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GIU' NEI TERRITORI di Luigi Pachì (Terzo Classificato all'XI Premio Letterario di Letteratura Fantastica, 1996 Courmayeur. Apparso su Carmilla n. 4, inverno 1997 e nell'antologia
pubblicata in Francia nel 1999 sul meglio della fantascienza italiana, pubblicata da Payot & Rivages, "Fragments d'un miroir brise", a cura di Valerio Evangelisti). Pioggia fitta
e insistente. Pioggia putrida che penetra nelle ossa e ti fa sentire più marcio di quello che sei. In questo mondo che è diventato un' illimitata palude. Dove affondano persino i locali underground. Tra i tanti che
conosco c'è quello del quartiere scozzese di Oldish, che frequento da qualche tempo. L'insegna barcollante, avvolta dalla palta che piove dal cielo, lascia vagamente intravedere l'immagine del leggendario
animale che caratterizza il locale. "The Unicorn" è forse uno dei pub più malfamati della città. Uno di quei posti dimenticati da Dio. Le composizioni floreali multicolori sono un vago ricordo; hanno
lasciato il posto solo ai muri sgretolati, impastati di fango. I neon fluorescenti sono saltati in cascate di scintille e nessuno si è mai posto il problema di sostituirli. Oscure ombre, al suo
interno, si spostano tra il brusio generale e qualche grassa risata proveniente dagli antri più nascosti. Rozze sagome di sconosciuti stazionano davanti al banco di noce massiccio che sopporta da anni il peso della
disperazione di una società allo sfascio. Tre candelabri accesi illuminano a stento il locale, e certe volte si fatica persino a individuare il barman per l'ordinazione. Riesco vagamente a riconoscere
gli scabri lineamenti di Dandy, avvolto dal fumo del suo sigaro puzzolente. Sta sorseggiando un whisky sintetico appoggiato con le braccia meccaniche a uno dei tavoli. Il suo volto è truce, lo sguardo gelido fisso
nel vuoto. Mi avvicino a lui con circospezione. Sollevo istintivamente il colletto del mio giubbotto di pelle nera. Sento il cuore pulsare forte tra le costole di simil-alluminio. Ho paura di tutti
quei pesanti occhi che si posano su di me. Cerco allora di guardare fuori attraverso una delle piccole finestre. Con falsa disinvoltura. Sono a pochi metri da lui. Mi fermo e attacco le labbra alla solita pinta di lager
lanciatami dal barman, incurante della sporcizia incollata al bicchiere. Mi ha visto. Dandy fa un movimento con la testa. Significa che accetta la mia visita. Posso sedermi al suo tavolo. Riconosco alcuni volti pallidi ed emaciati, ricchi solo di cicatrici provocate dalle lame affilate di qualche nemico notturno. Rozzi rutti si alternano da un angolo all'altro, e nonostante la tetra oscurità
del luogo, si può scorgere qualche sparuto gruppetto che traffica con sostanze stupefacenti di poco conto. Non è quello il paradiso che mi interessa. Negli occhi di tutti scorgo lo sguardo
assente e spiritato, il terrificante messaggio di chi non ha più nulla da perdere nella vita. Il corpo vagante nella pattumiera della società e l'anima persa per via delle mille scommesse fatte con il demonio. E quando
questa immagine si fa più viva in me, l'unico rimedio è affogare negli scomparti cerebrali di Dandy. Là dove, per poco più di cento piastre, la tua mente si depura, si rigenera. Abbandonata nell'eternità di un attimo
scandito dalla felicità artificiale. Forse, tra quella gente raccolta negli scuri impermeabili impregnati di fritto e di muffa, qualcuno sta complottando il prossimo colpo in uno degli uffici-bunker del
quartiere dirigenziale. Certamente non si tratta di Dandy, il migliore spacciatore di emozioni sonore racchiuse nei suoi circuiti elettronici mischiati a caldo sangue pulsante. Il cyborg che attinge a banche dati
sconosciute e che ti inchioda davanti a se per interminabili minuti di musica fatta di emozioni, che ti regala un fazzoletto di gioia, suoni senza parole da interpretare. Il suo sguardo glaciale si incontra
con il mio. - Ciao, amico - si affretta a dire con la voce roca di chi fuma troppo. - Bentornato. Alzo la testa senza dirgli nulla, ma lui mi capisce ugualmente. Sa perché sono qui.
