Libro: L'uomo che si innamorò di un orso bianco
Data 19990226.
Autore: Robert U. Akeret
Titolo: L'uomo che si innamorò di un'orso bianco
Sottotitolo: Uno psicoterapeuta in viaggio per visitare
i suoi pazienti più memorabili
Titolo originale: Tales from a traveling couch
Editore: Pratiche Editrice
N. pagine: 254
Edizione: 1998
Altre opere dello stesso autore: varie opere, nessun'altra
tradotta
Prezzo: 27000 lire, ben spese.
Pagina dedicata al libro:
www.robertakeret.com/couch/
Note
L'autore è un vecchio psicologo americano, che in fine carriera
ha deciso di girare gli States alla ricerca dei suoi pazienti più
particolari, per sentire come la loro vita è proseguita. Tutto quello
che è scritto nel libro (e di seguito) è reale, non fantasia.
Punti interessanti
Quello che segue è tratto da cap. 2, p. 55-64.
Charles: animo d'amore
La prima cosa su cui al risveglio posa l'occhio
sia leone, orso, o lupo, o toro,
scimmietta curiosa, o sedulo scimmione,
lei inseguirà con animo d'amore.
WILLIAM SHAKESPEARE
Sogno d'una notte di mezza estate
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L'Interstate 75 mi portò a nordovest
da Miami a Sarasota, città con 361 giorni di sole e ultima residenza
di John Ringling, re del circo. Arrivai sul mezzogiorno di un martedì,
ventiquattr'ore buone prima dell'incontro in agenda con Charles Embree,
che avevo visto l'ultima volta trentaquattro anni prima. Ero contento di
avere una giornata tutta per me prima di ristabilire i contatti con Charles;
stavo ancora digerendo l'incontro con Isabella.
Scesi al Comfort Inn e mi feci una bella e lunga nuotata nella
piscina prima di uscire a esplorare la città. Sarasota ha vezzi
architettonici che le danno un'aria distintamente mediterranea; la si nota
nel magnifico giardino botanico nel cuore della città, nel grandioso
John e Mabel Ringling Museum of Art fuori sul lungomare in Bayshore Drive
e nell'elegante villa Ringling, Ca'd'zan, modellata sul Palazzo
Ducale di Venezia. Ringling, che crebbe a Baraboo, Wisconsin, con sogni
romantici in testa, provava una naturale attrazione per lo splendore e
la decadenza dell'Italia, dove si dice che sotto forma del primordiale
spettacolo con animali che si rappresentava al Colosseo - cristiani
contro leoni - abbia avuto origine il circo.
Dopo un pranzo di tonno grigliato in un caffè con vista
sulla marina, guidai fino alla città vicina, Venice, così
battezzata da John Ringling e sede della sua accademia circense, il Clown
College. Qui, sotto un grande tendone permanente, si stavano provando nuovi
numeri per il Ringling Brothers and Barnum & Bailey Circus. I visitatori
erano benvenuti. I posti popolari erano quasi vuoti. Mi sistemai proprio
sopra la pista centrale.
Un giovane muscoloso dai capelli ricci in calzamaglia e bolero
pendeva a testa in giù dal trapezio, mentre un'esile e bella ragazza
in costume aderente dondolava nell'aria dalla parte opposta. Gli altoparlanti
suonavano Caikovskij, il solo di violino finale del Lago dei cigni.
La ragazza era l'immagine stessa della grazia, una ballerina librata in
volo. Ma non era questa la sola ragione per cui non potevo staccare gli
occhi da lei.
Il giovane ora oscillava in sincrono con i movimenti della ragazza.
Lui era quello che la doveva afferrare. Lei presto si sarebbe staccata
per volare nell'aria a quindici metri dal suolo e finire aggrappata alle
braccia protese di lui. C'era una rete, certo, ma sapevo bene che lei avrebbe
potuto caderne al di fuori o atterrarvi malamente e che ciò avrebbe
potuto renderla invalida o ucciderla. Solo alcuni anni prima uno dei famosi
Flying Wallendas aveva incontrato un simile destino. La musica crebbe di
volume. Strabuzzai gli occhi dal terrore con il cuore che mi batteva forte.
