FRANCO
RICCIARDIELLO
Vento
di Luna
ispirato
ad un'illustrazione di Alessandro Bani
tesi
Vento
di luna sul satellite ingrandito. La vibrazione basso addominale della navetta
che lasciava l'attracco doveva essere come un mastodontico martello pneumatico
contro l'ugello.
Misi
a fuoco la telecamera del circuito interno su Enrica nel ponte passeggiate:
stagliato sopra l'immagine contrastata della superficie lunare ingrandita 120
volte, si disegnò il controluce di mia moglie.
Involontariamente, stentai a riconoscerla: si era accorciata i capelli
solo il giorno precedente, il mattino stesso della partenza dal poligono della
Guiana; portava il bavero della tuta di garzato allacciato e risvoltato, come se
invece che nel corridoio del manicotto di collegamento fra due sezioni della
stazione orbitante si trovasse davvero sul suolo lunare riprodotto alle sue
spalle, ingrandito.
Cambiai telecamera per seguire la sua camminata, mentre i crateri
vibravano fastidiosamente nella doppia traduzione
d'immagine, sullo schermo panoramico a cristalli liquidi e poi sul mio video.
Enrica teneva le mani nelle tasche dei calzoni e lo sguardo fisso al pavimento,
come per evitare d'inciampare contro ciottoli inesistenti.
Se alle sue spalle, invece che schermi a pannello, fossero stati grandi
vetri trasparenti sull'esterno, la superficie lunare non sarebbe apparsa né
tanto ingrandita né immobile, poiché per ragioni di gravità artificiale la
stazione ruota sul proprio asse.
Enrica non sembrava curarsene: comminava come se davvero fosse un vento
di luna a gonfiarle i capelli ogni pochi passi anziché bocche dell'impianto di
condizionamento.
Sfiorai con il dito il
potenziometro della luminosità, sul quadro di comando del circuito interno,
lasciandovelo incollato qualche secondo di troppo. La superficie della Luna
sembrò bruciare, gonfiandosi di luce, assorbendo le ombre nette dei crateri. La
guancia di Enrica impallidì, i capelli sfolgorarono come un sole trepido;
continuò a camminare come un fantasma, ignara della trasfigurazione cui avevo
sottoposto il suo simulacro.
Fermai l'immagine; nel silenzio pressoché assoluto, extraterrestre della
stazione orbitante provai a controllare il ritmo della mia respirazione fissando
lo sguardo sull'immagine bloccata. Un'antica tecnica di concentrazione zen
consiste nel chiudere le palpebre, figurandosi nella mente un sole al tramonto:
ma io questo sole l'avevo già stampato sulle retine, il sole a cristalli
liquidi dello schermo.
Quando udii sopraggiungere Silvano e mi volsi per parlargli, non riuscii
a vedere nulla nella luce molto più tenue del ponte comando.
Silvano sorrise, io ricambiai. "Dunque siamo soli" disse.
Continuai a sorridere; sentivo Luciana affaccendarsi oltre la porta del ponte
finestre, ma gli occhi ancora non
mi si erano assuefatti.
Silvano toccò appena la tastiera della consolle OdG e sullo schermo
piatto color alga marina comparvero la data e l'ora, e la composizione dei turni
del giorno:
GIOVEDI
GWCH
0600-1200 Fernando-Enrica
GWCH
1200-1800 Silvano-Luciana
GWCH
1800-2400 Fernando
GWCH
2400-0600 Luciana
BUON
LAVORO
"Due mesi" commentò Silvano. Sbuffai, come per sottolineare la
lunghezza del tempo che avevamo da trascorrere insieme, noi quattro soli, nella
stazione orbitante.
"Due mesi" ripetei, ma il tono stesso della mia voce non mi
piacque.
*
* *
Il silenzio della stazione orbitante è paragonabile a quello del
deserto.
Del deserto, la sera, quando cominciano a calare le tenebre; di giorno
no: di giorno il caldo ti opprime, evoca suoni, non hai il tempo di riflettere
sul silenzio; il calore ti pulsa alle tempie, ti serra la gola, ti appanna gli
occhi. Ma la sera, la sera!, quando la
temperatura crolla di dieci gradi nella parabola di pochi minuti e rimani solo
con il battito del tuo cuore, l'unico suono dell'universo, e sei certo che se il
silenzio fosse ancor più assoluto sentiresti lo scorrere del sangue nelle vene,
la sua attività eccessiva nei capillari, la velocità delirante del plasma
nelle arterie.
Nella stazione orbitante sarebbe uguale, non fosse per l'attrito mite
delle grandi ali di fotorecettori contro lo scafo. Il silenzio è comunque
vicino allo zero assoluto, il tempo oggettivo si contrae e dilata con effetti
totalmente autonomi dalle cause. Nello spazio, quattro esseri umani in una
stazione orbitante intorno alla Luna sono altrettanto soli che in quattro
diverse astronavi.
Intere videate di dati mi lampeggiavano in viso al semplice comando di un
dito: istogrammi, diagrammi di dati sull'intensità relativa e diverse lunghezze
d'onda di radiazione cosmica, temperature del fondo cosmico a microonde espresse
in gradi kelvin per minuto d'arco, velocità del movimento della Terra verso la
costellazione della Vergine, proiezioni di spettri ultravioletti di alcune
stelle, gli elementi dagli atomi ionizzati in evidenza con brevi righe più
luminose.
Tutto procedeva linearmente, automaticamente; laggiù, a Greenwich, quasi
tutti erano già addormentati; quassù, sull'altra faccia della Luna, la
stazione orbitante Europa continuava modesta e infaticabile il proprio lavoro.
Sono pensieri da Homo technologicus? "Europa" non è una
gigantesca libellula nel cielo della Luna: Europa siamo noi, Enrica, Silvano,
Luciana ed io.
"Tutto bene?"
Mi voltai sulla sedia girevole. Luciana era arrivata per il proprio
turno. Annuii, sorridendo. "La prima giornata è finita" dissi.
"Per te" fu la sua risposta. Ridemmo insieme.
"Si dorme bene?" domandai. Rispose con un gesto dubbio della
mano: "Troppo silenzio, comunque."
Portava al taschino della tuta gli occhiali di tartaruga con cui l'avevo
conosciuta, durante le lezioni in aula all'Ente. Trovo che gli occhiali donino a
una bella donna un'impronta di fascino in più; non le montature grosse, spesse:
ma quelle sottili, di metallo o di corno, o di tartaruga come quelle di Luciana.
Mia moglie Enrica non riesce ad essere più seducente di quando indossa i suoi
occhiali cerchiati di metallo rosso.
Mi alzai poggiandomi sui bracciali della sedia. "Vado a provare,
allora; non credo che il silenzio mi dia fastidio."
Il ponte retro non era che una breve passeggiata in un tunnel di lampade
di Wood.
Io porto le lenti sempre, miopia e astigmatismo. Anche Silvano li porta:
non è questione di alimentazione né di condizioni di lavoro. Forse non è
neppure una malattia sociale, bensì l'esigenza di perfezione della nostra
epoca. Che sarebbe stato di me nell'alto medioevo? Avrei vagato come un
mentecatto, incapace di vedere al di là di un palmo dal viso, oltre le chiazze
di luce, incapace di riconoscere le persone a distanza, pressoché inabile a
scrivere o leggere.
