Non so sciare, non so giocare a tennis, nuoto così così, ma ho il 'senso della frase'. Il senso della frase è Privilegio, poiché, se lo possiedi, permette a una tua bugia di essere, se non creduta, almeno apprezzata. Nel caso poi, una volta tanto, tu ti decida a dire la verità, quella vera, quella che puzza perché non si lava con gli eufemismi, quella brutta perché non si ritocca né si abbellisce con la chirurgia estetica del ricordo, nel caso tu dica la verità, la verità pelosa, la verità arrapata, se possiedi il senso della frase, la verità avrà l'aspetto un po' puttanesco eppure di classe di una bella menzogna.
Così si apre uno dei quattro libri in cui Andrea G. Pinketts racconta le avventure di Lazzaro Santandrea, fra le strade di una Milano surreale e violenta, triste e caciarona. Pinketts ha vinto per tre anni di seguito il Mystfest, per il miglior racconto e ha vinto il premio Una Remington per la strada per il giornalismo investigativo. Ha fondato 'La scuola dei duri' e dal 1991, ogni giovedì, al Post Café, coordina una serie di incontri su criminologia, giallo e noir.
Pinketts dirige con Andrea Carlo Cappi M, la rivista del Mistero e ha sin ora pubblicato: Il Vizio dell'agnello; Il senso della frase; Io, non io, neanche lui; Lazzaro, vieni fuori; L'assenza dell'assenzio ; Il conto dell'ultima cena ; E chi porta le cicogne ; Il dente del pregiudizio e Fuggevole turchese, oltre a svariati articoli e racconti.

• Cos'è 'la scuola dei duri'?
La scuola dei duri è nata in un bar: il Boulevard Caffè in c.so Garibaldi [Milano]. Un luogo in cui da ormai dieci anni ogni giovedì c'è l'idea della birreria letteraria. Non del caffè letterario: un posto in cui dei poeti noiosissimi leggono poesie altrettanto noiose ad altri poeti. Tutti ascoltano solo il suono della propria voce in attesa di pronunciare le fatidiche frasi. A me interessava l'idea della birreria letteraria, un luogo molto più vivace, leggermente volgare, ma più vitale. Un luogo che avesse come tema il mistero in ogni sua forma, non solo il giallo e il mistery, ma soprattutto la vita. Per questo testimonial variegati: dal direttore del carcere di San Vittore al rapinatore redento, dalla prostituta a fine carriera, a Chiaverotti che parlava di Brendon.
Nel '93 mi ero reso conto che mancava il termometro per raccontare la città attraverso il crimine che era esistito negli anni '60, in Italia, quando c'era Giorgio Scerbanenco, che descriveva gli anni del boom attraverso le sue malefatte. Quindi ho lanciato una sorta di sfida per far sì che aspiranti scrittori si cimentassero con quest'unico tema: la città, nello specifico Milano, e il delitto. Sono arrivati 150 racconti, ne abbiamo scelti 30 che sono usciti in un'antologia pubblicata da stampa alternativa: Crimine, i racconti della scuola dei duri. Su 30 autori che hanno partecipato, 20 hanno cambiato strada, 10 hanno persistito e di questi 5 sono diventati scrittori affermati.
Quello è stato un punto di partenza, rispetto a quella truffa legalizzata che sono le scuole di scrittura creativa, rispetto all'assoluto disinteresse che esisteva nei confronti degli esordienti che non venivano assolutamente letti, quella è stata un'autentica palestra. Era anche una scuola: ogni mercoledì organizzavamo degli incontri dove si aveva la possibilità di entrare, senza nessun passaporto, in una cripta, una sorta di circolo aperto, per confrontarsi con altri autori, ma anche con editori, giornalisti e attori. Successo editoriale a parte, ho deciso di chiudere il movimento per riproporlo a distanza di dieci anni, nel 2003, per prendere di nuovo la 'temperatura', per capire come sia cambiata la società: il crimine come specchio del sociale. I delitti degli anni '80 non sono i delitti degli anni '90 e non saranno i delitti del 2000. Una nuova generazione di scrittori avrà degli altri linguaggi rispetto a quelli del '93, che eran freschi di tangentopoli. Sono convinto che i tre quarti dei racconti, fra un anno, avranno come tema Internet. Io credo che il crimine sia addirittura l'unica letteratura possibile, perché è una letteratura contaminata da altri linguaggi del passato e del presente: il cinema, la televisione, il fumetto, i videoclip, Internet. Se ogni dieci anni ci saranno cinque scrittori nuovi, potranno raccontare meglio di chiunque altro il passaggio del testimone.

