FRANCO
RICCIARDIELLO E MARIA IUORIO
Spazio
Interno, atrocità, catastrofe
James
G. Ballard a Napoli
Il
30 novembre nella libreria Feltrinelli di piazza Martiri, a Napoli, si è tenuto
un convegno monografico su James Ballard organizzato dall'ALTS, Associazione per
la lotta contro i tumori al seno. Alcuni dei relatori (Antonio Caronia, Riccardo
Dalle Luche, Franco Ricciardiello e Roberto Sturm) hanno sostanzialmente
riproposto gli interventi presentati nello scorso luglio 2001 a Cosenza in
occasione dell'annuale Festa delle Invasioni, durante le quale si era già
svolto il convegno "La mostra delle atrocità - Ballard's day".
Dopo
la breve presentazione del presidente dell'ALTS, Roberto Sturm ha assunto le
funzioni di moderatore introducendo i relatori e gli interventi di ciascuno.
L'attrice
Adele Pandolfi ha letto il suggestivo “Ciò in cui credo”, che
permette anche al profano (al quale era in teoria rivolto il convegno) di farsi
una rapida idea della violenza dei temi e dello stile di Ballard.
Dopo
alcuni cenni biografici sullo scrittore inglese, Roberto Sturm ha
illustrato sinteticamente le più significative opere dell’autore, in
particolare la "Tetralogia degli elementi" e i romanzi più innovativi
e di impatto sul pubblico, come La Mostra delle Atrocità e Crash,
integrando con un excursus nei contributi critici di maggiore rilevanza, come
quelli di David Pringle e Paul Di Filippo.
Franco
Ricciardiello
ha preso in esame i racconti brevi di James G. Ballard, nei quali l’autore ha
meglio espresso la sua poetica dello "spazio interno". Attraverso
brevi letture tratte da La prigione di sabbia, Il giorno senza fine ed Essi
ci guardano dalle torri, ha definito i contorni dell’immaginario
ballardiano, debitore per molti aspetti al surrealismo di De Chirico.
Domenico
Gallo
ha presentato il tema della catastrofe, così significativamente presente nella
narrativa dell’autore britannico. Diversamente da quanto ha contraddistinto la
fantascienza degli anni Sessanta che rivolgeva l’interesse alle problematiche
socio-politiche implicite nella catastrofe ambientale, in Ballard la catastrofe
diventa strumento per indagare e denudare la psiche, esplorazione del soggetto
di fronte a configurazioni spazio-temporali anomale.
Riccardo
Dalle Luche
ha analizzato l'aspetto psicanalitico dell'opera ballardiana. Se, come ha
scritto Ballard, “fiction is a branch of neurology”, la psichiatria
è senza alcun dubbio una
componente indispensabile della fiction. I comportamenti psicopatici e perversi
dei personaggi ballardiani rappresentano nuove psicopatologie e nuove terapie
che la trasformazione tecnologica e sociale consente di liberare.
Ultimo
dei relatori, Antonio Caronia si è soffermato sulla centralità del
corpo e del suo rapporto con la tecnologia, tema presente sia ne La Mostra
delle Atrocità che in Crash. L’universo di Crash, in modo
specifico, comporta un superamento della usuale funzionalità del corpo, la cui
organicità lascia il posto a nuove geometrie espressive, a nuovi possibili
significati forniti dalla fusione orgasmica e distruttiva con la macchina.
Ballard ritrova così, seppur con modalità diverse, uno dei concetti cardine
del secondo Novecento: quello del corpo senza organi di Antonin Artaud.
Semrpe
Antonio Caronia ha chiuso la giornata con una performance di 35 minuti nella
quale, accompagnato alla chitarra elettrica dal figlio Stefano, ha letto dal
vivo brani tratti da Crash alternati a Pour finir avec le judgement de
dieu di Antonin Artaud, proiettando su uno schermo murale un collage di
tutte le immagini di amplesso tratte dal film di David Cronenberg.
ROBERTO
STURM
J.
G. Ballard: catastrofi interiori e mutazioni del corpo
Alcune
note biografiche di presentazione – l’autore inglese ha avuto un’infanzia
a dir poco insolita - delineano, a grandi linee, gli aspetti che hanno formato
il carattere e hanno influenzato la produzione letteraria di Ballard.
Passiamo
quindi, sinteticamente, in rassegna le sue opere, iniziando dai racconti, molti
dei quali ormai purtroppo introvabili in Italia ma sicuramente punto di
riferimento importantissimo per capire l’opera dell’autore inglese nella sua
globalità e complessità.
