Matteo Curtoni ha 27 anni e un certo numero di pubblicazioni alle spalle. Dopo aver svelato la sua identità, per alcuni, ancora, segreta, gli abbiamo chiesto qual è stato il suo esordio nel mondo della carta stampata e, soprattutto, se riesce a mantenersi scrivendo. A beneficio e monito di tutti gli aspiranti scrittori. Matteo ha scritto racconti apparsi su riviste e antologie come Crimine, Gioventù Cannibale e Città Violenta, il romanzo Una notte a mangiare smania e febbre, edito da Frassinelli, nonché Il dizionario dei serial killer, scritto a quattro mani con Maura Parolini, la sua fidanzata. Ha vinto il primo premio al concorso di letteratura dark di www.gothic. net e il primo premio all’Halloween Contest indetto da www.darkecho.com. Ancora oggi fatica a crederci. Ama i gatti, Tim Burton e Batman.

Come hai iniziato a scrivere?
Sin da piccolo mi piaceva raccontare storie e per qualche tempo ho pensato anche di disegnarle, ma il progetto è fallito, forse perché non ho avuto mai la pazienza di imparare un po’ di tecnica. Poi le storie, quelle vere, scritte verso i dieci, undici anni. Non ho mai smesso. Avevo anche un archivio, di quelli assolutamente inviolabili, dove c’era tutto, però quando i miei hanno traslocato è sparito. Sinceramente spero si sia perso. Se becco una mia cosa vecchia, la brucio. Meglio ricordarla com’era quando l’ho scritta, che vederla storpia e mutilata. A volte credo che i miei genitori mi nascondano le cose per non farmele buttare.

La tua prima pubblicazione?
La mia prima pubblicazione seria, era su Horror Story, edito da non so chi, in edicola… aveva deciso di pubblicarlo mio cugino. Ebbe pietà di me perché il racconto era abbastanza dilettantesco, era la storia di un vampiro che soffriva d’insonnia ed è costretto a uscire di giorno: una stronzata senza pari. Un po’ più avanti ho scritto un racconto per Crimine, di Stampa Alternativa, che hanno realizzato gli scrittori che gravitavano intorno a Pinketts, qui a Milano. Subito dopo c’è stato il fenomeno di Gioventù Cannibale, e anche lì, purtoppo, sono entrato perché conoscevo qualcuno: Pinketts che lo ha dato a Brolli, che…
Parliamo di cruda realtà.
Sì, mi piacerebbe raccontare un esordio diverso, ma la cruda realtà è questa… agli inizi mi ha aiutato qualcuno che conoscevo - e a cui piaceva quel che scrivevo. Anche se in Italia non funziona sempre in questo modo, non c’è un vero meccanismo meritocratico. Per rompere il ghiaccio devi essere presentato, devi conoscere un certo ambiente che abbia degli sbocchi editoriali. [ N.d.R. Prendete nota e mangiatevi le mani. Volevamo però avvisare gli aspiranti scrittori che anche soltanto fra coloro che abbiamo intervistato sin ora c’è chi ha avuto la fortuna - e l’abilità - di riuscire a pubblicare mandando semplicemente il primo dei suoi libri a una casa editrice. Pare sia l’eccezzione e non la regola, ma succede anche questo. Comunque, una spinta non basta. ] Poi, sia chiaro, te la devi cavare con le tue forze.

Cosa pensi delle scuole di scrittura?
Mah... non mi piacciono, non credo che lì si possano insegnare cose davvero interessanti. Però credo si possano insegnare espedienti pratici: cosa non fare, come presentare i dattiloscritti, come comportarsi all’interno delle case editrici, un certo tipo di forma, come evitare la punteggiatura sbagliata. Sinceramente non credo alle tecniche insegnate da qualcun altro. Devi impararle da solo.

Riesci a mantenerti scrivendo?
No, non riesco a campare un granché, lo scenario è abbastanza deludente… per campare si dovrebbero fare almeno 3 libri all’anno con case editrici grosse, solo così si potrebbe vivacchiare; magari con un leggero anticipo appena consegnato il lavoro. Successivamente è difficile farsi dire come vanno le vendite di un libro. Si hanno notizie una volta l’anno, a meno che non si conosca qualcuno.

Come riesci a cavartela, allora?
Vivo, sempre nel mondo dell’editoria, leggendo e traducendo dall’inglese o dal francese. Può essere davvero pesante. Leggo libri che possono interessare la casa editrice e, se il prodotto è buono, lo consiglio. Sonzogno e Garzanti, soprattutto, alle volte anche Piemme. Le quote sono circa 50/70 mila nette a libro. Come traduttore idem, le paghe sono sempre basse, ma ultimamente ho diminuito il carico di lavoro per dedicarmi di più alla scrittura. Ed è un peccato perché è un lavoro interessante, a volte facile, il suo solo problema è che non finisce mai. I libri americani sono lunghissimi, il nuovo Clive Barker, ad esempio, temo sia più di 900 cartelle: mi ci vorranno almeno 4 mesi di lavoro.

