FRANCO
RICCIARDIELLO
Verrà
il tempo della cenere
Credetti
di vedere anch'io la cenere il giorno in cui giungemmo a Granada. Mi ero
assopito sul sedile del treno perché ci eravamo svegliati di buon'ora, a
Siviglia, e mi sentivo debilitato dal continuo oziare degli ultimi mesi.
Socchiusi
gli occhi mentre il mio cervello cercava di registrare cosa avesse causato il
risveglio, e vidi Arianna seduta sul sedile di fronte, già sveglia.
"Hai
fame?" chiesi, ancora avvolto dai fumi del sonno. Alzò un sopracciglio; io
gettai uno sguardo fuori dal finestrino e sobbalzai, artigliando con le dita i
braccioli del sedile fino a sbiancarmi le nocche. Per un attimo mi sembrò che
la stazione ferroviaria di Granada in cui stavamo entrando fosse avvolta in
nuvole di cenere che si gonfiavano e contraevano intorno ai piedritti di
mattonelle, alle pale di segnalazione, ai calzoni del capostazione fermo sul
marciapiede.
"Cos'hai?"
domandò Arianna. Mi accorsi allora che non si trattava di cenere ma di fitta
nebbia mattutina smossa dall'arrivo del treno; subito mi rilassai, ma sentivo il
cuore battere a cento all'ora.
"Stai
tremando," disse Arianna.
Fui
lieto che non avesse compreso la ragione del mio smarrimento.
"Ti
sbagli," risposi laconicamente, e mi alzai per prendere le valigie dal
portabagagli.
L'aria
nella stazione era calda, era solo di nebbia estiva che già andava
dissolvendosi. Ricordando la mia precedente visita, nell'estate di qualche anno
prima, guidai Arianna verso un hostal economico dove avremmo potuto
sistemarci per un certo tempo in attesa che mia moglie rintracciasse la pista
che l'avrebbe condotta al centro dell'Universo.
*
* *
Fu
una sera a cena in un ristorante d'angolo nella piazza di Bib-Rambla, sotto la
mole impressionante della cattedrale, che Arianna, dopo avere avanzato quasi
tutto il gazpacho nel piatto, mi mostrò il palmo della mano sinistra.
"Cosa
ci vedi?" mi domandò con un filo di voce.
Mi
accorsi che era pallida. Osservai attentamente la pelle candida del palmo, la
mano piccola, la fede nuziale all'anulare. "Nulla," risposi.
Chiuse
gli occhi. "C'è un insetto che sta nascendo nel palmo," gemette d'un
fiato.
Posai
il coltello di fianco al piatto, perfettamente perpendicolare alla forchetta e
in modo che il bicchiere si trovasse nel punto in cui gli immaginari
prolungamenti delle loro linee si intersecavano.
"Un
insetto?" ripetei, attento a non cadere nel suo tranello.
"L'altro
giorno, al Generalife," spiegò cercando di mantenere ferma la mano, il
gomito appoggiato sul piano del tavolo, a fianco del mazzetto di timo e
rosmarino che un cameriere aveva gentilmente messo in un vasetto nella trincea
fra i nostri piatti; "un insetto caduto da un albero mi ha punto qua, al
centro del palmo. Deve avermi iniettato le uova nella carne: ora sento che si
schiudono e qualcosa si sta muovendo sotto la pelle."
Presi
con attenzione la sua mano tirandola verso di me. "Non c'è nulla," la
rassicurai, e per dimostrarlo posai le labbra al centro del palmo.
"No!"
esclamò, attenta a non farsi udire dai camerieri ma ritraendo di scatto la
mano. "Non farmi questo. Non potrei mai perdonarmelo."
Un
silenzio di imbarazzo calò fra noi. Osservai l'ampia parete a vetro dietro le
spalle di Arianna, dove la gente passeggiava in gran numero verso la cattedrale.
Una ragazza si fermò davanti al menu del giorno: era alta quanto Arianna ma più
magra, con capelli tagliati corti alla maschio; il suo vestito era originale, un
corpino stretto in vita da un nodo e una gonna bianco panna lunga sino a metà
polpaccio, che non lasciava vedere in trasparenza perché, notai, portava un
sottogonna con merletti. Aveva alti braccialetti di metallo e orecchini a
goccia, e le labbra girate all'insù come per un sorriso perenne. Mi compiacqui
di immaginarla una bohémienne parigina, forse grazie alla borsa di cuoio
consumato che portava in spalla, e in tasca il denaro appena sufficiente per un
pasto al giorno.
Mentre
leggeva attentamente la lista, muovendo appena gli occhi, continuai a osservarla
incurante di Arianna; allungando il collo, vidi che la ragazza oltre la vetrina
era a piedi scalzi.
"Deve
essere un segno," disse in quel momento Arianna, che non si era neppure
accorta della mia distrazione. Teneva il palmo della mano sinistra semichiuso
come per non vedere nè schiacciare qualcosa che portava nel suo interno.
"Un segno, non c'è dubbio. Mi sto avvicinando."
"Gli
insetti non lasciano uova sotto la pelle della gente," dissi tornando a
volgere la mia attenzione verso la vetrina. La ragazza vestita di bianco se
n'era andata; la cercai con lo sguardo nella sala del bar, ma evidentemente
aveva preferito proseguire per un posto meno caro.
Uova
di insetto nel palmo, nella carne della mano. Che idea orripilante. Nel suo
delirio, Arianna aveva fantasie raccapriccianti.
Mi
scoprii a ripensare agli anni dolci prima che la cortina di cenere calasse sulla
sua mente. Ci eravamo conosciuti giovanissimi, durante una vacanza in Bretagna,
quando giravo gli ostelli della gioventù e mangiavo una volta al giorno perché
non potevo permettermi pasti regolari: Arianna era in ferie con una sua amica,
si erano offerte di ospitarmi nella loro tenda quella notte per risparmiare i
soldi dell'ostello.
"Non
ho più fame" disse Arianna "ti spiace se andiamo?"
*
* *
Stavamo
scendendo dalla ripidissima Cuesta de la Alcahaba dopo una visita all'Albaicín,
il quartiere rimasto in mano agli arabi per un certo tempo dopo la caduta dell'Alhambra.
