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Gli Editoriali
1990
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Con il n°1121 del 25 Febbraio 1990 Giuseppe LIPPI, succedendo a Gianni MONTANARI, diviene il nuovo curatore di URANIA. Di lì a poco inizierà a prendere piede sempre di più un certo modo di intendere l'appendice della collana come un mezzo per avere un discorso aperto e continuo con i lettori, cosa questa per altro già intrapesa dal precedente curatore . Inizieranno ad apparire dei dossier molto corposi su vari argomenti del mondo della fantascienza o su alcuni autori italiani e stranieri, diventerà fissa la scheda bio-bibliografica dell'autore dell'opera presentata, verrano pubblicate news letterarie e cinematografiche, ecc.. Ma sin da subito ed esattaente dal n°1125 del 22 Aprile 1990 incominceranno ad apparire Gli Editoriali dello stesso curatore che, attraverso richiami al passato e progetti futuri, con una certa continuità da allora ai giorni nostri ha continuato ha fare il punto della situazione sull'amato mondo della fantascienza. Pensiamo che sia interessante raccogliere su questo sito, in modo cronologico, questi articoli che rappresentano un affresco molto esauriente sul divenire anno per anno del mondo editoriale fantascientifico italiano e internazionale.
Urania&Co. Giugno 2002

 
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1/ UN PO' DI STORIA
URANIA n°1125 DEL 22-4-1990

