Sono nato nel '76 e devo laurearmi in Lettere con una tesi storico-antropologica su Joshua Norton, primo - e unico - imperatore d'America. Titolo: "San Francisco ai tempi dell'Impero" (grazie, Nadia!). Devo scrivere 12 ore al giorno, prima che le mie storie facciano un colpo di stato e mi depongano sdegnate. Per finire devo tassativamente fuggire a Tijuana con una pupa stupenda, prima che rimbambisca (io), o mi rapisca (lei), senza riscatto. Ma Strane Storie esige e Preston Penn complotta... Leggete, bastardi!
 
 

 

LA MACCHINA DA SCRIVERE
dal numero 1 di Strane Storie
di Daniele Nadir

 
 


L'uomo respira con lenta regolarità. La vespa raggiunge la cartilagine del naso e si ferma, dubbiosa. Benjamin continua a fissare il tavolo con stolido interesse. La vespa inarca il dorso e strofina insieme le zampe anteriori. Il labbro va sempre su e giù. La vespa risale verso l'occhio. Tu-tum. Il cuore batte.
Da qualche parte un campanile suona la nuova ora.

 
 


RADIO GA-GA

dal numero 2 di Strane Storie
di Daniele Nadir
 
 

Fu una porcata, ecco cosa!
Luciano inchiodò.
Non so che mi prese ma avevo le braccia ruvide dal freddo e le guance in fiamme. Feci il giro del furgone con la gonna che sventolava come una bandiera e bussai al finestrino. Toc toc, feci. Tutta la rabbia e la speranza di chi ha passato troppe sere a giocare a carte sul tavolo della cucina e troppi pomeriggi a cavalcioni di muretti pulciosi, lontani dal mondo come il sole e la luna.
Non stasera. Non mollarmi, Luciano, non provarci nemmeno!
Ti prego.
Ci guardammo dal vetro e per un attimo angosciante fui sicura che sarebbe ripartito. Due solchi neri sul ghiaietto e via, nella notte. Sarei rimasta a tossire in mezzo al cortile mentre lo stato maggiore al completo sarebbe tornato in stanze buie e misteriose, troppo eccitanti per una ragazzetta di campagna.
Ma Luciano aprì la porta.
"Svelta." Non disse altro.
[continua...]
 
 


THE WINNY POOH CHILDREN's SKULL

dal numero 3 di Strane Storie
di Daniele Nadir
 
 

Avevo cinque anni quando guardai la prima volta.
"Certo, avevano detto, " non dico bugie." "E come, mm, come lo sai?" "Lo so e basta."
Mi ero ritratto, da vero cagone. "Sacrosanto," avevan detto: "se spergiuri ti cade un occhio nel lavandino."
Ho passato gran parte delle elementari senza lavarmi, se volete saperlo.
 
 


LA CURA DEL LEGNO

dal numero 4 di Strane Storie
di Daniele Nadir
 
 

Dopo un anno dall'inizio della Cura, il legno si poteva stringere nell'incavo delle mani come una grande palla di neve.
L'anniversario fu festeggiato con un bicchierino di sherry, di quello buono, e con "Minny the Mocher" al vecchio giradischi. Faceva freddo, fuori, il cielo era pulito e un corvo s'era appollaiato al davanzale, curioso. Cob Calloway cantava la sua canzone. Tabitha aveva appoggiato il suo ampio deretano sulla seggiola, vicino alla stufa e una volta ancora aveva iniziato a grattare il suo pezzo di legno.
Hari Hari Hari Ha!
Era un lavoro meticoloso e preciso e quando fissava la polvere gialla e la lama che oscillava e il calore le arrossava il viso, allora la testa le doleva dolcemente e Tabitha era felice.
 
 


ESTATE INDIANA
dal numero 5 di Strane Storie
di Daniele Nadir
 
 
"Non moriremo, noi. Forse. Non tutti."
Lei cincischia con la ringhiera e fa finta di non notare le lacrime sul volto del marito. Federico si morde un labbro: "Dove l'hai trovata, la Tessera?"
"Ha importanza?"
Esita. "No." Sta mentendo. Lo sanno entrambi. L'omone guarda la strada, laggiù, pensa al lavoro di lei: colf in casa di un ingegnere rampante. Marcello, crede, Marcello Delìa. Pensa a suo padre che l'indomani lasceranno qui, a morire, pensa a come può essersi procurata un lasciapassare come quello, una Tessera autentica... Porco! Un porco pieno di soldi. È l'ingegnere, lo sa. Non il Mercato Nero. Non ne vendono, lì. Merce troppo preziosa. Gambe da gazzella. La sua Claudia. Ha freddo.
"Che fine ha fatto, lui?" chiede. Sa di essere ingiusto.
"Lui chi?"
"Il tuo ingegnere."
"È morto. È sua, la Tessera." Federico abbassa gli occhi, pensoso.
"L'ho ucciso."
 
