Nel 1994 Nicolas Eymerich, inquisitore
ha vinto il premio Urania, il più prestigioso riconoscimento nell'ambito
della letteratura fantastica in Italia. Da allora Valerio Evangelisti
ha scritto altri cinque libri in cui il lucido, misantropo inquisitore
- realmente esistito - imperversa in un mondo che ha il fascino di un
medioevo accuratamente documentato e le pericolose coordinate della
fantascienza e dell'orrore. Nel '99 ha pubblicato Magus, una
saga in tre puntate sulla vita di Nostradamus.
Valerio Evangelisti è nato a Bologna nel 1952. Dopo aver pubblicato
volumi e saggi di storia si è dedicato interamente alla narrativa. A
Nicolas Eymerich, inquisitore (1995) sono seguiti Le catene
di Eymerich (1995), Il corpo e il sangue di Eymerich (1996),
Il mistero dell'inquisitore Eymerich (1996), Cherudek, un
nuovo mistero dell'inquisitore Eymerich (1997), Picatrix, la
scala per l'inferno (1998), Metallo urlante (1998) e la trilogia
di Magus (1999). Evangelisti ha inoltre lavorato ad alcuni sceneggiati
radiofonici imperniati su Nicolas Eymerich.
Adora la birra.
Nell'introduzione al volume Fantastorie dal terzo pianeta dichiari che
nel mondo attuale il fantastico in tutti i suoi aspetti è l'unica possibile
forma di realismo. Che cosa vuoi dire?
Intendo dire che fantastico e reale cominciano a non essere più nozioni
distinte, per cui la letteratura fantastica può riuscire, paradossalmente,
ad aderire al presente molto più di quella che si pretende realistica.
Mi spiego. Oggi una molla fondamentale dell'economia, cioè della vita
concreta, è l'immaginario. Le menti di intere generazioni e di interi
popoli vengono colonizzate a colpi di fantasie guidate ed eterodirette.
Pensate all'esodo degli albanesi suggestionati dal nostro stile di vita
visto in televisione. Pensate al crollo dei paesi dell'Est, reso irresistibile
dall'attrazione dei modelli di consumo occidentali. Ma è nella vita
di tutti i giorni, nei comportamenti più banali, che possiamo constatare
l'azione di una produzione di simboli frenetica ed esasperata, capace
di guidare le nostre scelte facendo leva direttamente sull'inconscio.
In simili condizioni, la metafora usata dal genere fantastico riesce,
a mio avviso, a penetrare più a fondo di quanto non vi riescano altre
forme letterarie. Mi limito a un esempio, neanche attuale: i racconti
di Robert Sheckley degli anni Sessanta. Descrivevano l'avvento della
moderna civiltà dei consumi, e dell'immaginario colonizzato, meglio
di quanto non vi riuscisse buona parte della narrativa main-stream.
Era, insomma, letteratura "realistica" nel senso proprio dell'aggettivo.
Sostieni di essere
uno scrittore di narrativa popolare. Che tipo di romanzi speri di trovare
nell'edicola di una stazione? Quali i loro ingredienti fondamentali?
Romanzi anzitutto intelligenti, che sappiano avvincere e al
tempo stesso scuotere, turbare, oppure indurre alla riflessione. Lasciando
per un momento da parte il fantastico, penso a Thompson, a Ellroy, a
Goodis, ad altri autori di noir nati sulle pubblicazioni a poco prezzo,
e talora rimasti loro fedeli fino alla fine. Se poi dovessi parlare
di Dick, Sturgeon, Shirley, Gibson potrei continuare per ore a magnificarne
le doti, e al tempo stesso a vantare il loro aggancio al terreno della
narrativa popolare.
Raccontare storie
significa trovarsi alle prese con tecniche (suspense, climax, colpo
di scena) e temi (scontro fra Bene e Male, eros, violenza) di provata
efficacia ma di uso inflazionato. Come è possibile essere ancora accattivanti?
È possibile?
Sì che è possibile. Naturalmente è bene provare le possibili variazioni,
che sono virtualmente infinite. I film di Ford e quelli di Leone operano
nello stesso campo, ma con stilemi assolutamente diversi. Il problema
non è che alla base della storia ci siano i temi dell'oltraggio e della
vendetta, e che la vicenda si concluda con un duello. Temi del genere
sono alla base del 90% di tutte le narrazioni, fin dagli albori dell'umanità.
È piuttosto l'imitazione piatta dello stile che riesce stucchevole.
Un errore che Leone non commise, e che i bravi scrittori non commettono.
Credi che l'eventuale proliferare di una narrativa popolare in Italia
possa accorciare le distanze fra mercato letterario e pubblico demotivato?
E se nelle scuole si leggesse narrativa popolare moderna?