In quarant'anni di carriera Urania non ha mai pubblicato editoriali: ora ne esce uno. Anzi, il primo di una serie. Anzi, se sarà possibile, l'inizio di un discorso che potrebbe riprendere ogni quattordici giorni. Come mai? Che cos'è cambiato? Non molto, a dire il vero; a Gianni Montanari è subentrato come curatore il sottoscritto, esattamente come a Fruttero e Lucentini era subentrato Montanari: e nella posta di qualche mese fa si diceva che sono normali avvicendamenti editoriali. Ma poiché non facciamo una rivista per burocrati o per androidi ( con tutto il rispetto per queste categorie), e siccome Urania è soprattutto un mezzo
di svago e una pubblicazione destinata a piacere, sarebbe strano se non si cercasse di fare sempre qualcosa per arricchirla, per venire incontro ai desideri dei lettori, o, semplicemente, per tentare una strada che non era stata ancora battuta e da cui potremmo tutti ricavare qualche soddisfazione.
Non so se i lettori desiderassero un editoriale, una pagina di commento del curatore in ogni numero di Urania, ma so che altre iniziative nella stessa direzione -la posta, il notiziario, i ritratti d'autore- sono state apprezzate e incoraggiate. Del resto, nei quattro decenni di storia della collana, qualche precedente c'è stato.
Vediamoli, anzi vediamo più da vicino che cos'è stata Urania fino ad oggi: una pubblicazione che è sempre rimasta in bilico fra la collana di romanzi e la rivista vera e propria. Negli anni Cinquanta Alberto Mondadori, figlio del fondatore Amoldo, pensa che sia tempo di lanciare nuove iniziative editoriali, di introdurre nuovi "generi". Attento ai mercati più avanzati, importa dall' America le migliori riviste di science fiction e decide di farne una versione italianaugrave; avanzati, importa dall' America le migliori riviste di science fiction e decide di farne una versione italiana. Giorgio Monicelli, milanese, fratello del regista Mario e parente dei Mondadori, sarà il curatore della nuova iniziativa. Anzi, delle nuove iniziative: perche ci sarà Urania rivista -modellata sull'esempio delle americane Astounding e Galaxy, con racconti e articoli divulgativi -e I romanzi di Urania, con un sol testo completo per fascicolo. Data di decollo dei "Romanzi": 10 ottobre 1952. Della rivista: novembre 1952. Non era Ia prima volta che un periodico di fantascienza uscisse nelle edicole italiane (il primato spetta, per pochi mesi, a Scienza fantastica del romano Lionello Torossi), ma il termine fanta-scienza, col trattino in mezzo, fu inventato proprio da Monicelli. E da allora ha fatto parecchia strada. Fin dall'inizio, dunque, in Urania, c'è stata la vocazione a essere anche rivista, a pubblicare articoli e materiale informativo, a dialogare con i lettori. Purtroppo la vecchia Urania mensile non ebbe la fortuna che meritava e ben presto fu costretta a chiudere: ma in meno di un decennio I Romanzi di Urania, ormai lanciati, avrebbero cambiato nome in Urania tout-court, e sotto la guida di Carlo Fruttero prima, di Fruttero & Lucentini poi, avrebbero ripreso la strada abbandonata qualche anno prima, riavvicinandosi al concetto di rivista. In che modo? Con l'introduzione delle antologie di racconti; con l'apparizione di rubriche che si ricordano ancor oggi con nostalgia ("Il marziano in cattedra", "Futuro