- Quanto hai? - Novantacinque. - Farò uno strappo. Ma che non diventi un vizio. Le sue parole rimbalzano inutili nella mia testa, non c'è spazio per loro adesso che sono in
procinto di afferrare quel soffio di libertà a pagamento. Come se si trattasse di un evento spirituale che si ripete da millenni mi muovo con raccolta intensità. Il mio braccio pseudomeccanico si sposta
lentamente verso l'interfaccia dorsale del cyborg, mentre con la mano non artificiale estraggo una mazzetta di biglietti verdi che Dandy mi strappa con irruenza mostrandomi i denti seghettati. In questo
momento la realtà si dissolve. Il rumore di bicchieri che si scontrano e i violenti pugni battuti sui fetidi tavoli del pub svaniscono all'unisono. La connessione è avvenuta. Riesco a immaginare il
prolungamento elettronico dell'interfaccia di Dandy che mi sta instradando verso la sua attività mnemonica digitalizzata. Sono nel tracciato che desidero: ormai conosco quel percorso. Una voce melodica e invitante, che
non ha nulla a che vedere con quella che caratterizza il rude cyborg, mi invita a una scelta forzata: - Oggi ti posso offrire John Boswell. Passivo, quasi apatico, mi abbandono: i miei impulsi
cerebrali affogano in un universo di note artificiali che mi stimolano intensamente e che sono negate all'umanità da almeno un secolo. L'illegalità del "contatto" amplifica la mia sensazione di libertà, di
irrefrenabile benessere momentaneo. Quella musica così perfetta, di grande profondità, dalle liriche atmosfere ricche di dilatati piani sonori. Elettronica liquida. Desiderio di distensione introspettiva,
di dilatazione senza tempo. Emozioni che si susseguono infinite, di ampi spazi dai confini soffusi e dalle dimensioni inafferrabili, lievi e profonde insieme. Impercettibile, già lo sento, sta arrivando il
momento di ritorno da questo viaggio benefico e purificatore verso l'evocativa suggestione del "virtual sound". Lo stacco è tremendo. Scollegarsi ti fa star male per qualche minuto. La testa ti
gira e tossisci con accanimento come se dovessi vomitare le budella. Mi riattacco alla mia pinta di birra avvolto dal marasma caotico del pub, mentre il cyborg è già scivolato via.
Nessuna Lager al mondo saprebbe darmi la gioia che provo quando incontro Dandy. Sono
trascorse quarantotto ore da quando ho lasciato "The Unicorn". Sdraiato sulla branda d'alluminio del mio monocubo, solo due livelli più su di quello del pub, fisso inerme la fioca e baluginante luce al neon con
l'encefalogramma quasi piatto. Fuori, riesco a malapena a captare lo scroscio della pioggia insistente e il gelido e metallico rombare dei Tank del "Security Pool". Mi sento nuovamente inutile, privo di ogni
stimolo, svuotato internamente come un tetrapak. Guardo per un attimo la sveglia, ma l'esperienza di Dandy ha lasciato segni indelebili. La vista è di nuovo peggiorata. Le cifre digitali sono ora solo un insieme di nodi
luminosi. Potrebbero essere le due, o forse le tre di notte. Per averne la certezza dovrei sollevarmi dal letto e puntare più da vicino lo sguardo, strizzando gli occhi come fanno gli astigmatici. Ma non ho nessuna
voglia di farlo e quindi rimango supino, la fronte madida di sudore, il fiato grosso, ad aspettare che anche questa seconda crisi d'astinenza passi. Solo alcuni mesi fa l'incontro con Dandy mi assicurava
almeno una settimana di tranquillità emotiva, di felicità interiore che si trasformava in un atteggiamento benevolo anche nei confronti di chi mi frequentava. Oggi, riesco a malapena a resistere una giornata intera, poi
cominciano le fitte allo stomaco, i conati di vomito, i giramenti di testa. E' come se mancasse una parte di me. Mi sento come un serbatoio di carburate in riserva che ha bisogno di essere ricolmato al più presto,
altrimenti la macchina si ferma. Ho bisogno di riempirmi di emozioni, di musica neurale; per chiedermi a quale delle tante voci interiori dare retta. Non è facile accorgersi del passaggio alla dipendenza, puoi solo
percepirlo da nuovi tic che prendono il sopravvento, dall'inappetenza che ti corrode e da un lento e progressivo calo della vista, provocato in parte da mancanza vitaminica. Se continua così sarò costretto a sostituire
almeno un occhio con il package hardware di serie. Nelle cliniche dei primi livelli un bulbo oculare estirpato mi può procurare anche un buon gruzzoletto che saprei godermi per qualche giorno. Sì, mi sembra una buona
idea: ci andrò la prossima settimana, in clinica. E pensare che proprio le prime esperienze con Dandy riuscivano a farmi dare il meglio di me stesso. Hellen fu la prima ad apprezzare quel comportamento
