca. Dopotutto, dicevo con amarezza fra me e
me, avevo ottenuto che trovasse una distrazione.
Talvolta,
precedendo di pochi giorni le prime piogge, andavo a passeggiare sulle rive del
Duero sonnolento, non ancora ampio in quel punto del suo corso. Era lo stesso
fiume che più a valle, arginato e irreggimentato, bagnava Valladolid dove avevo
conosciuto Ulriche, e ancora più a ovest, oltre confine, sfociava a Porto dove
ci eravamo lasciati definitivamente.
Il
Duero scavava un solco indelebile dentro di me; era un filo al titanio ingoiato
intero che tagliava ad ogni respiro, ad ogni singhiozzo, ad ogni riso, e ancora
mi procurava emorragie ad anni di distanza. Le sue rive erano come i due tempi
della mia esistenza, separati e irredimibili: prima del Duero c’erano la
scuola, l’università, l’adolescenza; dopo, la ricerca, il Nobel, il
ministero e la fuga. In mezzo, Ulriche.
Una
sera un’automobile venne a prendere Soledad. Udii il rombo sordo e odioso del
motore di grossa cilindrata, sentii l’odore di alcool bruciato che assaliva il
patio attraversando il cancello di ferro. Soledad uscì con una corsa leggera
dal portico sotto di me, tenendo uno scialle in mano e pettinata con cura come
mai l’avevo vista. Per l’occasione aveva indossato un paio di scarpe a tacco
alto acquistate a Soria la settimana precedente.
La
osservai con un misto di nostalgia e amarezza, e forse ineluttabilità; come se
avesse sentito il mio pensiero, un attimo prima di aprire il cancello ossidato
si voltò e alzò la testa verso di me, oltre il vetro chiuso della finestra.
Restò incerta e anch’io non seppi se ritirarmi o salutarla.
Non
feci niente, lei neppure. Continuò a guardarmi mentre usciva e richiudeva
l’inferriata, poi abbassò il capo e scomparve alla mia vista. Lo sguardo mi
si appannò quando scorsi, al volante dell’auto, l’uomo dei servizi segreti.
Sentivo
il sangue pulsare alle tempie. Scesi a prendermi dal frigorifero una birra
gelata. Uscii con l’intenzione di sedermi nel patio finché la stanchezza e la
birra non mi avessero fatto ciondolare la testa.
Invece
pioveva; frustrato, salii verso la mia camera da letto. Sentivo il bisogno di
leggere o di lavorare, ma passando davanti alla porta della camera di Soledad
non potei resistere alla tentazione di entrare. C’era un inconfondibile
profumo di lei in ogni cosa, dalle tendine della finestra al copriletto di seta
pesante, ai tappeti orientali accanto al letto, fino ai pochi oggetti da
toilette di fronte alla specchiera.
Su
uno scrittoio, alcuni CD con l’etichetta della biblioteca comunale e un fascio
di fogli stampati al computer. Raccolsi tutto e scesi nuovamente al portico,
accorgendomi che non pioveva più. Mi avvolsi le spalle in una coperta di
feltro, sedendomi nel patio accanto alla fontana che cantava senza sosta.
Lessi
le poesie di Soledad sentendo le lacrime agli occhi. Parlavano anche di me e mi
resi conto di avere fatto una indebita intrusione nella sua vita; posai i fogli
e mi attaccai alla birra, ma cominciavo a piangere come un vitello. Finalmente
mi assopii.
Mi
risvegliai nel pieno della notte, intirizzito. Non c’era alcun suono, ma una
brezza calda aveva asciugato l’aria. Alla luce del lampione continuai a
leggere, scoprendo in Soledad una profonda sensibilità per tutto ciò che la
circondava, mentre io l’avevo sempre reputata troppo indifferente. Ascoltai il
tintinnare della fontana, ma invece di ricordi piacevoli mi rimandava agli
ultimi giorni di solitudine, quando Ulriche era fuggita a Porto.
Tutto
ciò che era stato, tutto ciò che sarebbe stato mi apparvero improvvisamente
sotto una nuova luce, e vedevo l’inutilità in tutto ciò. Inutile era stato
amare Ulriche se poi era morta, inutile studiare e lavorare se avevo dovuto
fuggire, inutile tutto l’universo se doveva scomparire. Fu in questo stato
d’animo che trovai fra le stampe di Soledad una poesia ricopiata da un CD
della biblioteca; Nelle ultime stanze era scritto:
Yo sé que
tus bellos espejos cantores
copiaron
antiguos delirios de amores:
mas cuéntame,
fuente de lengua encantada,
cuéntame
mi alegre leyenda olvidada.
Yo no sé
leyendas de antigua alegrìa,
sino
historias viejas de melancolìa.
