Sergio
Toppi è nato nel 1932. Dal 1960 collabora per il Corriere dei Piccoli.
Negli anni '70 lavora con le più grandi rivista italiane. Realizza
fumetti e illustrazioni per Sgt. Kirk, Linus, Alter
Alter, Il Giornalino, Il Mago, Corto Maltese,
L'Eternauta, Comic Art, Ken Parker, Nick Raider.
Le sue illustrazioni appaiano sulle pubblicazioni periodiche, su quotidiane
e copertine di libri. Per il mensile Orient Express inventa
il crudele e flemmatico Collezionista, per le edizioni Lo Scarabeo
realizza i Tarocchi delle Origini e i Tarocchi Universali.

Tra
i principali riconoscimenti ricevuti vanno ricordati nel 1975 il premio
Yellow Kid e nel 1992 i premi Caran D'Ache e A.N.A.F.I.. Nel 1984
pubblica il suo capolavoro, Sharaz-de (recentemente ristampato
dalle edizioni Di) rivisitando in maniera magistrale Le Mille e
una Notte.
Se iniziasse
oggi a disegnare, come si troverebbe?
Indubbiamente ci sono meno occasioni, oggi, per un esordiente, meno
pubblicazioni per cui lavorare. Questo è il guaio più grosso, specialmente
per un certo tipo di fumetti, o di racconto… mi auguro che sia un
fenomeno oscillatorio. Secondo me, le colpe sono un po' del pubblico
che si rifiuta di fare quel tanto di sforzo mentale per adattarsi
a storie che non siano tradizionali. In un momento così, se fossi
un esordiente, avrei qualche vaga preoccupazione.
Quale
può essere un suggerimento per un autore agli inizi?
Soprattutto in certi casi, cosa che in genere è sottovalutata, un
certo grado di istruzione. Trovo che a parità di tecnica, chi ne sa
di più ha maggiori possibilità di svolgere bene il proprio lavoro.
Nel campo dei fumetti occorre un certo senso del tempo, come ci si
può comportare o vestire o vivere in un certo periodo. È importante.
Il lavoro ne è facilitato. Per esempio non è detto che una storia
del medioevo debba essere pignola, uno deve arrivare a crearsi un
suo medioevo, completamente inventato, ma credibile. Vestiti, armature,
architetture, è importante conoscerle per rielaborarle. Ora, a questo
si arriva solo guardandosi molto intorno. Uno può fare anche una commistione
di generi, però bisogna aver prima capito delle cose. Un'altra cosa
che ho notato è una grossa propensione per il mostruoso… perché tutte
queste bestiacce? Mi sembra una cosa generale. Qualche volta vado
alla scuola del fumetto con Tacconi per gli esami di fine anno e vedo
un proliferare di artigli, ali di pipistrello, mostri, guerrieri enormi,
corazzati in modo strano. Il celtico mostruoso. A me piace molto invece,
non l'ostentato, ma quello che non si dice, che si può intuire… tutto
sommato risulta anche più efficace. Alludere fa più effetto che vedere.
Come
si trova ad illustrare storie scritte da altri?
Ne ho fatte anche delle mie, però adesso da qualche anno lavoro con
D'Antonio: lui fa le sceneggiature e io i disegni. Non credo di essere
al vertice della narrativa a fumetti, ma penso che nessuno mi neghi
la qualifica di professionista: che i miei disegni piacciano o non
piacciano è un altro paio di maniche. Il professionista deve adattarsi
a quello che gli viene richiesto, entro certi limiti. Può anche dire
di no. Se accetta una cosa è tenuto a farla nel modo migliore. Come
in tutti i lavori, ci sono delle cose che piacciono e altre meno,
però bisogna cercare di adeguarsi alle richieste della clientela e
dell'editore. Chi fa questo lavoro lo fa perché gli piace, si presume
che anche dal solo fatto di disegnare possa ricavare piacere.