La verità è che un qualche lato oscuro di me era
affascinato dal pericolo e continuava a immaginare quel seducente angelo
che mancava le braccia protese e si infrangeva al suolo. E questo il dramma,
la tensione tra successo e fallimento che ci tiene inchiodati alla sedia.
E chiaro che non avrei assistito con interesse così acuto se la
ragazza non fosse stata così attraente, e di certo non vi avrei
assistito con tale fascino se lei non fosse stata in pericolo mortale.
In ultima analisi io non sono forse molto diverso dal pubblico di Caligola
che assisteva eccitato nel circo neroniano allo spettacolo di gladiatori
nudi inseguiti da leoni famelici. Sesso e pericolo sono sempre stati una
combinazione vincente nel mondo dello spettacolo.
La ragazza si tuffò nel vuoto. Fece una doppia capriola
a mezz'aria e poi raggiunse le braccia protese dell'uomo a testa in giù.
Lui la afferrò. Sospirai di sollievo. No, non volevo vederla schiantarsi
a terra morta. Non sono perverso.
Ma volevo vederla tentare ancora, eccome.
«Robi, ho un caso spinoso; vorrei tu gli dessi un'occhiata. Rollo
pensa che tu sia la persona adatta, che sia necessario un approccio non
ortodosso.»
Al telefono c'era il dottor Goldman, capo dei consultori della New
York University. L'anno era il 1965. Io avevo già uno studio privato.
«Che puoi dirmi?» chiesi.
«Preferirei non dirti molto. Lascio a te una valutazione. Il
nome del ragazzo è Charles Embree. Ex studente al college.»
Goldman fece una pausa di un secondo prima di aggiungere: «Al momento
lavora in un circo».
Avessi avuto bisogno di ulteriori argomenti persuasivi
per accettare il caso, quello avrebbe compiuto l'opera. Ho avuto la passione
per il circo sin da quando ho memoria. Se mi trovo su un campo da tennis
con due palle in mano, invariabilmente comincio a farci giochi di destrezza,
o perlomeno tento. E se sono in sella al mio cavallo nei boschi dell'Adirondack,
è molto probabile che mi perda in una fantasia in cui cavalco a
pelo nella pista centrale dello Schumann Circus. Ma la verità è
che io non avevo bisogno di altro incentivo a vedere Charles Embree; bastava
che Rollo May, il maestro che ammiravo, avesse raccomandato me. Come quasi
chiunque altro, crescendo non ho mai superato del tutto il desiderio di
vivere all'altezza delle aspettative "paterne".
Embree venne da me una prima volta un venerdì mattina.
Era un ragazzo grosso con una faccia tonda, irsuta di barba, capelli lunghi
e corporatura pingue. Portava un'ampia benda bianca al disopra del sopracciglio
sinistro che arrivava fino all'attaccatura dei capelli. Mi venne incontro
con passo lento e aria lugubre, girando la testa a destra e sinistra per
cogliere gli oggetti che arredavano il mio studio. Malgrado la barba, c'era
in lui qualcosa del bambino troppo cresciuto. Come molti pazienti maschi
alla prima volta, voleva stringermi la mano, rituale che trae la sua origine
storica dal bisogno di controllare che la mano
dell'altro non nasconda un'arma. La sua era sorprendentemente morbida,
la presa lieve. Gli indicai la sedia di fronte a me e ci sedemmo entrambi.
«Dunque, cosa la porta qui?» chiesi con garbo.
«Credo di avere qualche problema a decidermi se voglio continuare
con il mio lavoro» rispose Charles. Parlando, mi guardava dritto
negli occhi senza alcuna ansia visibile. La voce era grave, appena rauca
ma piacevole.
«Vede, a volte penso che dovrei dedicarmi a qualcos'altro.»
Spesso, nel minuto o due iniziali con un nuovo paziente, colgo
indizi visivi o auditivi, forse persino vibrazioni subliminali, che mi
dicono nei termini più generali che tipo di fardello lo affligge:
una depressione profonda, angoscia, una paura per qualcosa in particolare.
A volte sono persino stato capace di percepire segni non verbali di paranoia
o di una specifica fobia. Ma questa volta non colsi praticamente niente,
forse soltanto un tocco di normale "melancolia del giovin signore". Annuii
a Charles, incoraggiandolo a continuare.