Fue una
clara tarde del lento verano,
tu venìas
solo con tu pena, hermano;
tus labios
besaron mi linfa serena,
y en la
clara tarde, dijeron tu pena.
Dijeron tu
pena tus labios que ardìan;
la sed que
ahora tienen, entonces tenìan.
—
Io so che i tuoi begli specchi cantori — lessi, — copiarono antichi deliri
d’amori; ma raccontami, fonte di lingua incantata, racconta la mia allegra
leggenda obliata. Io non so leggende di antica allegria, solo storie vecchie di
malinconia. Fu una chiara sera del lungo tempo bello, tu venivi solo con la tua
pena, fratello; le tue labbra baciarono la mia linfa serena e nella chiara sera
dissero la tua pena. Dissero la tua pena che tue labbra che ardevano, la sete
che ora hanno già allora avevano.
Era
quella l’origine della leggenda rivelata da Ulriche alla figlia, o forse
inventata da Soledad suggestionata dalla poesia. Ma per me, essa si era
avverata; sentivo l’enorme mole del passato gravare sulle mie spalle e la
chiazza indefinita del futuro sotto i miei piedi, martello e incudine pronti a
schiacciarmi. Sentivo tutta le pena dell’universo su di me, e la fontana
continuava a parlarmi di un altro dolore, vissuto trenta anni prima, quando
aveva visto le mie passeggiate inconcludenti fra i portici e gli aranci,
attendendo che Ulriche tornasse.
Rimasi
a singhiozzare fino all’alba. Quando il sole tinse il cielo a oriente di
carminio e madreperla, udii i passi di Soledad che ritornava a piedi dal
viottolo. I tacchi battevano leggeri sui ciottoli, la mano apri il cancello
cigolante e il respiro si fermò quando mi vide seduto nel patio, nella rugiada
del mattino.
Tenni
gli occhi chiusi fino a che si avvicinò, inginocchiandosi a fianco del dondolo,
e mi poggiò la testa in grembo. Nelle sue poesie ero come il padre mai
conosciuto, saggio e adulto, maturo, da ammirare e amare. Avrei voluto davvero
essere un padre per lei, ma non avrebbe mai funzionato perché me ne sentivo
attratto.
Rimanemmo
alcuni minuti in silenzio, mentre le accarezzavo il capo, finché le ombre non
si stemperarono e gli alberi persero l’aspetto di silhouettes stilizzate.
—
È vero che l’universo sta per finire? — domandò Soledad allora.
—
Tutto è relativo — risposi senza cessare di accarezzarla. — Si pensava che
l’espansione delle galassie sarebbe durata ancora miliardi di anni.
Che
rilevanza aveva la mia pena, sparpagliata nella sabbia dell’eternità? Che
senso aveva aumentare il dolore di Soledad parlandole di morte del Tempo, di
geometria non euclidea, di bitori, tritori e cronotopi?
—
Ma qual è la verità? — insisté Soledad. — Dicono che andiamo incontro a
una enorme massa gravitazionale che attira il nostro universo in espansione e lo
inghiottirà.
—
È un evento remoto — risposi calmo, riacquistando la fiducia in me stesso che
la nottata aveva scosso. — Occorreranno ancora un milione di anni prima che la
Terra debba soffrirne.
—
Un milione di anni — ripeté Soledad rigirando il concetto sulla punta della
lingua, fra i denti, nella sottile fessura fra le labbra. — Fra un milione di
anni l’universo finirà.
—
No, non l’universo: la Terra soltanto. Le galassie si avvicinano e ogni
singola stella al loro interno comincerà a sentire l’influenza gravitazionale
delle vicine più prossime. Il pianeta sarà straziato da maremoti e terremoti.
Restammo
in silenzio per poco, poi Soledad riprese, senza guardarmi in viso: — È
questa la verità? È per questo che sei fuggito da Roma, che quell’uomo ti
cerca?
Una
fitta. L’uomo dei servizi segreti le aveva parlato di me. — No, non è la
verità. E’ ciò che credono loro.
Soledad
sospirò. — Voleva sapere di te. L’ho lasciato e sono tornata a piedi. Qual
è la verità? Perché ti cercano?
—
Sono fuggito per non collaborare con uno Stato corrotto, burocrate e poliziotto.
Ma non c’è alcun altro Stato in cui mi sentirei libero di continuare le
ricerche. E’ una questione di principio: ora che ho scoperto qualcosa di
importante sono io a tenere il coltello dalla parte del manico. Ogni scienziato
dovrebbe rifiutarsi di mettere la ricerca al servizio della politica.
I
passeri intonavano cori e contrappunti da un albero all’altro, il pappagallo
di Soledad ci diede il buongiorno.
—
Ma la verità — insisté Soledad, — cosa hai scoperto di tanto importante?
