FRANCO
RICCIARDIELLO
Torino
Il
dodicesimo giorno dopo la coventrizzazione di Torino, la 24^ divisione corazzata
insorgeva attaccando la Guardia Reale di stanza a Carignano, il presidente del
Consiglio Galeazzo Ciano si trasferiva al Nord per prevenire tentativi
insurrezionali e Bob Dylan faceva uscire sul mercato mondiale il suo 45 giri “Turin”,
inciso a tempo di record per la raccolta di fondi a favore delle popolazioni
bombardate.
Era
l’aprile del 1966; a Torino rasa al suolo dalle bombe “intelligenti”
egiziane qualsiasi forma di potere statale era svanita: i gerarchi fascisti
fuggivano verso la Liguria, le forze d’intervento francesi erano alle porte di
Rivoli e dalla clandestinità il partito comunista chiamava i militanti
all’insurrezione. Nelle tende improvvisate per il picchettaggio, il
ventiduesimo giorno di sciopero al Lingotto quasi distrutto dai bombardamenti,
ascoltavo alla radio Bob Dylan con una stalattite nel cuore.
...Turin...
Turin... Is there anyone still live out there, Turin?
“Piantala
di cantare” esclamò Costanza Gremmo entrando sotto la tenda “quando arriverà
il blindato?” Si era infilata un paio di stivali da cavallerizza, pantaloni
rinforzati al cavallo e un grosso cinturone di cuoio con un revolver.
“Non
avere fretta” risposi cominciando a raccogliere i dischi di vinile del PC. La
detestavo perché aveva i capelli puliti malgrado l’acqua corrente mancasse
oramai da oltre quaranta giorni.
Costanza
mi fece un cenno silenzioso, attirandomi all’ingresso della tenda; indicò
Mario che sedeva al sole di aprile, la spina dorsale contro il cancello del
Lingotto occupato. “Dove l’hai trovato, quello?” domandò “non mi pare
sia della tua sezione.”
Sentii
un tuffo al cuore. Ero arrossito? “Non puoi conoscerlo” risposi brusco
“E’ della Vanchiglia.”
Costanza
annuì poco convinta, scrutandomi a pochi centimetri di distanza dalle labbra.
“Spero che tu sappia quello che fai, Bertinetti” disse.
Tre
colossali carri armati dell’esercito, Panther di costruzione tedesca,
erano allineati nel cortile interno del Lingotto. Gli operai avevano verniciato
falce e martello sulla corazza utilizzando inchiostro rosso, che sovrapponendosi
al verde sporco dava un colore bruno poco visibile. Diversi gruppi di operai,
uomini e donne, marciavano da un capo all’altro del piazzale cercando di
tenere il passo: il rosso scarlatto dei fazzoletti intorno al collo contrastava
violentemente con il nero della colonna di fumo che saliva ancora dalle macerie
dell’ala nord del Lingotto, dove fino a pochi giorni prima si producevano i
carri armati leggeri per il Regio esercito.
Un
rumore diesel arrivò dall’angolo della strada aggirando le macerie di un
condominio bombardato, dove quattro giorni prima avevamo trovato una ragazzina
di diciotto anni sepolta viva dal crollo. Un autoblindo ci raggiunse
sferragliando.
“Certo
che sei unico, Bertinetti” disse la Gremmo con le mani sui fianchi “non so
quanti altri sarebbero riusciti a fottere un blindato sotto il culo delle
camicie nere.”
Mi
resi conto in quel momento di non sapere se Costanza Gremmo avesse un uomo.
Mario si svegliò al rumore del blindato, ma ebbe il buon senso di tenersi
lontano da noi.
L’autoblindo
si fermò in mezzo alla pozzanghera versata dall’acquedotto danneggiato;
sette, otto compagni armati balzarono a terra per lasciare uscire gli altri
all’interno. Un’Alfa li seguiva, carica di armati; contando noialtri della
fabbrica eravamo disponibili in ventidue, non potendo distogliere gli istruttori
che cercavano di far marciare gli operai con i fucili in spalla.
“Che
si fa?” domandarono i nuovi arrivati.
“Non
abbiate fretta” li raffreddò Costanza “ne avremo per tutto il giorno.”
“Notizie?”
domandò Mario spolverandosi i pantaloni. Non riuscii a leggere la reazione di
Costanza.
“Ciano
è già arrivato qui a Torino, ma deve essere sepolto in qualche bunker a prova
di atomica: probabilmente concederà interviste a una rete televisiva siriana”
rispose qualcuno “Mussolini è apparso alla televisione per giustificare la
resa senza condizioni all’ONU. A Genova la flotta si è ammutinata contro gli
ufficiali.”
Rientrai
nella tenda e con un paio di giri di manovella ricaricai l’interfono.
“Teresita” dissi quando vidi la sua immagine sullo schermo in bianco e nero
“sarà meglio che tu venga, dobbiamo lasciare subito la fabbrica.”
La
vidi perplessa. “Non sarà pericoloso?”
Costanza
Gremmo tornava spazientita verso la tenda. “Per voi sarebbe più pericoloso
stare qui da soli” replicai in fretta prima che sentisse “Scendi subito,
troveremo una soluzione strada facendo.” Tolsi la comunicazione e raccolsi i
dischi nelle custodie di cartoncino.
Costanza
si affacciò. “Con chi stavi parlando?” domandò.
“Fatti
miei” risposi brusco “comunque, non riguarda il Partito.”
“Tutto
riguarda il Partito” rispose laconicamente lei, fissando gli occhi sulla
stella rossa che portavo al bavero.
La
seguii fuori nel sole, il PC con i suoi dischi di vinile sotto un braccio, sotto
l’altro il garand. Tutto intorno a noi i palazzi erano spezzati a metà
dall’urto dei bombardamenti scarsamente selettivi che avrebbero dovuto colpire
solo la fabbrica: nel tiro a segno notturno avevo perso due cugini prima che
tutti i parenti fuggissero dalla città.
Teresita
era già insieme a Mario. “Chi è quella?” domandò Costanza Gremmo senza
indicarmela.
Teresita
indossava un vestito a fiori di cotone stampato, riuscendo ad essere a modo suo
elegante anche in mezzo alla guerra civile. “E’ la sorella di Mario”
risposi senza pensarci su.
Riempimmo
due automobili e il blindato. “Andiamo avanti noi” dispose Costanza
additandomi la Lancia “guida tu, Bertinetti; non superare i quaranta.”
“Anche
a volerlo sarebbe difficile con le strade in queste condizioni” replicai. Se
tu fossi l’ultima donna rimasta sulla terra, non so se ti scoperei,
pensai.
*
* *
Il
giorno in cui baciai per la prima volta Teresita, mentre ballavamo un lento, mia
moglie ci stava guardando seduta in fondo alla stanza.
La
festa era in uno dei caffè di Vanchiglia, fra l’università e il Po: al piano
superiore, in cima a una scala di legno tarlato, una quarantina di universitari
fumavano e facevano musica sotto festoni di carta colorata, discutendo di
filosofia e di rock’n’roll. Eravamo stati invitati anche io ed Enrichetta,
sposi da pochi mesi, malgrado avessimo abbandonato gli studi da oltre un anno.
Due
egiziani della Nubia dalla pelle viola come prugna, figli di un ingegnere
minerario che lavorava in città, erano venuti per i liquori e la compagnia:
avevano portato dischi di musica rock, sigarette, programmi per PC su dischi di
vinile colorato.
Dopo
un paio di ore Enrichetta si era stancata di stare in piedi: aveva trascorso metà
della notte abbracciata al lavandino del bagno perché era al secondo mese di
gravidanza. Il marito di Teresita, che aveva la mia stessa età e si chiamava
Vassallo, era rimasto tutto il tempo seduto in disparte in mezzo alle numerose
camicie nere che si trovavano dappertutto, giovani militanti del PNF sui quali
aveva una sgradevole influenza.