divertito, quasi goliardico. L'incontro con lei fu casuale, ma solo dopo mezz'ora che ci parlavamo mi guardava con occhi che brillavano di una luce speciale. Il suo sorriso era accattivante e il corpo, per quanto esile
e biancastro, nascondeva dietro la sua divisa di nera pelle borchiata, due grossi seni invitanti. Ora lei è qui, vicino a me, in un piccolo videoriquadro della segreteria telefonica. Il fermo immagine
traballa, e il suo volto pare una maschera di dolore. Ho ascoltato il suo messaggio appena rientrato dal pub, ma per l'ennesima volta non l'ho degnata di una risposta. "Sono tre mesi che sei sparito dalla circolazione",
aveva quasi pregato. "Non farti chiamare di nuovo. Ho bisogno di te. Sai, da ieri ho una grossa novità, telefonami... Se ti vuoi fare desiderare, ci stai riuscendo benissimo! Telefonami... ti prego, ti amo". Non
ho neppure riavvolto il nastro. Mi piace l'idea di Hellen al mio fianco che dal piccolo monitor resta lì, in attesa, in balia delle mie indecisioni. Come un pesce che boccheggia silenzioso nel suo acquario. Se solo
sapesse che dall'ultima volta a casa sua mi sono ridotto così, probabilmente cambierebbe atteggiamento. Lei conosce il mio piccolo vizio, naturalmente. Però non ha mai voluto provare personalmente che cosa significhi
abbandonarsi al fluttuare leggero di note elettroniche che ti piovono nel cervello come fresche gocce d'acqua e ti liberano dal fango della società. Se solo potesse minimamente immaginare cosa si prova... Ricordo con nitidezza il suo corpo nudo tra le grezze lenzuola, dimentico dell'umidità della camera da letto. Era avviluppata con le unghie conficcate nella mia schiena. Le nostre bocche si baciavano
avidamente e dentro la testa mi pareva di udire ancora il fiume di note elettroniche riversato poco prima dai circuiti di Dandy. Fu in quel momento che ci guardammo diritti negli occhi, e io provai paura. Ebbi un lungo
brivido per tutta la schiena che percepisco nitidamente anche adesso al solo pensiero. Un unico, lungo secondo dove mi parve di essere la vittima designata di Hellen. Lei, la ragazza tutta carne e ossa, mai costretta a
vendere nessuna parte del suo giovane corpo per sopravvivere. Un lavoro importante, il suo. Nessuna protesi standard da inserire chirurgicamente in sostituzione di asportazioni obbligate. Neppure il benché minimo
trapianto per qualche ricca signora dei primi livelli che non avrebbe mai conosciuto. Hellen, che accarezzando le mie costole di simil-alluminio mi sussurra nell'orecchio: "Vieni a vivere da me, ti prego. Staremo bene,
vedrai." Mi sorride estasiata e aggiunge: "Non dovrai più vendere parti del tuo corpo. Lasciati amare". Quelle parole rimbombano in me ogni giorno procurandomi angoscia e terrore; l'incubo di chi si sente preda di un
macabro scherzo giocatogli da questo schifo di società. Forse, più semplicemente, non voglio credere di essermene innamorato. Una sensazione in disuso, che neppure nei quartieri alti trova, oggi, una
esatta collocazione. E per sfuggire a questa sensazione devo ricorrere sempre di più agli artifizi del "virtual sound". Sarà scorretto, ma è l'unica cosa che riesco a fare. Raccolgo qualche dollaro
dal cassetto, infilo gli anfibi, il giaccone di pelle, e mi butto in strada per dimenticare di nuovo. Tre e vent'otto di notte. La fronte imperlata di sudore, i soldi appena svaniti dalla mia mano. Non si tratta di Dandy, ma di Alonso Del Rancio, uno dei
rari neomessicani di questo livello. Loro, generalmente, operano ancora più in basso. E' raro che cambino settore, sebbene l'area dismessa di "The Unicorn" rappresenta in termini qualitativi uno dei livelli peggiori:
quello dei rifiuti organici, dei residui nucleari e dei pesticidi. Alonso, nascosto dalla folta e ispida barba rossastra, è completamente umano tranne la protesi al braccio destro. Un miscuglio di
microchirurgia e nanomacchine che ha permesso all'opulento spacciatore d'emozioni di sostituire il suo vero arto naturale con una fabbrica da soldi. Se solo avessi potuto fare altrettanto quando vendetti il mio! Ti
interfacci come con Dandy, ma Alonso non attinge da nessuna banca dati sonora. Sono le nanomacchine, implementate nell'arto artificiale, a creare suoni metallici, generati attraverso minuscole interfacce MIDI. - La musica non è nelle note di una scala - mi dice il neomessicano masticando un puzzolente sigaro. - La musica è nella vita dell'interfaccia stessa.
Acconsento col capo e mi avvicino al suo arto. - Ci siamo già incontrati, vero? Non lo guardo neppure. - Dammi il braccio meccanico, ti ho già pagato.