Enrica dormiva; aprì appena un occhio nel sentirmi arrivare attraverso
la porta. Accostai la porta della mia cabina per accendere la luce in testa alla
mia cuccetta. Nella borsa di tela sotto il pianale del materassino avevo riposto
uno dei tascabili di carta leggera della piccola biblioteca di bordo, titoli
studiati perché potessero piacere a chiunque di noi quattro per evitare grandi
quantità di volumi.
Avevo scelto i "Principia mathematica" di Bertrand Russell. Non
me la sentivo di dormire: rimasi per oltre un'ora a leggere, senza impegnarmi
per la verità, pensando piuttosto alla presenza ingombrante della Terra
dall'altra parte del satellite di cui Europa era tributaria, il pianeta grande
come un'anguria che offuscava metà della Via Lattea.
*
* *
VENERDI
GWCH
0600-1200 Fernando-Silvano
GWCH
1200-1800 Luciana-Enrica
GWCH
1800-2400 Silvano
GWCH
2400-0600 Enrica
BUON
LAVORO
Neppure mi accorsi di addormentarmi. Mi svegliò la consapevolezza
subliminale della porta spalancata della cabina di mia moglie.
Un sesto senso, pensai, mi permetterebbe di sapere se è ancora là
dentro. Capterei le onde sonore rifratte dal suo corpo disteso sulla cuccetta.
Ma in fondo, realizzai prima di alzarmi a sedere, non ho bisogno d'un
altro senso: so benissimo che non è più in cuccetta: la porta del ponte retro
è spalancata.
Erano tutti sul ponte comando per la colazione. Mancavano pochi minuti
all'inizio del mio turno con Silvano.
"Eccoti" esclamò Enrica nel vedermi giungere spettinato e
ancora impastato di sonno. Luciana stava terminando qualche controllo alla
consolle, Silvano sedeva con mia moglie al tavolo multifunzionale del ponte,
dove riposavano alcuni parallelepipedi di carta plastificata per la colazione.
Sorrisi. "E' stata lunga la notte?" domandai per cortesia a Luciana.
"Tenera è la notte" rispose invece Silvano provocando l'ilarità
di Enrica. Luciana si accorse in ritardo della domanda, e non poté capire la
battuta.
"Siamo mattinieri" commentai sedendomi, ma Enrica non capì che
mi riferivo a lei, l'unica che non avesse una vera ragione per essere già
sveglia. "Nescafè?" domandai quando Silvano mi porse un tetraedro
tiepido che portava impressa una striscetta color marrone.
"Magari!" rispose Enrica provocando questa volta il riso di
Silvano. Mi sentivo piuttosto estraneo a quella sorta di empatia da prima
colazione.
"Cosa succede?" domandò Luciana dalla consolle "Posso
ridere anch'io?"
*
* *
SABATO
GWCH
0600-1200 Silvano-Luciana
GWCH
1200-1800 Fernando-Enrica
GWCH
1800-2400 Luciana
GWCH
2400-0600 Enrica
BUON
LAVORO
Risucchio pesante come se l'intero sistema solare si trovasse all'interno
di un sifone su scala interstellare. Aspirazione-espirazione ritmica, il suono
del mio stesso respiro. Con il crepitare elettrico della radio, l'unico suono:
un cordone ombelicale mi unisce ad Enrica e alla libellula della stazione
orbitante. L'orizzonte della Luna è una falce luminosa che delimita un settore
circolare di spazio; il corpo celeste oscura metà dell'universo. Lo scheletro
metallico delle grandi ali della libellula pare solo un gioco di linee
geometriche nello spazio, una ricostruzione all'elaboratore contro lo schermo
della notte perenne.
Portiamo una lampadina sul casco, come speleologi; il raggio sottile di
Enrica davanti a me, sul piano di cellette altrimenti invisibili dell'ala.
"Rrr" ronzò la radio "Vi vedo appena."
Era la voce di Luciana.
Ci separammo, ognuno su una metà dell'ala. Muoversi con la tuta era come
nuotare in un abisso d'inchiostro, solo bisognava prestare massima attenzione ai
movimenti: ogni contrazione dei muscoli produceva una reazione, tanto che
mantenere un equilibrio statico era virtualmente impossibile.
Enrica era già al lavoro. Mi spinsi con un dito contro lo scheletro al
cadmio delle ali, ispezionando con il fascio di luce le cellette una per una.
Per arrestare il movimento verso l'esterno dovetti colpire leggermente l'ultima
bacchetta dello scheletro. Rimasi immobile; un secondo colpo di uguale intensità
e presi a muovermi in senso contrario, verso l'asse dell'ala.
Portavo le cellette nuove in un contenitore agganciato in vita alla
tutta; ne sostituii alcune incrinate, e quando giunsi al termine del mio settore
mi accorsi che Enrica aveva già finito. Rientrammo insieme, lentamente, con
molta precauzione perché mentre le ali di Europa sono fisse, il corpo della
libellula ruota su proprio asse per creare gravità artificiale. L'ispezione
dell'altra ala sarebbe toccata a un altro turno, di lì a tre giorni. Fu
necessario raccordare il nostro movimento a quello della stazione.
Silvano era ad attenderci oltre la cabina di decompressione, benchè
fosse il suo turno di riposo. "Tutto a posto?" domandò. Enrica fece
un gesto affermativo.
"Come nelle simulazioni" volli aggiungere.
Silvano ci aiutò a slacciare i bottoni a pressione delle tute; tirai un
sospiro di sollievo nello sfilarmi dal pesante tessuto, e immediatamente serrai
le mascelle nel vedere che Enrica faceva altrettanto, rimanendo in mutandine e
canottiera mentre Silvano finiva di sgonfiare la tuta per appenderla come una
pelle floscia nella sua teca.
Enrica sembrava non darvi peso, lo sguardo di Silvano non si distoglieva
dal viso di mia moglie.
"Retrogrado", pensai. Abbiamo davanti due mesi di promiscuità
e devo preoccuparmi se mia moglie rimane in mutandine davanti a Silvano? Lei no,
non ci ha pensato su due volte. Nel privato, il conservatore sono io. E in
Silvano non c'è astuzia: vuole solo aiutarci a levare le tute.
"Non sei stanca?" domandò intanto a Enrica. Il suo turno
iniziava di lì a mezz'ora. "Vuoi che faccia io il tuo turno?"
"No, davvero" declinò lei "Non c'è da stancarsi
all'esterno, davvero; un po' di tensione, questo sì... Quel respiro continuo,
ossessivo, che misura il tempo ..." Parlando, ci rivestimmo della divisa
per raggiungere Luciana sul ponte comando, attraverso il ponte passeggiate.
"Cosa ne dite di una festa, domani?" disse Luciana nel vederci
arrivare. Domenica, ora di GWCH: l'Ordine del Giorno, naturalmente, non lo
contemplava, i turni dovevano svolgersi come al solito.
"Bisogna distinguere la festa dagli altri giorni" chiarì
Silvano "altrimenti fra qualche settimana ci troveremo a non capire più
quanti giorni mancano."
Enrica approvò anche per me. La salutai con un bacio e mi avviai versole
cabine con gli altri due, perché il turno di Luciana era terminato.
Silvano sembrava su di giri. Io sentivo il bisogno di una doccia calda,
Europa stava per tornare alla luce diretta del sole.
Silvano si bloccò nel bel mezzo del ponte retro, tastandosi i taschini
della camicia.
"Che c'è?" domandò Luciana sovrappensiero. Si era levata gli
occhiali, aveva le palpebre affaticate.
"La penna" rispose Silvano "l'ho dimenticata sul
ponte". E tornò indietro.