L’attenzione
di quasi tutti gli altri giovani era concentrata su Cesare Pavese, invitato alla
festa per la sua amicizia con uno degli organizzatori. Anch’io l’avevo
conosciuto personalmente prima che diventasse famoso, ma quel giorno non mi
avvicinai a salutarlo perché temevo non si ricordasse di me. Dopo che si era
sparato quel colpo alla tempia nel ‘50, dopo quei quarantadue giorni di coma,
non era più lo stesso: non aveva mai più posato le dita sulla tastiera di un
PC per scrivere anche una sola parola.
Mi
ero alzato per prendere qualcosa da bere a Enrichetta; fu Teresita a servirmi
una bevanda gassata. Io, lei e mia moglie eravamo stati molto amici ai tempi del
liceo, e non avevamo mai smesso di frequentarci per tutto il periodo
dell’università malgrado lei avesse sposato una camicia nera e io mi fossi
iscritto clandestinamente al PCI.
Quando
Teresita mi porse il bicchiere freddo, sentii il suo profumo che mi richiamò
agli anni di scuola. “Vuoi ballare?” le chiesi in punta di labbra senza
pensarci su due volte.
Teresita
guardò il marito, che non era ancora sceso sulla pista. Io e Vassallo ci
conoscevamo di sfuggita, senza frequentarci personalmente, ma doveva sapere che
con Teresita eravamo amici da sempre.
Portai
da bere a Enrichetta. “Ti spiace se ballo ancora?” dissi.
“Ti
perdono solo se mi presenti Pavese” rispose lei.
Portai
due dita sul cuore, la baciai sulla guancia e tornai da Teresita. “Ti piace
questa?” domandò lei passandomi le braccia al collo.
Piegai
la testa di lato, levitando le mani ai suoi fianchi. “Chi canta?”
“Bob
Dylan. Non lo conosci, è la sua prima canzone. House of the risin’ sun, la
casa del sole che nasce.”
“Che
sorge.” corressi. Teresita aveva un profumo che picchiava a tradimento,
una camicetta di piqué e jeans di fabbricazione turca. Enrichetta si faceva
aria bevendo la gassosa, le caviglie incrociate. Vassallo parlava con i suoi
balilla e guardava la moglie. Pavese recitava per i suoi ascoltatori le note di
copertina dei dischi americani che a quel tempo il regime ancora non aveva
proibito.
Il
vino mi dava alla testa. La voce di Bob Dylan, che ascoltavo per la prima volta,
grattava le corde della nostalgia. Voce amara, lancinante cantilena ebraica di
sangue antico, di persecuzioni millenarie. Il seno timido di Teresita fra noi
due, le sue braccia sulle spalle.
“Sai
una cosa?” le dissi all’orecchio. Alzò gli occhi. Come altre volte, come
mille altre volte: eppure questa volta...
“As
the night got longer” recitava
Pavese, “the air got heavier, the audience got drunken and nastier, and I
got sicker and finally I got fired.”
...eppure
questa volta la luce cadeva obliquamente sulla sua pupilla. Se per un punto
esterno ad una retta tracciamo una retta, parallela ad essa, otterremo una
soleggiata sera d’autunno.
Teresita
era alta come me e aveva labbra sottili. Per quella sera, eccezionalmente, si
era truccata con un eyeliner nero intorno agli occhi. La baciai in punta
di lingua, senza invitarla. Credetti che la musica si fermasse, ma si fermò
soltanto il Tempo.
“Sometimes
he frets his instrument with the back of a kitchen knife or even a metal
lipstick holder” proseguiva Pavese “giving
it the clangy virility of the primitive country blues men.”
Ci
staccammo con un rumore di rimorso. Sentivo le lacrime alle guance, i miei piedi
andavano da soli, ma le mani sembravano incollate con gomma arabica ai fianchi
di Teresita.
Vassallo
ci guardava incredulo, Enrichetta aveva smesso di farsi aria.
Ci
slacciammo. Presi mia moglie per mano e uscimmo dal caffè. Non parlammo mai di
quanto era accaduto.
Sette
giorni più tardi mi arrestarono per la prima volta; quella notte, mentre in
caserma i carabinieri stavano a guardare le camicie nere che mi scavavano fuori
il pancreas a calci, Enrichetta
perse il bambino in uno sfogo di sangue, piegata in due sul water-closet
di casa.
*
* *
Feci
guidare Mario nonostante gli ordini contrari di Costanza Gremmo. Montai sul
sedile posteriore, la canna del garand fuori dal finestrino, pronto a
rispondere agli agguati dei cecchini sui tetti. Sentivamo i lontani colpi di
tosse di una mitragliatrice, ma eravamo in zona sicura, sotto controllo del
Partito.
Passammo
davanti alle fabbriche occupate, ventaglio di bandiere rosse al vento dei
cancelli; un camion carico di operai con fucili dell’esercito ci sorpassò, il
clacson impegnato a salutarci. In piazza Carlina sfilammo davanti ai furgoni che
erano serviti per giorni e giorni al trasporto delle vittime dei bombardamenti
aerei, fino alla resa incondizionata all’ONU.
Costanza
ci condusse all’università. Quando ci fermammo una pattuglia di caccia
egiziani ci sorvolò infrangendo il muro del suono. Costanza Gremmo mi prese per
una spalla. “Perché il tuo amico della Vanchiglia non è armato?” domandò
a bassa voce per non che Teresita potesse sentire.
“Obiezione
di coscienza” risposi.
Naturalmente
non mi credette. Scendemmo dalla Lancia. C’erano compagni armati a ogni angolo
della piazza, e un gruppo di studenti con fazzoletti rossi e fucili automatici
in spalla davanti all’ingresso dell’università. Vidi con un brivido che
c’erano dei corpi in terra, lungo il muro della mensa, sotto una rosa di
proiettili sparati sui mattoni. Come se non bastassero le vittime delle
bombe, pensai. Con un rombo supersonico la squadriglia di caccia riattraversò
il cielo, controllando che l’aviazione fascista non violasse il divieto di
volo subito con la resa incondizionata.
Costanza
Gremmo mi venne dietro, superandomi per entrare per prima dell’edificio.
“Aspettate qui fuori” disse senza voltarsi.
Raggiunsi
Teresita. “Quando potremo allontanarci?” domandò a bassa voce.
“Non
ti agitare. Abbiate fiducia: questa missione è capitata all’improvviso, ma è
questione di ore. Domani mattina sarete fuori Torino.”
L’autoblindo
manovrò portandosi in posizione difensiva, in mezzo al sole netto della piazza.
Eravamo vicino a uno dei centri di raccolta profughi, ma la gente delle valli si
teneva lontana. Costretti a fuggire davanti alla avanzata degli eserciti
alleati, scampati ai devastanti bombardamenti notturni di Torino, non sembravano
impazienti di farsi trascinare nella sanguinosa caduta del regime.
“Aiutami”
dissi ad Teresita levando il PC portatile dal baule dell’auto. Mario ci
osservava da sotto i portici dove era seduto insieme ai compagni di guardia.
Entrammo
nell’atrio dell’edificio, dietro Costanza Gremmo. Non c’era nessuno,
Teresita non sembrava preoccupata, fui costretto ad ammirarla per la sua
energia.
Il
videotelefono era posato su una scrivania in stile nostalgico; posai il PC sopra
un fascio di carte, diedi parecchi giri di manovella perché l’elettricità
non c’era, quindi collegai ai cavetti del videotelefono la presa fabbricata da
me.
“E
questo cosa sarebbe?” domandò Teresita.
“La
rete funziona ancora, per fortuna” dissi con un sospiro di sollievo quando
vidi il volto di mia moglie.
Teresita
arretrò per non farsi inquadrare: la ringraziai mentalmente per quella
delicatezza.
“Dove
sei?” domandò Enrichetta fissando la stella rossa appuntata al bavero della
mia giacca.
“Meglio
tu non lo sappia” risposi “Forse stasera riuscirò a tornare a casa. E’
successo qualcosa di grosso?”
