FRANCO
RICCIARDIELLO
Visioni
di Immanuel
La
notte in cui l'Olp diede l'assalto al porto d'attracco, Mahmud giacque con Maria
nelle stanze che la donna divideva con il figlio. Sdraiati nella cuccetta
disfatta, gli occhi fissi al soffitto, i due amanti prestarono orecchio alle
vibrazioni dei soprammobili; i cannoni siriani stavano crivellando il terreno
intorno al porto.
"E
se le esplosioni sfondassero le pareti esterne?" domandò all'improvviso
Maria; "l'aria uscirebbe nello spazio e moriremmo tutti; potrebbero persino
colpire il Sole."
Mahmud,
accarezzandole le sopracciglia, rispose: "Per sfondare le pareti dovrebbero
bombardare centinaia di volte lo stesso punto. Li distruggeremo prima. In quanto
al Sole, non è così facile da bersagliare; lo teniamo acceso al massimo, la
luce negli occhi dei puntatori ai pezzi impedisce di prendere la mira."
Maria
si voltò verso il comodino, un semplice prolungamento in plastica della
spalliera del letto, che a sua volta formava un pezzo solo con la parete.
L'appartamento sotterraneo di Maria era uguale alle centinaia d'altri al di
sotto della superficie interna.
L'illuminazione
artificiale in quel momento era spenta: dal lucernario al centro del soffitto
pioveva però una luminosità azzurrata, discreta, che non era naturale, bensì
luce del Sole filtrata dal vetro bluastro per simulare un effetto notturno.
E
sembrava realmente notte nell'appartamento sepolto: le dita silenziose della
luce disegnavano il piano dei comodini, la forma ondulata delle lenzuola, i
vestiti appoggiati alle sedie, le pareti lisce e opache.
"Sono
le tre" disse Maria, "ci rimane poco tempo."
Mahmud
non si voltò a seguire con lo sguardo o con le dita il profilo della spina
dorsale al centro della schiena nuda della donna; guardò invece il fucile
appeso al muro, ai piedi del letto. Quella notte in tutta Gerusalemme celeste
qualsiasi oggetto doveva essere in qualche modo fissato alle pareti, o ai mobili,
ai soffitti, ai pavimenti. La maggior parte dei palestinesi era al corrente
dell'assalto al porto. Ogni uomo della riserva in quel momento probabilmente
osservava il fucile alla parete e pensava alla battaglia in corso.
"Sono
contento che non sia anche tu nella riserva," disse Mahmud.
Maria
non rispose subito: Si alzò e camminò silenziosamente fino alla scrivania, a
piedi nudi nell'oscurità soffice della camera da letto; premette l'interruttore
del lucernario e restò a guardare il soffittò finché la lastra di vetro di un
metro di lato tornò completamente trasparente. Quando la luce fortissima del
Sole inondò la stanza, Mahmud si schermò gli occhi con la mano.
"Una
cannonata potrebbe arrivare fin qui," disse senza convinzione.
"Non
adesso. Dopo, forse: quando i siriani cominceranno a sentirsi l'acqua alla gola
e le loro navi dovranno lasciare l'attracco e fuggire."
Mahmud
sorrise compiaciuto: "Saresti un vero soldato, Maria."
La
donna non rispose; uscì invece dalla stanza. Dopo alcuni minuti l'uomo la seguì.
A Gerusalemme celeste era assolutamente vietato fumare a causa del procedimento
di riciclo dell'aria; Mahmud aveva molto sofferto nei primi tempi per questa
privazione.
Maria
era ferma sulla soglia della stanza del figlio, Yussef. Mahmud le si affiancò,
passandole un braccio intorno alle anche. Yussef dormiva, ma Mahmud se ne
accorse solo perchè il bambino teneva gli occhi chiusi. Ciò che Yussef faceva
da sveglio era per l'amante della madre un costante mistero.
"Può
sentire le vibrazioni?" domandò.
Maria
riservava sempre al figlio un'espressione indecifrabile, né tenerezza né
compassione. "Il letto è molleggiato" rispose; "se Yussef si
trovasse in piedi sul pavimento forse le sentirebbe."
