Signori, questa volta si viaggia a ritroso: nel volume precedente gli autori ci
trasportavano dal 1968 all'oggi, adesso invece ci accompagnano fino alle origini stesse
del cinema fantascientifico. Un percorso ispido di incontri pericolosi, con creature che
grondano sangue e voglia di distruzione: siamo spesso Sul sentiero dei mostri, per
citare un antico esemplare di cinema giurassico. Anche se, ovviamente, non di sole creatures
si nutrono tanti anni di filmografia.
Un dato interessante è che diversi dei film più significativi dei decenni trattati in
queste pagine provengono dalla fantascienza scritta: è il caso ad esempio di Il
pianeta proibito*, La guerra dei mondi*, Il dottor Stranamore*, e molti
altri. I collegamenti diretti con la carta stampata hanno subito una brusca inversione di
tendenza, sempre a partire dal fatidico 1968 e dall'epocale 2001 di Kubrick: vero
è che il regista si ispirò a un raccontino di Clarke, La sentinella, però ne
prese solo il nucleo essenziale, il monolito che indica il contatto con una razza
superiore (o con Dio?), e vi costruì attorno tutto ciò che sappiamo. Con l'aiuto di
Clarke, certo, però guarda caso fu poi lo scrittore inglese a creare un romanzo tratto
dal film, dando la stura alla moda delle novelizations che ha avuto la sua stagione
di fortuna.
Dai Settanta in poi, il cinema tende a inventare da sé le proprie mitologie
fantascientifiche: a parte l'ampio saccheggio di Philip Dick, qualche tentativo per lo
meno discutibile di portare Robert Heinlein sullo schermo, e una manciata di altre
pellicole ispirate a romanzi o racconti, il film di sf è un ente autonomo a
partire dal soggetto. Se penso alle pagine di grandi visionari come Alfred Bester o A. E.
van Vogt, alle straordinarie catastrofi del primo Ballard, all'ampiezza di disegno della
Fondazione asimoviana e a un mucchio di altre cose, mi viene da sospettare che se ne
potrebbero ricavare film notevoli. E' che, non mi stancherò mai di ripeterlo, sono
arrivati gli enfant prodige di Hollywood, George Lucas e Steven Spielberg, i quali
vogliono girare il tipo di storie che sognavano di vedere sul grande schermo da bambini;
e, salvo le rare eccezioni, hanno provveduto a tutto in proprio. Lo scollamento tra
fantascienza scritta e fantascienza cinematografica è ormai enorme, a tutto detrimento
della prima, che non versa nelle migliori condizioni di salute della propria storia,
mentre il film "funziona" ancora, attira spettatori. Peccato, perché di
materiale da sfruttare ce ne sarebbe in abbondanza.
Tra le varie tipologie di pellicole delineate nel volume, due in particolare godono del
mio più incondizionato amore: quelle imperniate sui mostri, e il filone della cosiddetta
fantapolitica. I mostri, siano mutazioni come le formiche di Assalto alla Terra* o
creature preistoriche risorte come il mitico Godzilla* o perfidi alieni che di noi
si vogliono impossessare come quelli di L'invasione degli ultracorpi*, nel loro
procedere non di rado ballonzolante e approssimativo, nella precarietà di trame e
personaggi, negli improbabili finali coi salmi che tendono a chiudersi in gloria, hanno un
fascino che mi conquista. Negli anni Cinquanta e nei primi Sessanta, quando quei film
circolavano nei cinematografi, l'America di per sé era una terra lontana, un mito
irraggiungibile, un po' un altro pianeta; e i tipici paesaggi del genere, il deserto
assolato e la piccola cittadina chiusa in se stessa a microcosmo, con l'elemento alieno
che arriva di colpo a scombussolare l'ordine, appartenevano a un ordine di realtà molto
diverso da quello dell'esperienza quotidiana mia e suppongo di tanti spettatori allora
giovani, e probabilmente avidi lettori di "Urania". Un enigma all'interno del
quale si inseriva un secondo enigma, in un gioco di fascinazione che oggi, in era di
villaggio globale, non è sperabile ripetere. Sì, sappiamo tutti che baccelloni e
tarantoloni vari sono stati letti come metafore del "pericolo rosso", l'odiato
comunista, e non credo ci sia molto da obiettare a questa interpretazione; però la
valenza simbolica, atmosferica, onirica delle creature scatenate in tanti film andava ben
oltre la semplice metafora politica. Che magari veniva percepita da un adulto, ma cosa
poteva importare dell'URSS e della minaccia che incarnava ai bimbetti che divoravano a
occhi sgranati le immagini mostruose? A me sono rimaste nel cuore, non me ne libererò
più, e se devo scegliere tra una mantide gigantesca obiettivamente ridicola e il più
sgargiante degli effetti speciali di oggi, chiedo scusa, ma ridatemi la mantide!
La fantapolitica, invece, ha affondato i denti direttamente nella realtà, facendo
discorsi sullo stato del mondo improntati a un generale pessimismo. I titoli migliori (Stranamore*,
L'ultima spiaggia*, A prova d'errore*, Sette giorni a maggio*) erano
ritratti coerenti della situazione del nostro pianeta, dei conflitti (o dei golpe) che
potevano nascere se un generale fosse impazzito o si fosse verificato un semplice errore
nella macchina politico-militare, magari. Rigoroso bianco e nero, atmosfere cupe,
sensazioni da fine del mondo; con l'inevitabile eccezione di Kubrick, che ci racconta il
gioco del massacro col ghigno sulle labbra.
Per fortuna nostra, gli immediati futuri che quei film immaginavano non si sono
verificati. Il mondo di oggi è altro da ciò che si poteva temere, senza dubbio non il
migliore dei mondi possibili, però Cortina e Muro sono caduti, la guerra fredda è
finita. Siamo passati allo spettro del terrorismo internazionale, e gli incubi della
fantapolitica risuonano, mutatis mutandis, soprattutto in pellicole d'azione ad alto tasso
d'adrenalina. Ancora una volta la fantascienza ha raccontato futuri che veri non sono, che
erano solo potenzialmente veri e nel campo delle probabilità irrealizzate sono rimasti.
Niente di grave: il compito concreto della science fiction non è essere profezia
esatta, ma monito, lettura trasversale del presente per coglierne umori, tensioni,
tendenze; e in questo quei film sono stati formidabili.
E poi... Mi è capitato più di una volta di rivedere, in videocassetta o in dvd, una di
queste pellicole, Stranamore* in particolare, con amici molto più giovani di me,
ragazzi che non hanno vissuto sulla propria pelle la guerra fredda, l'equilibrio del
terrore, la minaccia atomica, la crisi dei missili cubani del 1962; e diversi di loro,
alla fine, mi hanno detto: "Ma il mondo era davvero così? La situazione era quella?
Incredibile." Per un sublime paradosso, la fantascienza, oltre a inventare un futuro
immaginario per l'epoca, diventa oggi documento di un passato che alle nuove generazioni
appare altrettanto irreale, fittizio, perché del tutto estraneo all'esperienza.
E' probabile, peraltro, che anche un film come Ladri di biciclette possa fare lo
stesso effetto ed essere percepito ai nostri giorni come pura invenzione di una realtà
mai esistita. La magia del cinema, gentili lettori: fantastico, irreale quando inventa
tutto di sana pianta ma anche, in retrospettiva, quando è ritratto più o meno fedele del
presente. Che si brucia subito, diventa passato, e dopo un numero sufficiente di anni
assume gli stessi contorni nebulosi dei molti futuri che queste pagine ci narrano.