"Ne hai altre, in cabina" disse Luciana a mezza voce; poi mi
guardò, si strinse nelle spalle e ci avviammo insieme verso gli alloggi.
Bertrand Russell mi aspettava sulla cuccetta. Lasciai la porta della
cabina socchiusa per controllare, senza ammetterlo con me stesso, quando sarebbe
tornato Silvano; ma mi addormentai prima, o
forse tornò silenziosamente.
*
* *
DOMENICA
GWCH
0600-1200 Fernando-Silvano
GWCH
1200-1800 Luciana-Enrica
GWCH
1800-2400 Silvano
GWCH
2400-0600 Fernando
BUON
LAVORO
Uno dei pochi aspetti della nostra vita su Europa su cui avevamo potuto
operare con un minimo di discrezionalità, prima della partenza, era stata la
scelta della musica da portare in orbita. Per la verità qualche
"specialista" aveva già preparato una lunga lista di dischetti:
Vivaldi, la "Sinfonia dei Pianeti" di Holst, Mendelssohn, il Carmina
Burana, Pink Floyd, Beatles e i grandi del jazz USA e non ricordo cos'altro. C'è
sempre qualcuno che ritiene di far le cose giuste per chiunque.
Riuscimmo naturalmente a cambiare la lista: musica popolare, strumenti
acustici, cantautori italiani, folk-rock, poca classica e qualcos'altro. Quel
pomeriggio di domenica (GWCH), appena dopo pranzo, mentre erano di turno Luciana
e mia moglie, Silvano pareva aver organizzato a puntino la festa di cui aveva
lanciato l'idea la sera precedente.
Per pranzo avevamo avuto parallelepipedi di succo di verdure reidratato e
fette di proteine del grano, cibi che nutrono ma senza placare la fame. Silvano
ci seviziò con la ricetta orale del "cacciucco", quindi mise sù un
dischetto di blues-rock quasi completamente acustico. Mia moglie e Luciana si
lasciarono traviare (erano LORO di turno) e, abbandonando le consolle, si
sedettero sullo schienale delle sedie anatomiche per chiacchierare.
"Alleluja!" esclamò Enrica vedendomi rovistare nel pacco dei
dischetti "Principia mathematica delenda sunt!"
La musica era al massimo volume. Enrica pattinava da una parte all'altra
del ponte con il minimo sforzo, approfittando delle piccole imperfezioni della
gravità artificiale, magnificando i vantaggi della caduta libera e il peccato
di non poterli più provare, mentre Silvano tentava di intrappolarla in una
conversazione coerente. La mano di Luciana era cauta e gradita sul mio braccio,
ma mi irritava la sua indifferenza per il fatto che Silvano sembrava scegliere
le musiche secondo il capriccio di mia moglie.
Enrica venne a chiedermi di ballare; acconsentii, benchè non ne avessi
voglia, pur di spezzare la ragnatela che si stava tessendo sul ponte comando.
Per l'apprensione sbagliai alcuni passi, pestandole i piedi e suscitando
il riso quasi scomposto di Silvano. "Sei un cavallo" biascicò Enrica
a denti stretti, scaricandomi.
Mi offendeva di più la risata di Silvano che il contegno di mia moglie.
Luciana era tornata momentaneamente alla consolle per controllare alcuni valori
che parevano troppo elevati. La guardai provocare una rapida danza di spettri
col ticchettare d'un dito; si era riabbassata gli occhiali, sollevati sul capo
mentre ascoltava la musica, e pensai che fosse un peccato che non li portasse più
spesso, non solo sul lavoro anche Enrica
"Problemi?" le domandai avvicinandomi alle sue spalle. Scosse
il capo. Tolse il collegamento, ritornò al quadro iniziale.
"220 nanometri" rispose "Grafite, certamente."
Come c'era da aspettarsi, Enrica e Silvano stavano ballando insieme.
cercai lo sguardo di Luciana, ma lei deviò.
I due ballerini si tenevano a distanza di un avambraccio, ma senza
curarsi di noialtri. Parlavano coperti dalla musica.
Mi sentivo come in un romanzo di Pavese; avrei preferito sdraiarmi nella
mia cuccetta a leggere "Il castello", mi mancavano gli acquarelli
rimasti sulla Terra, mi mancava persino il nostro gatto.
"Hai voglia di ballare?" domandai a denti stretti. Luciana
armeggiò con la tastiera OdG, apparve una mappa con i turni del giorno
seguente.
LUNEDI
GWCH
0600-1200 Enrica-Silvano
GWCH
1200-1800 Fernando-Luciana
GWCH
1800-2400 Enrica
GWCH
2400-0600 Luciana
BUON
LAVORO
Ci guardammo. "Te l'aspettavi?" domandò.
"Chi stabilisce i turni?" risposi io. Non sapeva.
Andai per qualche minuto sul ponte finestre, aprendo un paio di tende a
scomparsa, a luce spenta per evitare il riflesso sugli oblò. La falce dei cieli
mi abbagliò attraversando rapida la notte stellare, la terra non si mostrò. Di
nuovo la Luna. il buio. La Luna. Il buio. La Luna.
Vista dal ponte finestre, la realtà dello spazio era monotona, scarsamente interessante: era preferibile la rappresentazione
addomesticata del ponte passeggiate, il crudo ingrandimento delle lenti puntate
sul satellite.
Tornai sul ponte. Silvano frugava nel pacco dei dischetti, Enrica sedeva
alla consolle antenne, Luciana non si vedeva: ma la spia della ritirata
biologica lampeggiava. Tornò dopo un minuto, studiò la situazione con
un'occhiata e venne da me. "Potrebbe essere un diversivo, non trovi?"
Ma sì, pensai, due mesi di turno con Enrica da solo... che tortura.
Inoltre, non era stabilito da nessuna parte. Mi strinsi nelle spalle, ma di buon
grado. "Sarà un piacere."
*
* *
Ciò di cui si sente soprattutto la mancanza in una stazione orbitante
non è la possibilità di scegliere tra una vasta gamma di letture o di musiche,
nè la varietà di esperienze umane della vita di città; per me,
sorprendentemente anche per me stesso, si trattava dell'indisponibilità di
tante piccole comodità, di una miriade di piaceri quali matite colorate, frutta
fresca, suono di campane, serrature a chiave nei gabinetti, tazzine di ceramica
danese, minigonne, tavolini di caffè all'aperto. C'eravamo solo Europa e
noialtri, quattro calamite di polarità diverse che ci respingevamo/attraevamo
nello spazio limitatissimo a disposizione. La polarità mia o di Enrica sembrava
essersi invertita.
Il quinto giorno della nostra permanenza su Europa fu all'insegna del
cambio di coppia nei turni. Quando montai con Luciana, pranzammo tutti e quattro
insieme sul ponte comandi, quindi Silvano proclamò di volersi recare
all'osservatorio, all'estremità anteriore di Europa. Attesi nervoso ma fingendo
noncuranza che Enrica lo seguisse, mentre Luciana tornava al grande occhio
composto degli schermi.
Enrica rispondeva a monosillabi alle mie casuali bordate di
conversazione. Interpretare il suo sguardo era impossibile, ma quando si alzò
da tavola non era diretta alle cabine, bensì dall'altra parte: verso il ponte
passeggiate, verso l'osservatorio.
Non potevo seguirla, ma sapevo come rimediare. Luciana non si preoccupava
di me: al monitor del circuito interno tartassai nervosamente la tastiera
numerica finchè apparve l'ombra di mia moglie sul ponte passeggiate. Passai da
una telecamera all'altra (non c'era modo per lei di vedere se fossero in
funzione) trattenendo il respiro quando raggiunse il portello del ponte spazio;
tornò indietro azionando l'interruttore degli schermi, e il mare di gesso della
superficie lunare mi si illuminò davanti al monitor.