Come hai iniziato?
Negli anni '80 il mio primo libro Lazzaro vieni fuori ha impiegato sette anni per uscire: non lo leggeva nessuno. Mandavo alle case editrici il manoscritto tutto infiocchettato e nessuno lo guardava. A volte mandavano la lettera di risposta: "Caro signore, eccetera, è molto interessante, ma al momento non ci interessa." In realtà non lo leggevano. Tanto è vero che infilavo un capello a pagina 182, poi quando me li rispedivano - e non sempre li rispedivano - aprivo il libro e trovavo il capello. Il che significava, elementare Watson, che non l'avevano neanche aperto, letto forse era già chiedere molto, ma aprirlo…
Vedendo che questa porta era chiusa, ho aggirato l'ostacolo: ho fatto il giornalista investigativo e ho vinto 3 Mystfest per il miglior racconto. Il Mystfest era allora il premio più importante per la narrativa del mistero. Ho iniziato a fare queste inchieste. Mi truccavo da nero, nel senso di negro, e facevo il vu-cumprà o mi infiltravo tra i barboni. Ho dormito un mese alla stazione centrale di Milano e ho fatto l'attore sadomaso al Festival del Porno. Per Panorama ho passato una notte da travestito, ma soprattutto mi sono infiltrato tra i satanisti di Bologna, il gruppo di Dimitri, portando al loro arresto. Queste cose diventavano sempre di maggior risonanza, anche perché ero l'unico a farle. Soprattutto non mi sono arreso, questa è la cosa fondamentale per qualsiasi scrittore. Dando per scontato il talento, dando per auspicabile la fortuna, rimane una cosa che è veramente da scuola dei duri, e forse da quello viene il nome, che bisogna tener duro: la perseveranza, non arrendersi di fronte alle difficoltà, non rifugiarsi nell'idea: tanto non interessa a nessuno quello che scrivo, oppure nel vittimismo: pubblicano sempre i soliti raccomandati. Non è vero, per aver successo bisogna essere dei grandissimi rompicoglioni nei confronti di quella manica di truffatori che sono gli editori. Sintetizzando in un concetto: è vero che uno scrittore è un po' una puttana, ma gli editori sono dei gran magnaccia!

Quanto è stata importante l'immagine del Pinketts televisivo per la tua carriera di scrittore. Quanto era volutamente esasperata?
Secondo me era addirittura biologica, consequenziale di tutta la mia rabbia. Ho dovuto crearmi da solo la visibilità che non mi hanno creato le case editrici, era inevitabile. Per certi versi questo fa sì che adesso qualcuno mi fermi per strada e mi dica: ma io l'ho vista al Maurizio Costanzo Show, confondendomi magari con un comico o con uno che parla con gli ufo. Per fortuna c'è anche un aspetto, apparentemente, controproducente. Vieni sottovalutato dalla cultura ufficiale, salottiera, vieni considerato una sorta di fenomeno da baraccone e la cosa a me fa molto piacere, perché quando me lo ricordano, io dico sì, è vero, ma con una grande differenza: io sono il fenomeno e voi siete il baraccone.

In una precedente intervista su Strane Storie Alda Teodorani sostiene che gli scrittori italiani noir devono per forza far ridere: non riescono a fare paura e basta, che ne pensi?
Il suo è un horror estremo, senza speranza, i suoi non sono romanzi - mi pare che uno dei primi si intitolasse Giù nel delirio - sono il delirio dell'assolutista. I miei romanzi, per quanto paradossali, sono assolutamente reali, circensi. Quando va al circo il bambino si diverte per i clown, poi sta con l'ansia nel vedere il trapezista, è contento quando riesce a compiere il proprio numero, ma, nello stesso tempo, c'è quella sadica attesa che fallisca e cada morto. Credo che la vita sia un po' così, un dolore nostro è una tragedia, il dolore degli altri è uno spettacolo. Nei miei libri c'è il circo: ci sono le bestie feroci, ma ci sono anche i clown, la tristezza profonda del circo; lo trovo abominevole ma mi piace l'idea del giocoliere, ecco, io sono un giocoliere delle parole.

A volte, nei tuoi libri, una battuta dà il via a pagine così ispirate che sembra che il 'senso della frase' abbia preso il sopravvento sul 'senso della trama'. Quanto devi all'improvvisazione?
Nei miei romanzi è come se il lettore o il protagonista andassero al funerale di una persona amata. Inevitabilmente, c'è l'idea molto forte della morte della persona che è mancata, il caro estinto, ma c'è anche tutto il carrozzone che lo accompagna. Camminando, la mente vaga. Sei lì per assistere all'inumazione di un cadavere e ti fissi sui tacchi a spillo di una delle presenti oppure su un panzone che ansima seguendo il corteo funebre. Quando una storia cerca di somigliare alla vita tutti questi particolari, apparentemente irrilevanti, sembrano rallentare la narrazione, ma in realtà ne fanno parte e la rendono ancora più vera. La divagazione non è altro che la sottolineatura della partecipazione al presente.