di ieri", "Galateo spaziale"); con la traduzione italiana dei brillantissimi fumetti di Johnny Hart (B.C. ); con l'istituzione di concorsi letterari fra i lettori e addirittura di premi di traduzione. Tra il 1960 e il 1965 Urania è come rinata: rinnovata nella veste grafica, aperta ai nuovi autori inglesi e americani come ai classici, coronata da un'appendice di tutto rispetto, sembra fatta apposta per far venire l'acquolina in bocca ai lettori che, sbirciando in edicola fra una Settimana Incom e un Abc (i cosiddetti newsmagazine non esistono ancora), attendono con febbrile anticipazione la nuova copertina di Karel Thole, l'illustratore olandese che da qualche tempo è stato ingaggiato dalla Mondadori. Sarà senz'altro una copertina incredibile, erotica, surreale, terrificante: spesso tutte queste cose insieme, ma soprattutto geniale. Il merito di aver lanciato Thole in Italia non va a un nostro connazionale ma a una signora tedesca, Anita Klintz, allora art-director della Mondadori: tuttavia Fruttero & Lucentini, che hanno capito quanto valga quel disegnatore diabolico, cominciano a fornirgli soggetti di copertina sempre più inquietanti e la loro collaborazione è destinata a dare frutti visionari.
Con la fine degli anni Sessanta I'appendice di Urania (cioè la parte delegata a qualificarla come rivista) subisce qualche modifica: passata l'èra eroica delle rubriche, ci si orienta verso la pubblicazione di racconti tratti dal Magazine of Fantasy and Science Fiction e di articoli divulgativi dovuti alla penna di Isaac Asimov. Scompare quel dialogo coi lettori -sia pure informale e indiretto- cui ci si era abituati nel decennio precedente, e la stessa tendenza predomina fino all'inizio degli anni Ottanta.
Ma a metà del decennio, quando Carlo Fruttero e Franco Lucentini lasciano la cura di Urania nelle mani di Gianni Montanari, questi, d'accordo con il caporedattore Marco Tropea e con Marzio Tosello (alias l' Alieno di redazione... oops, l'ho detto!), dà il via a una nuova serie di rubriche: la posta, di cui i lettori sentivano francamente bisogno; il panorama di notizie; il cinema; il profilo dell'autore. Dall'anno scorso, quando sono subentrato a Gianni Montanari, abbiamo istituito una rubrica di libri, una serie a puntate dedicata agli autori più noti della fantascienza italiana, e ora l'editoriale. Benche ruotanti -manca lo spazio per inserirle tutte in ogni numero- le rubriche continueranno a essere una parte di Urania, forse una parte non trascurabile. Ci auguriamo che le apprezziate, ma scriveteci in proposito: nella posta o in questa stessa pagina risponderemo a tutti. Per il momento, permettetemi di ringraziare i colleghi che le realizzano: da Marzio Tosello, nostro nuovo caporedattore, all'infaticabile Nicoletta Vallorani; da Fabio Feminò ( che é stato criticato per i suoi eccessi di ottimismo e di fantasia, ma che un giorno potrebbe pubblicamente "discolparsi") a Roberto Genovesi, da Laura Serra a Lorenzo Codelli. E naturalmente a Gian Franco Orsi, nostro direttore responsabile, con il quale discutiamo di queste e di altre cose.
Insomma: cerchiamo di far sì che Urania sia non solo una buona collana di romanzi e racconti, ma anche, spazio permettendo, un po' la rivista che ha sempre sognato di essere. A risentirci.

G.L.