Scosse
il capo. “La Rai non trasmette più nulla. Però gli egiziani hanno montato un
ripetitore sul Rosa e trasmettono notiziari di propaganda sulla disfatta del
nostro esercito. Perché non torni davvero stasera?”
Udii
dei passi sul marmo. “Devo lasciarti” risposi in fretta “sto facendo un
lavoro per il Partito, non essere in pensiero.”
Levai
la comunicazione. Costanza Gremmo ci raggiunse insieme a due uomini con fucili
automatici di fabbricazione siriana. C’era anche un prigioniero, un uomo sulla
sessantina con cappotto pesante, cappello a tesa larga e una barba mal curata.
“Che
stai facendo?” domandò Costanza. Teresita arretrò istintivamente dalla
scrivania, io staccai i morsetti dai fili del videotelefono.
Uscimmo
nella piazza. Costanza fece sedere il prigioniero sul sedile posteriore della
mia auto, mettendogli a fianco le due guardie rosse. Teresita passò
sul sedile anteriore, stretta fra me e Mario che sembrava esageratamente teso.
“Calmati”
gli sussurrai in un orecchio, coperto dal trambusto. “Qualche ora e sarai
fuori.”
“Ma
hai visto chi è?” rispose a denti stretti.
Non
osai voltarmi per osservare il volto del prigioniero sotto la tesa del cappello
di feltro.
“Scendi
verso via Po” disse Costanza “ti darò istruzioni strada facendo” Quindi
si dedicò al ricevitore portatile che le stava comunicando qualcosa. Avrei
voluto avere un’autoradio per ascoltare ancora la canzone di Dylan.
*
* *
“Se
tuo marito ci vedesse così, mi farebbe fucilare” le dissi all’orecchio.
Teresita sorrise, ma con una punta di amarezza. Compresi allora che non avrei
dovuto nominare Vassallo.
Mi
separai dai suoi fianchi perché cambiasse il disco. “Ho qualcosa che vorrei
farti sentire” disse levandosi finalmente la giacca. Con due balzi arrivò
alla borsetta e ne estrasse la custodia di cartone di un disco. “Ricordi i
nubiani,” disse fingendo di lanciarmelo “i figli dell’ingegnere minerario?
Se ne sono andati definitivamente dall’Italia perché non abbiamo rinnovato la
convenzione. Mi hanno lasciato tutti i loro dischi: voglio farti sentire
questo.”
Tornammo
sul parquet dopo che Teresita ebbe caricato il vinile sul piatto dello
stereo. Le altre coppie di ballerini erano lontane, in fondo alla palestra; le
alte finestre piombate della fabbrica in disarmo lasciavano entrare la luce e
una corrente d’aria irriverente. Gli altoparlanti vicino alla porta di
ingresso suonavano un tango argentino, opprimente sullo sfondo squallido dei
muri di fabbrica. Qualcuna fra le altre clienti doveva essersi accorta che
Teresita stava ballando con l’addetto alle pulizie, forse commentavano
pesantemente.
Tornai
a cingere Teresita, che ora era a braccia nude. Il sole si rifletteva testardo
sui listelli di legno nuovo, incollati sul cemento consumato della gigantesca
fabbrica.
La
musica di Teresita attaccò violenta, introducendo subito una voce americana che
conoscevo. “Da quanto tempo...” mi lasciai scappare “Bob Dylan?”
Teresita
mi portò una mano dietro la nuca, ma non era facile tenere il passo di quella
ballata strascicata: oltretutto, io ero capitato per caso nella palestra di
danza, dopo essere stato licenziato dall’Università a causa del mio arresto.
“Hmm”
mugolò Teresita nell’abbraccio della musica “dimmi la verità, come ve la
passate tu e Enrichetta?”
Teresita
aveva fianchi da anguilla e braccia bianche, lisce. “Per fortuna lei non ha
perso il posto” risposi, ma non mi andava di parlarne. “Lo sai che questa
musica oramai è proibita?” dissi per sviare il discorso “Autarchia. Non è
più come quell’ultimo ballo in Vanchiglia. Se ci vedesse tuo marito...”
“Fanculo,
Edo” rispose lei a occhi chiusi, ruotando come una vite sulla mattonella di parquet
“balli da schifo.“
“Ci
vieni spesso?” domandai con i suoi capelli contro le labbra.
“Appena
posso. Tu lavorerai qui d’ora in poi?”
Mi
strinsi nelle spalle. “Non ho libretto di lavoro. Avevo cominciato a battere
al PC materiale editoriale per Cesare Pavese, ma quando è morto il mese scorso
mi sono ritrovato a piedi. Adesso fare le pulizie qua in palestra e negli uffici
al piano di sotto mi prende quattordici ore al giorno.”
Si
irrigidì, mi cercò negli occhi la verità. “Quattordici ore? Non
lasciare che ti sfruttino.”
Risi.
“Parli come una comunista.”
“Oh,
smettila con la politica!” tagliò
corto “dimmi se ti piace questa canzone.”
...It
was gravity which pulled us down and destiny which broke us apart...
“Imperdibile”
commentai provando un brivido mentre Dylan strusciava con la sua voce contro la
mia spina dorsale “Basterebbe l’ostracismo del partito di tuo marito nei
confronti di questa musica per meritare all’Italia il boicottaggio
dell’ONU.”
...I
can’t remember your face anymore, your
mouth is changed, your eyes don’t
look into mine...
Il
bacino di Teresita era contro il mio osso pelvico. Sapevo che il principale
avrebbe potuto licenziarmi vedendomi ballare con una cliente della palestra, ma
in quel momento era la cosa meno importante per me. Da quando avevo trascorso i
miei diciotto giorni di galera, molte cose erano diventate meno importanti.
...I
waited for you on the running board near the cypress tree, while the Spring
turned slowly into Autumn...
“Non
era bello l’anno scorso, Edo?” disse improvvisamente Teresita senza alzare
la testa dalla mia spalla “perché non si potrebbe tornare ai giorni
dell’Università? Perché voi uomini dovete sempre spararvi in bocca quelle
parole d’ordine inconciliabili?”
Un
giorno ti perderò, mi ritrovai a
pensare con le labbra a due dita dalle sue; Un giorno non sarà più
possibile per Enrichetta e me vivere in questo Paese. Dovremmo allontanarci
sulla strada dell’esilio, e chissà se e quando faremo ritorno...
...I
can’t feel you aymore, I can’t even touch the books you’ve read...
“Mi
rincrescerebbe doverci perdere di vista” continuò Teresita come leggendomi
nel pensiero “avrei voluto fare qualcosa per te, mentre eri in... Ne ho
parlato anche a mio marito...”
“Taci,
adesso” la interruppi “lasciami ascoltare la canzone.” Un giorno ti
perderò, come perderò la vista o i capelli o l’Italia. Perderò i miei
giorni come perle sul rosario dell’esilio, e li farò perdere a Enrichetta.
Perderò il groppo in gola del desiderio di te, il batticuore incontrollabile
per la tua presenza, il chiodo
arrugginito della tua voce nel padiglione auricolare; distruggerò la mia
esistenza e la mia salute con panini e caffè in qualche ufficio del Partito a
Algeri o a Teheran, ringraziando quotidianamente non so chi per avermi fatto
scampare un altro giorno ai sicari di regime. Il canto del cigno della
democrazia, l’arma ideologica nelle mani del Partito combattente.
Mi
ritrovai con le labbra sulle sue, lingua contro lingua.
...you’ll
never know the hurt I suffered nor the pain I rise above, and I’ll never know
the same about you...
Il
tango ufficialmente tollerato era cessato, le clienti si asciugavano il
sudore mantenendo i muscoli caldi e gli occhi morbosi su di noi. Mentre la
ballata clandestina di Dylan rimbalzava sulle colonne di cemento armato della
palestra, sussurrai all’orecchio di Teresita “Ci vuole tutta la forza del
mondo a lasciarti andare.”