- Ehi, che caratterino... - E mi allunga l'interfaccia di metallo. - Goditela tutta! La connessione fisica non offre la stessa avvolgente sensazione che si prova con Dandy ed anche la musica del
neomessicano è diversa, ti stordisce con sonorità dalla forte timbrica. Nulla a che vedere con le emozioni esoteriche di melodie legate alla "progressive music" esaltate dal cyborg. In ogni caso mi abbandono. Ne ho
bisogno, non posso permettermi di godere a metà quelle emozioni, magari meno forti, ma sempre disponibili a offrirti surreali visioni acustiche. Se avessi potuto scegliere spacciatore non avrei dubitato, ma Alonso Del
Rancio - a quest'ora della notte - è l'unico a cui posso abbandonarmi. Vengo trafitto con note di strumenti strani, potrebbero essere gli antichissimi gadulke, kaval, ud, baglama di origine
balcanica, o forse si tratta solo di distorsori acustici disallineati. Improvvisamente subisco uno shock elettrico, le note si concretizzano in un'esplorazione ritmico-timbrica di tastiere elettroniche attivate dalle
nanomacchine. Il sound è tipicamente "trance" e il ritmo diviene fascinoso, straordinariamente voluttuoso, quasi magmatico. Una musica catalizzatrice che cerca di dare un senso al caos generato dalla società. Ora i
suoni diventano magnificamente elastici, ferrei: "virtual sound" generato da programmazioni anomale, forse piene di "bugs" nel software principale. Il mondo tutto attorno si fa granuloso, sono preda di una tempesta di
sabbia, investito da cascate torrenziali d'energia sotto forma di note. Apro gli occhi ma non vedo nulla. Mi sento solo, in un calmo mare appena increspato da deliziosi dondolii. Sono immerso nel
febbricitante ritmo procuratomi dall'interfaccia di Alonso. La melodia è sempre intrigante e cambia in continuazione: adesso è "fusion", tra qualche istante chissà. Assorto in questa navigazione dell'animo mi accorgo
che questo è quello che cerco, la sensazione forte di qualcosa ben più grande e immarcescibile dell'innamoramento che si brucia in un solo attimo e che ti abbandona al suo celere svanire. Guardo l'ora, ma le lancette dell'orologio potrebbero trovarsi ovunque. - Ore? - riesco a farfugliare a
malapena, in preda ad un attacco di tosse e senso di vomito da scollegamento all'interfaccia. Molto peggio del solito.- E' ora che tu vada a dormire, amico - risponde Alonso mentre le
nanomacchine della sua protesi si apprestano a richiudere l'ingresso seriale. - Sono le cinque meno un quarto - aggiunge sputando un po' di tabacco. - Ringrazia il cielo che domani il nostro livello non è di turno.
- Già, dormirò tutto il giorno. - Se riesci a tornare a casa... Sei ridotto proprio male, sai? - Vai a farti fottere! - mormoro con parole che mi escono d'istinto.
- Ehi, che carattere di merda - biascica lo spacciatore. - Vattene prima che ti faccia uscire a calci! Non so neppure dove si trova, in questo momento: potrebbe essermi davanti o dietro. Tutto ha assunto i
contorni di un'enorme macchia d'ombra che ruota come un vortice. Ho la fronte che suda freddo. - Non sta sulle gambe - sento gridare. - Forse è in overdose!
- Buttatelo fuori, non voglio rogne - ordina una seconda voce più lontana. Qualcuno mi spinge con decisione. Potrebbe essere il barman, oppure lo stesso neomessicano. I primi minuti che seguono la
fine dell'interconnessione non ti lasciano nessuno spiraglio. Non puoi vedere nulla, specialmente quando l'iniezione sonora è di bassa qualità. In questo caso la zona neurale necessita di almeno cinque minuti per
riordinarsi. Perciò sono costretto a orientarmi con altri sensi. Percepisco, ad esempio, il dolore, il freddo, l'umido. Di certo mi hanno sbattuto contro una porta e poi buttato fuori dal locale. Le ombre persistono e
il mio braccio meccanico si solleva d'istinto al contatto con la putrida pozza di fango che ha sommerso metà del mio corpo. Ho i vestiti inzuppati di melma e la palta dentro le calze. Poco dopo intuisco un
rumore di ferraglia avvicinarsi. Uno stridere purtroppo famigliare. L'ultima volta ho sentito questo ronzio metallico dal mio letto. Come vorrei poter essere già sulla mia comoda branda d'alluminio. Invece sento i Tank
del "Security Pool" di ronda che si stanno avvicinando come rapaci. - Non muoverti! - ordina uno dei poliziotti.