2/ PERSONAGGI URANICI
URANIA n°1127 DEL 20-5-1990

Nel numero scorso abbiamo fatto un po' di storia e ripercorso alcune tappe della vita di URANIA. Ma che cos'è una pubblicazione se non l'insieme degli sforzi di chi la fa? È vero che URANIA ha da tempo acquisito un'identità e un carattere spiccati, proprio come se fosse una persona viva, ma non sarebbe giusto non ricordare alcune figure-chiave della sua storia. A cominciare da Giorgio Monicelli, il primo curatore, che apparteneva alla stessa famiglia del Monicelli regista:
gente artistica, milanesi sognatori e portati senz'altro al fantastico. Su Giorgio Monicelli, che fu anche eccellente traduttore (vedi la sua versione delle Cronache marziane di Bradbury, tanto per restare nel campo), torneremo in futuro con un ritratto più personale. Intanto, per rimanere alla sua èra, ricordiamo un altro illustre uranista: il pittore Kurt Caesar , che disegnò tutte le copertine di URANIA per i primi cinquesei anni. A Caesar, che era di origine tedesca ma viveva a Roma, ha dedicato un bel saggio il suo ammiratore e ideale continuatore Giuseppe Festino, uno dei pochissimi illustratori di fantascienza emersi in Italia negli ultimi quindici anni, nonché a sua volta collaboratore di URANIA (è l'autore dei disegni in nero che ritraggono l' Autore-di-Questo-Numero e del mostro che incombe
sul sommario del varietà). Caesar, come ha fatto notare Festino nel suo articolo ( che ha visto la luce qualche anno fa su Galassia), era un visionario ma anche un grande realista, e le magnifiche copertine di URANIA e dei Romanzi di Urania da lui realizzate hanno ancor oggi un sapore inconfondibile, come i migliori poster cinematografici di ieri. "Fanno sognare" dice Festino giustamente: predispongono il lettore a un relax assoluto nel regno del fantastico, del mistero e dell'avventura. In più, ed è quello che conta, hanno stile.
A Caesar subentrò per un breve periodo Carlo Jacono (l'illustratore dei Gialli), ma di li a poco Anita Klintz, art-director della Mondadori, propose Karel Thole, che era appena sbarcato dall'Olanda con moglie e figli per tentare il nostro mercato. Thole non era, nel 1959, un giovincello di primo pelo: aveva già i suoi quarantacinque anni e aveva alle spalle una carriera lunga e nutrita nel paese d'origine. "La fantascienza" ha sempre detto "non sapevo nemmeno cosa fosse. A quei tempi l'Olanda era un mercato troppo piccolo per uno che, come me, era sposato e aveva quattro figli. Così decisi di espandermi."
Forse non sapeva che cosa fosse la fantascienza, ma aveva nel sangue quattro o cinque secoli di pittura fiamminga, tedesca, italiana e francese, e possedeva un gusto spiccato per il macabro e il grottesco. È stato questo a fare la grandezza di Thole anche nel campo della fantascienza: e a farne, per chi lo conosce, un personaggio indimenticabile. Thole ha un carattere sanguigno ed estroverso che sulle prime lascia quasi sconcertati: è un gentiluomo impeccabile, ma è anche un amante della risata, della bevuta, della compagnia. Ama moltissimo sua moglie Lise ma ama un po' tutte le donne; non è un dongiovanni alla maniera italiana ma è