Restarono
in silenzio per qualche minuto. Passando le mani sui fianchi della donna, Mahmud
osservava il bambino sotto le coperte. Viveva nelle stanze di Maria da due
settimane e ancora non si era abituato alla presenza discreta di Yussef.
Benché
non potesse onestamente dire che il bambino era un peso fra lui e Maria, e benché
i suoi rapporti con Yussef in quei pochi giorni in cui aveva dormito nel letto
della donna fossero rimasti circoscritti a qualche minuto durante i
pasti, Mahmud si disse che vivere da madre con un vegetale come il figlio
di Maria doveva per forza di cose dare diritto a un posto in paradiso.
Maria
comprese che l'uomo pensava al ragazzo e gli disse: "Sembra che viva in un
mondo tutto suo, vero? Non ti dà a volte l'impressione di curarsi non tanto di
ciò che accade intorno a lui, quanto di qualcos'altro che noi non possiamo
vedere? Ho anche una mia teoria, sai? Quando studiavo a Parigi filosofia
occidentale lessi la "Critica della ragion pura". Credo che Yussef sia
la dimostrazione che Immanuel Kant aveva ragione in una parte della sua teoria
sul tempo e lo spazio."
Mahmud
si staccò dalla donna, arretrando di un passo. "Non ho presente il libro
di cui mi parli" replicò a voce bassa, senza pensare che Yussef non
avrebbe comunque potuto udire; "Non ho studiato all'estero come te."
"Vedrò
di riassumerti la teoria" continuò Maria a voce alta, ma tornando di
qualche passo verso la cucina. "So che sei in grado di comprenderla, perché
pure tu hai studiato filosofia a Bir Zeit. Gli oggetti della percezione sono
dovuti sia a cause esterne sia al nostro apparato percettivo. Quando tu vedi
questi due bicchieri di fronte a noi, cosa accade? Le onde fisiche della luce
provenienti dall'oggetto attraversano lo spazio sino al tuo occhio e il cervello
percepisce e registra l'esistenza di due oggetti di plastica. Secondo Kant, la
tua percezione consiste di due parti: quella dovuta all'oggetto (il bicchiere,
che è una cosa-in-sè) e quella dovuta al tuo apparato soggettivo, che ordina
la sensazione secondo rapporti già esistenti nella tua mente. E' anche grazie a
questa parte soggettiva del fenomeno che riesci a riconoscere i bicchieri.
Questa "forma" ogni essere umano la porta con sé e non è un fenomeno
dipendente dall'esperienza. Secondo Kant esistono due sole "forme"
pure, vale a dire due intuizioni pure: il Tempo e lo Spazio."
In
quel momento il Sole si spense; quasi contemporaneamente le vibrazioni dei
soprammobili si intensificarono. Mahmud e Maria tornarono di corsa alla camera
da letto della donna e restarono a naso in su a osservare attraverso il quadrato
del lucernario l'alta barra orizzontale dell'enorme lampada che attraversava
l'asse del cilindro di Gerusalemme celeste.
Il
Sole si stava spegnendo. Poco più di un chilometro sopra il punto da cui essi
osservavano, il tubo di resina era ridotto a una striscia vermiglia che andava
raffreddandosi.
"Cosa
stai facendo?" domandò Mahmud. La donna si accorse quasi con sgomento di
essersi sfiorata il seno e la fronte con le dita nel segno della croce, in un
riflesso della sua educazione cristiana. Del milione di palestinesi che
abitavano Gerusalemme celeste, solo una piccola percentuale era di religione
cattolica. Maria si era convertita all'Islam solo in età adulta.
"Hanno
colpito il Sole?" domandò Maria.
"No,
altrimenti sarebbe esploso e in questo momento invaderebbe l'atmosfera di gas.
Forse sono stati i nostri a spegnerlo. L'unico pericolo è che per qualche
secondo il tubo incandescente rimane visibile e al contempo non abbaglia i cannonieri
siriani."
Stava
alludendo alla striscia colore della brace che però andava oramai spegnendosi
completamente nel cielo interno. Le vibrazioni diminuirono d'intensità e infine
scemarono.