Lei
realizza fumetti d'autore, le sue tavole sono riconoscibili fuori
da ogni dubbio. Come si rapporta uno stile così elaborato e personale
come il suo, o di autori come Dino Battaglia, con il grande pubblico?
Quando c'è stata la possibilità di lavorare a modo nostro l'abbiamo
fatto, come nel caso di un'organizzazione particolare della pagina.
Quando non è possibile, non lo si fa. Questa è la regola delle cose.
Il discorso che facevo prima, per chi lavora professionalmente ci
sono delle situazioni in cui bisogna adattarsi. Per esempio un avvocato
avrà delle cause che lo sollecitano e delle altre che deve fare perché
è il suo mestiere. Tutti noi abbiamo delle cose che sentiamo particolarmente,
io ho sempre tentato di uscire dagli schemi tradizionali, perché mi
piaceva così. Parlando piatto piatto penso che tutto sommato il lettore
preferisca l'organizzazione classica del fumetto. Io e Battaglia,
non voglio mettermi allo stesso livello, eravamo considerati autori
di fumetti un po' atipici. Tanto è vero che nel mio caso molti dicono
che sia più un illustratore che un fumettista. Per me tra illustrazione
e fumetto non c'è questo abisso per cui uno esclude l'altro. Si tratta
di vedere i modi di farlo. In fondo i fumetti sono illustrazioni,
sia pure per sequenze di testo. Appartengono un po' alla stessa famiglia.
Come cinema e fumetto direi che sono cugini, ovviamente non sono la
stessa cosa, però hanno una parentela.
Tornando
a chi la considera un illustratore, non ha mai pensato di realizzare
incisioni, quadri, di scegliere di esporre in una galleria piuttosto
che pubblicare in un'edicola?
A dire il vero, no. A me piace realizzare fumetti perché posso raccontare
una storia da cima a fondo. Incisioni… ne ho fatta qualcuna, quadri…
non ho mai dipinto, perché sono molto disorientato di fronte all'arte
moderna, riconosco che non la capisco. Io non sono un artista considero
il fumetto un lavoro molto artigianale, in certi casi di ottimo livello,
ma sempre artigianale. È chiaro che non siamo pelatori di patate,
è un lavoro per cui occorre una certa sensibilità, ma il fumetto rispetto
a quello che viene considerato la creazione artistica è molto più
severo. Per eccesso, io come artista posso benissimo andare ad una
mostra, mettere una sedia di fronte al pubblico ed esporre me stesso,
in fondo ognuno di noi è un'opera d'arte irripetibile. Se invece faccio
un aeroplano con un'ala storta o una prospettiva sbagliata non mi
è concesso, vengo meno ad un'etica professionale che mi impone di
fare le cose in un certo modo, anche se con tutte le variazioni possibili
e immaginabili. Questa distinzione non è di eccessiva umiltà rispetto
al fatto artistico, ma è il riconoscimento che il nostro è un lavoro
serio. Per produrre un fumetto finito ci vuole un'idea, una sceneggiatura,
la scansione, disegnarlo, creare il personaggio, scegliere il tratto,
che la storia corra e venga ben distribuita. Se metti insieme tutte
queste cose vedi che è un lavoro difficile e faticoso.
Su cosa
sta lavorando ora?
Sto finendo un lavoro per Bonelli: Nick Raider, lo faccio con
D'Antonio, poi farò qualche racconto per Il Giornalino e un po' di
illustrazioni. Personalmente mi spiace che non ci sia più Corto
Maltese o L'Eternauta, Comic Art o Pilot.
Oggi si è molto legati alla serialità, con un personaggio riconoscibile,
cosa tra l'altro anche giusta, ma manca l'alternativa. L'editore ha
visto che le vendite di quelle riviste erano troppo basse e le ha
chiuse. Credo che sia un problema di lettori, voi cosa ne pensate?
Parlavamo oggi
con l'edicolante della stazione, dice che rispetto agli anni scorsi
ci sono sul mercato il doppio delle testate, e che vendono la metà.
Bisogna orientarsi in mezzo a molti prodotti.