Arrivati al punto in cui, dopo una cunetta, si giunge al termine della discesa
in prossimità dell'arco Elvire che era quasi all'altezza della pensione,
Arianna rallentò il passo fino a fermarsi, lo sguardo fisso davanti a sè. Io,
che mi trovavo alcuni passi avanti, mi voltai per domandarle cosa fosse
accaduto.
Arianna indicò con un cenno del capo il termine della costa, in basso
davanti a noi. "La cenere" disse "eccola."
"E'
fitta?" domandai dopo aver seguito il suo sguardo.
Arianna
guardò per qualche secondo davanti a sè, mentre i pochi passanti che osavano
affrontare l'ascensione all'Albaicín la osservavano curiosi. "Si va
infittendo. E' scura e piena di figure."
Cacciai
fuori tutta l'aria dai polmoni, cercando di non farmi sentire da Arianna.
Pessimo segno: anche a Tripoli aveva veduto figure nella cenere, cariatidi alate
e altri animali fantastici, e mi aveva costretto a percorrere per quaranta
giorni la costa della Tunisia e della Sirte.
"E'
fitta. Fittissima," disse muovendo appena le labbra.
La
afferrai per le braccia, scuotendola con vigore. "Stai calma, non ti
succederà niente, sono qua io," le gridai in viso.
Aveva
braccia sottili e delicate; si soffiò via i capelli dal viso senza cercare di
liberarsi. "Sei tu che ti stai eccitando," disse senza alterare la
voce.
La
lasciai. Continuò a osservare il fondo della costa. "E' troppo densa e sta
salendo; ci sono già due o tre dita di cenere sul selciato. Dobbiamo tornare
su."
La
seguii docile, senza che ci affrettassimo. Ogni tanto si gettava un'occhiata
alle spalle, ma quando rientrammo dalle mura arabe dell'Albaicín si calmò.
"Sento
che siamo vicini," mi disse senza fermarsi, e non era tesa nè eccitata, ma
soprattutto non sembrava per nulla alterata. "Il centro dell'Universo deve
essere a poca distanza, forse addirittura qua a Granada. Collima perfettamente
con la mia ipotesi della spirale di città."
Perché
Granada era la sessantaquattresima località che visitavamo dall'inizio
dell'odissea mentale di Arianna, ed è veramente il centro di quella spirale che
si ottiene congiungendo con una linea immaginaria tutte le città toccate
durante gli ultimi mesi: da Roma a Torino e a Bordeaux e Siviglia, e Fes,
Tunisi, Marsiglia, Madrid, Cordoba, Tetuan, Algeri, Valencia, Málaga, sebbene
non in questo ordine.
Tripoli,
spiegò allora Arianna, era il capo opposto, l'inizio della spirale; per tale
ragione le spire di cenere erano state tanto fitte e popolate di figure.
"Ho intravisto cose terribili: bestie ungulate con cavalieri in armatura,
vergini dai vestiti nuziali macchiati di cenere, cariatidi volanti e animali
senza arti che strisciavano fra gli zoccoli. Ma tutto era confuso, in
evoluzione, avvolto nella cenere più densa."
Nella
piazzetta della chiesa di San Nicolás, da dove si ha una veduta impareggiabile
sulle mura dell'Alhambra, c'era più gente, turisti soprattutto. Arianna guardò
giù dal declivio, dove il vento autunnale le corteggiava i capelli colore rosso
scuro; aveva un collo liscio e dorato dal sole.
"C'è
vento di cenere sul fiume," disse. Il rio Darro divide la collina dell'Alhambra
da quella dell'Albaicín. Osservò con più attenzione. "Soffia da laggiù,"
precisò indicando alla nostra sinistra, "La cenere è bassa sul fiume e
spira verso il centro città."
Sedetti
sul muricciolo della piazza mentre Arianna picchiettava sulla pietra con i
polpastrelli. Cercai di pensare ad altro.
Alla
pioggia. Come sarebbe stata Granada con la pioggia? Torrenti di acqua piovana
per le coste dell'Albaicín, che irrompevano come cascate nelle vie piane dove
García Lorca amava passeggiare; le vie si trasformavano in fiumi sommergendo il
centro città, e dall'alto delle mura dell'Alhambra i turisti in impermeabile
osservavano l'acqua che saliva: i tavoli divenivano zattere, le bare barche, e
flotte incerte salpavano dalle colline verso le guglie della cattedrale, verso
il campanile di San Juan de Diós e la cupola di Nuestra Señora de las
Angustias che si intravedevano appena sulla superficie liquida increspata dalla
pioggia che continuava a precipitare.
Mi
riscossi dalla mia fantasia. Arianna era accovacciata in terra e studiava con
attenzione qualcosa tra le pietre del selciato. Mi accorsi una volta ancora di
quanto fosse bella, le braccia e il collo nudi, la canottiera di cotone; teneva
un ginocchio quasi poggiato in terra e l'altro più sollevato, così che la
gonna si tendeva fra le cosce. Non avevo mai veduto Arianna indossare un paio di
calzoni.
"Cosa
hai visto?" domandai. Aveva cura di non aprire la mano chiusa a pugno nè
sfiorare con i polpastrelli l'interno del palmo.
"Formiche,"
disse laconica.
Saltai
giù dal muretto e mi chinai con precauzione accanto a lei. C'era una lunga
striscia brulicante fra un anfratto del muretto e una macchia di gelato
rovesciato, una processione di soldati indaffarati.
"Siamo
come formiche," disse Arianna, la voce incerta per l'emozione
"Industriosi, laboriosi, intelligenti a modo nostro: ma formiche. La cenere
si compiace di osservarci dall'alto della sua saggezza millenaria, sapendo che
le sue spire ingrossano ogni secondo che passa. La cenere è tutto ciò che
l'uomo ha bruciato sul suo cammino: le foreste, le popolazioni, gli steli
d'erba, i bambini sterminati, i bisonti, gli anabattisti, la foresta amazzonica,
gli elefanti, gli ebrei, le querce, il lupo, i pellirosse, la flora di città, i
coccodrilli, i polacchi, le balene, i gitani, le foche, gli eretici."
