Alda
Teodorani vive a Roma, dove spesso ambienta le sue storie. Ha scritto
tre romanzi: Giù nel delirio, Le Radici del Male e Labbra
di sangue e due raccolte di racconti: Fiore oscuro e Nel
segno di Caino. Ha tradotto svariati libri e ha scritto alcuni
saggi.
La prosa della Teodorani è priva di fronzoli, lo stile semplice, gli
argomenti atroci. Torture, stupri, perversioni e mutilazioni di ogni
genere. La trame sono appena abbozzate, ma non ci si pensa. Non importa.
Questa è una lametta, questa è la pelle e ZAC: taglia. Semplice ed
efficace. Nessun impedimento. Nessuno scrupolo narrativo o meno che
mai morale.
Nel 1996 la Teodorani partecipa con un racconto alla celebre raccolta
Gioventù cannibale. Fa scalpore perché è così estrema e perché
non è un genere, il suo, che molte donne osano esplorare.
Ama i gatti, i bambini e i film horror nostrani.
Su che terreno
affondano le tue personali Radici del Male?
Le Radici sono una trilogia del Male dove si esplorano tutti i sentimenti
più malati che io possa aver trovato. Nelle mie storie seguo le vicende
di svariati assassini, ma non li giudico mai. Questo al lettore medio
dà fastidio. Non ha nessuna intenzione di perdonarmi perché non ho
punito il colpevole come invece succede in molta letteratura d'evasione
come, ad esempio, i romanzi di Simenon dove il fulcro è l'indagine,
seguita immancabilmente dalla cattura. Ecco: io non punisco nessuno,
non perché non sia giusto ma perché non mi interessa sapere come andrà
a finire. Mi interessa di seguire l'assassino coi suoi occhi durante
le sue vicende, fare in modo che il lettore riesca almeno una volta
nella sua vita a liberare dei sentimenti che non avrebbe mai liberato.
É importante l'immedesimazione e lo è il gusto per la trasgressione,
ma la mia è un'operazione assolutamente innocua perché ho tracciato
un confine ben netto oltre il quale il lettore non può andare. Le
mie storie sono talmente deliranti che il lettore non potrebbe mai
immaginare di emularle. É come leggere un romanzo di fantascienza:
non potresti mai prendere un'astronave e andare sulla Luna o su Marte.
In che
mondo si muovono i tuoi personaggi?
Il mondo del fotografo è un mondo di violenze acuite. Immaginate una
società fantascientifica dove il sadismo sia accentuato all'estremo.
Poi che tu mi dica che succede già adesso, è un altro discorso. Però
mi auguro che scene come quelle dell'impalamento nel cimitero ebraico
ancora non succedano tutti i giorni come invece viene presentata nel
libro. Quello è un mondo dove la violenza ha trovato il suo apice.
Chi la fa da padrone, è questo mondo folle, non i suoi personaggi.
Il fotografo è solo un riflesso di quel che succede. Il mondo gli
permette di far quelle cose, ma lei, la pittrice, lo condiziona pesantemente.
Alla fine è lei che vince.
Come
mai hai scelto una realtà così estrema?
Non scrivo Diario intimo di una governante. Considero il mondo di
Le Radici del Male una scenografia che dà molte possibilità di movimento.
É innegabile. Se voglio esplorare tutte le Radici del Male non posso
partire da una realtà dominata dal comunismo, dalla fede o dai buoni
sentimenti, se no faccio un altro romanzo.
Perché,
secondo te, visto che è una tematica così interessante, viene generalmente
evitata?
É come se avessero una forma di pudore, di paura… perché, cazzo, partiamo
dal presupposto che la donna è sempre stata vittima di ruoli nella
società e che non ha mai potuto usare la forza per difendersi e che
quindi ha sviluppato delle armi sotterranee che sono quelle mentali.
Io sento di un sacco di donne che sono state malmenate da mariti violenti:
è il grande difetto dell'uomo. Colpisci una donna proprio nel modo
in cui sai che lei non può risponderti. Al contrario, ho sentito di
uomini innamorati completamente distrutti dal punto di vista mentale,
cosa che di solito alle donne non accade. Ognuno ha le sue armi. Le
formiche e le zanzare pungono di nascosto, il rinoceronte carica direttamente.
E poi che succede? Che proprio nel campo della fantasia, della letteratura,
dove una donna avrebbe la possibilità di tirare fuori le sue armi
più affilate… che te devo di'? Non ho idea del perché. Accade anche
agli uomini, ma di più alle donne. É il mercato, forse? Non lo so.
É come se avessero paura.
Ipotizzando
che tu e Susanna Tamaro rimaneste chiuse un paio di giorni in una
stanza, cosa faresti, cosa le diresti?