Sulle
prime fraintese. Credette “a lasciarti andare fra le braccia
dell’altro”. Invece intendevo dire che sarei stato costretto ad
andarmene, forse per sempre.
Mi
guardò negli occhi. Non si poteva dire bella, ma aveva occhi nocciola e tutto
il tempo del mondo dalla sua parte. “Il mio amante da romanzo rosa!” disse
sorridendo “credo tu ti stia sopravvalutando.”
...Idiot
wind blowing through the buttons of our coats, blowing through the letters that
we wrote, idiot wind blowing through the dust upon our shelves...
“Vento
idiota” dissi al suo orecchio “mi rincresce di non aver potuto avere una
vita normale. Mi rincresce di non poterti essere amico in altri tempi, in altre
condizioni.”
La
sentii rabbrividire. “Non dire così!” rispose abbassando il capo “potremo
vederci ancora, qua in palestra.”
Ma
già il vento idiota soffiava fra di noi. Entrava dalla finestra, spazzava il parquet
verniciato di lucido e scoppiava attraverso le cuciture dei nostri vestiti. Il
vento idiota soffiava su Torino vigliacca, anestetizzata dall’estate precoce
del ‘63. Soffiava sulla vela del mio destino, gonfiandola, fino a quando il
Pretore non ordinava per la seconda volta il mio arresto, questa volta con una
imputazione gravissima: coinvolgimento nell’attentato dinamitardo di via
Cernaia che era costato la vita al sottosegretario agli Interni, mancando per
una frazione di secondo di colpire Galeazzo Ciano.
Un
reato che prevedeva la pena di morte.
*
* *
“Ciano”
disse Mario tamburellando con i polpastrelli sul volante della Lancia.
Alzai
il capo di scatto, ma non stava scherzando: guardai meglio il prigioniero, in
piedi a diversi passi dalla nostra auto ferma, controllato a vista dalle due
guardie rosse.
“Non
è possibile” dissi seccamente.
“Guardalo
meglio” insisté Mario. Teresita aveva reclinato il sedile e fissava
ipnotizzata il tettuccio.
“Merda”
dissi fra i denti. Era davvero Galeazzo Ciano: sembrava più basso e più
anziano che in televisione, forse a causa della barba brizzolata. Costanza
Gremmo tornò verso la Lancia, levandosi i capelli che un vento idiota le
gettava negli occhi.
L’autoblindo
era immobile dietro di noi, il motore acceso. Ci trovavamo a una cinquantina di
metri dal guado di barche che attraversava la
Stura, dietro il tiro a segno, per sostituire i ponti fatti saltare dalle
bombe intelligenti egiziane. Dall’altra parte stazionava un’unità
meccanizzata dell’esercito francese, intervenuto sotto la bandiera ONU per
punire l’Italia invasore in Svizzera. Alla nostra sinistra, verso occidente,
le prime case di Venaria Reale.
“Come
cazzo abbiamo fatto a catturare Galeazzo Ciano?” dissi fra me e me, ma a voce
alta.
Nessuno
rispose. Nulla si mosse sotto il cielo velato dal fumo di Torino agonizzante. I
ragazzi erano sdraiati al riparo di un terrapieno, i fucili puntati verso i
francesi oltre il guado.
Aprii
la portiera della Lancia.
“Non
farlo” sussurrò Mario “cercherai grane.”
Scesi.
“Quello è Ciano” dissi alla Gremmo additandolo con il capo.
“Fatti
i cazzi tuoi, Bertinetti” rispose lei senza neppure guardarmi, la custodia del
revolver slacciata.
Scesi
verso il guado spelandomi le scarpe sui sassi di fiume. Il vento era più forte
che in città; Galeazzo Ciano, presidente del Consiglio, genero e delfino del
Duce, camminava lentamente lungo l’argine senza allontanarsi dai suoi
sorveglianti.
C’era
fermento sulla sponda in mano ai francesi, finché una Renault civile venne
verso di noi lungo il ponte di barche. Costanza Gremmo tornò a passo rapido
verso l’acqua. “Avverti i tuoi di stare pronti, Bertinetti” mi disse piano
“e speriamo non ce ne sia bisogno, altrimenti ci massacrano tutti quanti.”
Tornai
indietro. Le guardie rosse presero Ciano per un braccio riportandolo verso la
Lancia, Costanza scese a piedi incontro alla Renault.
E
poi tutto precipitò. Il rumore dell’acqua di aprile si trasformò in un rombo
di pale meccaniche. Due elicotteri schizzarono fuori dalle ciminiere di una
fabbrica di cemento abbandonata sull’argine, in direzione di Venaria.
“Bertinetti!”
strillò Costanza con un salto “l’autoblindo, Bertinetti!”
In
un attimo gli elicotteri furono sul ponte di barche. Dalla sponda francese
spararono, ma non contro di noi: un missile anticarro scese dal cielo,
tranciando il guado in una nuvola di acqua e fuoco proprio all’altezza della
Renault.
“Le
camicie nere!” esclamai. Erano elicotteri fascisti, non francesi. Il prato si
riempì di rumori. I miei facevano fuoco sugli elicotteri da dietro il
terrapieno, i francesi cercavano di imitarli. Le guardie rosse trascinarono
quasi di peso Galeazzo Ciano fino alla Lancia, mentre una mitragliatrice ci
sparava contro dal cielo.
Costanza
Gremmo ci raggiunse, voltandosi ogni pochi passi per sparare con il suo
revolver. La mitraglia dell’autoblindo cominciò a sparare, uno degli
elicotteri virò bruscamente, planando sul pelo dell’acqua. Mario aveva già
rimesso in moto: vidi con la coda dell’occhio che tutti stavano risalendo
sulle automobili, nessuno sembrava colpito.
Gli
elicotteri furono costretti a ripiegare, tornando verso la fabbrica, mentre i
francesi sull’altra sponda presero a sparare sull’autoblindo.
Ci
muovemmo. Cacciai il garand fuori dal finestrino e cominciai a sparare.
Nei duecentocinquanta metri che ci separavano dalla sommità dell’argine, solo
un proiettile colpì il cofano della Lancia. L’autoblindo continuo a tossire
fuoco verso l’altra sponda, e poi tutti fummo in salvo.
Costanza
Gremmo bestemmiava come un ferito, le guardie rosse si erano strette contro
Ciano sul sedile posteriore dopo averlo spintonato lungo tutto l’argine per
sottrarlo al fuoco francese.
Sentivo
il sapore di sangue in bocca, dovevo aver battuto le labbra contro il calcio del
garand. “Un’imboscata!” imprecava incredula Costanza “stronzi
merdosi, un’imboscata!”
Teresita
mi si era aggrappata al braccio e tremava come una bambina. Mi voltai indietro
per cercare dal parabrezza se gli elicotteri ci seguissero.
“E
adesso?” disse Mario.
“Zitto,
stronzo” lo tacitò Costanza Gremmo, e poi sporgendosi verso il sedile
anteriore mi afferrò per la giacca. “Ho ordini precisi” mi sussurrò
all’orecchio “proseguiamo verso Chivasso, senza tornare sulla statale.”
Sospirai.
“Mantieniti sull’argine” dissi a Mario. Lui armeggiò con un accendino
tunisino mentre guidava, tossendo una nuvola di fumo contro il parabrezza. Mi
sembrava incredibile che nessuno dei miei fosse stato colpito.
*
* *
La
brace rossa della sigaretta era a un millimetro dalla mia palpebra. Potevo
sentirne il calore fuorilegge attraverso l’ecchimosi sull’occhio.
“Ricominciamo”
disse la voce dell’ispettore “levate di mezzo quella sigaretta e mettetelo a
sedere, mi fa schifo così accasciato.”
Mi
sentii sollevare per le ascelle. Tornai sulla sedia, appoggiandomi con i gomiti
allo schienale. Usciva sangue dai lividi spaccati sulla mia spalla sinistra.
