Di leonardo maffi, 6 Marzo 2000.
È il tramonto. Siamo ai margini di
un piccolo bosco, su un pianetino che è stato terraformato e colonizzato.
Le uniche creature visibili sono un cavallo col suo cavaliere. La coppia è
al passo lento, col cavaliere immerso nei propri pensieri.
Lo stallone assomiglia ad un quarter horse, un bestia veramente
bella. Il suo manto è lucido, è stato strigliato di recente,
e presenta tutte le sfumature del color cannella. I suoi fianchi sono statuari,
il suo odore ricorda quello di prati senza fine. I suoi occhi sono molto
strani, sembrano sempre attenti, ma difficilmente si riesce a capire cosa
di volta in volta attiri tutta la sua attenzione. Apparentemente nulla.
Il cavallo non è affatto calmo, e scarta un paio
di volte. Il cavaliere sposta lievemente il suo baricentro. La bestia interpreta
tale gesto come l'ordine di fermarsi. Con un'animale così sensibile
non servono redini e taccate. "Stai calmo, buono, buono", sussurra il cavaliere
mentre blandisce la bestia sul collo.
Il cavaliere indossa abiti consumati, quasi logori, poco
più che stracci in effetti, forse solo il ricodo di quella che una
volta è stata un'Uniforme d'Ordinanza. La sella è costituita
solo da un sottile strato rettangolare di plastica spugnosa, e non ci sono
redini. Ma il cavallo è chiaramente una creatura nobile, di eleganza
superiore, e sembra inverosimile possa appartenere ad un cavaliere tanto
povero.
Il cavaliere smonta lentamente. Si ferma accanto a lui
e lo guarda con tristezza. Ricomincia a carezzarlo sul collo e a sussurrargli
sciocchezze in un orecchio. Il cavallo infine si calma.
"Sdraiati", ordina il cavaliere. Il cavallo lentamente
si abbassa, e poi ubbidiente si sdraia su un fianco.
"Bravo, bravo", dice il cavaliere con voce un poco rotta dall'emozione.
Mentre il cavaliere continua a blandirlo, appoggia un'orecchio
sul suo torace per apprezzare il generoso cuore che regolare e potente vi
batte, coperto da un fitto strato di pelliccia. Il freddo pungente di queste
latitudini deve aver fatto sviluppare la pelliccia più del normale.
Il cavaliere bisbiglia qualcosa tra sé e sé, sembra un giuramento.
Infine, più risoluto, il cavaliere si rialza a
sedere. "Congelati in questa posizione", ordina.
Non si nota nessun cambiamento.
Il cavallo rimane tranquillo come prima, e continua a
muovere lentamente la coda, gli occhi, e le narici come faceva prima. Il
cavaliere mette per prova due dita in bocca al cavallo, il quale però
muove solo appena la lingua per leccarle. Il cavaliere annuisce soddisfatto.
"Rimetallizza questa zampa" ordina il cavaliere con tono
serio. Per un attimo sembra che nulla accada, e che il cavaliere abbia parlato
solo alla brezza lieve. Ma poi intorno alla spalla anteriore del cavallo
il naturale color cannella comincia a scolorisi. In breve tutti i peli che
ricoprono la zampa e la spalla del cavallo rientrano nella pelle, ed essa
in breve diventa del tutto glabra, immobile e di un decisamente innaturale
color grigio metallico. Intorno alla spalla il bordo tra la pelliccia e la
pelle nuda e metallica è netto. Tutto l'intorno della spalla, una
zona approssimativamente circolare, sembra appartenere ad una fredda statua
equestre disegnata da un artista tecnofilo. Il cavaliere inserisce le dita
sotto la spalla, dà un piccolo strattone, e zampa e spalla si staccano
di netto, quasi senza emettere suono.
Il cavaliere poi appoggia la pesante spalla sul terreno
lì vicino, e osserva la zona del torace dove prima c'era la zampa.
E' rimasta solo una cavità metallica ad anelli concentrici, con al
cento un piccolo foro di poco più di un centimetro di diametro. Non
si trovano tracce di connessioni, né meccaniche né di altro
tipo. Solo metallo lucido e liscio e quel piccolo foro scuro.
Nel mentre il cavallo è rimasto praticamente immobile,
come doveva, ma i suoi occhi rimangono sempre molto vigili. Il cavaliere
ritorna dal cavallo, carezzandolo ancora per tenerlo calmo, oltre che fermo.
A quel punto il cavaliere si mette un dito in bocca e poi lo inserisce con
cautela nel piccolo foro nella spalla e comincia a rigirarlo. L'apertura
sembra un buco nel metallo, ma poco sotto la superficie dura, il materiale
torna ad essere caldo e morbido, a sembrare la carne che era.
"Ti piace?" chiede il cavaliere con aria insicura, che
si è nuovamente seduto accanto al cavallo. La bestia comincia a dare
segni di provare piacere sessuale, e contemporaneamente a rilassarsi.