Ho letto dei racconti della Tamaro che erano veramente spietati e
credo che comunque lei abbia descritto situazioni estreme. Ammetto
di non aver letto Va' dove ti porta il cuore: ho visto il film e non
so quanto sia fedele al romanzo, però mi ha stupito perché la protagonista
è di una trasgressività unica, per i tempi in cui è ambientato. Lei
che tradisce il marito e ha questo figlio. Penso che dovremmo riprenderci
la Tamaro, leggerci Va' dove ti porta il cuore e fare atto di penitenza.
Non è solo un romanzo buonista. É pieno di infrazioni ai luoghi comuni.
Sotto molti punti di vista è più trasgressiva la Tamaro di molti scrittori
"cattivi".
A
proposito di protagoniste tenaci. Parlaci della pittrice. Ha lunghi,
fluenti capelli rossi... c'è qualcosa di te in lei?
É un gioco. C'è una somiglianza, però in verità lei assume tutta un'altra
dimensione. É poi uno dei pochi personaggi forti. C'era bisogno di
un contrappunto molto potente di fronte a un uomo così... con le palle
enormi! Se mi dovessi identificare, potrei identificarmi maggiormente,
se vuoi, con lui che non con lei.
Nel
primo episodio de "Le Radici del Male", è proprio il rapporto fra
un fotografo - pagato da privati per documentare i loro divertimenti
sadici - e questa pittrice, a fare da filo conduttore alla narrazione.
A ben vedere il loro amore è l'unica luce in un incalzare di fatti
sordidi, il motore di fondo...
É un romanzo romantico, in effetti.
Uh... mm...
certo. Ma questo romanticismo - con le sue virgolette - viene fuori
solo quando la pittrice, che sempre aveva opposto delle resistenze
alle violenze di lui, viene fatta ingelosire e lei stessa tortura
e uccide una prostituta. Solo quando i due abbandonano ogni inibizione
morale, riescono ad amarsi davvero.
É una forma di penetrazione mentale quella che lui attua nei confronti
di lei. É sempre un atto sessuale. Citando Wilhelm Reich... "riesci
veramente ad amare qualcun altro solo se hai abbattuto tutte le barriere."
E fra queste barriere c'è anche quella dell'omicidio. Alla fine i
protagonisti sono vincolati nelle cose più intime e schifose. É come
una penetrazione mentale. Non c'è niente dell'uno che possa disgustare
l'altro, perché c'è un'unione sino ai recessi cerebrali più nascosti.
Credi
che nella vita reale, perché due persone possano amarsi - anche senza
arrivare all'omicidio - sia necessario un processo del genere? Conoscere
le depravazioni, le inibizioni più intime.
Non sono qualificata per parlare della vita di tutti i giorni. Non
ci deve essere alcun collegamento fra questi romanzi e la vita reale.
I miei libri sono opera di fantasia. Si tratta di fiction. E poi alla
fine non sai se sia vero o no perché alla fine del libro non è certo
nemmeno se la pittrice sia esistita veramente.
Sì,
però in qualche modo i libri utilizzano la finzione per parlare della
realtà... No, non è così. Perché quando tu dai delle coordinate
immaginarie a dei personaggi immaginari quelli si muovono su un piano
completamente diverso che noi non conosciamo. Neanche io lo conosco.
Ma
un certo legame col mondo reale c'è comunque, se un libro è scritto
bene. E' come dire che i pensieri non influenzano le azioni.
I pensieri sono una cosa, la letteratura è tutt'altra cosa.
D'accordo. Escludiamo a priori che le azioni descritte possano trovare
un corrispettivo nella realtà, nel tuo romanzo vi sono concetti estremi
e idee - come il fatto che bisogna compenetrarsi completamente per
amarsi - che in qualche modo possono toccare davvero il lettore. Provocare
emozioni forti - o almeno provarci: cosa significa per te?
Significa qualcosa, ma se il lettore le cerca. Può sempre chiudere
il libro e dire ti saluto, non mi va più.
Il lettore fa quello che vuole, certo, ma nell'atto di scrivere
cosa pensi di suscitare?
É meglio che non te lo dica.... puoi prendere te quando l'hai letto
e immaginarti quello che è successo.
Uh...
va bene. Toccato. Un dubbio solo, ancora: tu hai parlato di scrittrici
che si rassegnano a ruoli subordinati anche nella fantasia e di scrittrici,
come la Tamaro, i cui personaggi riescono a farsi valere sfruttando
le armi della loro femminilità. A differenza delle prime la narrativa
che proponi rivendica una forza e una libertà sfacciate, ai limiti
della provocazione. Come mai, come donna - e a differenza della Tamaro
- utilizzi mezzi narrativi e fantasie di sesso e violenza così tipicamente
maschili?
