FRANCO
RICCIARDIELLO
Io
& Ballard
Ho
visto di recente a casa di Roberto Sturm una copia della prima edizione Urania
di "Passaporto per l'eternità", antologia di 4 racconti di
J.G.Ballard; rileggendo l'introduzione ho visto che definiva "La rete di
sabbia" come "una delle più belle storie di fantascienza mai
scritte." Io stesso ho pensato a lungo che fosse vero, perché The cage
of sand è una di quelle storie che ti rimangono dentro per anni e
anni, una delle consuete ambientazioni agorafobiche di Ballard: hotel
abbandonati in un deserto rosso a causa della terra marziana trasferita per
controbilanciare (!) il peso dei materiali trasportati su Marte.
Naturalmente,
Ballard mette l'accento sul sentire del protagonista, su quell'inner space
(spazio interiore, contrapposto all'outer space, lo spazio esterno) che
è l'impronta della modernità sull'uomo.
Avevo
forse 15 anni all'epoca in cui lessi per la prima volta Ballard e il suo
"Passaporto per l'eternità"; il nome mi rimase impresso nella memoria
e quando un amico mi prestò un'altra antologia, "Il giorno senza
fine" (The day of forever, pubblicata nei Pocket Longanesi), la
gustai con attenzione. Mi resi conto subito che Ballard andava assunto a piccole
dosi: dopo un'intera raccolta di racconti la testa comincia a girare, lo stomaco
è compresso e si prova un brivido a metà tra il morboso e il disgusto: perché
Ballard non si rivolge alle nostre facoltà razionali, ma (come tutti i
surrealisti) direttamente all'inconscio.
Per
esempio, l'incipit del racconto che dà nome all'antologia (traduzione di Lella
Costa: possibile che…?) colpisce come un pugno al plesso solare:
A Columbine Sept Heures c'era sempre il tramonto. Qui la splendida vicina di Halliday, Gabrielle Szabo, camminava nella sera, e il suo vestito di seta sollevava nuvole rosse di sabbia fine. Dal balcone di quell'albergo vuoto, vicino alla comunità degli artisti, Halliday guardava fuori, al di là del fiume prosciugato, verso le ombre immobili sul paesaggio deserto, il crepuscolo d'Africa, infinito e ininterrotto, che lo adescava con la promessa dei suoi sogni perduti. Le dune scure, con le creste toccate da quella luce spettrale, s'inseguivano come le onde di un mare di mezzanotte.
Ballard
inizia quasi sempre le sua storie in media res, cercando di agganciare il
lettore con un'immagine-esca; la sua scrittura è ricca di aggettivi (sabbia fine,
sogni perduti, dune scure, luce spettrale) e di complementi
di specificazione (vestito di seta, mare di mezzanotte, nuvole
rosse di sabbia). Se si considera che quasi sempre evita le metafore per
utilizzare le similitudini ("s'inseguivano come le onde di un mare
di mezzanotte") si comincia ad avere un'idea delle sue scelte stilistiche.
I racconti notevoli dell'antologia sono due: quello del titolo, che vede una
strampalata comunità di solitari allo sbando su un pianeta Terra in cui la
rotazione è cessata, e "I pazzi", una straordinaria storia di follia
omicida.
Erano
i tardi anni Settanta; non si sa come, la fantascienza di Ballard, così
atipica, sembra piacesse ai lettori italiani. Ormai il suo nome era tra i miei
autori preferiti, così acquistai e gustai con la consueta nausea mista ad
ammirazione un'altra antologia, "Incubo a quattro dimensioni", apparsa
sugli Oscar Mondadori. Tre sono i racconti veramente notevoli: di nuovo The
cage of sand, questa volta tradotto come "La prigione di sabbia",
"Il giardino del tempo" e "In tredici verso Centauro". Nel
secondo racconto, alcuni aristocratici eremiti si sono rifugiati in una villa
palladiana; cogliendo fiori alti due metri che si trovano in giardino, riescono
a tenere distante l'immensa calca umana in emigrazione che rischia di
travolgerli: a ogni fiore colto, il tempo fa un balzo indietro e la minacciosa
massa umana arretra fino all'orizzonte. Il volume è sprovvisto di presentazione
(evidentemente la fantascienza non merita introduzioni critiche), per fortuna la
IV di copertina perla di "stupefacente suggestione dei simboli",
"perversità dell'immaginazione" e "punte di alta e dolente
poesia."
