FRANCO
RICCIARDIELLO
La
fantascienza
"Letture"
n. 566, aprile 2000
Fino
dalle sue origini in Europa, con Verne e Wells, e attraverso la sua
re-invenzione sulle riviste pulp americane negli anni Venti e Trenta, la
fantascienza è stata la mitografia della scienza, mito positivista di una
tecnologia basata su estrapolazioni di reali notizie scientifiche, spesso
portate alle estreme conseguenze speculative. Questo aspetto eccessivamente
tecnologico, unito a un desolante appiattimento della trama e dei personaggi, ha
condannato la science fiction a quel ruolo di letteratura di serie B che
si è trascinata dietro anche quando le sue potenzialità sono state scoperte
dal cinema di effetti speciali: proprio nel momento in cui entrava a fare parte
dell'immaginario collettivo, il suo peccato originale l'ha consegnata inerme
allo show business.
Una
prima presa di coscienza delle potenzialità cognitive del genere era stata
sviluppata dalla cosiddetta new wave fantascientifica degli anni
Cinquanta e Sessanta in Gran Bretagna, che spostò l'accento dall'avventura fine
a se stessa all'influenza della tecnologia sull'uomo (l'inner space di
J.G.Ballard), trasformandola in un occhio critico privilegiato verso la modernità.
Così, le sue caratteristiche volgarmente positiviste si stemperarono in una
visione agnostica del mondo.
Fraintendendo
in parte questa funzione, la fantascienza cosiddetta "sociologica"
degli anni Settanta negli USA ha smantellato il concetto stesso di romanzo in
una visione pseudo-intellettuale, il cui unico risultato è stato probabilmente
la frantumazione del punto di vista.
La
fantascienza italiana è forse l'erede più diretta di questo concetto
introspettivo, concentrato più sull'autore che sul prodotto letterario o sul
lettore. Malgrado poche eccezioni (Lino Aldani stato pubblicato in tutto il
mondo), schiere di scrittori in erba (viene da pensare: più numerosi dei
potenziali lettori) si sono contratti su questa interpretazione edonista e
pretenziosa, mentre oltre oceano il genere si evolveva negli anni Ottanta in una
direzione matura, il cyberpunk.
Questo
fenomeno nasce dall'incontro della riflessione sulle strutture della
letteratura, sviluppata nei corsi di creative writing delle università
americane, con l'estetica postmoderna. Infatti, la specificità della nuova
fantascienza americana è più estetica che tematica.
Il
movimento è arrivato in Italia contemporaneamente al successo di pubblico sulla
"storica" collana Urania Mondadori di Valerio Evangelisti, autore che
alterna le suggestioni del pulp a un nuovo interesse per il personaggio
visto nel chiaroscuro delle sue contraddizioni anziché negli stereotipi in
bianco e nero di genere.
Il
ruolo dell'autore italiano a questo punto non può più essere inserito in una
tradizione autoctona del Fantastico: per quanto mi riguarda, per aggirare
l'analfabetismo scientifico del nostro paese ritengo necessaria una revisione
linguistica e tematica che passi attraverso un percorso tangente a vari generi
(thriller, noir, sf, romanzo storico), immediatamente riconoscibile in un milieu
espressivo internazionale. Dopo di che potrà davvero iniziare l'avventura della
fantascienza italiana.
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