Mezz'ora
dopo, come si sarebbe saputo solo in seguito, l'astronave della Jamahiria e
quella egiziana si staccarono dall'attracco. Era il primo segnale di vittoria
per l'Olp.
Poco
prima dell'ora stabilita per il passaggio del treno della riserva, con il quale
Mahmud avrebbe dovuto partire, il Sole si riaccese. Le navi saudite si
staccarono in quel momento e fecero rotta verso la Terra. L'anello dell'Olp che
assediava il porto si stringeva: a difendere il perimetro esterno degli
attracchi delle astronavi non rimaneva che la fanteria siriana.
Yussef
si era svegliato ed entrò nella camera da letto della madre mentre Maria e
Mahmud si vestivano. L'uomo non era abituato alla sua presenza, specialmente nei
momenti di intimità, ma come sempre si accorse che Yussef notava appena i due
adulti. Mahmud ebbe un moto di compassione per il bambino: la madre, che l'aveva
cresciuto da sola, aveva fatto tutto il possibile per non fargli mancare
l'assistenza medica; ma gli ospedali libanesi prima, quello di Gerusalemme
celeste poi, non erano stati in grado di aiutarlo minimamente. Nessuno poteva
guarire Yussef.
"Ti
accompagno" disse Maria. Mahmud si mise in spalla la cinghia del fucile, a
tracolla le bandoliere delle munizioni; la donna prese sottobraccio il figlio e
lo guidò con sé.
La
gente camminava, si radunava, qualcuno salutava con baci e abbracci i miliziani
della riserva che si avviavano agli appuntamenti con i treni di superficie.
Parecchi
erano armati; l'eccitazione causata dalla battaglia finale permeava l'atmosfera,
trasudava dai ragazzini dai capelli crespi, rimbalzava sulle ragazze dagli occhi
scuri e sugli uomini dalle barbe ispide, talvolta malcurate; si rinnovava nei
lineamenti profondi dei vecchi che avevano conosciuto altre prove, altre guerre,
altri esili, altre umiliazioni. L'abbigliamento della folla era eterogeneo:
vestiti occidentali, kufeyah, tute mimetiche, caffetani, fez, baschi, divise,
gonne a fiori, una variopinta girandola di costumi tradizionali e non. Donne e
uomini salirono alla superficie mediante le scale mobili, cantando inni alla
vittoria. Insieme a loro salirono Mahmud, Maria e il figlio.
Usciti
dalla porta di casa, si trovarono in una delle strade sotterranee che separavano
e collegavano ogni isolato della città sepolta. Per accedere ai mezzi di
trasporto occorreva salire al livello dei campi coltivati, vale a dire alla
superficie interna del cilindro di Gerusalemme celeste.
La
strada era animata di folla. L'aria interna al cilindro di Gerusalemme celeste,
la città librata nella ionosfera, rifulgeva della luce bianca del Sole, il tubo
di gas incandescente lungo 2.500 metri che attraversava l'asse del cilindro.
Maria osservò il piano del terreno che curvava percettibilmente su se stesso a
formare una volta sopra le loro teste, dalla quale altra gente guardava in su
verso di loro e si preparava alla partenza dei riservisti; solo l'estremo
opposto era nascosto dietro la luminosità insondabile del Sole. La rotazione di
Gerusalemme celeste sul proprio asse creava una gravità artificiale lungo
tutta la superficie interna.
Le
abitazioni formavano il guscio esterno del cilindro, quello a
contatto con il guscio di metallo che impediva la dispersione dell'aria
artificiale nel vuoto. Il soffitto delle abitazioni che tappezzavano tutti i
dieci chilometri quadrati di superficie interna formava allo stesso tempo il
pavimento sul quale era adagiato un soffice strato di terra fertile. Sotto la
superficie, fra un blocco di appartamenti e l'altro, correvano le strade
cittadine. Uscita all'aperto dell'atmosfera interna, al di sopra del piano della
città, la folla si trovò in mezzo a campi coltivati, piantagioni di alberi da
frutto, canali d'acqua, sottili ferrovie monorotaia percorse da treni
elettrici.
Mancavano
dieci minuti all'arrivo del convoglio sul quale Mahmud sarebbe partito. La sua
espressione si era già indurita, i muscoli e i nervi si preparavano alla
tensione della battaglia.