Sentii quasi dilatarmisi le arterie. Dopo aver percorso tutto il ponte
Enrica stava tornando indietro, quindi senza proseguire verso l'osservatorio;
arretrai l'obiettivo verso il grandangolo per inquadrarla almeno a mezzo busto:
vista così, attraverso il filtro livellatore di profondità del circuito video,
sembrava davvero passeggiare sulla superficie della luna; e l'impressione si
faceva quasi realistica allorchè, nel passare sotto le prese del sistema
d'aerazione, i capelli le si aprivano come per un istantaneo colpo di ventaglio.
Completamente dimentico degli altri schermi, continuai a seguire la
passeggiata di mia moglie sul ponte, confortato dalla sua solitudine e
pregustando l'amarezza di Silvano.
"Tutto bene?" domandò dalla sua consolle Luciana. Le feci un
cenno d'incoraggiamento; "Quando hai tempo" continuò allora
"avrei bisogno di una mano al telescopio da sedici."
*
* *
MARTEDI
GWCH
0600-1200 Silvano-Fernando
GWCH
1200-1800 Enrica-Luciana
GWCH
1800-2400 Fernando
GWCH
2400-0600 Enrica
BUON
LAVORO
E' come se fossimo cresciuti insieme. Proveniamo dalle medesime
esperienze: le borse di studio, il Politecnico o Scienze fisiche, il CNR, l'ESA.
Ci conoscemmo la prima volta, tutti e quattro, solo in Guiana; Enrica ed io
eravamo sposati da un anno appena, Silvano e Luciana cominciarono a frequentarsi
alla scuola del poligono spaziale. Formammo per vari mesi un quartetto
affiatato, tanto che tutti credevano che ci conoscessimo da ben più tempo,
magari dagli anni della scuola.
Una volta su Europa, erano bastati cinque giorni per guastare
l'atmosfera: il mattino del martedì ero di turno con Silvano, Enrica non si era
neppure svegliata per la colazione. inghiottimmo le tavolette di latte
disidratato, ciascuno nel suo angolo, io con "Delitto e castigo"
aperto sulle ginocchia, lui con il tabulato di una proiezione con la quale era
certo di poter trasformare in note musicali gli spettri d'intensità delle fonti
luminose dello spazio esterno.
Tentai un paio di volte di abbozzare un minimo di conversazione, ma mi
scaricò con risposte standard. Dopo colazione, invece di sovrapporre allo
schermo i profili degli spettri ultravioletti combinati, armeggiò con la
tastiera dell'elaboratore di bordo per compilare un programma di traduzione.
Più tardi durante la mattinata, impegnato nel lavoro che avrebbe dovuto
fare lui, lo udii bestemmiare per collegare la presa dell'elaboratore
all'amplificatore dell'impianto stereofonico.
Per fortuna il cambio turno giunse prima che Silvano terminasse il
collegamento. Luciana arrivò puntuale, sventolando un origami di carta
igienica, Enrica parecchi minuti più tardi, con il dente amaro per alcuni
disturbi allo stomaco. Passare da una dieta organica a una liofilizzata
provocava atroci scompensi.
"Posso fare io il turno al posto tuo" azzardai per vedere come
avrebbe reagito. Declinò, ma senza ringraziare. Mi accorsi che Luciana ci
guardava con la coda dell'occhio mentre Silvano impartiva all'elaboratore
disposizioni per abilitare il terminale del ponte alloggi.
Senza pensarci sù due volte uscii dal ponte, spegnendo la luce del
corridoio dal quadro in fondo alla sala; ma invece di tornare agli alloggi mi
fermai al riparo della penombra.
Appena uscii, Enrica parve rianimarsi: neppure si curò della sua
compagna di turno, corse a controllare il lavoro di Silvano. Dal corridoio
non potevo udire cosa si dicessero, ma leggevo nel loro atteggiamento una
confidenza che mi infastidiva.
Silvano rimase ancora parecchio sul ponte benchè il suo turno fosse
terminato. Non visto, vidi che Luciana si allontanava esasperata verso il ponte
passeggiate; allora provai l'impulso di ritornare nel locale, ma mi trattenni.
Avrei ottenuto il solo risultato di intiepidire nuovamente Enrica.
Fu allora che mi capitò il primo incidente. Arrabbiato con me stesso per
non aver richiamato Silvano all'ordine, tornai in cabina e spalancai con forza
la porta, ma giunta alla fine della corsa quella scattò indietro come un
boomerang colpendomi il gomito destro.
Mi appoggiai contro la parete, stringendo i denti dal dolore,
afferrandomi il braccio con l'altra mano. Bestemmiai, barcollando fino alla
cuccetta, dove mi gettai per resistere al dolore che mi saliva a ondate dal
gomito.
Quando potei alzarmi, con la manica rimboccata sul braccio, vidi che in
terra, fra la porta e la paratia con essa perpendicolare, era adagiata in terra
una grossa molla di metallo: forse un pezzo di ricambio per la base dei
telescopi. Come fosse finita nella mia cabina non riuscii a spiegarmelo.
*
* *
MERCOLEDI
GWCH
0600-1200 Fernando-Luciana
GWCH
1200-1800 Silvano-Enrica
GWCH
1800-2400 Luciana
GWCH
2400-0600 Silvano
BUON
LAVORO
Neppure una vibrazione, naturalmente, quando il portello della camera
stagna si richiuse. Il ponte spazio dista alcuni metri dal ponte comando, e
inoltre Europa ruota rapidamente su se stessa, il che rende pressochè
impossibile percepire il rumore di una paratia che scorre.
Mi accorsi di trattenere il fiato. Premendo un tasto sotto lo schermo
video, girai di 45 gradi la telecamera verso prua, scorrendo nervosamente lungo
il profilo appena accennato della stazione spaziale.
Appena individuata la macchia di luce in movimento lento, allungai
l'obiettivo per distinguere mia moglie da Silvano. Non fu affatto semplice a
causa delle tute spaziali quasi identiche.
Udii dietro le spalle un cigolio appena accennato: senza voltarmi vidi
che Luciana si era avvicinata in silenzio, forse non intenzionalmente, per
osservare lo schermo.
Solo quando le due macchie chiare
si fossero separate, ciascuna su metà ala, potei riconoscere Enrica da Silvano
perché sapevo quale era il suo settore.
L'ala si poteva distinguere solo alla luce riflessa del pianeta, perché
la Luna oscurava Europa con il suo
cono d'ombra. Pareva che ci fosse un reticolo virtuale, come una (ri)creazione
al calcolatore fra la superficie curva della stazione orbitante e la faccia
oscura della Luna. Vidi, vedemmo le due tute argentate scalare la parete
geometrica rimanendo perpendicolari ad essa.
Stavo per domandare a Luciana se avesse riconosciuto la tuta di Silvano,
ma in quel momento vedemmo che si separavano per prendere ognuno il proprio
posto sulla metà ala. Mi voltai verso Luciana. "Tutto in ordine?"
Non rispose, si limitò a fissarmi negli occhi senza espressione. Forse
travisai, forse credetti che volesse comunicarmi qualcosa, perché arrossii e
balbettai "Non volevo dire in quel senso..." poi pensai di essere io a
non capire, e mi ritrovai a rigirare in testa le parole "Almeno là non può
toccarla..."