Sentivo
ronzare il capo. Mi aveva improvvisamente riportato alla crudele dimensione
della nostra vita di ogni giorno, alla follia del vivere quotidiano, all'attesa
della Cenere.
La
presi delicatamente ma con insistenza per i polsi e si alzò, guardandomi
interrogativamente negli occhi. Stavo per rubarle un'occhiata al palmo della
mano ma riuscii a trattenermi.
“E'
meglio che torniamo alla pensione," dissi senza inflessioni di tono,
"scendendo però da dove siamo saliti."
*
* *
Fu
la pubblicazione di un articolo su El País l'avvenimento che più mi
sconcertò durante il primo mese di permanenza a Granada. La firma era di un
attendibile psichiatra, come seppi informandomi per mettere in pace la mia
coscienza. Riferiva testimonianze raccolte in diversi nosocomi del paese da
addetti ai lavori, medici e infermieri: numerosi ricoverati in reparti
psichiatrici avevano visioni di nuvole di cenere, di cenere depositata e figure
volanti. Seguiva una breve descrizione delle testimonianze dirette che mi diede
i brividi: erano quasi tutte esperienze in comune con il delirio di Arianna.
Localizzai mentalmente sulla cartina della Spagna tutti gli ospedali citati:
ogni località era sulla traiettoria della spirale.
Ripiegai
il giornale senza mostrarlo a Arianna, seduta di fronte a me e assorta nella
lettura di una rivista in italiano, quindi aprii l'agenda che avevo tenuto
durante i primi mesi del nostro pellegrinaggio andando a rileggermi questo brano
per rinfrescarmi la memoria:
"Non
sono sicuro che ciò che faccio per lei contribuisca realmente a migliorare la
sua salute o se, al contrario, non serva che a peggiorarla: tuttavia non posso
fare a meno di assecondarla perché continuo a ripetermi che la malattia mentale
non esiste, che si tratta solo di una
diversa percezione della realtà.
Quella
di "sanità mentale" è una definizione che va soggetta a innumerevoli
interpretazioni a seconda dell'angolo di chi guarda e di ciò che si propone di
ottenere dal punto di vista politico e sociale, e ciò ha causato una serie
infinita di lutti all'umanità durante i secoli."
Un
grosso coleottero cadde sul nostro tavolino dal tendone a colori vivaci del bar,
interrompendo la mia lettura. Richiusi l'agenda e la rimisi nel borsello, sempre
in attesa di riprendere un giorno a scrivere.
Gli
insetti. Osservai il palmo della mano di Arianna, fasciato da una garza leggera
per sorreggere il tampone di cotone imbevuto di alcool metilico: sperava in quel
modo di distruggere l'insetto che, diceva, le aveva lacerato la pelle e si
divincolava con l'ostinata convinzione dell'istinto per uscire alla luce.
Eravamo
seduti ad un tavolino all'aperto nella Plaza Nueva, proprio dove inizia la
collina dell'Alhambra. Da giorni interi Arianna sembrava muta, quasi l'insetto
nel palmo le stesse succhiando l'uso della parola attraverso il sistema nervoso
con i gelidi movimenti chitinosi delle sue zampe appena formate.
"Andiamo?"
mi domandò alzando gli occhi alla coppa di peltro dove la metà avanzata del
suo gelato si era trasformata in fango di latte e zucchero.
"Non
me la sento di venire," dissi senza guardarla. Oramai pretendeva che ci
recassimo un giorno sì e uno no all'Alhambra. "Vai da sola, ti
prego."
Quando
si alzò, dopo pochi minuti di silenzio e vento fresco, venne a darmi un bacio
casto sulle labbra; quindi si allontanò senza fretta nello zefiro del tardo
pomeriggio verso la Cuesta de Gomérez, dove i liutai tenevano appese fuori
dalla porta le chitarre fatte a mano e nelle vetrine dei negozi di souvenir
c'erano milioni di cofanetti di pietre intagliate e vetro colorato.
Sorseggiai
sospirando la mia birra gelata finché il vento non divenne ostinato, ma invece
di tornare a passeggiare intorno alla cattedrale o a dormire in pensione mi
ritirai oltre i cristalli limpidi della vetrina di un bar, a assaggiare tapas
di olive nere e tonno con uova sode e a bere altra birra.
La
gente si affrettava per strada, desiderosa
di sottrarsi alle insidie del vento e della polvere, a causa della siccità che
da settimane presidiava la bassa Andalusia.
Dopo
un po' non trovai di meglio che osservarmi le unghie spezzate e ascoltare i
discorsi oziosi della gente al banco, che parlava degli insetti che nell'ultima
settimana sembravano essersi moltiplicati a dismisura, refrattari
agli insetticidi.
Qualcosa
di chiaro entrò nella mia visuale; alzai gli occhi per ritrovare oltre il vetro
la ragazza vestita di bianco. Stavolta indossava scarpe di tela e corda e si
faceva ombra agli occhi per scrutare il bancone oltre il riflesso della vetrina.
Restai a osservarla, incapace di muovere un dito, finché non si allontanò;
allora pagai in fretta e mi precipitai all'esterno.
Sentii
il cuore battere accelerato, ma la scorsi subito mentre si allontanava in
direzione del fiume. Le camminai rapido dietro e per la fretta quasi travolsi
una ragazza che usciva da un portone. Stavo per chiederle scusa e continuare, ma
guardandola in viso il mio sorriso si cancellò.
"Arianna!"
esclamai, "che fai qui?"
La
ragazza rise e si strinse nelle spalle. "No entiendo" disse "¡Qué
quiere?"
Mi
allontanai di un passo, senza lasciarle la mano che avevo preso fra le mie. Le
guardai il palmo: non era fasciato. "Arianna..." ripetei incerto. Indossava una maglia che non avevo mai visto e un
paio di calzoni leggeri a righe, cosa che lei non avrebbe mai fatto.
Non
era Arianna. Feci il gesto di sfiorarle i lineamenti con le dita; non si
ritrasse ma cancellò il sorriso e rimase a guardarmi come sfidandomi a tentare
il gesto.