C'è
da dire subito che la forza evocativa dei romanzi di Ballard non è nemmeno
lontanamente paragonabile a quella dei racconti (naturalmente, salvo alcune
notevoli eccezioni). Ballard stesso sembra essersene accorto, perché si dedica
all'inizio della sua carriera soprattutto alla produzione breve.
Verso
la fine degli anni Settanta presi in prestito alla biblioteca circolante
"La civiltà del vento", una delle più belle antologie di Ballard,
soprattutto perché contiene l'omonimo racconto lungo: una storia
post-catastrofe ambientata in una metropoli in cui un gruppo di sopravvissuti
cerca di ricreare un simulacro di civiltà tecnologica. Il racconto
"Bambini prodigio" (The Comsat angels) è un'anticipazione del
successivo e inquietante "Un gioco da bambini".
Ho
definito non a caso "inquietante" la narrativa di Ballard: al termine
della lettura si ha sempre l'impressione che si tratti di una gigantesca
metafora, che qualcosa ci sfugga; Ballard non dice mai apertamente, il suo
protagonista (meglio, il suo "punto di vista") è sempre reticente,
dobbiamo desumere ciò che pensa esclusivamente dalle sue azioni.
Lessi
finalmente intorno al 1978 il primo romanzo, "Condominium" (High
Rise), un'agghiacciante storia sulla degenerazione dei rapporti sociali
all'interno di un mastodontico complesso abitativo della periferia di Londra. Di
nuovo, quel retrogusto sgradevole di realismo che era pressoché assente nella science
fiction dell'epoca. "Vento dal nulla" e "Terra bruciata"
furono una delusione e "Deserto d'acqua" una parziale delusione: come
ho anticipato, i romanzi non riuscivano a tenere dietro ai racconti, la tensione
calava, i personaggi risultavano freddi, eccessivamente impassibili.
Nel
1981, mentre ero sotto le armi, lessi l'antologia "Il gigante
annegato". Mi prese così tanto che tenevo il libro nella tasca della tuta
da combattimento anche durante le adunate e le esercitazioni. Giustamente, il
commento sul retro di copertina afferma che Ballard "ha aperto alla
fantascienza inglese le strade più inusitate e ambigue dell'innaturale, del
difforme, dell'allucinato".
"L'uomo
luminoso" è una breve anticipazione di quel capolavoro che è
"Foresta di cristallo", "Il delta al tramonto" è un altro
di quei brani in cui la nausea di Ballard è più persistente:
Ogni sera, quando il denso crepuscolo polveroso si stendeva sui canali e sui fangosi bacini prosciugati dal delta, i serpenti uscivano all'aperto e invadevano la spiaggia. Semiaddormentato sulla sdraio di vimini, sotto il telone della tenda, Charles Gifford osservava le loro forme sinuose arrotolarsi e srotolarsi strisciando lentamente su per i rialzi del terreno. Nell'opaca luce turchina, il crepuscolo illuminava come un faro pallido le spiagge umide, e i corpi intrecciati brillavano quasi fossero fosforescenti.
(The delta at sunset, trad. di Beata Della Frattina)
Di
regola, Ballard fornisce nell'incipit le coordinate spaziali della narrazione,
riferisce un'azione continuata nel tempo (che in italiano è resa con
l'imperfetto indicativo) e cita il nome di un protagonista. Ballard usa sempre
cognomi medi inglesi: per sua stessa ammissione, trova i nomi nelle liste di
redazione dei giornali di costume o sugli elenchi telefonici.
Malgrado
la sua appartenenza alla New Wave, la fantascienza inglese degli anni Sessanta
che pone l'accento sull'uomo, Ballard conosce molto bene i temi e gli stereotipi
della sf d'avventura: lo dimostrano storie come "Le terre d'attesa"
(su Il giorno senza fine) o "L'astronauta scomparso".
In
una libreria dell'usato di Treviso (ero ancora sotto leva), mi pare si chiamasse
Tarantola, acquistai finalmente "Foresta di cristallo", probabilmente
il migliore dei romanzi di fantascienza di Ballard. Un breve episodio era già
anticipato ne "Il gigante annegato" con il titolo di "L'uomo
luminoso". Ho scoperto che "La foresta di cristallo" è, nel
gusto di quasi tutti gli estimatori di Ballard, una delle sue prove migliori: la
tensione rimane elevata come nei racconti, e la vicenda rimane affascinante fino
alla fine, lungo il consueto deterioramento delle condizioni nelle quali
troviamo i personaggi all'inizio della narrazione.