Di
nuovo la luce negli occhi pieni di grumi. Il carabiniere in fondo alla stanza
camminava nervosamente, consumando una sigaretta in lunghi tiri basso-polmonari
ed evitando di guardarmi.
“Dunque,
Bertinetti” proseguì l’ispettore fingendo pazienza “il giorno 19 ti sei
recato in treno ad Asti per incontrarti con un agente comunista. Abbiamo un
identikit di un cameriere del bar autolinee, hai mangiato panini e caffè
insieme a una bionda con occhiali scuri.”
Tenni
gli occhi fissi su una mattonella sconnessa del pavimento. Sentivo tirare la
pelle sui lividi del viso, non riuscivo a staccare la punta della lingua dai
tagli all’interno delle labbra.
L’ispettore
si rialzò. Io strinsi gli occhi temendo che arrivasse un altro colpo.
“Bertinetti, sappiamo che non hai avuto una parte attiva nell’attentato”
proseguì l’ispettore con voce cantilenosa, come recitando a memoria “Stai
solo proteggendo quella donna, ma così farai del male a te stesso e alla tua
famiglia.”
Tra
poco mi lasceranno lavare la faccia,
pensavo, non possono riportarmi in cella senza lavarmi la faccia, farebbe
infezione.
Sussultai
nel sentire il viso dell’ispettore accanto al mio. Riaprii gli occhi: si era
chinato davanti alla sedia. Mi grattai nervosamente le mani. “Bertinetti,
quella Costanza Gremmo è un’assassina, tu sei un uomo istruito, avresti
potuto essere professore se non fosse stato per questa ossessione della
politica. Lei è un’operaia, una sovversiva senza Dio né legge. Perché la
proteggi?”
Il
carabiniere si era fermato, o forse era uscito in corridoio. Uno degli agenti
porse all’ispettore un’altra sigaretta accesa. “Gli faccia un buco sulle
palpebre” insisté “le assicuro che funziona sempre.”
L’ispettore
prese la cicca, ma invece di bruciarmi me la infilò fra le dita, dalla parte
del filtro.
Mi
prude la faccia, pensavo, ma avrei bisogno di uno specchio per ripulirmi. Non possono
rimandarmi in cella senza uno specchio e un lavandino.
La
porta di ferro della stanza si aprì rapidamente, cigolando. Un carabiniere entrò
per dire qualcosa all’orecchio dell’ispettore, che fece cenno agli agenti di
uscire.
Mi
sentivo spossato, non dormivo da quarantotto ore. La gola era asciutta come un
muro di gesso. Chiusi gli occhi, pensando al refrigerio di un secchio d’acqua,
o anche solo di una spugna bagnata. Sentii un respiro vicino a me, riaprii gli
occhi e sussultai nel trovarmi accanto il viso di Vassallo.
“Sappia
che non ne sono contento, Vassallo” stava dicendo l’ispettore. Mi accorsi
che gli agenti erano usciti dalla stanza.
Vassallo
si accese una sigaretta in un raschiare di zolfo. Temetti che il fumo mi
provocasse di nuovo quella tosse convulsa che aveva irritato a sangue
l’ispettore, poco prima.
”Che
cazzo sei andato a combinarmi, Bertinetti...” disse Vassallo a voce bassa
senza levarsi il cappello “mi domando se è stato il lavoro con quel comunista
di Pavese a rovinarti.”
Raddrizzai
la spina dorsale, cercando di mantenermi dritto e guardandolo attraverso il
gonfiore delle palpebre. “Ti sembra giusto quello che stai facendo a tua
moglie?” proseguì con disprezzo.
Avrei
voluto rispondergli Ti sembra giusto quello che stai facendo all’Italia?,
ma avevo paura di prendere ancora botte. Avevo terrore del momento in cui
Enrichetta sarebbe venuta a farmi visita, vedendomi così pestato.
Vassallo
si avvolse in una nuvola di fumo nel rumore ritmico dei tacchi del carabiniere
in fondo alla stanza. Chiusi gli occhi desiderando di addormentarmi per qualche
secondo.
Li
riaprii di scatto. Stronzo, pensai, cinque giorni fa avevo tua moglie
Teresita fra le braccia, ballavamo una canzone di Dylan proibita dalla censura.
Quando il dissenso si infiltra nelle piccole cose quotidiane, un regime è alla
fine.
“E
adesso cosa ha intenzione di fare?” domandò la voce dell’ispettore dalla
porta.
Vassallo
si alzò in piedi. Dietro di lui c’erano due camicie nere: mi disinfettarono i
tagli più vistosi mentre stringevo le labbra, poi mi riabbottonarono la giacca
e mi sollevarono per le braccia.
“Se
ne vada” disse Vassallo all’ispettore, consegnandogli un foglio di carta
meccanografico “prendo io in consegna il detenuto.”
Dopo
un lampo di cielo aperto, nel cortile della questura, mi ritrovai stretto fra le
due camicie nere sul sedile posteriore di una Fiat. Vassallo sedette a fianco
dell’autista. L’aria fresca era come una medicina sulle botte.
Pensai
che fossero gli ultimi minuti di vita. Vassallo era venuto a prendermi
personalmente in consegna, e grazie alla sua posizione nel partito la questura
non aveva potuto opporsi: non poteva avere dimenticato l’oltraggio di quel
giorno, al ballo studentesco di pochi mesi prima, quando avevo baciato Teresita
sulla bocca davanti a tutti. Mi ritrovai addirittura a pensare che il mio
coinvolgimento nella congiura dell’attentato fosse una sua idea per levarmi di
torno.
La
macchina attraversava le vie di Torino in direzione Rivoli. Avevo già sentito
parlare di persone gettate giù da auto in corsa, oppure massacrate di botte in
una strada di periferia.
L’aria
fresca del finestrino mi svegliò del tutto. C’era profumo di caffè, e un
traffico eccezionale in città: operai in utilitaria diretti in montagna o ai
laghetti per il fine settimana, gente che forse non si preoccupava se altri
vedevano il cielo a griglia da una finestra di prigione, gente che forse non si
preoccupava neppure se il sottosegretario agli Interni era stato assassinato dai
comunisti in via Po con una carica di tritolo diretta a Ciano.
“Dove
andiamo?” domandai a Vassallo, ma quasi non feci in tempo a finire la parola
che uno schiaffo mi frustò la bocca.
“Taci”
mi intimò la camicia nera. Vassallo si voltò appena.
Prendemmo
la tangenziale, l’autista sparò il clacson per farsi largo. Superammo in
terza corsia per tutto il tragitto fino all’aeroporto.
Nessuno
disse una parola. Io pensavo che finché rimanevo in mezzo alle due camicie nere
non potevano buttarmi giù dall’auto in corsa.
Entrammo
da un cancello laterale che dava accesso alle piste dell’aeroporto. Accostammo
accanto a una vettura di servizio, quindi si aprirono tutte le portiere. Le
camicie nere quasi mi spinsero giù, aprendo l’altra vettura...
...sul
sedile posteriore era seduta Enrichetta, e accanto a lei Teresita.
Oh
no, pensai, Enrichetta non deve
vedermi così. Fece per venirmi incontro, ma forse si vergognava di tutta
quella gente. Vassallo si allontanava fumando, dandoci le spalle. Teresita
scese, andandogli dietro.
“Ci
hanno espulsi, Edo” disse mia moglie “ci imbarcheremo sull’aereo per
Damasco.”
Riempii
i polmoni di aria, ma bruciavano di sangue raggrumato. “E’ stata Teresita a
convincere suo marito a farmi liberare?” domandai a labbra rotte.
Enrichetta
mi prese sottobraccio. Avevo voglia di piangere perché mi vedeva in quelle
condizioni. Teresita tornò per scaricare un paio di valigie che contenevano
tutta la roba che ci era consentito portare in esilio.
“Come
ha fatto Teresita?” domandai piano a mia moglie “c’era un’accusa di
cospirazione, per me. Come ha fatto Vassallo a convincere il giudice a
scarcerarmi?”