Non
era Arianna.
Le
domandai scusa, si strinse nelle spalle e si voltò verso la piazza.
Dovevo
fermarla. Con un paio di balzi le piombai davanti e le ripresi le braccia,
osservandola ancora incredulo: gli stessi capelli con riflessi di rame, i
medesimi occhi verde incerto, i polsi sottili, le spalle strette.
"Mi
scusi, ma lei assomiglia moltissimo a..." lasciai in sospeso la frase;
volevo vedere cosa rispondeva: Arianna non parlava che poche parole di spagnolo.
"¿A
quién?” domandò la ragazza, forse interessata e forse no.
"A
mia moglie" decisi di risponderle.
Mi
esaminò attentamente, forse per capire se fossi solo un pappagallo, e io mi
trattenni dal tremare. Poi sollevò con le mani tiepide la mia sinistra.
"E' un anello nuziale?" domandò.
Arianna
non poteva conoscere quei termini in spagnolo. Mi sfilai la fede e gliela porsi.
"Arianna,"
lesse, "mi piace. Dov'è sua moglie?"
Feci
un gesto con il capo. "All'Alhambra."
Mi
restituì l'anello. "Dunque?" disse.
Mi
guardai intorno, da una parte e dall'altra. Avevo scordato la ragazza vestita di
bianco. Il vento soffiava pungente, non c'era quasi più nessuno in giro.
"Venga," le dissi, "venga con me al bar, devo parlarle."
Stava
per seguirmi, ma guardò l'orologio: "Mi spiace, ho un appuntamento."
Mi
morsi le labbra. Ancora un attimo e mi sarei messo a tremare.
"L'accompagno?"
Chinò
appena la testa sul collo per studiarmi. "Cosa cerca?" mi disse.
"Lei
è identica a mia moglie. Identica."
Si
strinse nelle spalle. "Mi accompagni pure," disse.
Mi
guidò sino a una casa dalle parti dell'Università, una zona pulita e ordinata
nelle vie principali ma decadente nei vicoli, e parlammo strada facendo. La
convinsi che non ero un turista in cerca di avventure.
Si
chiamava Fernanda e frequentava l'ultimo anno di università. Mi raccontò altri
particolari che non ricordo con precisione.
Si
fermò davanti a un portone aperto che dava su un vecchio cortile. "Io sono
arrivata," disse.
Annuii.
C'era un vecchio manifesto elettorale affisso sul battente del portone.
"Posso aspettarti?"
Ci
pensò su. Era bella, bella come Arianna: sentivo qualcosa nelle viscere.
"E tua moglie?"
"Rimane
sempre per ore intere all'Alhambra."
"Non
so," guardò l'orologio; "avrò da fare per un paio di ore." Mi
salutò e scomparve nel cortile.
Mi
ficcai le mani in tasca e osservai il manifesto. Era una riproduzione del famoso
dipinto del Goya, Le fucilazioni del 3 maggio: sulla sinistra, i
partigiani madrileni trucidati nelle carceri dall'esercito di Gioacchino Murat
erano identici all'originale, l'uomo con la camicia bianca e i riversi sul
terreno e il sangue; ma sulla destra al posto dei pastrani francesi gli uomini
del plotone d'esecuzione indossavano divise da marines americani ed erano
comandati da un ufficiale della Guardia Civil di franchista memoria. "¡Fascismo
no!" diceva il manifesto "Vota UCE Unificiación Comunista de
España" e seguiva una lista di candidati. Al non posto lessi il suo
nome, Maria Fernanda Milagros Medina.
*
* *
Finalmente
giunse la pioggia. Cominciò a scendere sottile sottile e lungamente attesa un
giovedì mattina, e continuò senza interruzione sino al pomeriggio della
domenica. Il venerdì era un diluvio che spazzava via il sudiciume accumulato
dall'inizio della siccità e tutti i veicoli di malattie contagiose.
Non
avevamo ombrello nè eravamo soliti usarlo. Arianna si compiacque di camminare
per buona parte della giornata per le vie dove le automobili schizzavano onde da
motoscafo e le persone si muovevano di portone in portone sotto l'intimidazione
degli scarichi di grondaia. Il sabato mattina Arianna uscì veramente di
buon'ora; la sera precedente si era fatta una doccia calda di parecchi minuti,
tanto che entrando per caso nel bagno l'avevo trovato immerso in vapori quasi di
nebbia.
Rimasi
nel letto a leggere per oltre un'ora, pensando a Fernanda invece di concentrarmi
nella lettura. Riandai con la memoria alle volte che ci eravamo visti da quel
nostro primo, inverosimile incontro nella Plaza Nueva; Arianna passava sempre più
tempo nell'Alhambra, la sua capacità di concentrazione mentale svaniva ogni
giorno di più. Con lei ci si vedeva solo la notte e al ristorante, la sera;
talvolta neppure allora.
Di
notte passava ore e ore curva su una piantina di Granada; sotto la luce gialla
di una lampada da tavolo tracciava vistosi segni con un pennarello rosso: linee,
diagrammi, simboli indecifrabili. Io, disteso sul letto, fingevo di dormire nel
calore stagnante della camera appena smosso da un antiquato ventilatore da
soffitto, struggendomi dal desiderio di dirle che ero sveglio, che le volevo
bene e che l'avrei aiutata, oppure immaginando di alzarmi in punta di piedi e
scivolare fuori dalla finestra per correre sotto casa di Fernanda, tanto Arianna
con gli occhi gonfi di sonno e luce artificiale non se ne sarebbe accorta.
Invece
restavo sdraiato sugli umori dell'indecisione, distrutto dal sapore amaro delle
mie rinunce e dalle spine dei desideri di sempre e di nuovi desideri.
Cercai
di ricordarmi a causa di quale impegno Fernanda non potesse uscire quel giorno,
quindi mi commossi al pensiero di Arianna sola sotto la pioggia. Ripensai al suo
assurdo incidente, che io sapevo essere premeditato: il giorno precedente si era
bruciata il palmo della mano sinistra con un ferro da stiro, alla pensione, ma
quando la accusai di averlo fatto apposta si intimorì e negò.