A
questo seguiranno i romanzi appartenenti alla tetralogia degli elementi (Vento
dal nulla, Deserto d’acqua, Terra bruciata e Foresta di cristallo), che
insieme ad altri - più o meno dello stesso periodo (ad esempio Hello America,
ambientato in un’America post-catastrofe, così drammaticamente attuale dopo
l’11 settembre e La civiltà del vento) – che fanno parte del filone dei
romanzi catastrofici di Ballard, in cui l’autore inglese concretizza la sua
teoria dell’inner space. Lo spazio interno che prende il posto di astronavi e
di pianeti alieni. Infatti il suo articolo apparso nel maggio 1962 sulla rivista
New Worlds “Qual è la strada per lo spazio interiore?” verrà assunto come
manifesto da alcuni scrittori (Brunner, Moorcock, Delany, Disch ed altri) che
sapranno rinnovare e rinvigorire radicalmente un genere letterario da anni fermo
su medesimi linguaggi e stesse tematiche.
La
mostra delle atrocità
e Crash rappresentano un’evoluzione della produzione ballardiana,
romanzi molto particolari che hanno avuto un impatto emozionale molto forte sul
pubblico e che non hanno mancato (specialmente la trasposizione cinematografica
di Crash, portata sul grande schermo dal regista canadese Cronenberg) e non
mancheranno (soprattutto La mostra delle atrocità, recentissimamente riproposto
da Feltrinelli) di scatenare polemiche. In queste opere Ballard esprime al
massimo le capacità eversive della propria narrativa, anticipa tematiche
cyberpunk e anticipa, soprattutto, i processi che stanno portando il corpo umano
verso una mutazione. Tecnologia che si unisce alla biologia, metallo che
contamina la carne e viceversa.
Durante
l’analisi dei testi saranno presi in considerazione anche contributi critici
di David Pringle, Paul Di Filippo e Ubaldo Fadini che aiuteranno a dare diverse
e interessanti chiavi di lettura all’opera dell’autore inglese.
Nel
1988 Ballard scrive Running Wild (Un gioco da bambini, Anabasi, 1992), che può
essere considerato lo spartiacque della produzione dell’autore inglese. Dopo
la parentesi semi autobiografica con i romanzi L’impero del sole, portato sul
grande schermo dal regista statunitense Spielberg e La gentilezza delle donne,
testi fondamentali per capire da quali esperienze Ballard abbia attinto
ispirazione per molte delle sue opere, l’autore inglese lascia definitivamente
la fantascienza, ammesso che si possa parlare di semplice fantascienza per
catalogare le sue opere, e intraprende la strada del thriller psicologico. Anche
questa definizione risulta alquanto riduttiva per etichettare i suoi romanzi più
recenti perché Ballard, come un esperto chirurgo, seziona le personalità dei
protagonisti delle sue storie (Cocaine Nights, Baldini & Castoldi,
1997, Il paradiso del diavolo, Baldini & Castoldi, 1998 e Super-Cannes,
Feltrinelli, 2000) che vengono gradualmente ma inesorabilmente inglobate dal
paesaggio circostante (o viceversa), dove un lento e irreversibile declino
psichico colpisce la maggior parte dei personaggi.
In
Super-Cannes torna prepotentemente alla ribalta la tecnologia che gioca
un ruolo fondamentale in tutta la vicenda. L’autore, come suo solito, ci porta
all’interno del delirio psichico dei suoi personaggi, dentro un microcosmo (un
complesso residenziale) nato dalle loro ossessioni, dalle pulsioni di corpi che
stanno mutando passo passo con una tecnologia che sta cambiando le abitudini e
l’organizzazione sociale di Eden-Olympia, un complesso tecnologico dove vivono
i dirigenti delle più potenti multinazionali e lavorano diecimila persone.
Curati dallo psichiatra del complesso con dosi sempre più massicce di
psicopatia.
Sarà
questa la cura del futuro per alcuni tipi di psicopatologie?
FRANCO
RICCIARDIELLO
Mitologie
del futuro prossimo: immagini e lingua nei racconti di J.G.Ballard dal
surrealismo allo spazio interno
James
Graham Ballard è noto al grande pubblico soprattutto come autore di opere
lunghe. In realtà, per lo meno fino a quando è rimasto scrittore quasi
esclusivamente di science fiction, ha espresso il meglio della propria scrittura
nei racconti piuttosto che nei romanzi: è infatti nelle storie di lunghezza
limitata che trova il compimento più esemplare la sua poetica dell'inner space,
dello spazio interiore, come ambito di indagine letteraria in opposizione all'outer
space, lo spazio esterno al sistema solare che era invece lo scenario preferito
della fantascienza dell'epoca.