"Ma chi si muove", penso tra me, "non ho neanche la forza di pisciarmi sotto dalla paura..." - Se sei armato, butta quello che hai da parte. Resto fermo, immobile. Adesso la vista mi permette
nuovamente di mettere a fuoco almeno i contorni della casa. Alcuni soldati balzano giù dai carri e mi circondano. - Spacciatore? - chiede qualcuno rimasto su uno dei Tank, a pochi metri dal gruppo. Mi sollevano la testa con forza per i capelli e poi la sbattono di nuovo nel fango. - Non è uno di quelli segnalati al centro - s'affrettano a rispondere, analizzando il digitalizzatore d'immaginini. -
Sembra piuttosto un clandestino in crisi d'astinenza. O qualcosa di simile. Mi prendono la mano naturale e schiacciano i polpastrelli sull'apposito scanner. - Il rilevatore non lo segnala tra i ricercati -
controllano. - Sarà il solito runner ubriaco - commenta uno tra i più giovani. Ho un singulto improvviso e gli vomito su un anfibio.
- Merda - si lamenta il ragazzo in mimetica. - Portatelo dentro! - comandano dal Tank. Mi sento sollevare per le braccia, il corpo pesante una tonnellata, la testa strizzata come uno
straccio. Quell'Alonso Del Rancio vende emozioni sonore di bassa qualità. Sterco allo stato puro. Ho passato tre giorni d'inferno chiuso in gabbia, consumato dalla crisi d'astinenza, picchiando ferocemente la testa contro il muro senza percepire nessun
dolore. Per fortuna negli archivi del "Security Pool" non risulto essere né un viaggiatore psichedelico schedato, né tanto meno un neopagano, un matematico del caos che si aggira a diffondere folli teorie sfruttando le
autostrade digitali, i network privati o i locali di basso rango, dove la gente è più condizionabile. Sono pulito. Non rischio terapie di recupero psichico.In questi tre giorni di cella, al buio totale e
con un rancio da fare schifo ho avuto la certezza che mi sarei presto consumato tra i circuiti elettronici del Techno-DJ che mi sta attendendo al "The Unicorn". Specialmente adesso che sono in galera per qualcosa di più
del solito controllo e il mio lavoro ai forni è certamente andato. Cancellato dal file degli iscritti, non ho più niente da perdere. Mi sento debole e di nuovo i sensi mi abbandonano...
Sto camminando verso casa, immerso nell'incessante pioggia acida del mattino. Il
cielo è nero e le nubi purpuree si scontrano con i vapori di catrame emanati dalla città. Le auto mi sfrecciano accanto sollevando schizzi di fango. Devo prelevare un ultimo mazzo di banconote e
scendere di due livelli. Poi le piastre saranno finite e andrò in clinica a vendermi l'occhio in cambio della protesi oculare e di grana fresca, per poter provare ancora l'indescrivibile piacere delle note argentee che
mi scorrono addosso come acqua ghiacciata. Salgo le scale e raggiungo il mio monocubo. La mano pseudometallica cerca la scheda in una tasca e la trova subito: è l'unica cosa che mi hanno lasciato quelli del
"Security Pool", dopo avermi riconsegnato i vestiti ancora sporchi di palta. Infilo la scheda nell'apposita fessura ma la serratura non scatta. Provo a girarla dall'altro lato ma non succede niente. - Merda - bestemmio
tra i denti. In quel momento giro la maniglia e mi accorgo che il serramento è già aperto. - Che diavolo... - Amore! E' Hellen. Mi corre incontro e mi abbraccia.
- Dio mio - esclama sbigottita. - Con quella barba sei quasi irriconoscibile. - Hellen... - Non riesco a spiaccicare una parola di più.
- Ti ho fatto uscire prima del tempo. - Una rivelazione che non cerca ringraziamento. - Tu? - Ti ho cercato disperatamente, negli ultimi mesi. Non mi rispondevi e...
- Lo so, lo so. - Distolgo lo sguardo. - Tre sere fa ho provato a chiamare anche il "Security Pool" e mi hanno detto che risultavi tra i fermati. Non è stato facile pagare la cauzione. Ti hanno schedato
come "viaggiatore psichedelico" e avresti dovuto stare là dentro almeno tre settimane. - Non lo sapevo. - Inarco un sopraciglio. - Non saresti sopravvissuto in quella gabbia - commenta Hellen. - Sì, lo credo anch'io - confermo strizzando con fatica gli occhi per metterla meglio a fuoco. - Hai bisogno di me, adesso. Tossisco quasi per istinto. Devo trovare il coraggio di
dirle che io ho bisogno di Dandy. Solo di lui. Quello che lei può darmi non è ciò che cerco. - Vedi... Io ho bisogno di... Cristo... Devo interfacciarmi - riesco a balbettare finalmente.