Enrica fu più rapida a terminare il lavoro, forse Silvano aveva trovato
più cellette da sostituire. Mi accorsi, con mia stessa sorpresa, di tremare.
Sentivo montare dentro una furia incontrollabile.
Sentii il respiro di Luciana vicinissimo sulla spalla; si era appoggiata
con il palmo della mano al piano della consolle, così che il suo viso rimaneva
all'altezza del mio. Fissava lo schermo, con la bocca appena dischiusa; non
poteva vedermi da tanto vicino. Portava la chiusura velcro della tuta aperta sul
collo; riuscii a vedere la radice del suo seno prima che le due labbra della
scollatura si ricongiungessero, dentini di plastica contro anelli sintetici. Mi
era parso di vedere l'orlo ricamato di un reggiseno.
Vedemmo che Enrica era ridiscesa, se il termine aveva un senso là fuori,
sino alla radice dell'ala, dove pareva che attendesse il rientro di Silvano.
"Cosa ti manca di più?" mi domandò Luciana. Le sue labbra
erano tanto vicine che un rasoio passato fra il mio volto e il suo avrebbe
rischiato di ferirci entrambi. Scossi il capo. Stavo pensando a mia moglie, non
ero preparato alla domanda.
"A me il caffè" continuò "Nero bollente."
Enrica stava tornando verso il ponte spazio. "Un gusto esagerato per
il caffè dolce è indice di omosessualità, anche latente" la voce di
Luciana era confidenziale "Bollente significa invece trasporto sensuale;
nero, passione."
"Scusami" brontolai alzandomi. Quando fui fuori vista, sul
ponte passeggiate, corsi verso prua e aprii trafelato la teca delle tute di
servizio sul ponte spazio per indossarne una della mia misura.
Richiusi dietro le spalle la paratia stagna della camera di
decompressione, aprendo le manopole dell'ossigeno della tuta. Appena il led
rosso della pressione smise di lampeggiare, il portello esterno s'aprì di un
filo. Mi sentii trasportare verso lo spazio aperto per il secondo schioccante in
cui durò la fuga d'aria. Enrica si affacciò, pallido casco satinato nella
notte esolunare. Allungai le mani, agganciando il ginocchio piegato contro la
maniglia del portello, appositamente sagomata per non essere espulso all'esterno
dalla forza centrifuga della rotazione di Europa sul proprio asse.
Enrica mise una mano nella mia, si spinse con lo stivale contro lo
stipite del portello e quindi mi cadde ai piedi, sbilanciata.
Incomprensibilmente, mi commossi sino alle lacrime per quel suo
capitombolo: la presi per i braccio scivoloso aiutandola ad alzarsi, e
d'improvviso mi trovai di fronte attraverso il lunotto del casco il volto di
Silvano.
Si appoggiò alla paratia facendomi un cenno di ringraziamento e
sganciando il cordone ombelicale della tuta. Rimasi avvilito ad attendere che
Enrica finisse il suo lavoro per tornare insieme a noi, frustrato per aver
confuso Silvano con mia moglie, mordendomi le labbra nel capire che dovevano
aver fatto apposta a scambiarsi zona di lavoro per giocarmi un tiro atroce.
*
* *
Ritornammo tutti e tre insieme sul ponte comando; ero veramente irritato
perché Enrica aveva indugiato troppo nel rivestirsi, rimanendo in maglietta e
mutandine a riferire della passeggiata sull'ala sottile. Più che a me si
rivolgeva a Silvano, e mi sembrò di decifrare nei loro occhi divertimento per
lo scambio di identità là fuori all'esterno.
Non potei non notare la disinvoltura che mia moglie usava con Silvano,
girando e rigirando i calzoni della
tuta di garzato fra le mani senza indossarli. Le sue gambe erano ancora
abbronzate del sole della Guiana, ma non avrebbero resistito molto alla luce
bianca fredda di Europa. Silvano, altrimenti così compassato, quasi rigido,
sembrava bersi le parole di Enrica benchè non ardisse forse abbassare gli occhi
sulle sue gambe in mia presenza.
Avrei voluto tornare sul ponte comando; mi rinchiusi in un mutismo
ostinato che Enrica ignorò apertamente. Finalmente indossò la parte superiore
della tuta, raccontando di come non le riuscisse di sfilare una delle prime unità
a celletta. Andarmene allora sarebbe suonato come una resa, ma Enrica non si
turbò, come se avesse previsto la mia ostinazione: con i calzoni della tuta
piegati sull'avambraccio, si avviò nel corridoio del ponte passeggiate parlando
di non so più cosa.
Silvano esitò un attimo, quindi la seguì annuendo. Rimasi indietro
alcuni passi, ripassando i pensieri suscitati da quella che credevo mia moglie
nella sua tuta, là fuori nello spazio.
Rabbrividii di fastidio nell'immaginare la reazione di Luciana, ma Enrica
si fermò a terminare di rivestirsi prima del ponte comando.
Luciana stava versando quattro bicchierini di energetico
rimineralizzante. Pose il primo a me, poi contemporaneamente
a mia moglie e Silvano, e accennammo un brindisi a qualcosa di
imprecisato.
"Mi sento stanco" disse Silvano "Torno in cabina a
riposare prima del mio turno."
Enrica finse di affaccendarsi al personal computer che Silvano usava per
il suo programma di traduzione musicale, quindi si eclissò tanto
silenziosamente che quando Luciana ed io ce ne accorgemmo venne fatto di
guardarci scoraggiati.
Non ebbi la forza o il sangue freddo di seguirli. Luciana continuò a
mordersi le unghie sino al cambio turno, quando Silvano tornò da solo
annunciando che Enrica era indisposta.
"Io vado a leggere in cabina"
annunciò pallida Luciana; me ne andai anch'io. Enrica giaceva supina
sulla sua cuccetta, con gli occhi chiusi, e nella ritirata c'era odore acido di
vomito.
Due ore dopo, appena terminato il primo volume di Dostoevskij, la vidi
correre di nuovo boccheggiando ai servizi igienici, da dove uscì dopo
parecchio, disfatta e con il viso color della maglietta di cotone. M'imposi di
non alzarmi a cercare di confortarla; feci finta di nulla quando venne Silvano a
controllare. Luciana neppure si fece vedere.
Non toccava nè a me nè a Enrica il turno di notte, perciò ebbi modo di
seguire l'evolversi della sua indisposizione. Ma verso le due mi svegliai con un
batticuore incontrollabile; bevetti un dito di energetico, poi controllai che
mia moglie dormisse, nella sua cabina, avvolta nella busta di cotone della
cuccetta, terrea e spettinata, gli orecchini posati nella nicchietta della
parete.
La cabina di Luciana era chiusa. Aprii la porta di Silvano, accendendo la
luce dopo averla richiusa alle mie spalle. Tastai con le dita intorno al
materassino, socchiusi i cassetti a serratura magnetica, ispezionai gli
interstizi delle porte, poi trovai qualcosa proprio nella tasca della tuta
appesa alla spalliera della sedia girevole: un fiocchettino di stoffa verde
chiaro. Lo rimisi al suo posto, scivolai nel corridoio e poi attraverso la porta
socchiusa di Enrica; aprii l'armadietto al buio, scorrendo i vestiti con le
dita. Tastai più in basso, sul ripiano, fino a trovare ciò che cercavo.
Ispezionai il reggiseno con i polpastrelli, lo misi in tasca attento a non farmi
udire da Enrica, ancora addormentata. Nella mia cabina, alla luce, vidi che dei
due fiocchetti verdi sulle coppe dei seni uno, scucito, mancava.