"Non
è vero" disse scuotendo la testa e stringendo le labbra per non sentire il
dolore nel palmo della mano stretta a pugno. Le aprii le dita e vidi l'impronta
rossa del ferro proprio dove due settimane prima diceva di sentire l'insetto.
Mi
accorsi di non ricordare nulla delle ultime pagine lette. Continuavo a pensare
ad Arianna, alla foglia di pelle bruciata e callosa al centro della sua mano. Mi
vestii leggero poiché le scarpe impermeabili erano ancora fradice e uscii
dirigendomi verso il centro, fermandomi solo per fare colazione lungo la strada.
Provai
a immaginare dove potesse essere Arianna dai pochi accenni sulle sue ricerche
che mi faceva. In un modo o nell'altro, mi dissi, avrei dovuto uscire da quella
situazione. Forse tornando in Italia si sarebbe risolta ogni cosa; tranne
Fernanda, naturalmente.
La
pioggia era più dolce e più tiepida del giorno precedente; mi diressi verso la
Casa de los Tiros perché sulla piantina di Arianna era marcata con un vistoso
punto interrogativo.
I
cornicioni riparavano a malapena e dovevo balzare in un portone aperto al
passaggio di ogni automobile per evitare di ritrovarmi fradicio. Giunsi alla mia
meta che già i capelli mi portavano acqua negli occhi; mi riparai rabbrividendo
sotto il portico, nel silenzio rotto solo dallo scrosciare ininterrotto. Mi
ravviai i capelli muovendo alcuni passi; ero sudato per l'affanno. Sembrava non
vi fosse anima viva nella corte, ma battendo i piedi mi aggirai sotto
l'ombra dei portici.
Arianna
era là, bagnata come un cucciolo, seduta sul basamento di una colonna; aveva i
capelli incollati alle guance e al collo, che solo allora cominciavano ad
asciugarsi alla corrente d'aria. Teneva le gambe accavallate per reggere un
blocco da disegno comprato a Perpignano; in terra, accanto ai suoi piedi, era
posata la busta di politene trasparente che aveva contenuto i fogli.
Stava
disegnando con un carboncino, tutta presa da quella sua occupazione. I miei
passi risuonarono umidi e attutiti, ma Arianna non prestò attenzione. Muoveva
con furore la mano sul foglio e il movimento si trasmetteva a tutta la spalla.
Mi
avvicinai da dietro, in silenzio, ma penso che non mi avrebbe udito ugualmente.
Gettai uno sguardo di sopra la sua spalla per confrontare il disegno con
l'originale.
Per
Arianna, il cortile della Casa de los Tiros era immerso nella cenere: là dove
io vedevo solo pioggia, Arianna aveva disegnato una caligine spessa che toglieva
luce e celava nel vago le colonne dei portici. Ma in mezzo alla corte, questo mi
sconcertò, c'era una figura semiumana, ancora appena abbozzata sul foglio: una
sorta di leprecano con una mantella gettata sulla spalla e una mano sollevata a
distendere tre dita allargate, con il dorso in su nella pioggia che cadeva nel
cortile come in un imbuto.
La
figura si distingueva nettamente nella
cenere, che era fitta solo ai lati della corte, per terra. "Arianna...”
le posai una mano sulla spalla e si scosse, guardandomi come senza riconoscermi.
Lasciò cedere il disegno in terra e si alzò abbracciandomi.
"Aiutami,
ho paura," disse, "in questa città c'è la risposta alle mie
ricerche: il centro dell'Universo è a Granada."
Non
riuscii a trattenermi dallo stringerla tra le braccia; lei forse pensò che
fosse passione, ma si trattava piuttosto di compassione. Provai il piacere
abituale nel sentire il suo seno contro di me, malgrado un attimo prima,
osservando l'orrore del suo disegno, avessi compreso come la sua carica
visionaria fosse oramai a uno stato di quasi delirio.
Mi
affondava il viso nella spalla; le sciolsi con le dita i capelli incollati, le
tastai i fianchi nudi sotto l'armatura di cotone azzurro della maglia. Volevo
dirle qualcosa per consolarla, ma si scostò. Raccolse da terra il blocco da
disegno.
"Vedi,"
disse con fervore quasi febbricitante, "sono tutti schizzi che ho fatto in
questi giorni, da poco prima che la pioggia cominciasse a cadere". Così
dicendo mi mostrò una serie di disegni a carboncino eseguiti in diversi punti
della città. Riconobbi, sotto il velo cinereo della nebbia, le mura arabe, il
palazzo arcivescovile, il cortile del Generalife e parecchi scorci dell'Alhambra.
Non
avevo ancora finito di guardare i disegni che Arianna mi spiegò sotto gli occhi
la piantina di Granada su cui lavorava da settimane, piena di appunti.
"Guarda," spiegò "queste linee sono vettori di forza. La cenere
si muove seguendo una direttrice ben precisa, anche se prima d'ora non me ne ero
accorta. Ho cercato di assegnare valori di forza al vento per stabilire il luogo
da cui ha origine. Cosa ne deduci?"
Seguii
con il dito le sedici indicazioni che Arianna aveva tracciato sulla carta, le
freccette con i trattini dell'intensità. Le ripercorsi a ritroso e cercando il
punto in cui si congiungevano idealmente trovai l'Alhambra. "Cosa
significa?" domandai.
"Il
movimento delle nebbie è determinato dal vento," rispose con gli occhi
lucidi, scandendo con precisione ogni sillaba come se si trattasse di una verità
preziosa, come se le sue labbra avessero il privilegio di rivelarmi la natura
del mondo. "Se avessi eseguito rilevamenti in tutte le città dove la
cenere mi è apparsa, saremmo giunti a Granada molto prima. Ciò che conta
comunque è che ora siamo qui. Il vento soffia dall'Alhambra, l'Alhambra è il
centro dell'Universo."
Rimasi
agghiacciato, senza osare contraddirla. La sua ricerca, dunque, sembrava giunta
a termine, arrivando a sconvolgere la routine della nostra vita negli ultimi
diciotto mesi. Su quale binario si sarebbe assestata da allora in poi?