Lazzaro è un duro con la frase pronta, ma è anche un immaturo che a trentatré anni vive con la madre e fa di tutto per non lavorare. Cosa ne pensi degli eroi immaturi? E dei trentenni immaturi... o dei quarantenni?
Credo che per un eroe sia essenziale essere immaturo, altrimenti lavorerebbe alle poste. Fare l'eroe è estremamente impegnativo. Parlo di un vero eroe, non di quelli del Risorgimento, quelli tronfi della poesia italiana, parlo dell'eroe conscio, spavaldo, gradasso, magari ubriaco come gli eroi italiani della prima guerra mondiale o come i mujaheddin, non quelli di oggi, quelli che nella guerra contro l'Unione Sovietica andavano a cavallo contro i carriarmati. Esiste una componente autodistruttiva che è la costruzione dell'eroismo, un'incoscienza coltivata. Essere un eroe è un lavoro, solo che non ti paga nessuno, anzi sei tu che spesso paghi, con la vita.
Io ho compiuto da poco quarant'anni, in agosto, ma mi sento ancora trentenne. Ed ero trentenne anche a ventiquattro anni, come dimensione. Trent'anni è l'età dell'eroismo e dell'immaturità. Le generazioni precedenti avevano delle tappe obbligate. Seguendo l'iter cattolico, c'è battesimo, comunione, cresima, matrimonio, estrema unzione: dei passaggi. I cambiamenti avvenuti dagli anni '50 in poi sono stati talmente veloci - e ora sono ancora più veloci - che non esiste più la figura del pater familias, dell'uomo che diventa uomo, succede di improvvisarsi uomo a quattordici anni e restare in questa fase tra l'infantilismo e la comprensione totale di tutto ciò che ti accade contemporaneamente. Uno è talmente bombardato che è costretto a rimanere immaturo per avere ancora il senso della meraviglia.

Nei tuoi libri spieghi la differenza tra uomovero e babbo di minchia. Ne vuoi parlare, per chi, fra i nostri lettori, non ti avesse letto?
Per me i babbi di minchia sono quelli che tradiscono, sono quelli che si piegano alle regole che hanno ereditato. Gli uominiveri sono quelli che si creano le proprie regole e le rispettano anche quando costa caro. Sono quelli che insistono, che tengono duro, che hanno ampiamente superato l'idea del classismo e del razzismo in qualsiasi forma, però sono proprio gli stessi che se hanno un amico di colore lo possono chiamare Palla di Neve, pronti al fatto che lui gli risponda nello stesso modo, sono quelli che non pensano che tutte le donne siano puttane, tranne la mamma e la sorella, quelli che non si stupiscono di niente perché hanno un'idea della meraviglia e non dello stupore, quelli che non hanno preclusioni. I babbi di minchia sono gli impiegati della pausa pranzo che ti occupano l'intero bancone del bar, entrano e si dicono l'un l'altro: un cafferino? Ma ragioniere se permette offro io. No guardi non permetto, offro io. Ragioniere offro io. Si sentono grandi nell'offrire 1500 lire di caffè. Poi magari ti pugnalano per 1700 lire di aumento. Carrierismo, danaro, sono tutte cose lontane dal concetto di uomovero.

• Leggendo i tuoi libri ci sono venuti in mente Salinger e Miller, scrittori che scrivono quel che non riescono a tacere di sé, romanzandolo qua e là. Per te è lo stesso?
Parlare di sé è quasi una necessità, una sorta di autobiografismo, in qualsiasi scrittore valido. Se scrivi in modo assolutamente oggettivo non lasci niente, perché la tua testimonianza manca di quella dose di indignazione e di meraviglia, di quella dose di gioia e di quella overdose di tutto quello che rende il tuo libro vero. Se Hemingway avesse scritto Piccole donne, sarebbe stato una stronzata, l'avesse scritto Gianni Boncompagni sarebbe stato più credibile. L'autobiografismo è addirittura inscindibile, anche nei racconti fantastici.