senz'altro un estimatore del bel sesso, cui ha reso omaggio in tutti i modi possibili e immaginabili nel suo lavoro. Ha una caratteristica voce roca, con un, accento che sembra un po' tedesco e invece, naturalmente, è olandese; fisicamente non è altissimo, ha pochi capelli e un inconfondibile paio di baffetti chiari. Non chiari quanto i suoi occhi, però, la cui vivacità e luminosità sono tipiche dell'artista. Inquieto, sempre in movimento, giramondo, Thole è un uomo che fa piacere conoscere e sentirsi vicino. Ha dedicato all'arte tutta la sua vita raggiungendo, nel campo dell'illustrazione, risultati straordinari e spesso preziosi: non è affatto esagerato parlare di un genio.
Sono rimaste famose le sue querelles (in fondo affettuose) con Andreina Negretti, redattrice di URANIA per quasi trent'anni e oggi scomparsa: i due (insieme con Fruttero & Lucentini, che però lavoravano a Torino) sono stati l'anima di URANIA per un lunghissimo periodo, gli anni dal 1960 al 1985 circa. Thole seguiva una tecnica particolare: disegnava su cartoncino nero, in modo da dare un'atmosfera notturna o tenebrosa a quasi tutti i suoi disegni. Era la luce a dover uscire -biblicamente- dal buio, non viceversa. E questo ci ha dato alcune delle più belle illustrazioni fantastiche del secolo.
Costretto a cambiare tecnica per sopraggiunte difficoltà alla vista, Thole è passato all'acquerello e molte copertine da lui realizzate per URANIA negli anni 1980-1985 seguono questa via. Nel 1986 ha dovuto sospendere del tutto il lavoro, anche se ultimamente ha ripreso a disegnare per la pubblicità e ha eseguito alcune copertine per gli Oscar. I suoi magici cerchi rimarranno sempre nella memoria di chi li ha visti e per alcuni di noi costituiranno, in ogni caso, una delle esperienze più piacevoli della vita.
Andreina Negretti era la coordinatrice di tutto il lavoro redazionale. Nubile (si è sposata con il pittore Mario Galli pochi anni prima di morire), dal carattere "difficile", alternava momenti di brusca tensione ad altri in cui era la persona più amabile del mondo. Gran traduttrice, conosceva a menadito il suo lavoro e sapeva guidare collaboratori, traduttori e colleghi con una perizia che nasceva dai lunghi anni trascorsi dietro la scrivania di URANIA. Era lei stessa l'incarnazione della rivista, su cui ha lasciato un'impronta indelebile di professionalità e buon gusto. Per Andreina il lavoro era tutto: diceva di non amare in modo particolare la fantascienza, ma in realtà aveva i suoi autori preferiti e a volte li traduceva; aveva un debole per il giallo e ha fatto una magnifica serie di traduzioni per il ciclo
dell'87° Distretto di Ed McBain, che le era stata affidata in esclusiva.
Quando a URANIA cominciarono ad affiancarsi altre collane (verso la fine degli anni Settanta), Andreina Negretti fu promossa capo servizio e poi caporedattore, e al suo fianco subentrarono come redattori prima Lea Grevi e poi Marzio Tosello, che è rimasto e le è succeduto nella carica. Intanto, si profilava il primo cambiamento di curatore dopo venticinque anni: Gianni Montanari stava per succedere a Carlo Fruttero e Franco Lucentini.