Maria
era invece soprappensiero: osservava il figlio che a piccoli passi camminava
intorno a un alberello fragilissimo le cui foglie tremavano a ogni vibrazione.
Yussef aveva dodici anni ed era sordomuto dalla nascita.
Un
boato più forte degli altri si fece udire distintamente. La gente ondeggiò
preoccupata, il mormorio crebbe d'intensità.
"Non
era una cannonata" disse qualcuno; "era una carica esplosiva
brillata dai nostri; ora i siriani se ne dovranno andare, se non vogliono che le
navi saltino in aria."
"Sei
preoccupata?" domandò Mahmud.
Maria
accennò al figlio. "Pensavo a lui" disse.
"Tutto
andrà meglio," volle rassicurarla l'uomo, "quando avremo cacciato
quei cani e saremo liberi d'andarcene." Poi, vedendo che Maria aveva gli
occhi umidi, le sollevò il mento per guardarla in viso. "Su", disse,
"piangere non è da vero soldato."
Scherzava,
ma Maria fraintese. "Io non sono un soldato. Sono prima di tutto un essere
umano."
Mahmud
fece per replicare, ma lei lo prevenne: "Non dirlo, so a cosa stai
pensando: il Paradiso è all'ombra delle spade; ma io non ho avuto un'educazione
musulmana, non scordarlo. Almeno in teoria, sono stata educata alla pietà, alla
tolleranza."
Mahmud
non aveva alcuna intenzione di dirle ciò che Maria insinuava. Sembrò offeso;
volse lo sguardo dall'altra parte posandolo per caso su Yussef. Proprio in quel
momento, in uno slancio d'affetto che per Mahmud non aveva mai provato, Maria
sentì il bisogno di continuare a parlargli del proprio figlio.
"Siamo
stati interrotti, poco fa, ma ora cercherò di spiegarti meglio; ascoltami, ti
prego, prima che tu parta. Kant disse che il Tempo e lo Spazio esistono al di
fuori della nostra esperienza oggettiva, e non siamo in grado di immaginare
l'assenza assoluta di spazio. Lo Spazio e il Tempo sono concetti creati dalla
nostra interpretazione soggettiva. Per la verità bisogna dire che gli argomenti
esposti da Kant per dimostrare la soggettività dello Spazio possono essere
facilmente demoliti, e che ciò è già stato fatto. Come c'è una relazione fra
l'essenza oggettiva reale di, per esempio, questi due alberelli di fronte a noi
e la percezione soggettiva di forma e colore, così deve pur esserci un rapporto
fra la tua visione dell'albero più grande alla sinistra del più piccolo e la
sua posizione reale nello spazio oggettivo. Non potresti vedere l'alberello più
piccolo alla destra dell'altro, cioè in un'altra porzione di spazio, se non
esistesse in realtà una differenza di spazio fra i due oggetti."
"Fin
qui ti seguo," Mahmud si guardò intorno ma nessun altro prestava
attenzione. Il treno sarebbe arrivato entro pochi minuti; non comprendeva
perché Maria si ostinasse a parlargli proprio in quel momento.
"E'
dimostrato," continuò la donna, "che la nostra conoscenza dello
Spazio non è differente dalla conoscenza dei colori, dei suoni, delle forme
eccetera. Perciò lo Spazio deve dipendere da fenomeni reali e non è
un'intuizione pura. Invece, per quanto riguarda il Tempo, non si è finora
riusciti a dimostrare che Kant avesse torto. Questo è l'esempio che voglio
portarti: tu mi senti parlare, mi rispondi e io ti sento. I miei atti di parlare
e di udire la tua risposta sono, per te, nel mondo non-percepito, un mondo in
cui l'atto del parlare precede quello dell'udire la tua risposta, sei d'accordo?