A differenza della Tamaro, io voglio evocare sensazioni e emozioni
forti e per farlo c'è bisogno di una narrativa d'impatto che non lasci
spazio a sbavature dolciastre.
Cambiando
argomento, tu hai lavorato anche nel settore dei fumetti horror per
bambini. Come è stata la tua esperienza?
Sono storie che nascono dalla quotidianità in cui il bambino comunque
è sempre vincente. Mi sono accorta attraverso le lettere che ho ricevuto
dai bambini stessi che loro hanno un'esistenza infernale. Vivono malissimo.
Non solo, hanno anche molti incubi, paure legate più alla realtà che
alla fantasia. Tutti questi racconti per l'infanzia che ho scritto,
sebbene avessero dei lati fantastici, partono da timori reali e mostrano
un bambino protagonista che lotta e vince. Adoro i protagonista de
L'isola del Tesoro o de Il Libro della Giungla, quello col nome impronun-ciabile:
questi sono i bambini che piacciono a me. Bambini che si rendono conto
di essere vittime delle circostanze e sfruttano la loro abilità, la
loro furbizia. E la fantasia, naturalmente. Ne hanno da fare invidia.
Non trovo che sia giusto imporre delle ulteriori paure ai ragazzi.
Non creerei mai qualcosa venuto dal nulla che li perseguiti nelle
loro fantasie. Quindi sì, magari, all'orrore espresso in termini reali,
cioè di cose di cui loro avrebbero paura comunque e lasciare loro
in mano l'arma per vincere le loro paure attraverso il racconto. Oltre
non andrei. I libri che io scrivo sono sostanzialmente per adulti,
anzi, ti dirò di più, che se io dovessi scegliere cosa mettere sulla
copertina sceglierei di mettere: "vietato ai minori di quattordici
anni". Non vorrei mai che un ragazzino più piccolo leggesse le storie
che scri-vo come non le ho mai fatte leggere a mia madre.
In ambito
italiano, cosa ne pensi di un tipo di editoria coraggiosa e allo stesso
tempo fallimentare?
Che cosa ne penso di Granata Press lo puoi ben immaginare… il meglio
possibile. Mi sembra che certe cose estreme, quelle anche molto pesanti,
sono pubblicate da editori che si pongono come alternativi. C'è per
esempio questa collana Stile libero di Einaudi o altre, come Feltrinelli,
però non mi sembra che abbiano mai una marcia in più nel senso che
alla fine pubblicano gli autori stranieri e non quelli italiani… se
però mi viene il sospetto di essere l'unica a scrivere in una certa
maniera in Italia, ecco che tutto il mio discorso perde immediatamente
tono. Non c'entra niente con la nostra realtà editoriale.
Che
opinione hai degli altri autori italiani di narrativa noir?
Non stimo molto i nostri autori di "genere" perché ogni atto di cattiveria
deve sempre essere accompagnato da uno scoppio di risa. É la commedia
all'italiana trasportata sul piano horror o giallo, perché non c'è
mai la paura totale, mai lo scoprirsi sino in fondo, un'apertura netta
all'orrore. Ti fanno vedere le budella, ma poi c'è sempre la risatina.
Questo horror, questo thriller grottesco ridimensiona tutto per cui
alla fine la vera paura non esiste più. Questo non è un sentimento
puro, è annacquato. E badate bene, la morale nella storia ci può essere
o meno. L'importante è fare paura. Io non voglio ridere sulla mia
paura. Uno come Stephen King è uno che non l'annacqua, la paura. Ci
sarà un sentimento morale e una liberazione finale, ma quando hai
paura, hai paura sul serio. Quando mi dice che "quando passò di lì
quell'uomo, le rose sulla tappezzeria avvizzirono", mi si raggrinzisce
la pelle... è un genio. É una frase che presa di per se stessa corre
pure il rischio di fare ridere, ma non fa ridere per niente! E prima
che si arrivi a qualche autore italiano, me compresa, che tocchi queste
vette... hai voglia lavorare! E bisogna vedere se c'è la volontà di
farla, una cosa di questo tipo.
Solo
una domanda, ancora. Questo numero di Strane Storie è dedicato allo
Straniero. Quasi sempre, in narrativa, lo Straniero è un mostro. Oltre
ai vampiri, ai fantasmi, ai lupi mannari e alle loro svariate incarnazioni,
credi ci sia ancora posto per qualche mostro nuovo... o quantomeno
originale?
Il killer casuale: credo sia questa la nuova strada. Il serial killer
ha fatto il suo tempo.
Intervista
a Alda Teodorani (pubblicata su Strane Storie n° 2, primavera
2000)
utenti.tripod.it/aldateodorani
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