G.L.


3/ IERI E OGGI
URANIA n°1128 DEL 3-6-1990

Nelle precedenti puntate di questo editoriale abbiamo incontrato alcuni personaggi che hanno fatto la storia di URANIA: e mentre vi promettiamo di tornare diffusamente su alcuni di loro, quando se ne presenterà l'occasione, non sarà male dare un'occhiata da vicino al prodotto in se, come si dice in gergo industriale: alla nostra URANIA come ci suggeriscono ragioni di cuore.
Nel primo editoriale concludevo che questa pubblicazione ha sempre avuto due anime: la principale è senz'altro quella di una collana di romanzi economici, solidi romanzi di fantascienza "che possono andare nelle mani di tutti", come recitava un'ispirata pubblicità del 1953. Vi è poi un'anima segreta, un po' nascosta, ma che ogni tanto fa capolino; è quella della rivista vera e propria, aspirazione che si affida a queste pagine di varietà. La grande forza di URANIA, comunque, non deriva dall'essere stata una rivista o dall'aver tentato di esserlo, ma dall'impatto che i suoi economici romanzi hanno prodotto in edicola fin dal 1952. Chi sapeva che cosa fosse la fantascienza prima che uscisse Le sabbie di Marte di Arthur C. Clarke? Quattro gatti: Sandro Sandrelli, Lionello Torossi, Armando Silvestri, Sergio Solmi e altri solitari che leggevano la produzione inglese-americana. All'improvviso, però, non fu più un mistero per nessuno: la copertina a colori di Caesar per il n. 1 dei "Romanzi di Urania" raffigurava le rosse sabbie di Marte, una città protetta da una cupola di cristallo e un razzo affusolato che guizzava nel cielo, seguito da una coda di fiamma. Nel cielo stellato campeggiava una sola luna, la nostra: lieve licenza poetica per rendere meno estraneo il cosmico insieme. C'era bisogno d'altro per spiegare cosa fosse la fantascienza? Comunque, in un "Romanzo della Palma" dello stesso periodo leggiamo il seguente consiglio per gli acquisti: "Con URANIA e I RoMANZI DI URANIA trascorrerete ovunque ore di sogno" (la didascalia è posta sotto la foto in bianco e nero di una bella ragazza sdraiata sulla sabbia con un fascicolo di URANIA un po' ingrandito tra le mani). E prosegue: "In questi romanzi, che possono andare nelle mani di tutti , scienza e fantasia si uniscono nell'immaginare le gesta degli uomini più arditi che primi solcheranno gli spazi interplanetari, che primi dovranno combattere contro i misteriosi invasori del cielo e che, per primi, varcheranno le allucinanti barriere del tempo e dell'inconscio".
L'idea dell'editore Mondadori era quella di dare, allora come prima della guerra, la collana giusta a ogni tipo di lettori, coprendo tutto l'arco della narrativa d'evasione: gialli, fantascienza, sentimenti e avventura, e, di lì a poco, spionaggio. URANIA tuttavia ha avuto un'importanza speciale: a parte il timido tentativo di "Scienza Fantastica", la rivista romana di Lionello Torossi, è stato questo il periodico che ha introdotto in Italia 'la science fiction' ha formato schiere di appassionati e ancor oggi la maggior parte dei lettori, dei professionisti del settore e anche degli editori (cito per tutti il caso di Gianfranco Viviani, titolare dell'Editrice Nord) ammettono il loro debito di riconoscenza nei confronti di URANIA, quasi si trattasse di una vera e propria iniziazione. Per circa vent'anni URANIA ha svolto questa funzione alternando testi obiettivamente importanti ( classici vecchi e nuovi della fantascienza) a testi d'evasione, piacevolmente avventurosi, che fossero graditi ad ampie fasce di lettori. I giovani sono e rimangono un punto di forza del suo pubblico, anche se negli ultimi anni i sondaggi rivelano che l'età media si è andata alzando. Certo, altre importanti testate hanno conteso a URANIA il primato della qualità: "Galaxy" e "Galassia" dirette da Roberta Rambelli (la seconda, in seguito, da Ugo Malaguti), "Gamma" di Valentino De Carlo, "Oltre il cielo" di Armando Silvestri, "Futuro", di Lino Aldani,
"Fantascienza " Garzanti e "Fantascienza " Ciscato (preparata con gusto e con coraggio da Sandro Pergameno e Maurizio Nati), "Nova" di Ugo Malaguti e "Robot" di Vittorio Curtoni.
Nonostante questo, e nonostante la formidabile concorrenza che negli ultimi vent'anni tutte le collane da edicola hanno subito da parte di quelle librarie -sino al determinarsi di una vera e propria trasformazione del mercato -URANIA ha conservato la sua dignità di più antica collana di fantascienza in Italia e il suo impatto di collana più economica: quella che ancor oggi può permettersi di offrire un'antologia di William Gibson a 4.000 lire e di pubblicare un melange di fantascienza, horror e fantastico che tocca virtualmente tutti i punti dell'immaginario.
Qual è stata, quindi, la cosiddetta "funzione " di URANIA ? Preparare, come a un ipotetico esame di fantascienza, legioni di scolari una volta tanto non neghittosi ma anzi avidi di tuffarsi sui libri? Mostrare, al signor Tizio e al signor Caio, infallibili italiani medi, che la vita non è fatta solo di tasse e corna, ma anche di imponderabili meraviglie del futuro? (Ricordate la moglie baffuta del protagonista di Divorzio all'italiana che legge a letto un Romanzo di Urania?). Spianare la
strada alla marcia trionfale della sciencefiction qui da noi? Fate un po' voi. Lo scopo di questa pubblicazione è piacere, e finche c'è piacere nella lettura tutto il
resto passa in second'ordine.