«Ma io amo il circo» disse con palese entusiasmo.
«Ne amo quasi tutto: gli odori, lo zucchero filato, gli animali.»
Si strinse nelle spalle e fece un sorriso timido. «Non so, forse
è che non sono mai cresciuto. Volevo scapparmene via con un circo
sin da quando ero bambino e ora che ci sono, non me la sento di lasciarlo.»
Sin qui la sua situazione mi sembrava assolutamente ragionevole.
No certo, non mi era per niente difficile identificarmici. Mentalmente
precorrevo i tempi domandandomi quale potesse essere il problema. Che il
giovane Charles avesse genitori con progetti di carriera per lui più
convenzionali? Che fosse questo il problema "spinoso" che richiedeva l'intervento
di un terapeuta "non ortodosso"?
«E qual è l'argomento a sfavore di rimanere nel circo?»
chiesi.
Charles ancora una volta si strinse nelle spalle. «E... è
una roba un po' rischiosa» disse, distogliendo gli occhi dai miei
e abbassandoli.
«Rischiosa?»
«Be', pericolosa, a dire il vero» disse Charles, sempre
con gli occhi bassi. Ah, era questo. Charles lavorava in un numero pericoloso,
funambolismo, forse, o al trapezio. Ma non sembrava avere il fisico adatto
per nessuna delle due cose. Forse era il proiettile umano. Tipo di lavoro
che certo portava un uomo a considerare seriamente un cambiamento di carriera.
Attesi. Charles sospirò, abbassando ancor più la testa
lanosa; poi si strinse di nuovo nelle spalle.
«Mi sono innamorato di una al lavoro» disse infine in tono
dolente.
E così era un pericolo di tipo diverso, un pericolo del cuore.
Attesi di nuovo, ma poiché Charles taceva, lo pungolai con «E
come sta andando?».
«Con alti e bassi. Non proprio bene a dire il vero.»
Charles scuoteva la grossa testa. Poi, con un improvviso empito di
passione, disse: «Non son mai stato così innamorato in tutta
la mia vita, dottore. Mai!».
Guardai Charles con comprensione. Centinaia di volte avevo visto nel
mio studio cuori infranti d'amore non corrisposto, ma era sempre penoso
assistervi.
«Mi dica di...» mi fermai prima di dovermi impegnare con
il genere del pronome.
«E una bellezza incredibile» irruppe Charles con ardore.
«Voluttuosa. Passionale. Provocante. L'ho voluta disperatamente sin
dal primo momento che l'ho vista.»
«E lei?»
«Devo conquistarla. È ciò che desidero di più
dalla vita» disse Charles ansimando. «E credo che ci riuscirò.
E' solo questione di tempo.» Charles stava ora frugando nel taschino
della camicia alla ricerca di qualcosa. Era una foto. La guardò
per un momento con palese affetto, poi me la passò.
La foto mostrava Charles, più magro e senza barba, su
una pista di circo accanto a un orso polare ritto in piedi sulle zampe
di dietro. Per parecchi secondi il significato di quello che stavo vedendo
non mi si impresse nella mente. Ma poi, quando finalmente compresi, feci
appello a ogni atomo di autocontrollo che possedevo per riuscire a sorridere
con calma e dire con voce naturale: «E bella».
La faccia di Charles irradiò sollievo. Avevo accettato la sua
storia d'amore nei termini suoi.
«Si chiama Zero» mi comunicò in tono confidenziale,
come se quest'informazione fosse un dono di gratitudine. Fu allora, con
reazione ritardata, che il panico mi invase. In base a ogni criterio diagnostico
sapevo che Charles era un ragazzo gravemente ammalato. Inoltre, per l'esperienza
professionale che mi ero fatto sino a quel momento, non ero ben preparato
a trattare un disturbo così insolito. Eppure Rollo May aveva detto
al dottor Goldman che pensava fossi l'uomo giusto per quel caso. In spirai
a fondo e contemplai il ragazzo folgorato d'amore che mi sedeva davanti.
E poi una seconda onda di panico mi travolse. Stavo fissando
la benda sulla fronte di Charles, e all'improvviso seppi perché
il suo lavoro era diventato così pericoloso.
«Perché l'ha graffiato?» chiesi calmo.