Mediante
un breve viaggio in una serie di racconti risalenti agli anni Sessanta (La
prigione di sabbia, Il giorno senza fine, I pazzi, I mille sogni di Stellavista
e il ciclo di Vermilion Sands, Essi ci guardano dalle torri) è possibile
definire i contorni dell'immaginario del primo Ballard: desolati paesaggi
dimenticati in anse del tempo, isole di civiltà decaduta, reliquie di un
passato tecnologico che ha lasciato cicatrici nella coscienza dei protagonisti.
Queste deserted cities of the heart, desolate città del cuore per citare il
titolo di un romanzo di John Shirley, diventano lo scenario di storie
psicologicamente involute, in cui l'alienità del paesaggio devastato si
riflette sulla psiche dei protagonisti. Il punto di vista di Ballard, quasi
sempre un maschio inglese della classe media, assume la funzione di un occhio
privilegiato le cui percezioni della realtà appaiono incomprensibilmente
distorte: in questo ambiente nel quale le frontiere psicologiche fra il sé e
gli altri si sbriciolano progressivamente, i personaggi di Ballard entrano in
relazione con enigmatiche figure femminili che come buchi neri mentali
distorcono lo spazio e il tempo psichici, risucchiando la residua lucidità
dell'occhio narrante.
Il
fulmineo incipit di questi racconti ci precipita fino dalle primissime parole in
medias res, nel cuore di una vicenda nella quale l'Evento che ha prodotto lo
straniamento (di solito una catastrofe, dunque un avvenimento pubblico) è già
avvenuto; ciò che rimane da descrivere è la catarsi individuale, l'evento
privato dei personaggi: un dramma con pochi attori (protagonista, antagonista,
deuteragonista) che è la storia vera e propria, alla fine della quale i
rapporti di equilibrio risulteranno irrimediabilmente sconvolti.
Ciò
che interessa il primo Ballard, in definitiva, è l'impatto del futuro
sull'uomo, che del senso del meraviglioso rappresenta il lato oscuro: non per
nulla i suoi paesaggi alieni sono debitori, con le loro geometrie di ombre nette
nella luce solare, angoli retti, forme stampate sullo sfondo orizzontale di uno
scenario desolato, del surrealismo di De Chirico.
DOMENICO
GALLO
Catastrofi
interne ed esterne
James
Ballard nasce a Shangai nel 1930. Dal
1942 al 1945 viene internato in un campo di prigionia giapponese. Rientrato in
Inghilterra nel 1946, inizia a pubblicare i suoi primi racconti nel 1956. Nel
1962 pubblica il suo primo romanzo definito “catastrofico”. In The Wind
from Nowhere, un vento misterioso spazza la Terra provocando una progressiva
regressione mentale dei protagonisti. The Drowned World descrive la vita
sulla Terra dopo lo scioglimento delle calotte polari: il medico protagonista
del romanzo si adatta al nuovo clima, un nuovo Triassico, iniziando una
mutazione a ritroso. The Drought racconta di una Terra distrutta dalla
siccità, mentre in The Crystal World si assiste a un’inspiegabile
cristallizzazione che si diffonde tra indifferentemente tra minerali, vegetali e
animali.
La
fantascienza degli anni Sessanta è sicuramente una delle più creative ed
esplosive. Sia negli USA che in Gran Bretagna gli autori si raccolgono in un
movimento denominato New Wave che intende far convergere la fantascienza alla
letteratura. Nonostante James Ballard sembri appartenere a questo movimento, di
cui, tra l’altro, scrive una sorta di manifesto, il suo obiettivo è rivolto
in direzione diametralmente opposta rispetto agli altri scrittori. Tutte le
scritture degli anni Sessanta che la fantascienza mette in campo sono
direttamente rivolte alle componenti politiche e sociali.
James
Ballard invece si concentra sul duplice movimento implicito nella catastrofe
ambientale, senza interessarsi alle motivazioni scientifiche o alle metafore
sociali e politiche. E’ evidente che il suo interesse per la catastrofe si
limita a quello della psiche, alla progressiva paralisi del soggetto di fronte a
eventi che si manifestano come configurazioni spazio-temporali anomali. Ma
queste anomalie sono strumenti usate per denudare il cervello e le sue funzioni.