“Invece
di essere contento...” disse Enrichetta scuotendo il capo “ce ne andiamo,
Edo: sei libero. Avrebbero potuto fucilarti...”
Teresita
aveva in mano le nostre valigie, io non ce l’avrei fatta a portarne neanche
una, dovettero dividersele lei e Enrichetta.
C’erano
almeno trecento metri fino all’aereo di linea, zoppicai, cercando di
raddrizzare il busto. Attraverso il velo delle botte, non riuscivo a provare più
nulla per Teresita che pure avevo stretto fra le braccia solo cinque giorni
prima.
Ma
rimanemmo indietro, io e lei, mentre Enrichetta consegnava già i biglietti a
una hostess dalla divisa severa. Il medesimo vento entrato dalle finestre della
palestra da ballo ci raggiunse sulla pista di decollo.
“Sono
in debito, dunque” dissi voltandomi verso Teresita.
“Mio
marito non fa mai nulla di cui non sia convinto” rispose lei.
Ero
libero. Era vero. Sapevo che era grazie a Teresita, grazie a suo marito. Forse
è l’ultima volta che ti rivedrò, pensai. Il vento idiota aveva
ragione: ci stiamo perdendo, abbiamo perso tutto. Ma sentivo che mi rimaneva
ancora molto. Enrichetta tornò a prendere le valigie.
“Addio,
Edoardo” disse Teresita “mi rincresce per ciò che hai dovuto passare, spero
di essere riuscita a sdebitarmi almeno in parte.”
I
ginocchi non volevano piegarsi per salire la scala. Merda, pensai, merda
su questa città assassina. Merda su questo Paese di vigliacchi, su questo
continente omicida. Damasco. I paesi industrializzati, l’oriente ricco e
democratico che chiude gli occhi sul fascismo in Europa.
Il
portello dell’aereo si chiuse dietro di noi. Si sarebbe riaperto solo in
Siria. L’ultima persona che vidi dal finestrino fu Teresita che tornava a
piedi verso il marito; la prima persona che vedemmo, uscendo nella hall
dell’aeroporto di Damasco, fu Costanza Gremmo: ci portava il benvenuto del
Partito in esilio, un rotolo di banconote e le chiavi di un monolocale in piazza
Al Yarmouk.
*
* *
Ciano
era in piedi contro la foschia di aprile, diversi passi più in là delle auto
ferme; Costanza Gremmo teneva a tracolla un fucile mitragliatore, io mi
nascondevo dietro la stella di alpacca rossa e non volevo liberarmi del mio garand.
“Cosa
vuoi fare?” domandai. Ci aveva condotto lungo la statale per Chivasso, qualche
chilometro fuori città, in aperta campagna. Non c’era il minimo movimento
sulla pianura abbandonata.
“Ho
ordini precisi” rispose Costanza “aspettatemi qui, accompagnerò io il
prigioniero.”
Teresita
gemette dalla macchina. Sentii montare il sangue agli occhi. “No, tu non vai
da nessuna parte da sola.”
“Non
ti agitare, Bertinetti” mi rispose Costanza, con una voce che tradiva
stanchezza più che amarezza. Aveva ancora i capelli negli occhi per via del
vento, e teneva il fucile mitragliatore rigido fra le mani, la cinghia della
tracolla tesa al massimo.
Feci
per seguirla ma le guardie rosse mi fermarono. Il prigioniero camminò curvo nel
suo cappotto di mohair verso la macchia colore verde scuro dei salici, Costanza
Gremmo gli tenne dietro.
Li
guardai allontanarsi dietro la lente deformante delle lacrime.
“Edoardo!”
mi implorò Teresita dalla Lancia.
Sentii
montare un groppo in gola. “Costanzaaa!” strillai con i muscoli della
gola ridotti a un cordone. “Devo farlo io! Era compito mio!”
Si
voltò di traverso, un attimo, il profilo del mitragliatore stagliato sopra
l’orizzonte basso, ma Galeazzo Ciano proseguiva verso gli alberi e lei lo seguì.
Scomparvero.
Mario
mise in moto la macchina, Teresita fece per scendere ma si trattenne.
Pensai
ai morti di Torino coventrizzata. Pensai ai soldati di leva bruciati vivi nei
carri armati in Canton Ticino. Pensai ai marinai annegati nelle
cacciatorpediniere silurate dall’Onu nel Tirreno. Pensai ai comunisti
bastonati a sangue nelle galere.
Udimmo
sparare, una breve raffica e poi un’altra. Urlai di disperazione. Le guardie
rosse si mossero lentamente verso la macchia, andando incontro a Costanza Gremmo
che tornava già indietro.
Udii
battere le portiere dell’auto. Mario cominciò a correre verso la statale
seguito da Teresita. Con pochi balzi arrivai alla Lancia, sedetti al volante,
premetti il piede sull’acceleratore, sobbalzai sull’argine dei campi e girai
il più strettamente possibile sulla stradina, manovrando per evitare
l’autoblindo. I ragazzi mi guardarono impassibili, come avevano lasciato
andare Mario e Teresita.
Cercai
di raggiungerli ma erano scesi lungo l’argine del fiume dove l’auto non
passava. Vidi dallo specchietto retrovisore che Costanza Gremmo era tornata
all’autoblindo e faceva cenni ai ragazzi.
Raggiunsi
la statale. Credendo di prendere la via per Torino, in modo da tagliare la
strada ai due fuggitivi quando sarebbero risaliti sulla carreggiata, sbagliai
direzione e mi accorsi di fare un giro a vuoto infilandomi nella foschia bassa
di una strada sterrata. Girai cercando di guadagnare la direzione sud e mi
cacciai in un gruppo di cascine. Ero convinto di aver raggiunto la statale
quando nello svoltare l’angolo nella piazzetta del centro abitato trovai il
blindato a sbarrarmi la strada, e le due auto di traverso. Frenai, arrestandomi
a due metri dai cingoli. Costanza Gremmo mosse due passi per venirmi incontro,
il fucile mitragliatore a tracolla.
*
* *
Cominciai
a bruciare vivo la sera di quel giorno di giugno in cui avrei dovuto uccidere un
uomo. Appena sveglio dal riposo pomeridiano, nel letto rovente, mentre
Enrichetta già in piedi preparava un caffè prima di andare al lavoro, provai
ad immaginarmi nell’atto di sparare alla mia vittima.
“Vai
alla fiera?” domandò Enrichetta, pronta per tornare in fabbrica al turno di
notte.
Mi
rasai accuratamente, mettendo una camicia pulita; Costanza Gremmo aveva
raccomandato la massima cura personale per ridurre al minimo i controlli di
polizia.
Enrichetta
uscì. Mi affacciai dal terrazzo infuocato, imbiancato a calce: Damasco si
stendeva immensa e sonnolenta fino al monte Qassyoun, gli altoparlanti della
moschea degli Omayyadi cantilenavano ritmi primordiali che stonavano con la
cappa di smog industriale sulla città del nostro esilio.
Terminai
il caffè. Ingoiai la capsula che mi aveva dato Costanza Gremmo e mi precipitai
giù dalle scale. Enrichetta ed io abitavamo dalle parti di piazza Al Yarmouk.
Risalii a piedi verso la cittadella, la camicia aperta sul collo e la spugna
bollente della febbre contro le tempie.
Enrichetta.
Sotto le mura, una calca di turisti affollava le bancarelle del mercato
notturno. Viaggi organizzati avevano portato decine di migliaia di persone da
Gerusalemme, da Baghdad, dalla Turchia per la immensa Fiera di Damasco. Torce di
legno erano conficcate lungo le mura fino alla moschea di Sinan Pascià.
Poliziotti in occhiali a specchio controllavano le bancarelle, prostitute greche
e spagnole battevano la via Al Midan, vestite di lunghi spacchi nei caftàn.