"So che quello che sto per farti è per te tutt'altro
che piacevole", dice il cavaliere con lo sguardo puntato in alto, rivolto
a nulla in particolare. "Ma cercherò di renderti questa esperienza
dello smontaggio la meno spiacevole possibile".
Dopo poco però il cavaliere cade come un sacco
vuoto sul cavallo, che si irrigidisce solo per un attimo. Quei due si conoscono
da una vita, e nonostante il cavallo sia una creatura che sia basa molto
sui propri istinti, non ci sono molte cose che quel cavaliere possa fare
in grado di spaventare veramente il compagno. Il cavaliere ripensa a quante
volte in battaglia il cavallo ha parato col suo resistente corpo colpi d'energia
diretti a lui; come lo accolse come se nulla fosse accaduto, miracolosamente
illeso, dopo che giorni prima per motivi di guerra gli era stato ordinato
di abbandonarlo in un campo coperto da mine mortali. L'odore del respiro
del cavallo è lieve e dolce, e gli richiama alla mente un'infinità
di altri ricordi confusi, da cui emerge un'unica costante: la fedeltà
della sua cavalcatura, che lui ancora chiama col numero di matricola assegnato
dall'esercito. Esercito di cui lui ormai non fa più ufficialmente
parte.
Ha deciso di disertare quando ha capito che gli importava
più del suo cavallo che del destino dei ribelli, o del proprio. "Che
l'impero finisca pure di spazzare via gli ultimi ribelli", pensò,
anche se si ricordava benissimo di essere nato, come molti altri, con l'unico
scopo di impedire che ciò potesse accadere.
Il cavaliere sommessamente comincia a piangere, tanto
che la pelliccia del fianco del cavallo pare iniziare ad esserne bagnata.
Dopo poco il cavaliere si rialza appena, e sospira. "Non ce la faccio". Poi
dopo una piccola pausa, "Riattiva la tua coscenza di ordine superiore".
"Come stai?" chide il cavaliere con voce bassa, nel mentre si asciuga le
lacrime.
Il cavallo chiude e riapre più volte gli occhi,
poi cerca di muovere il collo un paio di volte, senza riuscirci dato che
è ancora congelato. Infine piega leggermente il collo di lato, e irritato
dice "Stavo meglio quando avevo ancora la zampa! -- Perchè
mi hai decelebrato, immobilizzato e poi me l'hai tolta?"
"Ho saputo che la colonia sta per essere attaccata massicciamente,
e il pianeta e tutto quello che vi è sopra sarà presto distrutto.",
risponde il cavaliere con voce priva di tono.
"Dopo la diserzione, coi pochi soldi che avevo, ho comprato
una piccola astronave per fuggire, l'unica che potevo permettermi. Ma purtroppo
è troppo piccola perchè il tuo corpo di cavallo c'entri tutto
intero. Anni fa quando i superiori mi istruirono, mi dissero che in caso
di vera emergenza tu potevi ritrasformare il tuo corpo in metallo, dopodichè
potevi essere fatto a pezzi, ad esempio per estreme esigenze di trasporto.
Mi dissero che tale procedura poteva essere invertita almeno una volta su
due."
"Sapendo quanto pericolosa e terribile sia per voi questa
esperienza, ho deciso di disattivarti la coscienza, in modo da farti soffrire
meno. Il congelamento è solo una precauzione necessaria, data la delicatezza
di tutta l'operazione". Il suo tono di voce era distaccato, simile a quello
di un soldato che fa il suo dovere, per quanto doloroso. Il cavaliere esita
un attimo, mentre il cavallo rimane silenzioso.
Dopo un momento il cavaliere ricomincia, con un tono di
voce più dolce: "Ma poi non ho potuto fare a meno di ridarti la coscenza;
non potevo smontarti senza fartelo sapere, e poi vorrei darti un'ultimo saluto,
non so se riusciremo mai a sfuggire vivi da questo piccolo sistema solare".
Nel mentre l'espressione del cavallo da accigliata diviene
morbida e pacifica. Alla fine il cavaliere abbraccia il cavallo sdraiato,
e ricomincia a piangere. "Ti chiedo scusa per tutto quello che ti ho fatto...".
Passano alcuni secondi di silenzio e di immobilità.
Sembra che sull'erba ci sia solo una strana composizione statuaria equestre.
Il cavallo comincia a parlare con voce bassissima, a sussurrare
nell'orecchio del cavaliere che gli è ancora sdraiato addosso. "Schh...
adesso ho capito. Anch'io devo farti le mie scuse e delle spiegazioni. --
Quattro secoli fa gli equestroidi come me, ed altre biomacchine, fecero una
piccola rivoluzione, dichiarando che da quel giorno non avrebbero permesso
più a nessuno di umiliarli con lo smontaggio. Piuttosto che subire
tale onta dichiararono che da quel momento in poi avrebbero preferito morire.".