Per te scrivere è liberatorio anche adesso che è diventato una professione?
Scrivendo di getto, magari hai un progetto iniziale, ma se il getto diventa un gettito d'acqua si può trasformare nelle cascate del Niagara per cui sommerge ciò che era stato, stravolgendolo, e questo è assolutamente liberatorio. Tu sei convinto o devi scrivere per professione una storia stabilita per andare incontro ai gusti, non tanto del pubblico, quanto del tuo editore, e improvvisamente lasci il rubinetto aperto e dici: vaffanculo. La storia si allaga.

Quali sono gli autori che preferisci?
Di italiani, restando al genere: Ammaniti e Lucarelli, poi Ballard, Twain, Wilde, Lovecraft, King, John Kennedy Toole che ha scritto un unico libro bellissimo, che si intitola Una banda di idioti, edito da Marco y Marcos, è il libro che credo mi sia piaciuto di più negli ultimi cinque anni. Inizia con una frase di Swift: 'Al mondo si riconosce la nascita di un genio, perché quando nasce tutti gli idioti fanno banda contro di lui', da cui il titolo. È la storia di un genio, ciccione e pazzo, che ha dei problemi col mondo. È uno che non sa allacciarsi le scarpe e che sia un genio lo sa il lettore, per il resto del mondo è solo un idiota.
[A chi glielo chiede Andrea spiega che la G puntata prima di Pinketts sta, ovviamente, per Genio. N.d.R.]

Che narratore vorresti essere, proprio non potendo essere Pinketts?
Tutti quelli che piacciono a me han fatto una brutta fine, perciò non vorrei essere nei loro panni. Andrea Pazienza nel disegno. In letteratura Hemingway, Rimbaud che a 19 anni smette di scrivere e fa il contrabbandiere d'armi, Oscar Wilde che sciocca la società vittoriana, Sherlock Holmes che non esiste, ma è come se esistesse, mi piacerebbe essere Zorro o Tex Willer ma più di tutto mi sento un incrocio tra Einstein e Fonzie.

Qualche progetto per il cinema o per la televisione?
Hanno opzionato almeno sei volte un film dal Senso della frase, ogni tanto sembra diventare una coproduzione italo-francese, la volta dopo un progetto australiano, ma preferisco non lo facciano, così continuano a comprare l'opzione: poca roba, ma se non altro non me lo rovinano.

Chi vedresti come protagonista, presenti esclusi?
Io non lo farei, Lazzaro. Avrei visto bene il Belmondo di Fino all'ultimo respiro, venticinquenne, scanzonato, ironico. Vincent Cassel adesso. In Italia: Corrado Tedeschi. Banderas, anche se non è bello, forse perché ha fatto Zorro. Non mi vedrei Raul Bova, perché Lazzaro deve avere un po' la faccia da figlio di puttana.

A proposito di sex simbol maschili... Lazzaro, tuo alter ego letterario, vive una relazione dopo l'altra. Fuor di finzione: qual'è il tuo rapporto con le donne?
Nei miei romanzi racconto le donne viste da Lazzaro Santandrea, il protagonista, una visione estremamente parziale, angelica e diabolica contemporaneamente, l'oggetto del mistero in assoluto. A volte lo spaventano, altre volte lo inteneriscono, altre volte lo eccitano, e altre rimangono la sconosciuta che insegue, alla ricerca dell'anima gemella... una cosa da oroscopi. Magari la maggior parte di noi la persona giusta l'ha incontrata però non se n'è accorto perché tu stai prendendo un treno per Riccione e lei sta tornando da Riccione. Vi incontrate alla stazione, vi guardate, tu pensi ah però, lei pensa ah però, però è quel però che fa la differenza, perché non la vedrai mai più e non le hai neanche rivolto la parola. Tutti noi abbiamo incontrato, forse, la persona giusta, nel momento sbagliato.

Qual è il cocktail che preferisci?
Il Negroni e il Manhattan. Negroni prima e Manhattan per concludere. Nel Conto dell'ultima cena, parlavo di un locale, il Manhattan, che ora non c'è più. Era in via Pietro Verri, specializzato in questo cocktail. Lì andavano tutti i figli della Milano bene, i quaranta, cinquantenni, che non avevano mai lavorato in vita loro e stavano dilapidando il patrimonio di famiglia. Vedevi tutta questa gente immatura, ricchissima, ma agli sgoccioli, che si trovava in situazioni alla Walter Matthaw in È ricca, la sposo, l'ammazzo, per cui per mantenere l'umidificatore di sigari erano costretti a fare debiti con le banche. C'era un ambiente di provvisorietà, da declino dell'impero romano, c'erano tutti questi Manhattan serviti da un barman impeccabile che sapeva tutti i tuoi casini e tu dicevi: Ah, sul conto naturalmente!

Intervista a Andrea Pinketts (pubblicata su Strane Storie n° 9, inverno 2002)
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