Immediatamente
dopo il servizio militare, Ballard era decisamente il mio preferito fra gli
autori di science fiction. Ordinai per posta alla Fanucci "I segreti
di Vermilion Sands", una sublime antologia che raccoglie tutte le storie
ambientate in questa immaginaria località del futuro a metà fra il surreale e
il decadente: nella prefazione, Gianfranco De Turris cita giustamente Dalí e De
Chirico, due ombre che si proiettano come gnomoni di meridiana sui paesaggi di
questa città ubicata "da qualche parte tra l'Arizona e la spiaggia di
Ipanema, ma in questi ultimi anni mi sono compiaciuto di vederla spuntare un po'
dovunque, e soprattutto in qualche settore della città lineare, lunga 5000 km,
che si stende da Gibilterra alla spiaggia di Glyfada lungo le coste
settentrionali del Mediterraneo" (dalla prefazione dello stesso Ballard,
trad.di Roberta Rambelli). Da leggere assolutamente "I mille sogni di
Stellavista", l'ultimo racconto dell'antologia, ambientato durante la
decadenza di Vermilion Sands.
Nel
dicembre del 1981, Urania pubblicò uno speciale natalizio contenente il più
recente romanzo di Ballard, "Ultime notizie dall'America" (Hello
America) insieme a un'antologia di poco precedente, "Ora zero" (The
Venus hunters). Nel romanzo, una spedizione europea varca l'Oceano per
riscoprire il continente americano, decenni dopo che il grosso della popolazione
è emigrato a causa di una catastrofe ecologica; da allora non si erano più
avute notizie certe. Il motivo principale per cui i romanzi di Ballard non
riescono a mantenere il ritmo dei racconti è dovuto al fatto che questi ultimi
presentano di solito non una storia vera e propria, bensì solo il momento di
catarsi di una vicenda delimitata da pochi elementi, definiti immediatamente
dopo l'incipit. Nel romanzo invece Ballard prospetta una vicenda in evoluzione,
fatto che stride con la staticità delle ambientazioni surrealiste: è
concepibile trasporre su pellicola l'atmosfera inquietante di un De Chirico?
L'antologia
"Ora Zero" saccheggia ampiamente le precedenti "Passaporto per
l'eternità" e "Essi ci guardano dalle torri". Contiene un
racconto molto particolare, "Controtempo" (Controtempo), che
inizia con la morte del protagonista e termina con la sua nascita mentre gli
eventi scorrono al contrario. "Zoom di 60 minuti" (The 60 minute
zoom) è un agghiacciante racconto ambientato in quell'infinita metropoli
costiera di cui Ballard ci ha già parlato. Suggestiva è anche l'ambientazione
di "Un pomeriggio a Utah Beach", (One afternoon at Utah Beach),
dove il consueto paesaggio desertificato, riflesso esterno dell'inner space,
è rappresentato dalle fortificazioni tedesche residue dello sbarco in
Normandia.
Immediatamente
dopo questo numero doppio, trovai su una bancarella dell'usato l'edizione
originale di "Essi ci guardano dalle torri" (Urania n. 371), che
contiene "Amplificazione" (Track 12), un agghiacciante racconto
di omicidio, e un'autentica bizzarria: a pag. 53 appare un racconto intitolato
"Il tempo si guasta", correttamente indicato come la traduzione di Escapement…
peccato solo che si tratti della traduzione di "Thirteen to
Centaurus" conosciuto come "In tredici verso Centauro" o
"Tredici verso Centauro". Poiché l'antologia italiana raccoglie la
seconda parte di Passport to eternity, l'Urania intitolato
"Passaporto per l'eternità" contiene il racconto "Tredici verso
Centauro", in realtà la traduzione di Escapement.
Nel
1984 Urania pubblicò una raccolta di racconti nuovi, "Mitologie del futuro
prossimo" (Myths of the near future), di una nitidezza
agghiacciante. "Riunione di famiglia (The intensive care unit) è
un'antiutopia casalinga sullo choc tecnologico. "Teatro di guerra" (Theatre
of war) appartiene invece a un altro argomento che sembra stare molto a
cuore a Ballard, il conflitto bellico: qui, la guerra del Vietnam viene
trasposta in un'immaginaria Inghilterra in cui i marines statunitensi
combattono contro un fronte di liberazione comunista che ha in pugno le
campagne. Il governo fantoccio di Londra, mantenuto da Washington, è guidato
dal principe Carlo (!). "Guerra finita" (The dead time)
anticipa invece alcuni episodi della seconda parte de "L'impero del
sole".