Hellen mi guarda con intensità e poi, sicura di sé, esclama: - Lo so! Per un attimo resto immobile, in preda allo sgomento. Quella donna è un vulcano in continua eruzione. Sto affondando nel suo magma e
provo dolore fisico. - Ti porterò con me - s'affretta a spiegare. - Ho già pensato a tutto. Il mio sguardo vacilla e la baluginante luce al neon m'infastidisce. Vorrei essere altrove, lontano
da lei. Non so perché, ma credo che al mio fianco Hellen possa solo soffrire. Non se lo merita. - Attraverso la rete telematica resetteranno la tua fedina penale - insiste lei. - Sarai di nuovo un
uomo senza peccato. - Ma come puoi... - Ho provveduto a pagare in anticipo un vecchio amico che si occupa di questi giochetti. Hellen pare quasi irreale: nelle ultime settimane
così lontana da me nel pensiero, e invece così vicina nella realtà. Non so davvero che fare. Resto ad ascoltare a bocca aperta questa femmina testarda. - Se tutto coincide perfettamente, entro il prossimo
mese inizierai ad occuparti d'informazione via etere per il nostro livello. Sgrano gli occhi, ma non riesco ad esprimermi. I riflessi sono appannati. L'astinenza fa sentire tutto il suo peso. Poi riesco a
ripetere balbettando: - Come puoi... Hellen mi osserva, mi accarezza il viso e continua: - Con tanti soldi, tesoro! Potrai fare di tutto, con loro!
- Dove li hai trovati? - chiedo perplesso. - Presto capirai. - Perché l'hai fatto? - aggiungo d'istinto. - Perché ti amo. Deglutisco a fatica. Sono sbalordito, la
forza di Hellen fa baluginare in tutta la sua potenza un unico chiaro messaggio: il suo amore per me è sconfinato. Ma come posso spiegarle il mio vero obiettivo, tutte le mie paure, la necessità di tuffarmi nel mondo
ovattato del "virtual sound"? Hellen si avvicina fino a strofinare il corpo contro il mio. Le sue braccia si avvinghiano al mio collo, poi mi guarda negli occhi. Sembra capire quello che mi passa per la
testa, e io comprendo che le sorprese non sono ancora finite. Sarà demodé, ma Hellen mi sta dimostrando che è ancora possibile condividere assieme delle emozioni. Certo le emozioni a cui sono abituato con Dandy o
Alonso sono diverse. Sono più forti e appaganti del singolo atto sessuale e di mille carezze scambiate nell'arco di una notte che si consumano come fuochi di paglia. Emozioni fatue, più sottili, ma più appaganti.
L'ho scoperto pian piano, e adesso non ne posso più fare a meno. I suoi occhi non si distolgono dai miei. Lentamente Hellen comincia a slacciarsi il giubbotto e la divisa di pelle nera borchiata. Le
sue labbra sfiorano le mie. - Non ti muovere - sussurra. La gonna di pelle è già scivolata a terra. Adesso è in slip e reggiseno, in punta di piedi. - Sai - bisbiglia, con gli occhi sempre tuffati dentro i miei -
ricostruendo le tue ultime settimane ho capito chi frequenti e cosa vai cercando. - Che cosa stai dicendo? - chiedo, frastornato da questo suo indagare sotterraneo. - Ho incontrato i tuoi
fornitori. - prosegue stupendomi di nuovo. - Dandy e quell'altro tipo, quello grasso... - Alonso. - Proprio lui. - Fa un cenno con il capo. - Grazie ad Alonso sono riuscita a risalire alla
clinica chirurgica che gli ha fornito la protesi che sfrutta commercialmente con i suoi clienti. Si trova solo un livello più giù di quello del pub. - Che hai fatto? - grido sobbalzando. Sono stordito.
Fisso Hellen come inebetito. Lei si sta slacciando il reggiseno. - Hanno pagato molto bene la mia parte naturale, e con solo tre quarti dei ricavi ho gestito la tua fedina, il tuo prossimo impiego legale e,
soprattutto, il tuo nuovo giochetto per quando faremo l'amore. Il cuore palpita a dismisura mentre Hellen fa cadere il reggipetto ed espone i suoi due grossi seni. Uno sodo, di carne, dal colore
biancastro e apparentemente siliconato. L'altro, una rilucente e metallica protesi dalla quale spunta ben visibile un'interfaccia seriale. - E' illegale - commenta brevemente.