*
* *
antitesi
GIOVEDI
GWCH
0600-1200 Luciana-Enrica
GWCH
1200-1800 Fernando-Silvano
GWCH
1800-2400 Enrica
GWCH
2400-0600 Luciana
BUON
LAVORO
Il giorno seguente, per la prima volta dall'arrivo su Europa, mi recai
all'osservatorio a prua della stazione orbitante. Solo un terzo del volume di
Europa è abitabile: nel restante spazio trovano posto l'impianto elettrico ed
elettronico, di aerazione e di acclimatazione, le macchine per l'elaborazione
dati dei telescopi, i pezzi di ricambio e di consumo nei loro magazzini, i
motori, i serbatoi chimici, i criostati di raffreddamento per gli spettrometri,
i dispositivi automatici che ci mantengono in vita e persino una piccola serra
idroponica.
L'area abitabile occupa un settore lineare, da poppa a prua attraverso i
sei ponti e l'osservatorio, così che benchè lo spazio sia per forza di cose
piuttosto limitato, il pavimento risulta piano e non curvo (anche se verso le
paratie laterali ci si sente sbilanciati sull'esterno), tranne per l'area
diurna, che comprende i ponti comando e finestre e la cucina, cui si accede
tramite scalette metalliche.
A fine turno mattutino, mentre Silvano ed io ci accingevamo al lavoro
Enrica domandò se qualcuno ricordasse dove tenessimo del filo per rammendo,
dopodichè scomparve alla ricerca.
Silvano si raccolse sul suo programma per tutto il turno,
infischiandosene del lavoro. Io invece non riuscii assolutamente a concentrarmi;
per questo a fine turno senza neppure attendere che Enrica giungesse a rilevare
le consegne scivolai in osservatorio.
Avrei potuto puntare il telescopio ottico verso lo spazio esterno,
oggetto della nostra indagine, salendo in punta di piedi in cima ad una scaletta
che portava ad una nicchia nel soffitto perché, per evitare il movimento
rotatorio, il telescopio ottico è sistemato esattamente sull'asse della
stazione orbitante (sebbene l'oculare sia deviato mediante un periscopio più in
basso verso il pavimento dell'osservatorio); invece sedetti allo schermo video
dello strumento di servizio che puntai sulla superficie lunare.
Rimasi forse due ore incollato allo schermo, cercando di scorgere il
minimo movimento, rendendomi conto solo dopo tutto quel tempo che non poteva
esserci moto perché sulla Luna non c'è atmosfera.
Stordito da una constatazione tanto ovvia, incapace di spiegarmi come
avessi potuto non rendermene conto immediatamente, feci ritorno attraverso il
ponte passeggiate. Erano quasi le dieci GWCH, decisi di sdraiarmi a incominciare
il secondo volume di "Delitto e castigo" fino al sopraggiungere del
senno.
Sul ponte comando, Enrica era sola. Rimasi meravigliato nel vedere che
indossava una gonna che le lasciava scoperte le ginocchia: sapevo bene che gli
unici indumenti portati a bordo erano le tute di garzato dell'ESA.
Fingendo di voler attaccare discorso, mi avvicinai. Si alzò gli occhiali
di metallo rosso sui capelli, e sentii mancarmi le ginocchia per quanto era
bella. Ma i suoi occhi erano freddi, scostanti.
Deglutii abbassando lo sguardo, ma non gli occhi, sulle sue gambe. La
gonna non era attillata, le permetteva anzi di lavorare seduta con un piede in
terra e l'altro appoggiato con il tacco al piano del sedile, il ginocchio
piegato verso il seno.
Riconobbi subito la stessa stoffa delle tute ESA: doveva aver scucito un
paio di calzoni dal risvolto al cavallo per distaccare il tessuto e tornare a
cucirlo aperto linearmente, ritagliando via il fondo delle gambe e risvoltando
un orlo sopra il ginocchio. "Sei stanco?" domandò, tanto per dire
qualcosa. Annuii, pensando alla farfallina di stoffa verde.
Tornai in cabina per addormentarmi senza neppure aprire il libro, ma dopo
qualche ora mi svegliai con la gola asciutta. Cercai di attingere al
distributore d'acqua del ponte alloggi, ma sembrava esaurito. Le cabine di
Enrica ed Silvano erano chiuse, da sotto quella di mia moglie filtrava una retta
di luce.
A piedi scalzi attraversai il ponte retro, perché il distributore più
vicino era in cucina, ma quando feci il mio ingresso sul ponte comando notai che
Luciana era assente.
Ritenni che si fosse allontanata per recarsi ai servizi, perché la porta
della sua cabina era aperta e il cuccetta vuoto. Trasalii dunque quando,
nell'attraversare il ponte finestre, mi colpì il suo profilo contro i vetri
pressurizzati.
Mi arrestai, incerto se rivolgerle o meno la parola; era appostata con il
gomito a un oblò, come se guardasse fuori. Ma, almeno dal mio punto di vista,
non si scorgeva altro che il suo stesso riflesso.
"E' già ora?" domandò con voce rauca, come disavvezza a
parlare. Sul momento non capii, incerto se avvicinarla o se prendere il mio
bicchiere d'acqua. Guardò l'orologio, era presto per il cambio. "Non
riesci a dormire?" domandò. Le mostrai il bicchiere vuoto.
Mentre veniva verso di me notai le occhiaie e i capelli spettinati, e non
riuscii a ricordare se il giorno precedente fosse lo stesso.
Mi commossi. Le presi le mani fra le
mie, fermandola. "Sei..." deglutii "...stanca?"
Mi osservò attraverso le ciglia, senza alzare gli occhi. La lampo era
slacciata sino in fondo, la blusa aperta; dalla leggera scollatura della
maglietta di cotone potevo vedere il turgore del suo seno: un'esile spallina
colore crema attraversava come una frontiera la clavicola candida.
"Stanca di cosa?" rispose finalmente. Mancavano ancora ore
all'alba artificiale di Greenwich; sul ponte comando, certo intere videate di
elaborazioni lampeggiavano inascoltate sciorinando dati. Forse lasciai cadere il
bicchiere, non ricordo: è certo che, invece che sul posto di lavoro,
passeggiammo verso l'osservatorio, gomito a gomito.
"Da quanti mesi siamo in orbita?" domandò guardando fisso
davanti a sè.
Contai mentalmente, quindi risposi "Nove giorni."
Camminando, cercavo di guardarle di sfuggita nella scollatura, forse con
insistenza eccessiva perché se ne accorse e incrociò il mio sguardo.
"Stiamo perdendo?" domandò a denti stretti.
"Perdendo?"
"Va tutto a rotoli."
L'osservatorio era buio. Schiarii la vetrata panoramica di prua che ci
immerse nella luce di seconda mano della Luna.
"Cos'è che ti manca di più?" domandò ancora.
Sentivo le labbra irritate dal desiderio di gustare il sapore dei suoi
seni. "L'amore" risposi. Dovetti ripeterlo perché non capì o finse.
Provai a immaginarla con una gonna come quella cucita da Enrica. La mia
mano giù, fra le sue ginocchia, sotto la gonna.
Le levai gli occhiali con un gesto garbato, richiusi le stanghette e
glieli agganciai al vertice della scollatura, contro la fibbietta della lampo.