Quale migliore opportunità di una società costretta a ritirarsi per concedere
spazio ai comportamenti che risiedono nei recessi più profondi della psiche.
Non a caso Ballard abbandona appena gli è possibile l’ingombrante immaginario
della fantascienza, per costruire le sue storie in luoghi in cui i vincoli
sociali, economici e politici sono estremamente blandi: jungle, isole
equatoriali, suburbi, terreni abbandonati.
A
partire da Empire of the Sun, la sua strumentale autobiografia, diventa
sempre più evidente che il focus narrativo non è tanto l'uomo che è vittima
della catastrofe o la catastrofe stessa, piuttosto le influenze
dell’isolamento sul comportamento, isolamento che in molti casi può
verificarsi anche nelle pieghe della nostra società. Non può essere
dimenticata la storia personale di Ballard, gli avvenimenti e le reazioni che
stanno alla base della sua infanzia, ma sembra che la sua narrativa abbia un
andatura archeologica. Compito dell’archeologo è rimuovere da un reperto le
stratificazioni più recenti che impediscono il manifestarsi dell’oggetto in
tutta la sua primitiva potenza. Ballard con il suo cinquantennio di scritture fa
altrettanto.
Per
Ballare lo “spazio esterno” non è solo quello interstellare, ma anche lo
spazio politico e sociale della fantascienza degli anni Cinquanta, e in questo
si distanzia da molti artisti a lui contemporanei che vedono proprio in questa
fantascienza fonte d’ispirazione. Penso a Sun Ra, Jefferson Airplane, Hawkwind,
Magma, Pink Floyd, Gong e David Bowie, riferendosi alla cultura rock sia inglese
che statunitense.
Di
fronte ad avvenimenti come quelli statunitensi (gli attentati ai grattacieli di
New York, al Pentagono, a Oklahoma City, le lettere esplosive di Una bomber, la
diffusione dell’antrace) l’attenzione di Ballard non può che spostarsi
sull’attesa del terrorista prima del dirottamento, sui suoi micro-movimenti in
un anonimo motel, sulla solitudine della vedova del vigile del fuoco morto
durante i soccorsi, sulle percezioni di un fotografo ritagliate dall’obiettivo
della sua macchina fotografica, sulla noia del turista dei disastri che osserva.
La
catastrofe, dunque, consente il contatto tra il sistema dei media e il sistema
nervoso, è il catalizzatore che produce questa interfaccia dalle strane
dimensioni. Dimensioni strane soprattutto dal punto di vista temporale. Del
resto i media sono estremamente pervasivi, o meglio Ballard ci presenta i
risultati finali di questa pervasività, quando il logo si ritira e lascia i
suoi grandiosi relitti: Kennedy, Liz Taylor, Ronald Reagan, Mae West, Satana
Manson. Ricordi che si sovrappongono a quelli ancestrali, al permanere nella
coscienza degli stadi evolutivi.
Quello
della catastrofe è un tempo particolare. Da un lato sembra congelato, sembra
non scorrere in quanto i media hanno perduto il loro effetto regolatore,
dall’altro ere differenti e lontane s’intersecano e convivono, come è stato
in The Drowned World e in Rushing Paradise.
Se
osserviamo le persone che oggi vivono nelle strutture aperte degli ex manicomi,
vedremo come si concentrino solo su limitati e contraddistintivi elementi. Nelle
sale di comunità, la televisione emette i suoi raggi in abbienti spesso
deserti, sintonizzata su canali assurdi. I comportamenti si riproducono uguali a
se stessi e il tempo sembra non trascorrere. Questo è il paradigma di molta
narrativa di Ballard, come aveva intuito all’inizio della sua carriera nel
romanzo The Crystal World, uno spazio tridimensionale che trasla
rigidamente al ritmo della reazione chimica degli avvenimenti, verso la tragedia
come in Rushing Paradise.