- Come farai con la sicurezza? - Difficilmente mi faccio toccare da estranei. - Sorride. - Inoltre, al mio livello ho un'ottima reputazione. Vedrai, non mi controlleranno mai. - Solleva il mio braccio
pseudomeccanico e l'appoggia piano al suo nuovo seno d'alluminio. Sento una specie di scossa improvvisa. L'interfacciamento è immediato. Hellen mi bacia, mi butta sul letto togliendosi anche gli slip. Mi spoglia. Lancia i miei abiti imbrattati di fango lontano e capisce che sto cominciando ad eccitarmi. Una reazione chimica che non disdegno nonostante il caos che ho nella testa. Dalla sua protesi
cominciano a correre libere le prime avvolgenti note di una musica penetrante, afrodisiaca. Il sound diviene più ritmico con la crescita della mia eccitazione. Questa musica così perfetta, di grande profondità,
dalle liriche atmosfere ricche di dilatati piani sonori torna a impadronirsi di me. Itinerari modellati nella dolce prosa del suono, ma allo stesso tempo ritmici e coinvolgenti. Un grande tappeto melodico di tastiere
che mi trascinano verso i territori del mio essere profondo, impossibili da esplorare senza Hellen. Mi sento meno debole del previsto, credo addirittura d'essere raggiante, pulsante di vita. Sono immerso
magicamente in un luccicante e d'orato Walhalla, dove i piaceri del sesso e del "virtual sound" mi trasmettono un brivido infinito. Molecole, neuroni e codici genetici divengono plastici policromatismi
impalpabili, labirinti sonici per la mia mente in liquefazione. Hellen mi sta regalando le emozioni più forti e più belle che abbia mai provato. Mi offre, per puro amore, il suo cuore e il suo corpo.
Gliene sono grato, ma percepisco anche che non posso amarla come lei vorrebbe. Il suo seno meccanico mi scarica l'apoteosi dell'elettronica fluida, mentre stiamo entrambi per raggiungere l'apice del
piacere. Hellen, quest'angelo che mi stringe tra le braccia come una delicata statuetta di ceramica, percepisce che sono preda di confluenze emotive irrefrenabili. Vorrebbe aiutarmi, ma non può fare nulla.
Sento che questo è il momento di abbandonarmi per sempre, in preda all'overdose più ricercata che nemmeno Dandy avrebbe mai potuto offrirmi. Per nessun prezzo al mondo. Quest'overdose che Hellen non ha
calcolato nei suoi piani e che fa svanire i suoi lucidi sogni cristallini. Per sempre. La statuetta, in un solo attimo, si gretola in mille pezzi tra le sue mani.
Mi risveglio in preda al panico. Sono madido di sudore. Attorno è buio. Mura umide dall'acre
odore d'urina riportano immediatamente alla realtà della cella. Sono sconvolto dall'intensità del mio sogno, da quanto veritiero m'è parso. Ero convinto di toccare con mano il corpo nudo di Hellen. Di
percepire emozioni sonore mai udite prima. Solo mezzora più tardi riesco a rilassarmi, a comprendere che il comportamento di Hellen era troppo irreale per apparire vero. Per quanto mi possa amare non
arriverebbe mai a tanto. Contattare la feccia della società, tanto lontana dalla sua cultura, è qualcosa che mai potrà baluginare, neppure confusamente, nella sua mente analitica. Riesco a ricordare ogni
minimo dettaglio di quanto accaduto nel sogno. E' raro che riesca a rammentare anche una breve parte dei miei pensieri notturni. Eppure in questa occasione non è per nulla difficile focalizzare le risposte che ho dato
ad Hellen, parola per parola. I miei errori e la mia testardaggine. La disamina del mio comportamento porta a un unico pensiero: da un possibile amplesso vissuto nell'ovattata felicità di coppia, ho preferito tuffarmi
in un incubo che mi ha spinto verso una morte egoista e inutile. E' strano come la sensazione fisica di cadere nel baratro sia un allarme che ti fa scattare in piedi con tutti i tuoi sensi. L'immagine
vivida della morte, ancora impressa nella mente, è più consistente di mille discorsi dello psichiatra del carcere. Le sue parole, che mi hanno accompagnato inutilmente in questi giorni cercando di togliermi di dosso la
mia fame di musica illegale, cominciano a prendere forma. Sento qualcuno che si avvicina. Sono i passi marcati di un carceriere che punta dritto verso di me. Ha i capelli cortissimi
e una barba ispida che nasconde un volto rude. Uno dei due occhi è di vetro. Attraverso le sbarre mi mostra qualcosa che nasconde dentro la giacca. - Ehi amico - sussurra mettendo in evidenza il suo labbro leporino. -
Ho letto la tua fedina. Credo che potremmo intenderci. - Che diavolo vuoi? - domando imbarazzato. - Sai cosa ho qui sotto? - Le chiavi per liberarmi? - Hai buon
spirito - ride tra i denti. - Purtroppo però dovrai marcire ancora quindici giorni in questo cesso di cella. -
Adesso è ancora più vicino. Sento il suo fiato puzzolente addosso. - Vedi questa interfaccia? - Cristo! - sobbalzo. - Passami il braccio, da questa parte. Istintivamente
muovo il mio arto meccanico attraverso le sbarre e mi interfaccio con il carceriere. - Questo è fottutamente illegale - farfuglio, mentre alcune note già mi pervadono il corpo. - Già - afferma senza
timori. - Questo è il mio secondo lavoro. Sai, devo pure guadagnarmi da vivere. Con questo schifo di mestiere non arriverò mai alla pensione. Mentre parla sento sinuose note prendere forma e librarsi
grazie all'interfacciamento. Il suono è pulito, cristallino, ma la sensazione che provo mi lascia freddo. Sono oscillazioni propulsive calcolate alla resa millimetrica, incastro dopo incastro, sequenza dopo sequenza.