Nel
frattempo, avvenne un fatto nuovo: nel 1984 Ballard cessò volontariamente di
essere un autore di fantascienza. In precedenza aveva già pubblicato romanzi mainstream,
ma la sua produzione science fiction era proseguita regolarmente. Invece
la pubblicazione de "L'impero del sole", la riduzione cinematografica
di di Steven Spielberg e il
successo che ne seguì lanciò Ballard al successo presso il grande pubblico, e
questo fatto lo portò a negare un valore della fantascienza nei nostri tempi.
Questa affermazione mi indispettì talmente che rifiutai a lungo di leggere Empire
of the sun.
La
casa editrice Anabasi di Piacenza pubblicò agli inizi degli anni Novanta
"L'isola di cemento" (Contrete island) e "Un gioco da
bambini" (Running wild), racconto lungo spacciato per romanzo (e
venduto al prezzo di un romanzo); nelle note di copertina di queste eleganti
edizioni in brossura leggiamo questa simpatica affermazione: "Tra i suoi
libri più noti, L'impero del sole, Il giorno della creazione, Crash e La
gentilezza della donne", in pratica, tutti i romanzi che non
contenessero il minimo sentore di science fiction. La supponenza del
mondo letterario ufficiale in Italia raggiungeva vette in cui si poteva definire
"spocchia".
Finalmente,
alla fine degli anni Ottanta anche le opere più maledette di Ballard furono
tradotte in Italia: "Crash" (Crash) e "La mostra delle
atrocità" (The athrocity exhibition), quest'ultimo con una
prefazione di William Burroughs.
"Crash"
è la quintessenza della scrittura di J.G.Ballard. È qui che il suo stile è più
monolitico, tutto giocato su iterazioni di sostantivi (p.es. vinile,
radiatore, e i vocaboli che indicano parti del corpo) e di aggettivi (p.es. cromato,
autostradale, frantumato). La selezione terminologica è estrema, i vocaboli
astratti sono relegati al campo della geometria (p.es. angolo, intersezione),
così che la storia acquista il sapore di un feticismo della materia spinto
all'estremo. La trama è conosciuta: dopo avere ucciso in uno scontro
automoblistico preterintenzionale il marito di una dottoressa, il
protagonista/punto di vista conosce Vaughan, il suo antagonista deviante,
affetto da una psicopatologia morbosa e voyeuristica nei confronti degli
incidenti stradali. Vaughan percorre le strade ad alta velocità intorno a
Londra fermandosi come un avvoltoio a fotografare le vittime di incidenti
mortali, partecipa a scommesse illegali prestandosi a fare il crash test
dummy e sogna di morire in uno scontro frontale con l'auto di Liz Taylor.
Per Vaughan, scontro automobilistico e sessualità s'erano uniti in un matrimonio definitivo. Lo ricordo nelle notti con giovani donne nervose, sui sedili posteriori schiacciati di auto abbandonate in depositi di sfasciacarrozze, e ricordo le foto di lui e di loro nelle vari posizioni di atti sessuali malagevoli. Illuminate dal flash della sua Polaroid, facce tirate e cosce tese sembravano quelle di superstiti di una catastrofe sottomarina.
(Trad. di G.Pilone Colombo)
In
questo romanzo atroce e bellissimo, generato probabilmente dall'ossessione per
la morte della giovane moglie in un incidente automobilistico, Ballard crea una
tensione morbosa e patologica, vagamente anni Cinquanta, che porta la consueta
nausea da Ballard a una sublimazione in grado di dare dipendenza. Da
"Crash" in poi, abbiamo bisogno di sempre nuove dosi di nausea; come
egli stesso affermò, " avremmo bisogno di più violenza i tv, penso che
non ce ne sia abbastanza nei programmi televisivi", dopo la lettura di
questo romanzo pubblicato nel 1973 e tradotto con 17 anni di ritardo, siamo
completamente assuefatti alla logica della sua violenza.