Quando
anni fa conobbi James Ballard ed ebbi l’occasione di parlare con lui, mi
stupii di quanto rivendicasse il suo legame con la letteratura inglese e in
particolare con Charles Dickens. Se fossi stato più sveglio e meno ottenebrato
da alcuni preconcetti, gli avrei chiesto di parlarmi di quel legame che ora mi
appare così evidente con William Shakespeare…
RICCARDO
DALLE LUCHE
J.G.Ballard
e la psicopatologia della sopravvivenza
Poiché
i microcosmi ballardiani prevedono sempre un mutamento della mente sintono e
sincrono con quello ambientale, la psicologia è parte integrante dei suoi testi
fin dalle opere più propriamente di genere fantascientifico (dove grossolani
riferimenti junghiani hanno consentito di parlare di una tetralogia archetipica)
ed è ovvio che i “tecnici” che sorvegliano e controllano questi mutamenti,
psichiatri e psicologi divengano personaggi obbligatori.
Se, come Ballard ha dichiarato, “Fiction
is a branch of neurology
(..)”, la psichiatria è senza
alcun dubbio una componente indispensabile della fiction.
Alla
psichiatria e agli psichiatri tradizionali, che dimostra misteriosamente di
conoscere talora in modo sorprendente (e, dal punto di vista psicologico ed
umano talora meglio degli psichiatri stessi), Ballard riserva osservazioni
asciutte, icastiche e spesso trancianti, di regola improntate all’insofferenza
e alla derisione, o ad una esplicita critica istituzionale, senza però mai
misconoscere la sofferenza in prima persona che gli psichiatri immettono ed
esprimono nella loro pratica. Agli psichiatri Ballard contrappone figure di
psicopatici (Vaughan, Crawford...) a
loro modo santi e rivoluzionari che perseguono progetti di trasformazione
dell’organizzazione sociale (spesso sovvertendo la funzione e le
finalità della tecnologia e degli habitat
tecnologici) al fine di sollevare gli esseri umani dall’apatia, l’anedonia e
la depressione in cui annegano. Come a volte risulta
difficile differenziare, nei modi e nei loro progetti, gli psichiatri da
questi loro antagonisti, i comportamenti psicopatici e perversi rappresentano
allo stesso tempo nuove psicopatologie e nuove terapie che la trasformazione
tecnologica e sociale consente di liberare e realizzare per espellere il dolore
mentale connesso alle perdite e alle
“organizzazioni della colpa” che generano, per infrangere il vissuto di
estraneità a se stessi e alla realtà che si esprime nella noia, nella
depersonalizzazione, nella frammentazione dell’identità, patologie che
Ballard mostra di conoscere molto bene insieme alle varie tossicodipendenze
proliferate negli anni ’60 e ’70. Psicopatie e perversioni sono soluzioni
concrete ed efficaci, soprattutto quando diventano la norma e la regola non
scritta all’ìnterno di enclaves microsociali, gruppi di avanguardia o di
sperimentazione artistica e sociale ai quali Ballard ha appartenuto, stando a
quando è scritto nella sua pretesa autobiografia The
kindness of Women,
ma anche alle loro trasfigurazioni letterarie nelle associazioni di marginali (autoemarginati
più che emarginati) come in Crash o Concrete island o nelle organizzazioni
elitarie neo aristocratiche, come gli abitanti dei complessi residenziali di Condominium,
Cocaine Nights
e Super-Cannes;
al contrario i trattamenti psichiatrici, farmacologici
o psicoterapeutici, che implodono
sui soggetti in un vacuo tentativo di normalizzazione, risultano inefficaci e
tragici sia per i pazienti che per i medici. E’ perfino prevedibile che lo
psichiatra coprotagonista dell’ultimo romanzo di Ballard (Wilder Penrose, in Super
Cannes)
non prescriva più affatto farmaci ma veri e propri gruppi d’azione di gesta
psicopatiche e perverse come cura per i top manager, una follia minore in grado
di prevenire la follia cui li condurrebbero i ritmi e le responsabilità di
attività di lavoro globalizzate e miliardarie. La piccola follia psicopatica
temporanea dei top manager di Eden Olympia equivale alla benigna (benevola)
psicopatologia (“benevolent psychopathology”)
inventata e realizzata da Vaughan in
Crash:
una follia minore –che tuttavia fa comunque le sue vittime- che preserva da
una follia maggiore, alla quale lo stesso Io come nozione soccombe (ad esempio
nel personaggio di Travis/Trabert/Talbot de La
mostra delle atrocità e in quello di Sally di
The
kindness of Women.