Giuseppe Lippi

4/ L'ELEVAZIONE DI UN GENERE
URANIA n°1134 DEL 26-8-1990

Tra la posta che arriva in redazione capitano di tanto in tanto lettere di vecchi appassionati che lamentano una certa "involuzione" della sf: qualcuno si spinge a parlare, senza tanti peli sulla lingua, di banalizzazione e appiattimento del genere. Fino a che punto si possono accusare questi signori di essere degli inguaribili nostalgici, attaccati alle proprie letture di gioventù, e fino a che punto ciò che dicono è condivisibile? Tenteremo di trovare una risposta senza generalizzare troppo. La fantascienza è nata per mano di autori d'ingegno affascinati dai pro.blemi posti dai progressi scientifici dei secc. XVIII-XIX e dalla nuova mentalità che essi comportavano, questioni morali incluse: è in fondo questo il nucleo delle opere fantascientifiche di Poe, Hawthorne, Wells e persino Jules Verne. All'inizio la sf non è stata un genere letterario di largo consumo, ma si è fusa con il "mainstream" dei rispettivi paesi d'origine e ha prosperato in questa forma per circa mezzo secolo. Poi all'alba del Novecento, l'immenso e ormai storico successo di Verne e quello non meno importante di Wells, hanno portato al fiorire di "imitazioni" un po' in tutta Europa e America. L'editoria di massa non poteva ignorare il fenomeno. Nell'età in cui si cominciava a sognare l'aviazione, in cui la radio faceva il suo ingresso nel mondo e la vita sugli altri pianeti non pareva più un miracolo, la fantascienza divenne uno dei generi di consumo pubblicati sulle riviste e i libri a sensazione (battezzati in America dime-novels e pulp magazines). Nello stesso tempo, gli autori "seri" si limitavano ormai quasi esclusivamente al campo dell'utopia e dell'anti-utopia, esemplificata dai romanzi di Huxley, Orwell, Zamjatin e così via. (Ci sono voluti una cinquantina d'anni perché questo stato di cose mutasse e la fantascienza "colta " tornasse a occuparsi anche di problemi scientifici e conoscitivi, come è evidente nei romanzi di Stanislaw Lem, Fred Hoyle o in alcune opere di Arthur C. Clarke).
La sf popolare, dal canto suo, aveva posto le basi per un mercato che nel dopoguerra si sarebbe aperto anche ad autori raffinati: basti pensare alle opere di Vonnegut, Ballard, Dick, Bradbury e Sheckley. In altri termini, dopo la mediazione rappresentata dai pulp (i quali, nel bene e nel male, hanno fatto da cerniera fra la fantascienza ottocentesca e quella attuale in lingua inglese), è seguito il fiorire di un genere pienamente maturo anche nella sua accezione moderna, e le cui punte massime si sono avute tra la fine degli anni Quaranta e gli anni Sessanta.
Che cosa caratterizzava questo nuovo tipo di fantascienza? Ancora una volta bisogna stare attenti alle generalizzazioni, ma in linea di massima si può dire che il punto centrale fosse il gusto del paradosso, inteso come mezzo fantastico che permettesse di impostare i problemi conoscitivi cari alla science fiction: direzione e finalità della scienza; rapporto scienza-religione e scienza-arte; problema dell'evoluzione; problema dell'intelligenza e del rapporto fra i vari tipi d'intelligenza (inclusa, ovviamente, quella artificiale); questioni biologiche ed ecologiche; questione dell'evoluzione sociale in una civiltà ad alta tecnologia.
Naturalmente i vari autori hanno trattato i loro argomenti in modo diversissimo, a volte col tono della farsa (Sheckley, Fredric Brown), a volte con quello del dramma (Dick, Ballard, Disch): ma il punto centrale era quel gusto del paradosso che, volendo, si può anche definire semplicemente "rigore". Il centro di tutto era
un'idea (o più idee) che venivano trattate con rigore, tentando di arrivare a un risultato artistico che ne fosse la diretta conseguenza e che non bisognava perdere di vista. In questo senso, e senza nulla togliere al divertimento, la fantascienza era un genere logico, paradossale e in un certo senso intellettuale.
Poi è accaduto che:
1) verso la fine degli anni Sessante i "generi" sono stati colti da un accesso di sfiducia in se stessi che in parte nasceva dalle ondate di protesta e dal desiderio di rinnovamento da cui erano scosse l'Europa e I' America;
2) nel giro di un decennio o poco più, per ragioni squisitamente industriali, l'editoria americana mutava radicalmente le proprie strategie nei confronti dei generi di massa. La vendita di poche migliaia di copie d'un tascabile non bastava più; l'orientamento generale era verso il bestseller e la fantascienza doveva adeguarsi; le grandi catene di librerie avevano sempre più voce in capitolo in fatto di decisioni editoriali. Negli anni Ottanta questo principio è diventato dominante e la fantascienza (chè non l'aveva mai posseduto) ha acquisito come la fantasy un certo gusto da soap-opera, da interminabile "telenovela" che si vende e si promuove non in base alle nuove idee, ma al riciclaggio sempiterno di quelle vecchie. Il trend, per esprimerci con linguaggio di borsa, è stato incoraggiato e stimolato dal cinema, che con l'esempio di Guerre stellari ha voluto fornire appunto questo: l'opera perfettamente scontata. Dove il "perfettamente" non è pleonastico, ma si riferisce alla ricchezza e sfarzosità dell'impresa.
Tirando le somme, è forse a questo tipo di involuzione che si riferiscono i lettori scontenti quando ci scrivono per sfogarsi. Il fenomeno interessa non solo la fantascienza ma un po' tutto l'artigianato letterario, e tuttavia qui da noi è ancora più evidente perche le nuove leggi contrastano con quello che eravamo abituati a considerare lo "spirito" del genere.
Che fare, allora? Cercare, nella massa, le voci originali; seguire i nuovi filoni senza entusiasmi o condanne preconcetti; scegliere e scremare. La fantascienza non ha certo esaurito le sue risorse, e tuttavia rischia di trasformarsi da nuova "mappa dell'inferno" in una semplice variante dell'avventura tradizionale (anzi, nel genere avventuroso per antonomasia dei nostri tempi). Sta a noi come curatori e a voi come lettori cercare quei testi che facciano rivivere, insieme all'avventura, anche il gusto del fantastico e del paradosso che è la pietra angolare della sf.