Dunque, il mio parlare precede il tuo sentire nel mondo della fisica, che è
oggettivo. Il tuo ascoltare precede la tua risposta nel mondo delle percezioni,
soggettivo. Infine, la tua risposta precede il mio udire nel mondo della fisica
poiché le onde sonore viaggiano a una certa velocità (e quindi impiegano un
dato tempo, che giustifica la parola "precede"). Poiché la
parola-relazione "precede" è uguale in tutti i casi, non esiste una
seria ragione per cui il tempo percettivo sia oggettivo. Di conseguenza, il
Tempo è soggettivo."
Passandosi
la mano sul mento ispido, Mahmud sembrò sul punto di rispondere; invece si
trattene pensieroso, trasferendo rapidamente lo sguardo da Maria a Yussef che
fissava assorto il Sole la cui luce non poteva vedere e batteva i piedi per
terra.
"Ancora
non vedo dove vuoi arrivare," ammise infine Mahmud. Non riusciva davvero a
comprendere quale rilevanza avesse quel problema di fronte all'imminenza della
vittoria, di fronte alla Libertà infine conquistata. Confrontato con essa,
persino il sacrificio di Mahmud, la sua possibile morte, perdeva di significato.
Perché dunque Maria doveva considerare tanto importante parlargli del figlio
proprio in quel momento?
"Yussef
è anormale, ma da che cosa dipende?" insistette Maria; "Io gli sono
stata vicino e sono ovviamente in grado di rispondere meglio di chiunque altro,
anche di un medico. Prima di tutto considera la sua situazione: Yussef non ha
tatto sui polpastrelli; le estremità delle sue dita sono lisce e insensibili.
Non reagisce agli stimoli termici o meccanici in alcuna parte del corpo. Si può
dire che non soffra per cause fisiche, poiché i nervi non trasmettono
l'informazione al cervello. Se mettesse una mano sul fuoco se la brucerebbe
senza provare dolore."
"Non
sapevo..." accennò Mahmud.
"Aspetta.
Yussef è anche privo del senso
dell'olfatto. Non è strano, una percentuale discretamente alta di esseri umani
è sprovvista del tatto o dell'olfatto. Ancora, tutti sanno che il mio bambino
è sordomuto, e anche cieco, e da mie osservazioni personali ho potuto
constatare che non percepisce neppure i sapori. Perciò i cinque sensi di Yussef
si possono definire totalmente inesistenti. Il nostro mondo ha un'importanza
limitata per lui. Abbiamo detto che il Tempo è un'intuizione innata, e che lo
Spazio è al contrario una percezione. Viviamo in un mondo reale fatto di
Spazio, determinabile soltanto con i nostri cinque sensi, e abbiamo una
concezione del Tempo del tutto secondaria. E' Kant che ci dimostra come la
percezione dello Spazio dipenda da fenomeni oggettivi, e come il Tempo sia una
forma d'intuizione soggettiva. Yussef non dispone di alcun senso esterno: perciò
per lui lo Spazio non esiste. Egli vive in un mondo fatto di Tempo: ora è
accanto a quell'albero, e la distanza fra noi e lui è data da cinque metri nel
mondo spaziale, da cinque minuti (cioè da quando si è allontanato e io ho
iniziato a parlare con te) nel suo mondo immerso nel Tempo."
Mahmud
stava osservando Yussef, combattuto fra l'incredulità e la plausibilità del
racconto di Maria. Solo cinque minuti prima gli sarebbe parso impossibile, ma in
quel momento si era scordato della battaglia, del treno, della partenza.
"Ogni
volta che ritorna al suo letto nella cameretta," continuò Maria,
"lui crede di trovare un altro letto nel Tempo. Quando io mi stacco da lui
portandomi fuori dalla sua incredibile esistenza, crede di essersi allontanato
esclusivamente nel tempo."
Senza
prestare attenzione alla folla indaffarata e impaziente intorno a lui, il
bambino Yussef rimase in piedi là dove la madre l'aveva lasciato, a pochi metri
dalla monorotaia sulla quale oramai il treno carico di miliziani era in arrivo.
Per lui, il convoglio sarebbe apparso e scomparso nell'arco di pochi minuti
sotto forma di deboli vibrazioni provenienti dal terreno, o localizzate
all'altezza dello stomaco quando il treno fosse giunto vicino: ma non si sarebbe
reso conto del suo tragitto spaziale dalle caserme di poppa al porto d'attracco.