Catturate da un campo magnetico opposto, le mie dita rimasero imprigionate nel
solco fra i suoi seni, protetti dalla tuta. E poi, come se la mia mano fosse
rimasta sino a quel momento sospesa a mezz'aria in virtù di una forza
antigravitazionale in perdita d'intensità, tutto il sistema di forze
mano-cerniera lampo si spostò lungo un vettore verticale a bassa intensità
sino a raggiungere la zona addominale del soggetto b), m. 0,72576 dal pavimento,
dove si stabilì un equilibrio grazie alla forza contraria dell'attrito.
"Cosa fai?" domandò senza attendersi una risposta. Misurai la
lunghezza dell'elastico fra le due coppe del suo reggiseno, a occhio, senza
riuscire ad esprimerla in frazioni di secondo d'arco. Con un altro movimento
breve ma intenso in direzione centrifuga rispetto all'asse della stazione
orbitante, la lampo si aprì sino al suo nadir.
Il ventre di Luciana era bianco e liscio, senza smagliature. Vi passai
sopra una mano, immaginando di sfiorare la superficie d'una statua di alabastro,
e quasi la ritrassi al calore naturale della pelle.
Mi sentivo ancora la bocca asciutta. Luciana richiuse la paratia stagna
del ponte spazio, assicurando la maniglia.
Mi sentii mancare le ginocchia. La aiutai a slacciare i bottoncini a
pressione dei calzoni, li vidi afflosciarsi come squame di un serpente in muta.
Barcollammo verso il lungo banco a J dell'immancabile terminale, ubriachi come
randagi in libertà, lasciando in terra le giacche della tuta e il reggiseno. Mi
trovai fra le mani i suoi seni teneri come carne di bambino.
Luciana mugolò, mi afferrò per i polsi sollevandoseli di dosso, quindi
sgusciò di lato. Mi accorsi che era quasi nuda e che la ventilazione non era
girata su "caldo", però la smania era più tenace della ragione.
Cercando forse di allontanarsi, girò su se stessa fra me e il tavolo,
così che me la ritrovai fra le mani voltata di spalle. Le presi le braccia,
senza che si liberasse nè opponesse particolare resistenza.
Allora ricordai come Enrica detestasse quella posizione, e non volli
forzarvi Luciana. Appena la stretta si allentò, sfuggì alle mie braccia e
all'orlo del tavolo per avvicinarsi ai calzoni collassati su se stessi, ma senza
ardire raccoglierli.
Rimase voltata di schiena; allora notai come avesse le gambe più corte
di Enrica, il sedere troppo basso. Non si chinò a raccogliere i calzoni, si
limitò a guardarmi voltandosi sopra le spalle. Sedetti sul taglio del bancone,
poggiando le palme; tornò da me, appoggiandosi con i gomiti alle mie spalle, le
mani dietro la nuca, così che la tentazione rotonda dei suoi seni rimase fra
noi, non premuta sul mio petto ma presente, a una microfrazione di anno luce
dalla mia pelle.
Sentii un vuoto pneumatico alle viscere, mi venne da battere i denti. Un
millimetro alla volta, il suo corpo si serrò contro il mio: prima il seno,
tenero, quindi il ventre e i fianchi roventi. Ma oramai io sentivo freddo, anche
fra le gambe. Mi ritrassi contro il tavolo, come in sogno; cercai la rigidità
di pochi secondi prima, ma sembrava scomparsa: forse Luciana comprese perché
scivolò di lato, con il ventre sul piano del tavolo, senza levarmi gli occhi di
dosso.
Mi girai di lato, quasi montandole addosso. Cercò di cingermi il capo,
da dietro, le mani sopra la nuca: le passai le braccia sotto il ventre, le dita
avide dei suoi capezzoli, ma si trattò di un attimo. Sentivo i muscoli interni
delle cosce più rigidi dell'inguine, quasi doloranti.
Rabbrividivo dal freddo, non riuscivo a controllarmi. Sentivo le sue
natiche nude come cuscini di biancomangiare tiepido contro il mio inguine;
dovetti ritrarmi per vincere la repulsione, voltarmi per nascondere l'imbarazzo
del mio sesso pencolante.
La sentii respirare come un mantice nel silenzio della notte lunare.
Infilai di nuovo la tuta, mentre Luciana si copriva il seno con le braccia.
Uscimmo con le guance rosse, e notammo sull'orologio che l'ora del cambio turno
era passata.
"E' meglio non tornare insieme" dissi. Non negò, ma neppure si
staccò dal mio fianco. Nel corridoio del ponte passeggiate c'era un freddo
anomalo.
"Merda" esclamai "l'impianto è tutto su
refrigerazione". Sul ponte comando, Luciana neppure si curò dei due che ci
guardarono passare con curiosità ma senza tentare nulla. Io la seguii
osservando con la coda dell'occhio, ma con un passo che avrei preferito meno
rapido.
Prima che la raggiungessi, chiuse alle spalle la porta della cabina. Mi
addormentai quasi subito, torturato dal desiderio di stringere ancora fra le
dita le sue natiche di albume sodo.
*
* *
VENERDI
GWCH
0600-1200 Enrica-Silvano
GWCH
1200-1800 Fernando-Luciana
GWCH
1800-2400 Silvano
GWCH
2400-0600 Fernando
BUON
LAVORO
Vento di luna sul profilo al teleobbiettivo dei crateri. Non uno sbuffo
di sabbia fine come talco, sabbia pestata nel mortaio dell'eternità, si alzava
dai fianchi dei crateri o delle morene nude o dagli orli delle crepe. Mare
tranquillitatis.
Naturalmente: il vento non spazzava il mare millenario di talco, ma il
corridoio tubolare del ponte passeggiate.
Enrica vagava nel vento artificiale del ponte con il bavero della tuta
rialzato e una sciarpa drappeggiata intorno al collo. Qualcuno, quasi certamente
Enrica stessa, doveva aver azionato al
massimo l'impianto di aerazione, selezionato sull'azzurro.
Luciana non si era ancora presentata al lavoro. Mi limitai a seguire
sullo schermo del circuito interno il vagare di mia moglie da una telecamera
all'altra, i capelli che scoppiavano in un turbine ad ogni passaggio sotto una
bocca d'aerazione. Sullo sfondo degli schermi a cristalli liquidi, i crateri
rimanevano ignari di tanto movimento d'aria. Che effetto avrebbe fatto sulla
sabbia un tubo d'aria compressa lungo da Europa sino alla superficie lunare? Una
biglia di vetro in un portacipria? Una martellata su una torre di sabbia? Una
mina in un covone di paglia?
Decisi di andarle incontro. Attraversando la cucina, notai come nè lei lè
Silvano avessero sgomberato i pochi rifiuti del pranzo.
La porta sul ponte passeggiate era chiusa, e nell'aprirla mi sentii
investire dalla corrente gelida dell'aerazione. Udii scorrere la paratia, Enrica si voltò per cercare spiegazioni.
Ostinatamente, rimasi con le mani in tasca e il collo affondato nelle
spalle, appena al di qua della soglia, attendendo che tornasse.
Di cattivo umore, a sua volta con le mani in tasca e con la frangia che
si apriva a corona sotto ogni presa d'aria, camminò senza fretta verso di me,
raggiante di seduzione nell'onda di fianchi della sua gonna cucita a mano.
Allora compresi che la sciarpa che portava,
di certo non compresa nel limitato guardaroba ESA delle nostre cabine, doveva
avere la stessa provenienza artigianale.
La osservai avvicinarsi con studiata lentezza, affascinante nel contrasto
fra la sciarpa sino al mento e la gonna corta, le calzette di cotone bianco
rimboccate sul collo delle basse scarpe pneumatiche, le gambe quasi rosse per la
scarsa temperatura sul ponte.