Il
successivo "La mostra delle atrocità", opera chiave del postmoderno
mondiale, è stato in grado di sconvolgermi nuovamente. Non a torto la citazione
del Financial Times in quarta di copertina lo definisce una devastante poesia
della violenza. Ancora più maledetto di "Crash", arrivò in
Italia nel 1991 con un ritardo anche maggiore e nella traduzione di Antonio
Caronia. Si tratta di una serie di flash, brevi racconti come tessere di un
puzzle costruiti talvolta nella forma di relazioni scientifiche
("L'assassinio di John Fitzgerald Kennedy considerato come una gara
automobilistica in discesa"), o addirittura come trascrizioni di operazioni
chirurgiche sulle quali Ballard inserisce nomi di personaggi pubblici ("Il
lifting della principessa Margaret", "La rinoplastica della regina
Elisabetta"). L'opera è un'impietosa analisi dell'America degli anni
Sessanta e delle sue ossessioni: il delitto Kennedy e la sua rappresentazione
mediatica, i fotogrammi del filmato Zapruder; il Vietnam; Hollywood; lo stile
violento e feroce gli valse anche denunce e processi, si pensi ai frammenti
intitolati "Amore e napalm: gli USA formato esportazione" o "Ecco
perché voglio fottere Ronald Reagan." Quest'ultimo procurò il macero
dell'edizione americana del 1970; pubblicato nel 1967, fu incredibilmente
distribuito come ciclostilo anonimo alla convention del 1980 che candidò
Reagan alla presidenza, con tanto di timbro del partito repubblicano:
evidentemente non fu letto dagli organizzatori, perché il testo contiene una
sequela di eleganti oscenità nei confronti del futuro presidente degli USA. Il
verbo "fottere" del titolo non viene utilizzato nel suo significato
metaforico, bensì come traduzione dell'inglese fuck, dunque nel suo
significato… diciamo "idraulico".
I
primi otto frammenti hanno spesso un protagonista che sembra il medesimo, ma che
ogni volta appare con un nome differente, malgrado tutti inizino per T: Travis,
Talbot, Tallis, Trabert, Talbert, Travers. La sezione centrale ospita i brani più
terribili: oltre a Reagan e Amore & Napalm, un'anticipazione di Crash. Lo
stile di questi brani è da relazione industriale:
Falsi filmati di atrocità. Un confronto tra i filmati del Vietnam e dei falsi notiziari su Auschwitz, Belsen e il Congo, dimostra che la guerra nel Vietnam possiede un fascino e una potenzialità curativa ben superiori a questi ultimi. All'interno del programma terapeutico un gruppo di pazienti è stato incoraggiato a progettare un falso film di atrocità, utilizzando fotografie di mutilazioni orali, rettali e genitali alternate con le immagini di personaggi politici.
Love
& Napalm U.S.A.
La
violenza verbale di Ballard utilizza un vocabolario così scientifico che il suo
significato, in brani presi isolatamente, potrebbe essere frainteso: una specie
di reductio ad absurdum che dimostra la tesi attraverso il suo esatto
opposto.
Trovai
talmente intrigante questo espediente stilistico che, dovendo relazionare sulla
XVII Italcon, il congresso italiano di appassionati di fantascienza, scrissi su
Intercom n. 126/127 un report sulla falsariga di una precedente esperienza di
Gallo e Asciuti, impostata come una relazione scientifica. Naturalmente, il mio
brano imitava lo stile scientifico e brutale di Ballard, presentando i risultati
assurdi di un supposto test su iscritti all'Italcon nel quale apparivano
numerosi nomi del fandom (compreso il mio e quello di numerosi amici). Si scatenò
immediatamente una campagna di sterminio: Enrico Rulli, che teneva una rubrica
sul bollettino dell'Editrice Nord (migliaia di copie distribuite), stigmatizzò
ferocemente il testo, accusandomi di indicibili volgarità a sfondo sessuale.
Neppure il titolo della relazione, "La mostra delle atrocità", lo
portò a comprendere che si trattava di un'allegoria di Ballard. Un non meglio
precisato avvocato veneto scrisse una minacciosa missiva al sottoscritto e alla
redazione di Intercom (forse poco più di cento copie distribuite), e la
polemica continuò per oltre un anno sulle pagine delle due riviste. Per quanto
mi riguarda, mi sono tenuto fuori da qualsiasi spiegazione fino al momento di
scrivere queste righe: ho sempre sostenuto, infatti, che l'autore sia fra i meno
indicati a fornire interpretazioni della propria opera, e siccome si trattava palesemente
di un'opera di fiction, a questa regola mi sono attenuto.