La
folla mi evitava. Pensai di essere radioattivo. Una vista speciale procurata
dalla febbre mi permetteva di seguire varchi di luce tra la folla. Attraversai
come in trance cerchi di turisti intorno a mangiatori di fuoco ungheresi e
turchi, cercai di incenerire con la vista un elicottero della televisione che
sorvolava l’area della fiera, camminai come ebbro in punta di piedi davanti
alla moschea Addarouichiye.
Costanza
Gremmo. La luna piena sembrava un
meteorite rosso industriale nel cielo notturno. Il Partito combattente.
Uccidere un uomo. Uccidere un uomo. Uccidere un agente fascista.
Volute
di fumo sotto le mura della cittadella. Una ragazza con un copricapo
tradizionale camminava lentamente lungo i bastioni, passando i polpastrelli
negli interstizi della pietra senza staccarmi gli occhi di dosso. Pensai vedesse
anche lei ciò che vedevo io: la solitudine micidiale della notte siriana, il
veleno agrodolce dell’incomunicabilità, il fiele dell’esilio come volute di
fumo denso, di un verde malato.
“Hai
la febbre” disse la ragazza. Indossava un lungo caftàn porpora di taglio
maschile, lame d’oro intorno alla fronte e una sciarpa di seta marrone che
scivolava fino quasi ai piedi.
Mi
fermai per guardarla. Mi passò davanti, osservandomi con occhi sottolineati di
mascara, una bocca rossa di fragola e pelle bianca ariana.
“Aspettavi
me?” domandai vedendo le mie stesse parole disegnate nell’aria con
inchiostro fosforescente.
Ma
la ragazza non parlava italiano. La seguii nella folla, aggirando una troupe
televisiva privata con proiettori da migliaia di watt.
Teresita.
L’esilio. Via dall’Italia, via dal
terzo mondo per venire nei paesi industrializzati: un anno in Turchia come
cameriere di pizzeria, poi Damasco e la ditta di autotrasporti. Enrichetta
invece perforava bande di celluloide per una fabbrica automatizzata. Calice
amaro dell’esilio.
Seguii
la ragazza verso l’interno della cittadella. C’erano fuochi d’artificio e
luce dappertutto. Altoparlanti disposti a intervalli regolari recitavano poesie
di Gibran Kahlil e Tahar Ben Jalloun. Un grasso siriano mi guardò male: portava
una T-shirt con il volto di Mussolini al centro di un bersaglio sotto la scritta
Saddam Colpiscilo!
Mi
ritrovai aggrappato al braccio della ragazza. Aveva ossa piccole da uccello e un
profumo di zagara, seguii a distanza ravvicinata le sue labbra rosso verniciato
sotto la cacofonia mimetica della fiera. Tenendola sottobraccio, sentii con le
nocche qualcosa di duro fra la seta del caftàn e il seno. Scostando la sciarpa
mi mostrò il calcio di un grosso revolver.
Continuai
a seguirla al ritmo di poesia dei tamburi elettronici. Il cielo era illuminato
come per l’esplosione di una supernova. Una bancarella vendeva frutta secca
del Libano, una comitiva di etiopi vestiti all’ultima moda ci sorpassò
schiamazzando.
“Chi
devo colpire?” domandai, evitando di scrivere le parole luminose sulla sua
pelle.
“Ti
mostrerò io” sussurrò “pensi di essere in condizioni di fuggire, dopo?”
La
cancellata di ferro intorno a un cedro del Libano era ricoperta da giovani
siriani in blue-jeans, uno schermo panoramico contro un edificio mostrava
immagini pubblicitarie mentre la mia guida dalle labbra di fragola mi scortava
attraverso la violenza dei suoni.
“Lo
bacerò sulla fronte” aggiunse la ragazza parlandomi all’orecchio. Provai la
tentazione di staccarle l’orecchino a morsi.
Si
sganciò lasciandomi solo. Mi aveva infilato il revolver sotto la camicia. “Ti
rivedo, finalmente!” esclamò a voce alta guardando negli occhi un uomo di
mezza età, evidentemente europeo, che si intratteneva con alcune orientali
davanti a una macchina della realtà.
L’uomo
non capiva, ma sorrise alla ragazza, lei si alzò in punta di piedi e lo baciò
alla fronte come un vecchio amico. L’uomo rise di gusto.
“Che
porco!” commentò quasi compiaciuta una delle sue donne.
L’uomo
non rise più quando vide l’arma nella mia mano. Impallidì, ma non alzò
neppure un dito per tentare di difendersi o fuggire. Evidentemente sapeva.
Sparai tre colpi al cuore in rapida successione, quasi nascosti dai rumori della
festa.
Sentii
cadere il revolver in terra. Grida più forti, più vicine. Seguii la scia
fosforescente della ragazza che camminava a passo svelto, poi scantonai
mandandole mentalmente un addio: più tardi glielo avrei scritto in cielo in
caratteri elettrici.
La
folla dietro di me si squarciava, cominciai a vedere i primi poliziotti.
Rallentai uscendo dalla cittadella in direzione della porta di Bab Alfaraj. La
notte aveva un battito cardiaco accelerato, la gente lontano dall’incidente
non si era resa conto di nulla.
Costanza
Gremmo. Giù per la via Almalek Feisal a passo svelto, i tamburi suonano i
ritmi della coscienza. Enrichetta. Porta Bab Touma, la folla un essere
vivente, con cellule compatte che non vogliono fendersi al mio passaggio.
Teresita a Torino. Se Pavese potesse vedermi adesso... Piazza Al Kharrat,
finalmente il fresco del vento per asciugare collo e tempie. La ragazza / labbra
rosse / orecchini oro. Come volare a braccia aperte fra la folla diradata della
piazza. Al Mantiqa as Sina’iya. Casa.
Rimasi
a letto febbricitante tutta notte. Al mattino la TV locale parlò di un
regolamento di conti nell’emigrazione italiana, la stampa nazionalista
ricominciò a chiedere un embargo antifascista, Enrichetta tornò dalla fabbrica
con una lettera di licenziamento.
Sette
giorni dopo Galeazzo Ciano ordinava l’invasione della Svizzera, che il Regio
esercito portava a termine quasi senza colpo ferire. Le Nazioni Unite mettevano
insieme un colossale esercito d’intervento, ottenevano l’appoggio di Francia
e Austria, preparavano l’invasione del territorio italiano. Mussolini non
recedeva, faceva votare l’annessione della Svizzera; l’aviazione egiziana e
siriana iniziava un bombardamento notturno di dimensioni apocalittiche sulle
installazioni militari, le fabbriche e altri obbiettivi strategici in tutta
Italia, senza riguardo per la popolazione civile.
Venticinque
giorni dopo l’omicidio alla fiera di Damasco, il consiglio dei ministri
siriano emetteva un decreto di espulsione per tutti gli italiani in esilio nel
Paese. Un treno blindato preparato per l’occasione portava Enrichetta e me,
Costanza Gremmo e altre centinaia di comunisti attraverso la Turchia e i Balcani
ottomani.
Il
giorno del nostro arrivo a Trieste, dopo due settimane di bombardamenti
devastanti, tutte le fabbriche torinesi scendevano in sciopero in blocco: era
l’inizio dell’insurrezione. E Costanza Gremmo si ritrovò al posto di numero
due nell’organizzazione militare del partito a Torino.
*
* *
Con
Teresita seduta accanto a me, mentre guidavo la Lancia verso le linee francesi,
pensai a tutte le volte che avremmo potuto fare l’amore e non l’avevamo
fatto.
“Hai
paura?” mi domandò.
Guardai
Mario dallo specchietto retrovisore: osservava nervoso fuori dal finestrino. Il
cielo era scuro sulle montagne, una colonna di fumo si alzava dalla periferia
occidentale di Torino. In quel momento l’autoblindo doveva essere diversi
chilometri alle nostre spalle.
“Non
dovete temere” risposi “fra pochi minuti sarete in salvo.”
Teresita
piegò leggermente il capo come per non farsi sentire da suo marito. “Dici che
facciamo bene, Edo?” sussurrò.