Quello che ricevo è un segnale monofonico. L'illegalità del suono affonda solo da un lato del corpo, mentre l'altro rimane vigile e ascolta le parole del carceriere. Non è la solita sensazione di abbandono. Non
riesco a decifrare se ciò dipenda dalla volontà dello spacciatore che mi sta parlando o se si tratta della prima reazione al lungo incubo da poco vissuto. - Che te ne pare di questo ondeggiare d'atmosfere? - Cosa mi stai facendo? - Quello che da almeno tre notti vorresti ti fosse fatto. - Che ne sai di quello che voglio... - Siete tutti uguali, voi ubriachi del
virtual-sound. - Mi alita ancora più forte. - Ne ho conosciuti a centinaia come te qui dentro, e tutti alla fine mi hanno ringraziato... - Per cosa? - Cadi dalle nuvole? Io vi sostengo nei
momenti di crisi finché rimanete in gabbia. Solo cinquanta piastre a seduta. Pagamento a ventiquattro ore dalla liberazione. - Bastardo. - Dite tutti le stesse cose! Siete monotoni. La musica diventa più forte, sta per prendere il sopravvento sulle parole del carceriere. - Dimenticavo - aggiunge, passandosi una mano sulla barba ispida. - Se non paghi alla scadenza ti vengo
a prendere personalmente e prima ti tolgo un po' di pelle di dosso, poi finisci nelle fogne assieme ai pirati del cyberspazio per una decina di fetentissimi anni. Dovrò modificare la tua cartella nel file della
rete centrale, ma sarà un gioco da ragazzi come sempre... - Vai a farti fottere, - urlo sradicando il mio braccio dall'interfaccia, lasciandolo di stucco per quel comportamento anomalo e inatteso. Mi butto
nell'angolo più lontano, mentre sento il corpo svuotarsi delle note che lo stavano avvolgendo fino a poco prima. Sono risucchiato dalle correnti di un freddo mulinello. E' una lotta tra la sofferenza fisica e la
sopravvivenza. Prendo coraggio e urlo aiuto a squarciagola. - Taci bastardo - saetta tra i denti il carceriere. - Aiuto! - grido di nuovo. Lo spacciatore di suoni si allontana,
ma qualcuno ha udito il mio lamento e sopraggiunge dal corridoio. - Fermatelo - invoco, assalito dalla disperazione. - Che diavolo succede? - domanda una voce. - E' uno
sporco spacciatore... - urlo con fatica aggrappato al mio incubo - E' un traditore della "Security". Ha un'interfaccia illegale nello sterno... Percepisco un inizio di collutazione. - Ti verrò a
riprendere - grida. Il suo urlo di rabbia viene soffocato da un gancio allo stomaco che gli impedisce di proseguire le sue minacce. Sento sopraggiungere altro personale che blocca e smaschera definitivamente il
carceriere che mi ha offerto emozioni d'elettronica liquida.
Sono accovacciato perterra avviluppato nell'umido che trasuda dalla cella. Provo come una sensazione liberatoria, di benessere, una battaglia vinta contro la parte negativa di me stesso. L'intenso sogno che ho vissuto
così realmente ha dato uno scossone violento alla mia esistenza, alle oasi di pensiero positivo, dimenticate in angoli oscuri dell'anima. Spero che l'intensità di questa visione non si sgretoli nel tempo, ma che rimanga
forte e vivida nei miei pensieri.Non credo che uscendo di qua Hellen sarà disposta a rimanere al mio fianco, a stringermi tra le braccia come una delicata statuetta di ceramica. Dovrò cavarmela da
solo. Ho capito, dall'incubo che mi ha portato a morire senza alcun senso, che la più grande nemica che abbiamo è radica silenziosa dentro noi stessi e porta il nome di debolezza psicologica. E' con essa che devo
combattere. Dopo il terrificante sogno, così profondamente reale, mi sento paradossalmente molto più tenace e determinato, pronto ad affrontare dure battaglie, cercando di evitare di perdere la guerra contro il tacito
male che tende a crescere in luoghi oscuri del nostro essere. Non sarà facile liberarsi dalla dipendenza dei disturbatori sonori, sradicatori dell'anima e falsi ricucitori di ferite interiori.
Con Hellen o senza Hellen cercherò di farcela. Dopotutto una compagna può darti una mano, ma solo tu puoi veramente decidere di salvarti dal catatonico isolamento emozionale.
Un giorno o l'altro ce la farò a venirne fuori definitivamente. Ora devo solo togliermi di dosso questa voglia di "virtual sound" che torna nuovamente a crescere, avvolgendo il mio corpo come miele dolce e
appiccicoso. |
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