Charles, con vergogna, abbassò lo sguardo al pavimento.
«Non era pronta per me» rispose con voce ferita. «Le
ho fatto fretta, e lei non era pronta.»
Senza bisogno che lo pungolassi, Charles continuò e mi raccontò
esattamente come era successo. Per più di un anno era stato l'assistente
di Glorious Glorianna, domatrice di Zero che con lei si esibiva. Charles
si era, per dirlo con sue parole, "innamorato perso" dell'orsa sin dal
primo giorno, ma aveva limitato le sue profferte a parole d'affetto bramite
sottovoce e a pacche sui fianchi e sul collo dell'animale quando si trovava
nella gabbia con lei o durante il numero in pista. Era richiesto che lui
portasse uno spesso giubbotto di cuoio come protezione ogni volta che era
in contatto con l'orsa, e lui lo portava. Gli orsi polari, mi informò
Charles in tono pratico, sono particolarmente pericolosi perché
sono capaci di uccidere un uomo con una sola zampata e non danno segno
d'avvertimento prima di colpire.
Nella notte in questione due settimane giuste prima che
Charles venisse da me - lui si era trattenuto fino a tardi nella zona degli
animali sullo spiazzo dove il circo si esibiva non lontano da New York,
nel New Jersey. Seduto fuori della gabbia di Zero, si era scolato un cartone
da sei birre, mentre parlava sottovoce all'orsa dell'affetto che aveva
per lei, gettandole di tanto in tanto un "biscotto per orsi" tra le sbarre.
E poi, raccolto tutto il suo coraggio, aveva aperto la gabbia ed era entrato,
armato solo delle sue parole d'amore. Zero aveva reagito sferrando un'immediata
artigliata con la zampa destra sulla spalla. Per fortuna lui indossava
il giubbotto di cuoio, e la sola ferita era dovuta a una graffiata di striscio
sulla fronte. Aveva richiesto quattordici punti.
Ascoltai il lungo racconto di Charles con la stessa calma esteriore
cui avevo fatto appello quando all'inizio mi aveva svelato l'identità
dell'amata. Ora, però, mi veniva più facile. Che lo choc
avesse cominciato a sbiadire? Mi sporsi verso Charles.
«Che cosa sperava succedesse tra voi due?»
Charles si strinse nelle spalle, timido. «Volevo solo mostrarle
un po' d'affetto» disse. «Farle un po' coccole.»
«Tutto qui?»
Charles si strinse ancora nelle spalle, ma non disse niente.
«Era eccitato sessualmente?» chiesi.
Tornò a guardarmi con occhi placidi.
«L'affetto sincero porta sempre al sesso, no?» disse al
zando la voce in quella che sembrava quasi una sfida. «E una cosa
naturale.»
Naturale? Mi girava la testa. Solo trascendendo la domanda stessa di
che cosa sia "naturale", ero riuscito a condurre con tale equanimità
questa conversazione.
«Naturale, forse, ma di certo si direbbe pericoloso» risposi,
porgendo un sorriso benevolo.
Charles esitò; stava, credo, studiando attentamente la mia faccia
cercandovi segni di disapprovazione o derisione. Infine, mi rispose con
un sorriso.
«I rischi dell'amore» sospirò con un filo di voce.
Ora realizzavo con assoluta chiarezza che il mio compito con Charles
sarebbe stato soprattutto quello di salvargli la vita, impedirgli di farsi
stritolare a morte dall'abbraccio di cotanta amata. Qualunque lavoro avessimo
fatto insieme avrebbe dovuto essere o in funzione di quello scopo o a esso
secondario. In un certo senso la focalizzazione su quello scopo avrebbe
dovuto rendere più facili le mie decisioni terapeutiche iniziali.
Non fu così.
Quando un paziente è a rischio di perdere la vita, o
per "incidente" autodistruttivo o per deliberato suicidio, è automaticamente
candidato all'internamento in una struttura di assistenza psichiatrica.
Là potrà essere monitorato giorno e notte, sedato anche,
se necessario. Non ho dubbio che l'internamento possa salvare vite e, per
converso, che omettere di internare un paziente possa condurre al la sua
prematura morte. Lo so fin troppo bene.