Annuii.
“Non c’è alternativa. Mario ha ragione, dovete fuggire in Francia. Hanno più
paura del mio partito che dei fascisti: faranno di tutto per rendervi l’esilio
meno amaro, comunque vadano le cose in Italia.”
La
strada era sfondata dalle buche come se una colonna di blindati fosse transitata
da poco.
“E
cosa farai, tu?” insistette Teresita “Cosa farete tu e Enrichetta?”
La
coltellata lancinante di un rimorso mi tagliò il diaframma. “Non preoccuparti
per noi. In questo momento il Partito è abbastanza forte, e anche se non
riusciremo a provocare un’insurrezione al sud i fascisti dovranno scendere a
patti. E poi i siriani e gli egiziani non sarebbero così contrari a un governo
comunista in Italia, fosse anche solo al nord.”
Mario
Vassallo aveva chiuso gli occhi, sopraffatto dalla stanchezza. Teresita scese
ancora più giù con la testa appoggiandosi alla mia spalla.
Mi
sentii galleggiare. Non mi era mai stata così vicina; non avrei spostato un
muscolo neppure per curvare il volante. “Perché non ci raggiungete in
Francia, tu e Enrichetta?” disse dopo un minuto “le cose quaggiù andranno
sempre peggio nei prossimi mesi. Guarda come è ridotto il paese: tutti i ponti
nel norditalia sono distrutti, i porti delle città di mare bombardati, le
fabbriche rase al suolo, l’esercito allo sbando, Torino non esiste più. Come
potete vivere ancora qua?”
Mi
strinsi nelle spalle, ma sentivo gli occhi umidi. “Dopo la resa incondizionata
agli alleati, Mussolini troverà le forze per contrattaccare. Manderanno le
camicie nere, dobbiamo essere pronti a difenderci, non posso abbandonare adesso.
E poi, oggi pomeriggio ci siamo tagliati tutti i ponti alle spalle, hai visto
anche tu.”
Uno
stormo di aerei a reazione passò basso sull’orizzonte, diretto verso Ivrea.
Mario Vassallo dormiva.
“Ma
a Enrichetta non pensi?”
Sospirai.
“Ci penso sempre, invece. Altrimenti perché credi che non...”
“Taci!”
esclamò senza alzarsi dalla mia spalla.
Dopo
una svolta intravedemmo un movimento in fondo alla strada, fermai la macchina
sulla banchina e levai il binocolo dal cruscotto.
“L’esercito?”
domandò Mario svegliandosi.
Annuii.
“E’ meglio che io torni indietro” dissi “deve essere quella colonna
inviata da Novara. Potete aspettarli qui.”
Non
riuscimmo più a parlare. Per qualche minuto rimanemmo a seguire il movimento
della colonna in avvicinamento, poi Mario Vassallo scese allontanandosi di
qualche passo con le mani in tasca.
Teresita
sospirò a fondo. “Promettimi che vi farete vivi” disse con voce rauca.
“Prometto”
risposi a labbra strette, mentendo.
Mi
prese la mano. “Edo, io...”
Mi
guardava negli occhi. Mi aveva sempre guardato negli occhi, senza velleità di
seduzione, ma con una sincerità che mi convinceva a corteggiarla con
discrezione. “Ho bisogno che tu ti faccia vivo, e presto. Avrei bisogno
di spiegarti alcune cose che non avevo capito.”
Sorrisi
a forza. “Certo. Le stai già spiegando.”
I
mezzi corazzati erano vicini. Avrebbero cercato di riprendere il controllo della
periferia di Torino.
Teresita
mi si aggrappò al braccio. Aveva un profumo nostalgico, troppo dolce.
“Avremmo dovuto conoscerci in tempi meno sanguinosi” disse con amarezza
“forse avremmo potuto frequentarci, noi quattro, e andare d’accordo...”
“Non
c’è più tempo” sospirai per tagliare “ma passeranno anche questi anni.
Dimenticheremo la guerra, tornerete dalla Francia e ci rivedremo.”
“Ma
quando sarà? Saremo già vecchi?”
“Non
sarà mai troppo tardi” replicai a occhi chiusi, perché invece era davvero
troppo tardi e le lacrime mi filtravano dai pori delle palpebre.
Sentii
aprirsi la portiera. Teresita scese, Mario tornò verso di noi. “Voglio
rivederti” disse deciso “ho un debito.“
“Taci”
risposi “il debito ero io ad averlo. Ora siamo pari.”
“Non
è vero. Tu l’avresti fatto comunque.”
“Anche
tu. Ora devo andare, stanno arrivando.”
Una
stretta di mano attraverso il finestrino. Scesi. Teresita alzò le mani; le sue
labbra erano tiepide e bagnate di sale sulle mie. Un vento idiota non dava
tregua ai suoi capelli.
Si
allontanarono. “Vassallo!” gridai improvvisamente “io e Teresita non
abbiamo mai...”
“Taci!”
esclamò imperiosamente. Si voltarono per l’ultima volta.
Sentivo
un crampo di morte al ventre. Ripartii verso Torino, sbandando perché avevo gli
occhi appannati.
L’aria
si era fatta più fredda, come per adeguarsi al vento idiota che soffiava dal
vuoto della mia gabbia toracica. Quasi non vedevo la strada.
Sulla
tangenziale di Venaria incontrai l’autoblindo e i ragazzi seduti nell’erba,
sotto un albero.
Non
parlarono ma mi seguivano con lo sguardo. Scesi dalla Lancia consegnandola a uno
dei miei, sedetti sul sedile posteriore dell’Alfa, accanto a Costanza Gremmo.
Le due guardie rosse erano sul sedile anteriore, il corpo di Galeazzo Ciano
doveva essere nel baule.
Costanza
non domandò nulla. Teneva ancora in grembo il mitragliatore dell’esecuzione,
come un cimelio destinato ad acquistare valore nel tempo.
“Grazie”
sussurrai sedendomi. I ragazzi tornarono all’autoblindo strascicando i piedi,
ripartimmo diretti verso la colonna di fumo nero che era Torino.
Il
dado era tratto. Il Partito si era tagliato tutti i ponti alle spalle con
l’esecuzione di Ciano: era uno schiaffo in faccia agli alleati, una
rivendicazione di autonomia dalle forze che avevano schiacciato la dittatura.
Ma
quanto era caro il prezzo: Torino
bruciava, le campagne erano piene di soldati sbandati, le ferrovie distrutte, i
ponti saltati in aria. In metà del paese il PNF non esisteva più, la nazione
era in ginocchio, la marina si stava ammutinando.
“Gremmo...”
sussurrai.
Costanza
sembrò risvegliarsi dall’ipnosi della bocca del mitragliatore. Mugolò
qualcosa, quasi trapassandomi con lo sguardo la stella rossa. Dovetti ammettere
che era quasi bella: ma il tempo trasformava gli amici in nemici, e i fascisti
in amici.
Mi
bagnai le labbra. “Non è vero che non ti scoperei neppure se tu fossi
l’ultima donna sulla Terra” dissi.
“Sai
quanto ti costerà la stronzata di oggi?” disse con voce più rauca di quella
di Teresita “davvero ne valeva la pena, quella donna?”
Guardai
il suo indice sul grilletto del mitragliatore. Davvero ne valeva la pena? Il
tempo trasforma gli amici in esuli e le belle donne in strumenti di partito. “L’avrei
fatto anche per te” risposi.
Costanza
Gremmo annuì più volte, lentamente.
“Grazie,”
disse “grazie, Bertinetti.”
Franco
Ricciardiello
Scritto
tra il 23 aprile e il 9 maggio 1994
Pubblicazioni:
"Fantasia", raccolta Millelire n. 5, Stampa Alternativa,
Terni 1995
"Intercom"
n. 146/147, Torino 1997
edizione
francese: "Turin", Utopiae 2001 (antologia), L'Atalante, Nantes
2001
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