"Non
mi sembri convinto," continuò aggrappandomisi al collo.
"Il
timoniere sei tu," le risposi.
Era
eccitata. La aiutai a raccogliere le sue cose e uscimmo nella pioggia diradata.
Sino all'ora di pranzo mi illustrò la sua teoria mentre io cercavo di
assecondarla, ma chiedeva solo di essere ascoltata. Dopo pranzo tornammo in
camera e, per la prima volta da settimane e per l'ultima volta nella nostra
vita, facemmo l'amore.
*
* *
"Come
ultima sua testimonianza, l'estate andalusa ci ha regalato una disgustosa
proliferazione di insetti, che trovi ovunque in città: nelle crepe del
selciato, sotto i materassi, a nugoli nell'aria, persino nei cibi: le presenze
nei ristoranti sono calate di molto da quando neppure le trappole elettriche
riescono a sfoltire le nubi di moscerini che si posano ovunque. I più
disgustosi sono i coleotteri, alcuni lunghi un dito.
Arianna
passa tutta le giornata all'Alhambra con fogli da disegno e carboncino: ha
riempito la nostra camera di pacchi di schizzi con vedute dei cortili, delle
fontane, delle mura. Sembra che oramai veda la nebbia in continuazione:
sinceramente, non so più che fare."
Posai
la penna sulle pagine aperte dell'agenda dove avevo ripreso a tenere il mio
diario. Scacciai con la punta del dito una mosca fastidiosa che continuava a
corteggiare il mio succo d'arancia. Fernanda era alla finestra per osservare il
viavai di gente nella Plaza Nueva verso l'Alhambra.
Mi
pareva di sentire all'interno del cranio il ronzio continuo delle mosche;
l'umidità sembrava stillare da ogni molecola d'aria in quell'afoso inizio
ottobre.
Passai
lo sguardo sulle coste dei libri ingialliti dal sole, sulla libreria stretta e
alta inchiodata alla finestra. Fernanda batteva con metodica monotonia un'unghia
sul vetro, senza voltarsi verso di me; cambiai posizione sulla sedia perché le
gambe cominciavano a dolermi.
"Hai
qualcosa che non va" constatò senza guardarmi.
Sbuffai:
"Cosa pretendi da me? Ci conosciamo da oltre un mese e nessuno dei due ha
fatto voto di castità."
"Tu
hai un altro voto," replicò guardando in direzione dell'Alhambra, dove
Arianna si trovava dal mattino.
Sentii
una fitta dietro l'occhio destro e non cercai neppure di cacciare la mosca che
si arrampicava sul vetro del bicchiere. "Pensavo che avessi una mente più
aperta. Per essere una militante di sinistra, assomigli pericolosamente a una
bigotta osservante."
Sospirò.
"E' questione di punti di vista."
Mi
grattai nervosamente un gomito; mi era parso di sentire la puntura di un
moscerino. "Non scaricare su di me le tue nevrosi politiche."
Fernanda
aprì la finestra per far uscire una vespa grossa come una noce, poi venne verso
di me. "Non devi volermene a male. Io temo che in me tu stia cercando la
moglie che perdi."
Avrei
voluto picchiare il pugno sul tavolo per fare sobbalzare il bicchiere e il
vasetto vuoto, urlando che lei apparteneva a me e che non cercasse di piantarmi,
per poi prenderla con la forza sul tappeto di cotone impolverato, gridandole che
era quello che voleva; invece contai le bozze nel bordo di legno fra un angolo e
l'altro del tavolo, senza alzare lo sguardo perché mi sentivo avvampare il
collo e le guance.
"Cosa
dovrei fare, secondo te?" sillabai "Lasciarla? E' malata, ho delle
responsabilità verso di lei."
Scosse
la testa, camminando su e giù dalla finestra alla porta. La sua compagna di
appartamento era fuori città. "Mi spiace," sussurrò,
"sinceramente, mi spiace per te; ma non posso fare a meno di pensare a tua
moglie, laggiù," e indicò con un cenno la finestra, l'Alhambra soleggiata
oltre le porte dei liutai lungo la Cuesta de Gomérez, "alla sua
solitudine."
Rovesciai
piano il succo d'arancia oltre l'orlo del bicchiere in un filo continuo,
trasformandolo in uno stagno traslucido con piccole isole di polpa sul piano del
tavolo. Le mosche si affrettarono ad accorrere da tutta la stanza.
"Cosa
vorresti che facessi?" ripetei, acerbo. Se solo l'avessi guardata il
desiderio di lei mi avrebbe aggredito di nuovo. Sentii sotto le dita la pelle
liscia di Arianna, come la sera di pochi giorni prima nella camera di pensione,
la curva cedevole delle sue spalle, la carne tenera sotto le mie mani. Mi passai
una mano fra i capelli perché sentivo il calore a ondate.
"Non
so," rispose Fernanda, "scendiamo insieme ad aspettare tua moglie, poi
vedremo."
Attendemmo
per il resto del pomeriggio nella Plaza Nueva, discorrendo come semplici
conoscenti. Verso sera, quando la maggior parte dei turisti era defluita dalla
collina dell'Alhambra, distinsi Arianna dal passo morbido e distaccato mentre
scendeva la costa.
Fernanda,
che in quel momento mi teneva casualmente per un braccio, se ne accorse dal mio
irrigidimento. "Dobbiamo..." incominciò a dire, ma a mano a mano che
distingueva i lineamenti di Arianna che si avvicinava, impallidì. Mi trascinò
dietro l'angolo.
"No!"
esclamò piano quando feci il gesto di avvicinarmi ad Arianna in mezzo alla
folla; le tremavano le labbra. Sentivo di averla in mio potere.
"Devo
andare," dissi.
"Non
dirle di me," esclamò senza riflettere. Sino a quel momento, lo capivo,
non mi aveva creduto quando le dicevo che erano identiche.
"Devo
andare," ripetei voltandomi verso Arianna e i passanti che scendevano dalla
costa.
"Aspetta!"
mi richiamò Fernanda.