Si arrestò appena al di là del portello, le mani nelle tasche della
tuta come una tennista nell'intervallo di un torneo invernale. "Cosa c'è?"
Mi strinsi nelle spalle salendo l'ultimo gradino della scaletta. La prima
griglia d'aerazione del corridoio non era in alto, nel controsoffitto, bensì
sulla paratia, a un metro d'altezza dal pavimento d'alluminio; così che lo
sbuffo d'aria le arrivava addosso all'altezza del bacino, gonfiandole la gonna
come nella coreografia di un film vietato ai minori di 14. Per non che le
chiedessi di spegnere l'aerazione, rimase imperterrita nel getto d'aria, senza
arretrare di un passo perché avrebbe significato dimostrare fastidio.
"Luciana non è ancora arrivata" domandai, tanto per parlare.
"E allora? Dovrei sostituirla io?" Il momento d'equilibrio era
rotto, potè permettersi di avanzare di un passo.
Dovevo guadagnare tempo. Allungai la mano come per appoggiarmi sullo
stipite della porta a tenuta stagna... e premetti con tutto il mio peso sulla
maniglia.
Con un sibilo di decompressione, la paratia fece uno scatto di parecchi
centimetri prima di rallentare. Colpì Enrica all'avambraccio e alla spalla,
sbilanciandola, e solo sostenendola con entrambe le mani potei evitare che
cadesse.
Imprecò, anche perché le avevo stretto il polso, poi massaggiandosi il
braccio contuso si appoggiò alla parete.
"Mi rincresce davvero, ho premuto la maniglia..." balbettai.
Stringeva i denti per sopportare il dolore. "Merda, mi hai fatto
male...!"
"Fammi vedere..."
Mi respinse con l'altro braccio, poi scese la scaletta verso il ponte
comando ruotando la spalla come per tentarla. La seguii a qualche passo di
distanza, mortificato, ingiungendomi di accompagnarla in cabina...
Luciana ancora non era al lavoro. Enrica chiuse dietro le spalle la porta
del ponte retro. Significava "non seguirmi". Mi trastullai con i
canali del circuito interno, senza alcuna intenzione di mettermi a lavorare
all'elaboratore principale.
Ebbi una mezza idea di tornare in cabina a prendere qualcosa da leggere,
ma il pensiero che Enrica potesse credere che fosse una scusa per seguirla mi
dissuase. Controvoglia, rimasi a contemplare lo schermo pieno di dati che
sembravano non significare più nulla, assolutamente inibito a qualsiasi
tentativo di comprenderli, finchè Luciana non mi posò le mani sulle spalle, da
dietro, appoggiandosi contro lo schienale della mia sedia. "Lasciami il
posto, vai a riposare..."
Consultai l'orologio. "Non tocca più a noi..."
"Silvano mi ha detto che non verrà" Non volle aggiungere
nient'altro.
La lasciai, strascicando i piedi per la stanchezza nel tornare in cabina.
Lavoro-cabina-osservatorio, mi sentivo impazzire. Mi mancava la folla, l'odore
oleoso della sera metropolitana, le voci e gli occhi delle ragazze per strada.
Enrica stava leggendo, sdraiata nel letto della sua cabina; affacciandomi dallo
spiraglio della porta, vidi che teneva il braccio destro disteso lungo il
fianco.
Mi guardò di sopra gli occhiali. Aprii la bocca per parlare ma non mi
uscì la voce. Dovetti schiarirmi la gola. "Che leggi?"
"Il solito."
Non vedevo se indossasse la gonna o un'altra tuta: mi introdussi con le
spalle nella porta, appoggiandomici con le mani in tasca. Tornai a posare gli
occhi sul libro. Gli occhiali di metallo rosso avevano su di lei un effetto
anche migliore che su Luciana o su molte altre donne; l'aria intellettuale che
le donavano esaltava la sua femminilità prudente.
Con un fremito alle reni vidi che sotto il garzato della maglia indossava
solo le mutandine.
Rimasi alla soglia, ignorato, per qualche minuto, frugandomi con un
rasoio alla ricerca di un pretesto per parlarle e entrare appoggiandomi magari
contro la parete di fondo, per poterla vedere meglio dalla vita in giù.
Inutile. Ritornai sui miei passi, senza chiudere la porta, e mi sdraiai
sulla brandina stropicciata per scrutare le ombre del soffitto nel chiaroscuro
della luce nelle altre cabine.
Aiutato dal fiele della memoria, fui costretto ad ingoiare il cachet
amaro della nostalgia.
*
* *
Galleggiavo da ore in un oceano buio e amaro come la china quando udii
passi nudi nel corridoio.
Pensando che fosse Luciana di ritorno dal lavoro, mi misi a sedere con i
piedi giù dalla cuccetta, ma non riuscii a vederla. Sentivo freddo, come se il
termostato fosse stato ritoccato.
Ingoiando la voglia di parlarle e il timore di non riuscirle gradito,
rimasi a smaltire l'autocommiserazione per parecchio tempo. Finalmente mi alzai
con le braccia intirizzite per avvicinarmi in punta di piedi alla sua porta;
decisi di non bussare per evitare di svegliare Enrica o Silvano. Aprii con
cautela, sbirciando nella cabina, quindi con più decisione: Luciana non c'era.
Entrai per accertarmene, la chiamai sottovoce, infantilmente.
Mi spinsi sino a metà del ponte retro, intirizzito e in punta di piedi,
per essere certo che Luciana fosse ancora al lavoro.
Presentarmi da lei scalzo e in maglietta intima avrebbe significato
ostentare una confidenza che non sapevo se volesse accettare. Mordendomi le
labbra per la mia indecisione ritornai al ponte alloggi, per nulla persuaso dei
passi che avevo udito.
Accostai l'orecchio alla porta di Enrica; nulla. La cabina di Silvano era
aperta e vuota.
Dov'erano? Trovai incredibile che fossero sfilati davanti a Luciana per
appartarsi a prua: cercai nei servizi; stavo per richiudere la porta quando vidi
che il boccaporto circolare sul soffitto, che dà nel condotto circolare
d'aerazione lungo l'asse della stazione orbitante era accostato.
Accostato, non chiuso. Tirai con un dito l'anello della maniglia, che si
sollevò sui cardini: sopra, era buio.
Mi appoggiai con le dita all'orlo dello sportello, issandomi a forza con
i gomiti e poi le ginocchia. Di sopra faceva ancora più freddo: trattenni con
la mano uno starnuto, aguzzando poi l'udito per cogliere eventuali indizi.
Avanzai tastando, a quattro zampe, per non essere colto da giramento di capo
lungo l'asse esatto della rotazione.
Vidi una lama di luce sotto l'entrata di un vano che non riuscii a
riconoscere, forse uno dei magazzini automatizzati o un serbatoio o
semplicemente un locale inutilizzato. Si trovava dalla parte opposta della
sezione vitale rispetto all'asse di Europa, nella zona in cui non era prevista
la nostra presenza.
Quasi
strisciai verso la luce, infastidito oltremodo dagli ambigui riferimenti
gravitazionali.
Dopo vari starnuti abortiti scivolai di lato, o verso l'alto, lungo la
parete ottagonale del condotto fino a trovarmi su quello che sino a qualche
secondo prima era il soffitto.
Infilai le dita nell'interstizio del portello cercando di sbirciare, e allora udii un rumore, forse una voce o forse un semplice cigolio. Entrai con la testa e le spalle nel loc