Tre anni prima di incontrare Charles, avevo avuto un incarico
post-dottorato come assistente presso un ospedale psichiatrico della Veterans
Administration. L'istituto era una specie di zona di guerra tra terapeuti
che propugnavano l'uso generalizzato di farmaci psicotropi, spesso in associazione
a terapia con elettrochoc, e terapeuti, come me, che pensavano che farmaci
e chocterapia dovessero essere usati soltanto dopo che si fosse data ad
altri metodi - fondamentalmente, terapia individuale e di gruppo - una
ragionevole possibilità di successo.
Un giorno mi fu chiesto di valutare un veterano con una
grave depressione che era stato ammesso di recente all'ospedale. Questo
ragazzo, studente di medicina al secondo anno, era terrorizzato dall'elettrocboc.
Aveva già sentito battute morbose sul reparto riguardo uno psichiatra
dall'elettrocboc facile che gli altri pazienti dicevano si fosse specializzato
all'azienda elettrica. Assicurai al ragazzo che lo avrei messo in uno dei
miei gruppi terapeutici, garantendogli in tal modo che non sarebbe stato
sottoposto a elettrochoc, almeno per un bel po' di tempo. Ero del tutto
nuovo in questo istituto, e, a mia insaputa, l'appartenenza a un gruppo
terapeutico conferiva automaticamente al paziente certi privilegi, inclusi
i permessi di andare a casa a fine settimana. Sapendo quanto fosse depresso
questo paziente, io non gli avrei mai concesso un simile permesso, ma il
mio direttore lo fece. Quello stesso suo primo fine settimana, il paziente
andò a casa e si sparò in testa con la pistola del padre.
Qualunque responsabilità ricadesse, o non ricadesse, su di me in
questo tragico caso, rimasi - e ancora sono - ossessionato dal suicidio
del ragazzo.
Ma che fare del ragazzo seduto di fronte a me che voleva
fare l'amore con un'orsa polare, con un'amante ritrosa dotata di artigli
letali? Pensai che Rollo May avrebbe raccomandato l'immediato internamento
di Charles se l'avesse ritenuto necessario. Inoltre, Charles era palesemente
conscio del pericolo a cui si esponeva ogni volta che si avvicinava a Zero;
la notte del suo tentato "convegno amoroso" aveva pure indossato il giubbotto
protettivo. E c'era inoltre qualcos'altro che pesava sulla mia decisione:
rinchiudere Charles in un istituto - di fatto, chiuderlo in gabbia - avrebbe
potuto incoraggiarlo ancor più nella sua identificazione con l'animale.
Ma più importante ancora di ciascuna di queste considerazioni era
il fatto che Charles aveva cercato aiuto volontariamente. Voleva essere
aiutato nella decisione se continuare a svolgere il suo mestiere pericoloso.
Charles, credo, mi stava chiedendo di aiutarlo a salvarsi la vita. Capiva
benissimo quanto facilmente la sua passione avrebbe potuto ucciderlo.
I nostri cinquanta minuti erano quasi terminati.
«Se lavoreremo insieme, mi dovrà fare una promessa»
dissi.
Charles aggrottò la fronte.
«Mi deve promettere di non tentare in alcun modo di far l'amore
con Zero finché il nostro lavoro non è terminato. Dopo, potrà
fare quello che vuole.»
Charles si grattò la barba.
«Okay, prometto» disse.
«Bene.» In quel momento gli credetti.
Charles si alzò pesantemente dalla sedia.
«A proposito, io posso venire da lei soltanto per cinque settimane»
disse in tono casuale.
«Perché?»
«Perché poi il circo va via.»
Dopo che fu uscito, rimasi seduto parecchi minuti, con la mente che
mi turbinava mentre tentavo di trarre un senso dalla situazione di Charles.
Cosa mai voleva dire essere innamorato di un'orsa polare? Quale ne era
il contenuto emotivo? E quali erano le attese emotive di Charles al riguardo?
Credeva davvero che il suo amore per l'animale potesse essere
corrisposto? E che fosse corrisposto aveva poi importanza?
[...]
[Questo pezzo ovviamente infrange i diritti di copyright. Se chi li
detiene vuole che questo pezzo venga tolto dalla pagina, allora me lo faccia
sapere che lo farò.]