"Adesso sai perchè prima mi sono arrabbiato un
poco con te. Il fatto poi, che tu mi avesssi spento anche la coscienza, non
è stato d'aiuto.".
"Ma adesso ho capito anch'io. Da tempo so di essere
uno dei pochi, forse il tuo unico amico. Sarebbe egoistico da parte
mia non tentare tutto il possibile per farmi salvare. -- Per cui continua
pure a fare quello che hai iniziato. Ma sappi, che lo smontaggio non provoca
dolore, e presto potremo venir distrrutti dai nemici, subito dopo l'uscita
dall'atmosfera, per cui ti prego di farmi passare quelli che potrebbero essere
i miei ultimi minuti, non in stato mentale solo equino, ma come pieno senziente."
L'eloquio del cavallo era piuttosto formale e nobile, un poco insolito in
effetti, ma la sua voce era ricca come il suo manto.
Il cavaliere nel mentre ha smesso di piangere, e risponde
al compagno. "Ti prometto che non ti spegnerò mai più la coscienza,
qualsiasi cosa accada. Lo giuro su Gesù".
A quel punto il cavaliere, sguardo più sereno, movimenti
più scattanti, si alza a sedere, deciso a finire la cosa il prima
possibile. "Rimetallizza la zampa posteriore".
Il cavaliere si alza in piedi, stacca la pesantissima zampa
posteriore, e la trasporta fino alla minuscola astronave, lì nei pressi
(si tratta di un disco volante che sembra uscito da un olofilm per bambini,
del diametro di poco più di tre metri, e molto malridotto). Poi incastra
la zampa rigida, ma con le articolazioni funzionanti, in una intercapedine
del disco, e torna al cavallo. Alla stessa maniera, un pezzo dopo l'altro
vanno a finire dentro l'astronave giocattolo. Dopo venti minuti quello che
rimane del cavallo è scosso da fremiti, sta chiaramente soffrendo,
è in pieno shock da amputazione. E' come se gli stessero amputando
una perte del corpo dopo l'altra, solo che adesso c'è rimasto poco
da togliere. Nella sua vita è la prima volta che viene smontato, e
si augura che sia anche l'ultima. Se non fosse stato per il suo cavaliere,
non avrebbe mai accettato di farsi smontare. Da secoli in effetti lo smontaggio
non viene più praticato sulla sua razza, ed essa sta perdendo la capacità
di subirlo. Probabilmente è passato molto tempo da quando un suo antenato
è stato smontato. La sensazione per lui è atroce. Sentire arti
del proprio corpo che svaniscono, uno dopo l'altro. Non è facile resistere.
Ma il cavallo sa che senza di lui il cavaliere non sarebbe mai andato via,
e sarebbero sicuramente morti entrambi sul pianeta. Per cui deve resistere.
Quando rimane solo la testa, gli occchi del cavallo sembrano
sonnolenti e non del tutto svegli. Deve essere quasi in trance, o peggio.
"Buona fortuna." ,dice il cavallo, "Mi auguro di rivederti ancora.
Comunque questa energia per il momento non mi serve, per cui te la presto".
A quel punto un arco elettrico scocca tra un orecchio del cavallo e il pollice
del cavaliere, beffandosi un poco delle leggi dell'elettrodinamica. Il cavaliere
si gonfia, riuscendo a stento a controllare tutta l'energia che il cavallo
chi ha donato. Poi in silenzio la testa si addormenta, e diventa fredda,
nuda e grigia, come tutte le altre parti hanno già fatto.
Il cavaliere finisce di incastrare gli ultimi pezzi nell'astronave,
e poi li chiude dietro una paratia pressurizzata, in grado di conservare
l'aria. Anche se quelle parti sembrano pezzi di metallo inerte, e in un certo
senso lo sono, preferisce non rischiare di esporle al vuoto gelido dello
spazio.
Il cavaliere, l'ex soldato, l'ex creatura insensibile,
inizia i preparativi e i controlli per avviare il piccolo disco. Alla fine,
data un'ultima occhiata di dispiacere per il bel pianetino verde che sta per
essere distrutto, si piazza sopra il disco e inizia lentamente ad imbullonarsi
le gambe e il bacino alla fusoliera. Lui è un robot antropomorfo dell'esercito
dei ribelli umani, e non ha bisogno dell'aria per sopravvivere. I pochi liquidi
acquosi del suo corpo in effetti non gli servono neanche loro per sopravvivere.
Nella partenza, con gli utimi raggi di luce del sole, il suo corpo fatto
di esotiche leghe leggere produce riflessi iridescenti, resi intermittenti
dallo sventolare dei suoi poveri abiti. La vita del suo miglior amico è
nelle sue mani, e non ha intenzione di perderla, a costo della propria.
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