 

 

LE CURE DELL'ANIMA
dal numero 6 di Strane Storie
di Daniele Nadir

 
 


…macchine vaste quanto yacth, cofani obesi, Oldmobiles del '50 sormontate da polene cromate a forma di aliante. Fanalini come occhi, camion senza porte e carrettini ricolmi di liane pacchiane, gad-get colorati e bimbi, nove, sul rimorchio, in bilico come funamboli slavi. Se da una guglia dorata fosse emerso Godzilla in persona travolgendo case e palazzi sotto le sue zampone di gomma non avrei quasi battuto ciglio.

 
 

 

MESSER BIANCONIGLIO SE LA RIDE E ALTRE AMENITA'
dal numero 7 di Strane Storie
di Daniele Nadir

 
 


Da quando aveva visto il grembiule e la gonna a brandelli, in soggiorno, si sentiva inquieto. Erano quasi due ore che vagava per casa come un estraneo, dentro e fuori dalla cameretta, e la scimmia non era sufficiente a farlo divertire. Ma preoccuparsi un po' era giusto, anche George era d'accordo.
E non gli sembrava che mamma stesse male-male.
"Mamma," chiamò e quasi se li vide, quegli occhi senza palpebre. Paul arricciò le dita nelle scarpe. Già si pentì di aver fiatato.
"Maam-ma!"

 
 

 

NIENTE LATTE
dal numero 8 di Strane Storie
di Daniele Nadir

 
 


Diosanto: gli alieni erano verdi. Fu come scoprire, alla fine del più bel giallo della tua vita, che l'assassino è il maggiordomo. Poi la creatura parlò e lo fece in italiano. Faceva quasi ridire, a ripensarci: truce, con quel testone verde e con una leggera inflessione piemontese.
"L'unico terrestre con cui intendiamo conferire è Anita Calafiore. Desideriamo cenare con lei questa sera stessa, così da decretare di comune accordo le sorti del pianeta. Siamo in due. Da voi, naturalmente. Alle sette pomeridiane. Puntuali, mi raccomando." Esitò. "I latticini ci sono sgraditi."
Poi il collegamento si interruppe.
Mia sorella mi diede una botta sulla spalla. E un pugno. "Stronzo," strillò, aspettando con trepidazione che raccogliessi l'invito per una zuffa o che i miei le imponessero un linguaggio più consono a una signorina. Ma non mi sganasciai dalle risate... nessuno reagì. La guardammo tutti, dubbiosi.

 
 

 

LA DONNA E L'ORSO
dal numero 9 di Strane Storie
di Daniele Nadir

 
 


"All'alba il ragazzo le pesava sul ventre e lei cercò di svegliarlo e alla fine lo spinse via, perché era intirizzita.
Cadde come un sacco. Il ragazzo aveva la gola tagliata. Lei era sporca, piena di sangue e terriccio... aveva una catena al polso. All'altra estremità il suo padrino, seduto nel primo grano, mangiava una salsiccia. 'Alzati e lavati, cucciola. Dobbiamo andare a Quimper prima del buio.' E così lei si alzò e si lavò e a Quimper cantò per lui e dopo un mese le levò la catena. Annette imparò. Anno dopo anno divenne incredibilmente abile a danzare e scoprì il prezzo delle sue piccole passioni e dei suoi sorrisi d'incanto, ma lo stesso fu felice poiché era davvero brava e amava il suo patrigno."

 
 

 

ALBERGO AD ORE
dal numero 10 di Strane Storie
di Daniele Nadir e Federico D'Agata

 
 


L'ascensore si ferma al quarto piano.
Le porte scivolano sui binari metallici e l'uomo la guarda. Laura ha già un piede dentro quando si accorge di lui e quasi schizza fuori dalla pelle. Le porte stanno per chiudersi. L'uomo sembra sorpreso. Laura soppesa la situazione.
Poi si fa forza ed entra, pensando qualcosa a proposito della scalogna e di certi impiccioni spaccaballe che si incontrano alle tre di notte negli ascensori proprio la sera in cui uno prende il coraggio a quattro mani per uccidere il proprio ragazzo.

 

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