Già, in fondo adesso gli svaghi sono tanti, anche tutti questi giochi
elettronici… Se non è proprio un appassionato, oggi, un ragazzo ha
tante cose per divertirsi. Ho l'impressione che al fumetto sia successo
quello che sta succedendo al cinema. Vanno solo un certo tipo di film.
Film buoni, anche. Magari devi far a pugni per entrare, ma ha successo
solo un certo genere, mentre quando ero ragazzo, il cinema era il
grande divertimento. Senza rivali.
Lei
ha scritto avventure per una vita, qual è la sua idea di avventura?
C'era un film francese che diceva "l'aventure c'est l'avventure",
potrei rispondere così. È il gusto di creare delle situazioni che
ci affascinano. In fondo nell'avventura ognuno si ritaglia il suo
periodo preferito. C'è chi predilige il West, chi ama il periodo coloniale,
lo spionaggio… Tutto quello che esula dall'alzarsi la mattina, farsi
la barba e bersi il caffè è avventura. Quella serie di ambienti, di
situazioni, di atmosfere di periodi che solleticano la nostra fantasia.
Magari ad una persona come potrei essere io, il classico borghese,
piace pensare a delle avventure nei posti esotici. L'avventura è questo.
Quindi noi che abbiamo la possibilità di ricreare delle storie lo
facciamo con piacere. Anche il lavoro è avventura.
Questo
numero di Strane Storie è dedicato al Viaggio, nei suoi fumetti descrive
molte ambientazioni esotiche. Lei ha viaggiato?
I posti che mi premeva di vedere, li ho visti. Il Centro
America me lo sono visitato, non dico benissimo, perché è grande,
ma quel che ho visto mi ha soddisfatto moltissimo, Il Messico. Sono
posti completamente diversi. Poi mi ha interessato vedere il New England.
Voi forse non l'avete sentito nominare, ma per quelli della nostra
generazione, specialmente per i disegnatori come me, c'era un libro
di culto: Passaggio a Nord Ovest, che si svolgeva in una parte dell'America
Orientale, nel New England. Ho sempre desiderato vedere due o tre
posti che vi erano descritti. Quando l'ho letto da ragazzo era il
mio libro dei sogni. Una storia ambientata nel '700, con guerre indiane,
francesi e inglesi, foreste e laghi. Quando l'ho visto è stata una
grande emozione. Pratt ha ambientato lì tutti i suoi racconti. Era
una strana epoca dove gli europei combattevano in foreste incredibili
con il tricorno e la parrucca bianca insieme agli indiani rapati con
il ciuffetto in testa. Quello l'ho visto.
Quale
altro viaggio vorrebbe fare?
Non che sia stato un viaggiatore inveterato, però, qualche posto lo
vorrei ancora visitare. Per esempio, finché ci saranno, perché penso
stiano per scomparire, non mi spiacerebbe vedere qualche angolino
dei parchi nazionali dell'Africa. E certi deserti. Trovo siano affascinanti.
Vorrei andare nel deserto dell'Hoggar, fra l'Algeria e il Ciad, dove
trovano anche i dinosauri. Infine non mi spiacerebbe qualche parte
degli Stati Uniti, la natura, il Gran Canyon, parte dell'Alaska. A
me piace forse più il nord dei luoghi tropicali. L'India e la Cina
non mi attraggono. Poco altro.
Quale
narratore vorrebbe essere, oltre a Sergio Toppi?
Ci sono delle cose che quando le leggi o le vedi dici mi piacerebbe
averle fatte io. Mi piace molto Rigoni Stern quello che ha scritto
il Sergente nella neve, ci sono dei racconti che mi piacerebbe aver
scritto. Poi disegnatori tanti, quelli bravi. Ho spesso occasione
di vedere qualcuno che fa le cose meglio di me, non vorrei essere
lui, perché lui è lui, ma provo ammirazione e in un certo senso invidia.
È quella che chiamo "invidia sana".
Intervista
a Sergio Toppi (pubblicata su
Strane Storie n°
6, primavera 2001)
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