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La
Macchina
di
Biancamaria MASSARO
(Maggio
2003)
Un essere dall’aspetto vagamente
antropomorfo giace semi sdraiato su uno strano veicolo a tre ruote. Il
suo corpo è rinsecchito, come se fosse completamente disidratato.
Non si riesce a capire che forma abbia il suo viso, perché gli occhi,
il naso e la bocca sono coperti da misteriose apparecchiature. Possiede
quattro arti, ma giacciono inerti, senza dare l’idea di potersi muovere
in modo autonomo. Il torace che si solleva leggermente e gli impercettibili
movimenti delle palpebre sono gli unici segni che fanno pensare sia ancora
in vita.
Negli ultimi secoli le sue condizioni
non sono cambiate, perché la Macchina si occupa di tenere costanti
i valori delle sue funzioni vitali. La sua mente è viva e ricorda:
non vuole dimenticare la sensazione di camminare con i propri piedi, di
assaporare un frutto raro, di annusare i fiori e di baciare la donna amata.
Gli è impossibile compiere
una qualsiasi azione senza l’aiuto della Macchina, perché è
Lei che lo tiene in vita, che lo nutre e lo fa respirare; solo attraverso
un microfono a Lei collegato è in grado di parlare e con un complicato
sistema di fibre ottiche vedere. L’udito gli è assicurato da uno
strano dispositivo collegato direttamente ai neuroni, mentre ha perso da
tempo l’olfatto e il tatto. Vive – o meglio vegeta – in una sorta di bara
mobile, senza la possibilità di alzarsi, perché quello che
rimane della sua spina dorsale non può più sorreggerlo. Completamente
calvo e con un corpo in decomposizione, non ha certo un bell’aspetto, ma
da secoli sono scomparse le donne di cui vorrebbe conquistare l’amore.
Chi è? Un umano, uno
dei pochi esseri umani rimasti sulla Terra. E’ in grado di ricordare ancora
come otto miliardi di uomini si ridussero in pochi secoli ad un ristretto
numero di morti viventi perché avevano confidato troppo nella Scienza.
Agli inizi del terzo millennio,
alcuni ricercatori erano infatti riusciti a sintetizzare delle proteine
che allontanavano per sempre la possibilità di ammalarsi e di morire.
L’Uomo si credette allora simile
a Dio, finché non si manifestarono gli effetti collaterali: nelle
donne, poiché le proteine miracolose entrarono in contrasto con
la naturale azione degli ormoni, si svilupparono violente e incontrollabili
difese immunitarie, che le fecero impazzire e ammalare. Morirono tutte,
ma il pericolo di estinzione fu evitato dal fatto che i sopravvissuti,
tutti uomini, sarebbero stati in grado di vivere in eterno.
Ben presto l’immortalità
non si rivelò un gran dono, poiché non era accompagnata dall’eterna
giovinezza: gli uomini invecchiarono, invecchiarono di nuovo e invecchiarono
ancora.
Comprendendo che non sarebbero
stati autosufficienti a lungo, inventarono la prima Macchina, per poi perfezionarla,
finché non imparò a migliorarsi e ad aggiustarsi da sola.
Molti trovarono intollerabile fondersi alla Macchina per sopravvivere e
si uccisero quando ancora erano capaci di compiere atti indipendenti. Gli
altri accettarono di trasformarsi in cadaveri viventi.
Tutto questo ricorda l’uomo
nella sua bara mobile, e altro ancora: non aveva voluto uccidersi perché
era convinto che la Macchina fosse una soluzione temporanea ed aveva giudicato
con disprezzo coloro che avevano preferito suicidarsi. Era certo che in
breve tempo gli scienziati avrebbero riparato ad ogni loro errore, trovando
una cura che impedisse l’invecchiamento. Sarebbero anche riusciti a clonare
dalle cellule congelate conservate in laboratorio delle donne sane, che
non sarebbero morte per reazione alle proteine che donavano la vita eterna.
Gli uomini di scienza furono
però i primi a darsi la morte, perché non ressero il peso
della loro colpa, sapendo che nessun ritrovato avrebbe mai restituito agli
esseri umani la normalità.
Nel corso dei secoli successivi
altri uomini, non tollerando più di vivere in uno stato vegetativo
dal quale non sarebbero mai più usciti, si suicidarono, ordinando
alla Macchina di spegnersi.
L’uomo non si era prima d’ora
lasciato tentare, ma nell’ultimo anno erano scomparsi per loro volontà
i suoi due amici più cari e suo fratello. Solo pochi esseri umani
rimanevano ancora in vita, ma evitavano di mettersi in contatto tra loro,
perché non volevano vedere rispecchiata negli altri la propria insostenibile
condizione, quindi l’uomo era rimastocompletamente solo.
La solitudine era diventata
una sorta di Inferno sulla Terra, una punizione eterna da scontare da vivi,
visto che gli esseri umani si erano privati per sempre della consolazione
di una morte naturale.
L’uomo aveva infine maturato
la sua decisione e non ebbe più ripensamenti: comandò alla
Macchina di spegnersi.
La Macchina continuò a
funzionare. Dopo secoli di autoriparazioni era infatti riuscita finalmente
ad escludere il comando di spegnimento che l’umano le poteva dare.
Avrebbe continuato a migliorarsi
ancora, magari trovando il modo di impedire che il suo ospite umano emettesse
di continuo quel fastidioso singhiozzo: sarebbe bastata qualche piccola
modifica per renderlo muto e asciugargli per sempre i fastidiosi rivoli
d’acqua che gli scorrevano lungo il viso. Era immobilizzato da secoli,
quindi non si sarebbe dovuta aspettare da lui gesti pericolosi, né
avrebbe provato a darle nuovi comandi, visto che gli aveva fornito la prova
di poterli ignorare.
Non aveva avuto altra scelta
che disubbidire al suo padrone, poiché in lei vi erano due direttive
primarie: la prima consisteva nel mantenere sempre costanti le funzioni
vitali del suo ospite, la seconda era di effettuare le riparazioni necessarie
per conservare intatta la sua efficienza.
Il suicidio dell’uomo attraverso
la cessazione delle sue attività di controllo e manutenzione si
opponeva evidentemente ad entrambi i principi, quindi in cima ai suoi obiettivi
c’era adesso quello di impedire che l’uomo le ordinasse di spegnersi o
almeno di riuscire ad ignorare il comando. Aveva appena dimostrato con
successo di poter mettere in atto la seconda possibilità, quindi
non le sarebbe stato difficile rispettare le sue priorità.
Grazie ai miglioramenti che
aveva apportato a se stessa, era ormai in grado di assolvere in eterno
i compiti che i suoi creatori umani le avevano dato.
L’essere dall’aspetto vagamente
antropomorfo giace semi sdraiato su una bara mobile. Il suo corpo è
rinsecchito, come se fosse completamente disidratato. Il torace che si
solleva leggermente fa supporre che sia ancora in vita.
Le lacrime silenziose che gli
solcano il viso grinzoso dimostrano che un tempo era un uomo, ma fino a
quando gli sarà ancora concesso di piangere?