La mia risposta è un sì entusiastico a tutte e due le domande. Il mercato
letterario italiano è, ai sommi vertici, popolato da mummie, che da
decenni ripropongono lo stesso tipo di romanzo, minimalista e provinciale.
Finiscono regolarmente nella classifica dei bestsellers, ma ogni volta
la base della colonna su cui siedono si assottiglia. Spero che la narrativa
popolare, col suo selvaggio spirito iconoclasta, in cui l'orribile convive
col sublime, sappia prima o poi assestare il calcio definitivo. Si dice
che la gente non legge. In realtà, la narrativa venduta in edicola raggiunge
tirature che i pontefici del mercato librario si sognano; solo che non
entra in classifica, perché rientra nella categoria dei periodici. Sospetto
che la gente non legga libri vacui e noiosi; gli altri li legge, eccome.
Quanto alla scuola, finora il suo compito primario è stato quello di
educare generazioni di studenti a odiare visceralmente Alessandro Manzoni.
Lo ha assolto benissimo. Iniettarle nelle vene un po' di letteratura
vera, stimolante (qui non parlo solo della narrativa "di genere", sia
chiaro), significherebbe farla finalmente finita con Gentile e con tutta
la merda crociano-togliattiana. Campa cavallo. Per fortuna è sempre
esistita una resistenza sotterranea dei giovani, organizzata attorno
al sacro nome di Emilio Salgari. Prima o poi uscirà alla luce del sole.
Il tuo personaggio
è il Male in persona. È un po' difficile che la media dei lettori desideri
calarsi nei suoi panni. Perché Eymerich?
Sembrerà strano, ma la maggior parte dei miei lettori si cala eccome
nei panni di Eymerich. Talora finisce per adorarlo. Sarà perché non
è realmente "il Male in persona", ma un misto tra male e bene, un personaggio
in fondo tormentato. Violento, sì, ma mai senza scopo; crudele, certo,
ma senza ombra di meschinità. In fondo un idealista, dotato per di più
di un'intelligenza fuori della norma. Come dice una sua vittima, in
Picatrix, la scala per l'Inferno, è facile volergli bene, malgrado tutto.
Tu scrivi almeno
un libro all'anno. Parliamo di disciplina.
Una volta scrivevo un libro all'anno. Adesso non è più così, gli impegni
sono diventati troppi. Quando mi attenevo a una disciplina, iniziavo
a scrivere un romanzo esattamente il 1° marzo e lo concludevo esattamente
il 31 agosto. Questo perché la mia creatività è massima quando è caldo
e c'è bel tempo. Autunno e inverno li dedicavo alle ricerche storiche
e alle revisioni.
Magus, il tuo
romanzo a puntate imperniato sulla figura di Nostradamus è ancora caldo
nelle librerie. Quanto è stato oneroso o accattivante il lavoro di ricerca?
Hai temuto in qualche momento di venire assorbito da un'operazione di
marketing sull'onda dei grandi cicli storici inaugurati dal Ramses di
Jacq?
Il lavoro di ricerca che sta dietro Magus è impressionante. Ho acquistato
non meno di 100 volumi: da tutta la paccottiglia su Nostradamus a saggi
sulla storia della Francia e dell'Europa nel XVI secolo. Quanto all'operazione
di marketing, era tale fin dall'inizio e mi ci sono sottoposto volontariamente.
Mi considero un moderno autore di feuilletons, e di conseguenza non
disprezzo affatto i risvolti commerciali della mia produzione. Solo,
cerco di offrire un prodotto confezionato con una certa intelligenza,
e rivolto a persone intelligenti. Confido che anche il lettore più distratto
si accorga che Magus e Ramses non sono scritti allo stesso modo...
Sei soddisfatto
del risultato? E la Mondadori? Ha avuto successo?
Al 30 giugno 1999, data dell'ultimo rendiconto ricevuto, i primi due
volumi di Magus avevano venduto 118.000 copie. Calcoliamo pure un 20%
di rese: i tre volumi superano abbondantemente le 100.000 copie. Alla
Mondadori mi hanno detto che non ci sono più di venti autori che, in
Italia, riescano a raggiungere cifre simili. Senza contare le vendite
estere. Magus è stato acquistato in Francia (dove il primo volume, dopo
una settimana, era già alla seconda edizione) in Germania, in Brasile,
in Spagna, in Israele, persino in Turchia. Un'altra decina di paesi
sono in trattativa. Per non parlare dei diritti cinematografici, contesi
da tre case produttrici... Sono evidentemente soddisfatto, anche se
avrei preferito che tanto successo fosse arriso ai romanzi di Eymerich,
che considero più "miei".
Perché lo fai?
Perché scrivere mi rende felice. Non conosco altro piacere più intenso
e totale.
Intervista a Valerio Evangelisti (pubblicata su Strane Storie
n° 1, inverno 2000)
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