Mi
strinsi nelle spalle. — L’importanza è relativa. Occorrerà ancora un
milione di anni, come ti ho detto, prima che ci tocchi da vicino. La verità...
Non
ne avevo mai parlato con nessuno, mai avevo messo nulla per iscritto per non che
cadesse in mani sbagliate. Perché dirlo a Soledad? Ma non potevo tenerlo per
me.
—
Immagina un foglio di carta, un quadrato — dissi quasi senza pensarci. —
Immagina di piegarlo su se stesso e incollare due lati fra loro: ottieni un
cilindro. Tracciando una linea su una faccia nel senso orizzontale, arriverai
alla stessa facciata uscendo dalla sutura del lato. Se anche per i due lati
rimanenti si potesse fare lo stesso, otterremmo una figura particolare. È come
lo schermo del PC: se esci con il cursore dal margine destro, rientrerai dal
sinistro, e dal margine superiore all’inferiore. Lo schermo di un qualsiasi
videogioco è lo sviluppo piano di una figura geometrica simile a una ciambella
con buco.
Il
mattino era fresco ma già i raggi di sole ci raggiungevano. Sentivo la pelle di
Soledad fredda al tatto, ma non si mosse.
—
Prendi ora una stanza con sei pareti, un cubo. Se fosse possibile incollare fra
loro a due a due l’esterno delle pareti opposte in modo che combaciassero
perfettamente, cosa accadrebbe? Infilando una mano in una parete la vedresti
spuntare da quella alle tue spalle, e dal pavimento al soffitto. Se la facessi
penetrare in uno spigolo, parti della mano apparirebbero alla vista in tutti gli
altri spigoli.
Soledad
mi ascoltava attenta, come una liceale innamorata del professore, una figlia che
pendeva dalle labbra del padre.
—
Aumenta le pareti della stanza, falla diventare un dodecaedro, poi ancora più
facce, sempre più piccole, sempre più sino a ottenere una specie di sfera in
cui ogni punto della superficie è uno spigolo. Un oggetto che la penetrasse
uscirebbe all’estremità opposta della sfera. Questo è in realtà
l’universo: in principio esisteva un colossale buco nero supercollassato; dopo
il big-bang, a mano a mano che si espandeva occupava lo spazio non-euclideo
della sfera. Quando le galassie in espansione raggiungono i limiti della sfera,
che accade? Ogni granello di materia che penetra in un punto-spigolo sarà
presente in ogni altro. I limiti della sfera del cronotopo spazio-tempo sono il
capo opposto dell’universo. Tutti gli spigoli della superficie formano un
unico punto in questo Spazio non-euclideo: l’espansione della materia porta
anche alla sua contrazione finale in questo punto, in preparazione di un nuovo
big-bang all’altro polo del cronotopo. La massa gravitazionale che i miei
colleghi hanno scoperto nel cielo non è un altro universo in via di collisione
con il nostro, è l’immagine della prima materia che ha raggiunto i confini
dell’universo e si sta ammassando in quel punto. La vita di questo cronotopo
sarà molto più breve di quanto avessimo mai stimato: allontanandosi, le
galassie allo stesso tempo si concentrano. Il nuovo buco nero totale che si va
collassando deformerà lo Spazio intorno a se stesso portandosi al centro di una
sfera che avrà come capo opposto il punto del precedente big-bang.
Mi
sentivo svuotato. Eppure era stato tanto semplice, tanto naturale parlarle:
l’universo stava per finire, ma sarebbe rinato, entro alcuni miliardi di anni.
Sebbene in un’altra forma, la teoria dell’esplosione primordiale era ancora
valida: l’Universo era uno solo, non c’erano stati vari distinti big-bang
nel cosmo.
Ero
svuotato, consumato. L’acqua della fonte continuava a deridermi, riportandomi
all’altra infinita, ossessiva malinconia di trenta anni prima. Sentii le
lacrime salate agli occhi e non potei trattenerle. Soledad alzò la testa di
scatto e si commosse. Mi abbracciò baciandomi gli occhi umidi e la fonte,
consolandomi a sua volta.
—
Non piangere — disse. — Non piangere, sono qui io. Io ti voglio bene, non
lasciarti prendere dalla tristezza. Cosa ci importa del milione di anni, dei
servizi segreti, dell’universo? Oh, vorrei che tu mi volessi bene come a una
figlia, come a una bambina!
Continuò
a cullarmi nella rugiada che evaporava, all’ombra profumata di zagara, fra il
cancello e il portico, e il pappagallo ripeteva allegro, gioviale: “Come-a-una-figlia,
come-a-una-bambina!”
Maggio
1986
Franco
Ricciardiello
Scritto
nel maggio 1986
Pubblicazioni:
1.
"Algenib" n. 6, Roma 1988
2.
"7° inchiostro" n. 5, Settimo Torinese (TO) 1995
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