Creando
personaggi di curati e curanti, Ballard assume, come scrittore, il ruolo
gerarchicamente superiore di chi tiene il controllo di entrambi; fantasticandosi
come medico e paziente, nelle proiezioni dei suoi personaggi, lo scrittore può
dedicarsi al giuoco solitario ed un po’ isterico, ma anche esilarante, di
esternare frammenti della propria esperienza di sofferenza psichica ed
inquadrarla concettualmente scimmiottando più o meno a sproposito (ma a volte
sorprendentemente a proposito), il linguaggio medico-psichiatrico; può
togliersi letteralmente il lusso di immaginare una sorta di psichiatria
antipsicoanalitica, non rivolta alla normalizzazione e all’adattamento
sociale, bensì alla creazione di mondi alternativi retti da sistemi morali e
valori completamente diversi da quelli generatori del “Disagio della civiltà”,
un vissuto di sfondo in quasi tutti i testi ballardiani. Ma anche se i modi
prospettati per lenirla non sono affatto ortodossi, la sofferenza mentale che li
rende necessari è molto ben descritta e verosimile (…).
ANTONIO
CARONIA
Geometrie
senza organi: da Artaud a Ballard
La
mostra delle atrocità esplora con drammaticità, ironia e senso del paradosso,
il media landscape, il paesaggio dei media che, secondo l’autore, già negli
anni Sessanta stava strutturando non solo l’immaginario del pubblico, ma lo
stesso sistema nervoso della specie (“icone neuroniche sulle autostrade
spinali”). I grandi eventi luttuosi propagandati dai media (la morte di
Marilyn Monroe, l’assassinio di Kennedy, il disastro dell’Apollo) divengono
delle mitologie dell’era tecnologico-mediale, che hanno bisogno di essere
rimesse in scena, se si vuol tentare di dare loro quel senso che avevano perso
nella divulgazione della tv e dei giornali.
La
centralità del corpo e del suo rapporto con la tecnologia, in questa operazione
di introiezione e rielaborazione individuale dell’immaginario, è al centro
tanto di La mostra delle atrocità quanto del successivo Crash. In questo
romanzo Ballard ha fatto di più che percorrere una delle possibili perversioni
sessuali dell’era tecnologica. Ha mostrato come l’autonomizzarsi della
tecnologia e del capitale, il dominio del lavoro morto sul lavoro vivo, renda
inutilizzabili non solo i tradizionali percorsi linguistici, ma anche la più
profonda attività comunicativa ed espressiva del corpo. Il programma di Vaughan,
in Crash, è l’attraversamento parossistico, l’intensificazione morbosa e
catastrofica del rapporto con la tecnologia (sub specie automobilistica) per
fornire al corpo una nuova possibilità di senso, una nuova frontiera
dell’identità.
L’universo
di Crash comporta un superamento della usuale funzionalità del corpo, la cui
organicità deve essere superate in vista di nuove geometrie espressive, di
nuovi possibili significati forniti dalla fusione orgasmica e distruttiva con la
macchina. Ballard ritrova così, partendo da esigenze diverse e con modalità
diverse, uno dei concetti cardine del secondo Novecento: quello del corpo senza
organi di Antonin Artaud. Lo spezzarsi del corpo, il suo ricomporsi al di fuori
della dittatura linguistica imposta all’esperienza dall’ordine sociale,
torna più volte nell’opera di Artaud: in ultimo, nella trasmissione del 1947
censurata dalla radio francese Pour en finir avec le jugement de dieu (Per farla
finita con il giudizio di dio), in cui scoppia letteralmente la visione e la
rivendicazione del nuovo corpo:
E
legatemi se volete,
ma
non c’è nulla di più inutile di un organo.
Quando
gli avrete fatto un corpo senza organi,
lo
avrete allora liberato da tutti i suoi automatismi e reso alla sua autentica
libertà.
“Il
corpo senza organi, l’improduttivo, l’inconsumabile, serve da superficie per
la registrazione di tutto il processo di produzione del desiderio.” (Deleuze e
Guattari). Nel corpo straziato dagli incidenti automobilistici che domina in
Crash, Ballard inscrive una nuova versione, più sommessa e disincantata, ma
ugualmente radicale, dell’obiettivo che innervò tutta la vita di Artaud:
“spezzare il linguaggio per raggiungere la vita.”
Fino
a ieri non era forse possibile vedere una connessione fra due autori così
diversi. Se ciò è possibile adesso, è perché entrambi hanno annunciato, con
grande acutezza e largo anticipo sui tempi, una mutazione dei corpi e dei sé
che solo oggi, con l’avvento delle tecnologie informatiche e l’instaurarsi
del quadro sociale e immaginario che va sotto il nome di postfordismo, si
dispiega pienamente, diviene esperienza quotidiana, nuovo senso comune.
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