Dopo
la metà degli anni Novanta, avviai la mia riconciliazione con il Ballard post Empire
of the sun. A essere sincero, trovai sottotono l'inizio di "Cocaine
nights" (Cocaine nights), ma la storia decollò dopo i primi
capitoli, e ritrovai le ambientazioni desolate, la cifra di una solitudine
mentale che non ha nulla da invidiare alla soledad di certi personaggi di
García Márquez:
Quasi invisibile a prima vista, la gente sedeva sulle terrazze e nei patios, guardando verso un orizzonte inesistente, come figure in un quadro di Edward Hopper.
Pensando già a un articolo, notai le caratteristiche di questo mondo silenzioso: l'architettura bianca che cancellava la memoria, il riposo forzato che fossilizzava il sistema nervoso, l'aspetto quasi africanizzato, ma di un nord Africa inventato da qualcuno che non aveva mai visto il Maghreb, l'apparente assenza di strutture sociali, l'atemporalità di un mondo al di là della noia, senza passato, senza futuro, con un presente ridotto al minimo. A questo assomigliava forse un futuro dominato dal tempo libero? Nulla sarebbe mai accaduto in questo regno senza affetti, dove una deriva entropica teneva tranquilla la superficie di mille piscine.
(Trad. di Antonio Caronia)
Lo
stile di Ballard è rimasto sostanzialmente simile a quello degli esordi, nei
primi assi Sessanta: aggettivazione precisa, insistenza sul dettaglio,
riferimenti iconografici alla pittura moderna. Contemporaneamente all'abbandono
della fantascienza, Ballard ha conquistato la padronanza completa della trama
lunga, anche se una certa difficoltà permane al confronto con certe
straordinarie storie brevi dei primi tempi. "Il paradiso del diavolo",
ultimo romanzo tradotto (incredibilmente, Baldini & Castoldi non cita il
titolo originale), torna al punto di vista di un ragazzo, talvolta utilizzato da
Ballard con effetti particolari; in questo caso, l'ambientazione di un'isola del
pacifico ricorda per certi versi l'atout geografico che scatena la
violenza ne "Il signore delle mosche" di Goulding.
Infine,
accingendomi a scrivere questo intervento, ho simbolicamente varato una
riconciliazione finale con J.G.Ballard leggendo "L'impero del sole"
che avevo già acquistato in edizione tascabile alcuni anni fa. In questo modo
mi sono accorto di avere ritardato la lettura di un romanzo terribile e
bellissimo, una storia angosciante che Spielberg ha saputo rendere solo in parte
sullo schermo. Malgrado il regista statunitense abbia conservato una certa
fedeltà all'originale letterario, fino al punto di riportare esattamente alcune
battute, e arrivando all'eccesso di mettere in scena un'immagine ancora più
ballardiana del romanzo (mi riferisco all'ingresso dei prigionieri nello stadio
di Chiang Kai-shek dove sono "parcheggiati" gli oggetti requisiti dai
giapponesi), il film non riesce a riflettere la particolare disperazione del
protagonista. Ballard ottiene questo effetto perché il piccolo Jamie è anche
il punto di vista della narrazione: in questo modo si inserisce davanti agli
occhi del lettore una specie di filtro deformante che rende più assolute le
reazioni del ragazzino. Da biasimare la quarta di copertina della Rizzoli:
"J.G.Ballard ha dovuto aspettare quarant'anni prima di raccontare perché
gli ci sono voluti vent'anni per dimenticare il campo di prigionia e altrettanti
per resuscitare, con uno straordinario viaggio della memoria, i fatti crudeli e
i sentimenti dolorosi provati da un ragazzo che si è venuto a trovare troppo
presto di fronte alla faccia più dura della vita". Non una parola
sull'attività di scrittore, né sul fatto che i paesaggi desolati del campo di
aviazione giapponese e della Cina sconvolta dall'invasione potrebbero essere la
chiave di volta per comprendere la desolazione di certe ambientazioni devastate
dal virus della solitudine interiore.
Perché
questa sembra in definitiva la cifra riassuntiva della sua narrativa, più
ancora dell'ambiguità o dell'allucinazione: la solitudine dei protagonisti che
si riflette nella desolazione dell'universo.
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