G.L.


5/ ANCORA SULLA FANTASCIENZA
Riuscirà la fantascienza a rivitalizzarsi? La soluzione è semplice e ardua al tempo stesso: spazio all'immaginazione!
URANIA n°1138 DEL 21-10-1990

In un precedente editoriale affermavo che la fantascienza americana ha subito, negli ultimi dieci-quindici anni, profonde trasformazioni e che le modificazioni del mercato hanno portato a una drastica involuzione della sf commerciale. Non a caso parlavo di un certo tono da soap opera che si sarebbe attaccato alla produzione media e di una politica editoriale che, sempre più tiranneggiata dalle esigenze delle grandi catene di librerie, avrebbe finito col privilegiare non la novità delle idee ma anzi la loro ripetitività.
Non che io voglia usare un tono da Cassandra, anche perché credo nell'individualità degli autori e nella capacità dei singoli -anche sullo sfondo di uno scenario impoverito- di dare ottime prove e alimentare il genere in modo fècondo. Tuttavia, se uno fa certe considerazioni deve poi suffragarle con un minimo di riflessione, e perciò quello che cercherò di fare oggi è tentare di rispondere alla domanda angosciata di molti vecchi lettori: "Che cosa sta succedendo alla fantascienza?" (È un interrogativo che ricorre spesso nelle lettere che riceviamo).
La fantascienza, lo si è sempre sostenuto, non è un blocco granitico, e fra i vari generi è uno dei meno compatti: di qui i numerosissimi tentativi di definirla da parte di critici ed esperti, quasi che a non farlo si rischiasse di perderla per strada. Tuttavia quello delle definizioni è un problema secondario: qui mi sembra più importante sottolineare che la sua qualità (sia in senso critico che costitutivo) dipenda dal rapporto che la sf ha con la realtà.
Mi spiego. All'inizio la fantascienza -sia quella popolare che quella più consapevole, ad esempio in autori come Wells- aveva come campo d'azione un universo di spazio e tempo che sembrava sconfinato, e la possibilità di riempirlo con qualunql{e ipotesi dell'immaginazione e del pensìero. Era un filone pieno di risorse perché a un cosmo misterioso e silenzioso poteva finalmente opporre la facoltà umanissima di popolare l'ignoto con luoghi e situazioni immaginarie. È quello che la gente aveva fatto per secoli, sfruttando la propria credulità e fantasia, e che non sembrava più possibile nell'età della scienza.
Il succo di quest'operazione consisteva nel porsi davanti alla complessità dell'universo con strumenti semplici: magari molto ricchi dal punto di vista della fertilità inventiva, ma pur sempre semplici perché scaturiti da parametri umani. Col passare del tempo la Semplicità o facilità dell'operazione ha mostrato l'altro lato della medaglia: il silenzio del cosmo, si potrebbe dire con un'immagine magniloquente, ha assorbito il tutto e le ipotesi degli scrittori sono rimaste mere ipotesi, quando non puri e semplici pretesti per storie d'avventura.
Fredric Brown denunciò splendidamente i pericoli di un'immaginazione "facile" in quello che è uno dei suoi più bei racconti, Immaginatevi. Il problema, dopo trenta o quarant'anni di letteratura fantascientifica, andava dunque rovesciato: non si trattava più di mettersi di fronte a un cosmo complesso con strumenti fin troppo semplici, ma di ammettere l'eventuale "semplicità" dell'universo -come scrive recentemente il fisico Giuliano Toraldo di Francia- e riservare a noi un'attitudine mentale complessa, paradossale.
È quello che, secondo me, la fantascienza "di routine" non ha voluto o saputo fare, una volta perso il cavallo di battaglia dei vecchi-cliché-che-funzionavano-così
-bene. La sua attitudine verso il reale è diventata ipocrita, mistificatrice: essa continua a far finta che l'universo sia un luogo magico, pieno di meraviglie e misteri, ma non si scomoda più a indagarli e non è assolutamente disposta a fare dell'autocritica o dell'autoironia. Vive di sogni di cera, come un cadavere imbalsamato, in una sorta di eterna proiezione di Guerre stellari che non finisce mai.
Vorrei chiarire, peraltro, che quando parlo di "fantascienza commerciale" o "di routine" non' intendo attirare su di essa i fulmini di un'indignazione critica di bassa lega, novello apocalittico in mezzo al gregge degli integrati. Niente di tutto questo: se certe cose si pubblicano è perché una parte del pubblico, magari una parte giovanile e inesperta, ne ha bisogno. Penso, però, che sia un dovere di tutti riconoscere che a certi livelli la fantascienza smette di essere tale e, in una generale mistificazione della realtà, non offre più alternative all'immaginazione, ma la costringe e la mortifica nella banale cornice del dejavu, di ciò che conosciamo fin troppo bene e non vorremmo più sentirci ripetere.
In questo quadro pericoloso, del resto, non rientrano solo le più banali storie d'avventura, ma anche molti polpettoni indigesti che si ammantano d'importanza e di profondità, confondendo la capacità di penetrazione nel reale con la noia di un'altra serie di cliché ormai irranciditi: psicologismi, sociologismi e altri -ismi altrettanto vuoti di significato.
Credo che la sf abbia ancora molto da imparare dalla scienza, e uno dei modi che sicuramente ha per riscattarsi (intellettualmente, non solo letterariamente) sia quello di prendere a modello la mentalità scientifica, capace di continui sovvertimenti e di paradossali atti d'umiltà. Essa deve riconoscere che l'universo non ci ha mai offerto, e non ci offrirà mai, motivo di sufficiente stupore e meraviglia se la nostra mente e la nostra fantasia non saranno in grado di vedere oltre l'apparenza superficiale, oltre la banalità e la retorica e quindi più dentro al cuore della realtà.
Una ricetta per il futuro? Più lucidità e più franchezza intellettuale. Come nel caso di Fredric Brown, ogni buona storia di sf dovrebbe cominciare con l'esortazione "immaginatevi" e passare poi a immaginare tutto ciò che non è ovvio, trito e semplificatorio, ma che invece mette in questione il nostro ruolo nel quadro più generale dell'esistente. Dopo tutto, la fantascienza è un prodotto per esseri intelligenti.

Giuseppe Lippi

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