"Quando
ci rivedremo?" domandai senza tornare indietro.
"Questa
notte a casa mia," disse.
Arianna
quasi inciampò in me. "Ah, sei qui," disse piacevolmente stupita. Di
impulso la abbracciai e baciai, e quando sollevai il capo sulla sua spalla
Fernanda si stava allontanando lungo il muro.
*
* *
Risalii
di corsa la Cuesta de Gomérez, il fazzoletto bagnato premuto sulla bocca e sul
naso e facendomi scudo agli occhi con le dita della mano. Le spire di cenere
erano dense e pestilenziali, una caligine grigia impalpabile che ammorbava
l'aria; in terra, la polvere bruciata arrivava alla caviglia e scoppiava in
nuvolette grigie a ogni passo.
Mi
sentii chiamare e mi arrestai. Dietro di me, addossata al muro e piegata in due
dai colpi di tosse, Fernanda agitava una mano; subito dopo un banco di cenere la
coprì alla mia vista.
Tornai
indietro di qualche passo, la presi sotto le spalle per sorreggerla. Aveva gli
occhi pieni di lacrime sudice e cerchiati di nerofumo come la fronte, le guance,
il collo. "Aspetta qui," le dissi, "non puoi venire."
Tentò
di rispondermi, ma l'accesso era troppo violento. La aiutai a sedersi sul
gradino di marmo consumato di una bottega, e per lo sfinimento lasciò cadere il
lenzuolo che teneva stretto al seno e al ventre come solo vestito, poiché la
cenere ci aveva accolti al risveglio quel mattino che ancora dormivamo nel suo
letto.
Sullo
stipite della porta della bottega correva nei due sensi un fiume di formiche. Mi
inginocchiai accanto a Fernanda, scostandole dalla fronte i capelli imbrattati
di sudore e cenere e tergendole le labbra con il dorso della mano.
"La
cenere..." disse solo, con voce soffocata.
"Aspettami
qui" ripetei, senza essere molto convinto di ritrovarla al mio ritorno, se
mai fossi tornato.
La
cenere scendeva a ondate dalle coste sulla collina dell'Alhambra, spazzando le
vie della città vecchia. Arianna, ero sicuro, si trovava nella cittadella
araba, e io dovevo raggiungerla.
Fernanda
si accasciò piangendo contro il portone, alzando le braccia a difesa del corpo
nudo velato di nerofumo in macchie. La ascoltai singhiozzare a occhi chiusi per
un attimo, quindi ripresi la salita tenendomi a ridosso delle case dove la
caligine sembrava più rada. Con la coda dell'occhio mi pareva di scorgere grevi
movimenti nell'atmosfera, come se goffi uccelli giganti volassero rasoterra: ma
appena mi voltavo per scorgere meglio la cenere mi riempiva gli occhi.
Alla
porta d'entrata del parco trovai due uomini riversi nel loro stesso vomito, uno
dei quali respirava pesantemente a bocca chiusa come contendendo l'ossigeno
filtrato alla bruma grigia.
Continuai
a salire il viale alberato tossendo, inciampando, rialzandomi, il fazzoletto
premuto sulla bocca attraverso la cenere che sembrava dover seppellire il mondo.
Pallottole di insetti che cadevano dall'alto, forse portati dal vento di cenere,
mi colpivano ogni pochi passi alle spalle, al capo, al viso e io procedevo
scostandoli con ribrezzo.
Oltrepassai
la porta della cittadella araba e di fronte al palazzo di Carlo V trovai la
prima traccia della presenza di Arianna: per terra fra gli alberi d'alto fusto e
le blatte disorientate c'era il suo cardigan di lana blu acquistato a Trieste;
lo distinsi come per miracolo in un momentaneo diradarsi della nebbia:
lasciandolo ricadere corsi verso il palazzo reale, come presagendo che Arianna
non potesse trovarsi che nel palazzo arabo.
Doveva
essere uscita di casa quella mattina presto, quando ancora l'aria era frizzante,
prima che la cenere si rivelasse al mondo; cercai di chiamare il suo nome ma la
cenere mi soffocò e mi piegai in due tossendo. Mossi un passo ma incespicai, e
cadendo mi ferii un ginocchio; in terra, accanto alla mia mano, c'erano
lentiggini di cavallette saltellanti.
La
cenere usciva a fiumi dal palazzo dei re di Granada, muovendo mulinelli scuri
sul selciato; chiudendo gli occhi per evitare di restare accecato, mi ritrovai
nel Patio de los Arrayanes. Proseguii bocconi, tastando il pavimento per non
cadere nella lamina d'acqua che in quel momento non poteva più riflettere le
bifore della Torre de Comares. Allungando una mano, invece di toccare l'acqua
trovai un indumento, e portandomelo al viso riconobbi l'ampia gonna di seta di
Arianna.
Non
capivo da dove provenisse il flusso di caligine, tanto era denso nell'Alhambra,
ma mi diressi d'istinto verso il Patio de los Leones, sbattendo più volte
contro il muro e sempre bersagliato da pallottole chitinose che sentivo muoversi
nei capelli e scricchiolare sotto le suole. Barcollando, inciampai in uno dei
canaletti d'acqua e lo trovai pieno di cenere impastata e umida, percorso da
numerosi coleotteri neri. Le statue basse erano semisepolte, le colonne
indistinguibili; sotto i portici l'aria era più respirabile, ma cominciavo a
sentirmi stremato. Tastandomi il viso lo trovai grasso di cenere. Sentivo il
bisogno di piangere per liberare gli occhi, ma non mi fu possibile. Procedetti
in ginocchio, tastando, trascinandomi sui gomiti verso una direzione qualsiasi e
finalmente uscii nei giardini.
Trascinandomi
di lato appoggiai la schiena al muro, accorgendomi che il flusso fuoriusciva
dalla porta che avevo appena superato, spandendosi nei giardini e giù dalla
collina verso la città. Mi cacciai due dita in bocca per disincrostare le
gengive e la lingua dalla pasta di cenere, poi mi abbandonai esausto, sentendo
il sangue della ferita al ginocchio inumidirmi i calzoni infilati in fretta e
furia prima di uscire dalla casa di Fernanda, e le mosche che ronzavano sul
sangue.