Tu hai un sito: www.matteocurtoni.com. La rete è stata utile per il tuo esordio?
I miei esordi - quelli davvero meritocratici - sono stati nel ’97 con DarkEcho, partecipando ad un concorso in cui bisognava mandare un racconto scritto completamente in inglese. Ho impiegato più tempo a scriverlo, per ovvi motivi. Non pensavo di avere nessuna chance e invece… quarto. Il concorso non dava alcun premio tranne la qualificazione, ma è stata una soddisfazione. Per inciso, da quel racconto poi è nato il mio primo romanzo. L’anno dopo altro concorso: Darkfiction. Sono arrivato primo, incassando ben 96 dollari, non so se mi spiego, ho fatto la fotocopia dell’assegno. Dopo un po’ di tempo ho ricevuto una e-mail da Giovanni Arduino che m’informava di aver letto il mio racconto e che gli era piaciuto molto. Giovanni ha poi dato da leggere le mie cose a Daniela De Rosa, allora editor Frassinelli, ora Guanda, e mi hanno proposto di scrivere un romanzo. Mi ci è voluto un po’ di tempo, perché sono lento; alla fine non l’aveva letto quasi nessuno, ma si sono fidati.
Il libro è uscito il 29 Febbraio 2000, quale data migliore?

Molti libri, come il tuo, parlano di stupri e violenza, tu credi sia un genere prossimo alla saturazione?
Sinceramente io vedo un superamento del “genere” grazie allo stile, la narrativa americana è molto livellata da questo punto di vista, e questo è una gran parte del problema, perché c’è sovrapposizione fra gli autori e viene a crearsi un unico gigantesco librone inutile. Gli scrittori dovrebbero prima di tutto trovare uno stile. Dal punto di vista tematico, la violenza è cambiata, non sempre in meglio. È diventata glamour, divertente, si è passato un certo confine. Ma bisogna sempre vedere quali sono le reali necessità della storia.

Il serial killer è entrato di prepotenza nell’immaginario e anche il vecchio Hannibal, ormai, ha la sua età... la mummia è diventata uno spettacolone per bimbi, l’uomo lupo e il vampiro sono un po’ consunti. Nel tuo libro hai mischiato il vampirismo, al disagio giovanile, alle droghe. Sei uscito dai cliché con la commistione...
Ero stanco di questi vampiri tristi, un po’ effemminati, alla Ann Rice. Belli, stupendi, leccatissimi, immortali. Volevo dei vampiri più punk, più terrestri, più sanguigni (è una battuta del cazzo, lo so). Mi sembrava che le droghe fossero un buon modo per portare queste persone comuni al limite dell’umano, renderle capaci di azioni che le persone normali non possono fare. Per le motivazioni io sono stato della scuola di ‘nessun movente’. Perché perdere tempo coi moventi. Ma anche questo è diventato di moda. Lo vedi in Scream, ormai, è divertente l’assenza di movente, buffa.

Partendo da questo presupposto, che le cose si bruciano molto in fretta, credi ci possa essere un nuovo Uomo Nero?
Difficile. Non so. L’Uomo Nero di cui amo leggere o è quello tradizionale con elementi che lo rendano nuovo, oppure è l’abisso della mente. Ma non della mente di qualcuno che arriva e ti fa secco con una sega a motore, della tua mente. L’Uomo Nero che mi spaventa è dentro. Sembra una cazzata detta così, ma penso a certi libri, per esempio Kiss me Judas di Cristopher Baer, a quasi tutto quello che ha scritto Caitlin Kiernan.
Da Stevenson in poi ci siamo perfezionati…
Già. Le paure cambiano e anche i mostri si evolvono. Il serial killer ormai, è un amico, un papà, un vicino di casa. Charmant di solito, perché non c’è più il serial killer sbavante che passa la giornata a masturbarsi sui cadaveri delle sue vittime. Ora c’è Hannibal, che è gentile, un nonnino che ti tiene sulle sue ginocchia, ti racconta le sue storie, ti nutre con pezzi di cervello… Ma se dovessi immaginare un nuovo Uomo Nero, oggi, credo che guarderei a qualcosa di vecchissimo, qualcosa che ha a che fare con la mitologia, che adesso tutti trascurano. Mi piacciono molto i racconti mitici, da quelli greci a quelli celtici, penso che le facce che davano alla paura 2000 o 5000 anni fa siano davvero interessanti.

Intervista a Matteo Curtoni (pubblicata su Strane Storie n°7, estate 2001)
www.matteocurtoni.com

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