Mahmud
era soprappensiero e non si era reso conto dell'arrivo del treno. Maria aveva
ancora gli occhi umidi; quanti altri individui come il suo bambino erano
esistiti dalla notte dei tempi: mutilati nei cinque sensi fisici, ma pienamente
consci del sesto senso temporale?
Non
c'era posto per creature come loro in un mondo fatto di sensazioni oggettive, di
treni e miliziani, di battaglie e stazioni orbitanti, di ideali e discorsi fra
due amanti, di filosofia e libri di Immanuel Kant. Non era adatta ad essi una
Storia intessuta di miseria e sfruttamento, di morte e guerra; che differenza
faceva per Yussef essere nato presso un popolo perseguitato, sottomesso dagli
inglesi, incarcerato o esiliato dagli israeliani, esiliato nelle Università di
mezza Europa, bombardato e diviso dai giordani, massacrato nei campi profughi
dai maroniti, dilaniato dalle lotte intestine? Se fosse nato a New York o a Roma
o a Pechino, per lui nulla sarebbe stato diverso, di nulla si sarebbe accorto.
Mahmud
partì e per due notti dormì lontano dal letto di Maria. A poche ore dalla sua
partenza le astronavi emira, egiziana e siriana furono costrette a staccarsi.
Una volta sganciate dall'attracco, fu la forza centrifuga generata dalla
rotazione del cilindro orbitante a dar loro il primo impulso per allontanarsi
da Gerusalemme celeste.
Un
milione di palestinesi avevano lasciato sei anni prima la Terra con l'aiuto
degli alleati arabi e il patrocinio dell'Onu. Ma quel popolo senza terra aveva
dovuto lottare per liberarsi con la forza dai ricatti degli ex alleati. Gli
arabi volevano far ritornare i palestinesi a terra e utilizzare Gerusalemme
celeste per scopi economici e militari. Cosa sarebbe accaduto di un popolo
intero? Dove avrebbe trovato una patria se le sue terre erano ancora soggette a
dominazione straniera? A nessuno pareva importare, neppure agli alleati di un
tempo.
L'Olp
si era rifiutata di abbandonare quell'eccentrica patria inventata. Infine, nella
colluttazione finale, gli alleati avevano dovuto lasciare la presa per non
perdere le astronavi.
Mentre
Maria e Yussef dormivano in casa, sotto lo strato di terra artificiale, uno
strano fenomeno si manifestò a poppa del cilindro lungo 2.500 metri sospeso
nella ionosfera: sotto la guida di tecnici che per mesi si erano esercitati a
tale scopo, una raggiera di sottilissime striscioline di materiale fotorecettore
fu sparata nello spazio tutt'intorno alla base del cilindro. Le striscioline
erano di forma approssimativamente triangolare, con base di dieci centimetri e
due lati isosceli lunghi 5.000 metri, e fissate per il vertice alla corona di
poppa della stazione orbitante. Alla parte opposta, il piccolo peso che svolgeva
per forza centrifuga ogni strisciolina si staccò alla fine della sua corsa di
cinque chilometri, lasciando il proprio carico completamente svolto e teso,
immobile nel vuoto assoluto. Tutte le lamelle triangolari, svolte una accanto all'altra,
composero alla fine delle operazioni una superficie circolare fotoricevente del
diametro di dieci chilometri. La tela sottilissima captò il vento solare e,
dapprima impercettibilmente, quindi con velocità sempre maggiore, impresse
una spinta all'enorme cilindro: una spinta eliofuga.
Mentre
Maria si svegliava, il mattino del secondo giorno di lontananza di Mahmud, e
pensava al piccolo Yussef, accadde che Gerusalemme celeste si apprestò a
lasciare il sistema solare per mezzo della sua immensa vela impalpabile, diretta
verso altri mondi su cui sarebbe certamente stato possibile fondare una patria
per un popolo in esilio.
Franco
Ricciardiello
Scritto
tra febbraio 1985 e gennaio 1986
Pubblicazioni:
1.
"Orrifiche visioni, scientifiche finzioni, iperrealtà irreali"
vol. III, antologia, Edizioni del Delfino Moro, Savona 1993
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