*
* *
Riaprii
gli occhi su un mondo lunare. C'era silenzio assoluto, e distese di forme
pallide intorno a me. Grattai via la cenere dagli occhi e mi scossi, sollevando
una nuvola impalpabile.
Finalmente
riuscii a sollevarmi in piedi, e tirandomi indietro i capelli mi accorsi che era
notte.
La
luna era piena, tonda e bianca come un soldo di argento. I giardini
dell'Alhambra erano sepolti da uno strato di polvere depositata alta più di
trenta centimetri, dove le lentiggini ripugnanti di migliaia di insetti
formicolavano. Mi mossi incerto su quel tappeto leggero, imbiancato dalla luce
della luna; c'era un silenzio di morte.
Ancora
non potevo sapere, naturalmente, del resto del mondo. Non sapevo che la cenere a
quell'ora aveva già ricoperto con uno strato di venti centimetri l'intera
Europa occidentale e l'Africa settentrionale, muovendosi in banchi di nuvole
grasse lungo la traiettoria della spirale di città individuata da Arianna; non
sapevo che minacciosi nembocumuli stavano attraversando l'Atlantico, che già la
cenere cadeva su Mosca e sul Cairo e su Reykjavik, che i trasporti erano
bloccati e i raccolti sepolti, le acque intorbidite e le industrie bloccate; non
sapevo che la cenere stava annientando la civiltà industriale sotto una coltre
cedevole che aveva il medesimo odore dell'annichilimento. Perché Arianna quel
giorno all'Albaicín, curva sul formicaio, l'aveva rivelato: la cenere è il
residuo di tutto ciò che l'uomo ha distrutto lungo la sua storia.
Mi
voltai intorno, stordito. C'erano parecchie impronte sulla cenere che mi misero
i brividi: piedi palmati, zoccoli, zampe a quattro dita, scarpe chiodate, piedi
scalzi; questi ultimi dalle mura dirigevano verso il palazzo reale.
Seguii
le impronte scuotendomi, grattandomi con le mani la caligine sul torso nudo.
L'Alhambra sembrava il paesaggio di un pianeta alieno, bianco di cenere e luna.
Ben presto, tutta la Terra avrebbe preso quell'aspetto: non appena la cenere, la
tangibile memoria del passato umano, avesse percorso tutti cieli del pianeta per depositarsi ovunque a devastare i raccolti,
oscurare il sole, ostruire i macchinari, mandare in cortocircuito gli impianti
elettrici, devastare i polmoni e intorbidire i serbatoi d'acqua.
Nel
Patio de los Arrayanes trovai Arianna. Mi dava di spalle, completamente nuda, in
piedi a capo chino sull'acqua torbida della lamina ricoperta da uno strato di
polvere vellutata; la sua pelle era bianca e liscia perché priva di cenere,
come se la nube l'avesse evitata per tutte le lunghe ore che si era trovata
nell'epicentro della tempesta, o forse la luna l'aveva lavata con l'energia
corpuscolare dei suoi raggi. Si teneva le mani in grembo e osservava la cenere
sull'acqua; sembrava posare i piedi con attenzione sulla caligine per evitare di
imprimere troppo a fondo la testimonianza della propria presenza.
Era
al centro dell'Universo. Le giunsi alle spalle e stavo per posare le mani sulla
sua pelle bianca quando mi avvidi del sudiciume che le incrostava. Se la tocco,
pensai, rimarrà macchiata, macchiata per sempre. Rimasi con le palme sospese
sulle sue spalle per lunghi minuti, ma Arianna non alzò il capo. La curva dei
suoi fianchi era accattivante sotto il vento di luna dell'Alhambra; sfiorandola
l'avrei macchiata, piegandola a giacere l'avrei coricata sulla cenere,
prendendola accanto all'acqua morta fra gli insetti brulicanti le avrei violato
le viscere con la contaminazione sottile della mia caligine.
Perciò
abbassai le mani, mi ritrassi di un passo, girai intorno al bordo rettangolare
della lamina d'acqua. Arianna rimase immobile, le braccia in grembo, le gambe
leggermente scostate, i capelli che nascondevano alla mia vista il suo viso
chino. Solo a quel punto, voltandomi, mi accorsi delle figure immobili
nell'ombra della Torre de Comares, e impietrii: là, nell'oscurità composta e
discreta dell'atrio, non toccati dai raggi di luna, stavano gli incubi di
Arianna: un'aquila incerta dal volto di polena scuoteva le ali nel silenzio più
assoluto, smuovendo mulinelli di cenere intorno alle zampe ungulate di bestie
metà uomo e metà pipistrello, e arpie dal corpo ricoperto da bandiere
insanguinate, pterodattili in uniforme da generalissimo, grossi felini deformi;
e al centro di questa fauna da bestiario medioevale, seminascosto nella penombra
c’era il Re degli insetti, il Signore della cenere, l'emblema di tutto ciò
che l'umanità annienta perché odia: un immane, osceno insetto obeso colore del
fumo, con zampe sottili e lente, occhi composti e antenne e chele acuminate e
lunghe ali cornee da mantide, un rostro insanguinato che triturava cibo e una
grossa ferita purulenta al centro del ventre, un grumo di sangue e scaglie
chitinose procurato forse per ribrezzo.
Con
essi eravamo destinati a vivere da quel momento in poi a perenne, tangibile
memoria delle immensità inferte: con essi e con l'eterno, immancabile,
persistente sentore di bruciato ad accusarci. Arretrai, ritornando all'esterno
del palazzo e poi fuori dalle mura di corsa, sollevando scie di polvere ed
esseri volanti nel silenzio ovattato della luna e della cenere, oltre il parco,
giù dalla Cuesta de Gomérez per vedere se Fernanda era stata soffocata dalla
cenere o se tossiva appoggiata al portone dove l'avevo lasciata, cacciando le
formiche con le palme delle mani.
Franco
Ricciardiello
Scritto
tra giugno e luglio 1987
Pubblicazioni:
1.
"Baliset" n. 3, Torre d'Isola (PV) 1993
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