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di Stefano IATOSTI* (Agosto 2003) |
Ha pubblicato una raccolta di poesie, "Il gioco dei moventi" (Pescara 1989) e qualche racconto sulle riviste letterarie Omero e Lettere. Scrive per il teatro e la sua "Commedia al tavolino" è andata in scena lo scorso anno al Teatro Arsenale di Milano. |
1.
Gabriela esitò: quello che aveva davanti era pur sempre un neonato e lei stava per strapparlo alla madre. È vero, non era e non sarebbe mai stata una buona madre, per lui: questo Gabriela lo sapeva. Sapeva che la vita del bambino non sarebbe stata facile. Ma soprattutto sapeva ciò che, a dispetto di tutto, della miseria e dell’abbandono, quel bambino sarebbe diventato un giorno. Perché Gabriela veniva da lontano, dall’anno sesto dell’impero, l’anno in cui il bambino era un uomo ormai prossimo ai cinquanta, l’uomo più potente della nazione, Juan Pablo Alonso. Il presidente Alonso, un dittatore lucido e spietato, contro cui ogni forma di opposizione era destinata a soccombere. Questo, Gabriela lo sapeva fin troppo bene. Perché Gabriela veniva dal futuro.
2.
Si disse che la sua semplice presenza era sufficiente a cambiare il corso della storia. I mille impercettibili dettagli, nel tragitto che, dalla grotta in cui era nascosta la macchina l’aveva condotta fino alla casupola, quei dettagli minimi, insignificanti, la terra calpestata, la stessa aria che respirava, evolvendosi negli anni avrebbero comunque dato vita a un futuro diverso. Ma diverso in cosa? Gabriela non ne aveva idea. Proprio per questo doveva intervenire in modo rapido e preciso e doveva intervenire alla fonte. Non che avesse intenzione di uccidere il bambino, non gli avrebbe mai fatto del male, nemmeno se fosse stato l’unico modo per scongiurare la dittatura. Era sufficiente allontanarlo assicurandogli, allo stesso tempo, un avvenire sereno. Non era forse il caso, a governare i fatti umani, l’intrecciarsi delle contingenze, per le quali un pittore incompreso poteva tramutarsi in dittatore o uno dei tanti bambini nudi e inzaccherati della favela nel presidente Alonso? Il caso avrebbe potuto favorire un altro, ma questo era al di fuori della sua portata. Gabriela si ripeté che l’unica occasione a lei concessa era di evitare una certezza negativa; tenere sotto controllo l’intero corso degli eventi non era concesso a nessuno.
3.
Non fu difficile entrare di soppiatto, addormentare il bambino, già mezzo assopito, afferrarlo tenendolo in grembo quasi fosse suo. La madre era impegnata in una delle consuete discussioni con la vicina. D’incontrare il padre, invece, non se l’aspettava. Quando se lo vide davanti –la faccia gli era ben nota, vista la pletora di fotografie ritoccate di cui traboccavano le riviste ossequienti, cioè tutte quelle che ancora si pubblicavano, cinquant’anni dopo- ebbe un sussulto; l’uomo la notò, anche perché Gabriela era ben fatta e pur vestita miseramente non passava inosservata; fu sul punto di rivolgerle la parola, ma poi intravide il neonato e si limitò a un sorriso galante. Come Alonso potesse venerare il ricordo di quel padre donnaiolo e scansafatiche, Gabriela non riusciva a spiegarselo. O meglio, se lo spiegava con la ragion di stato, la stessa per la quale anche una madre che aveva messo in vendita molto più dei gioielli di famiglia poteva godere di una reputazione irreprensibile. Riuscì a confondersi fra le donne che arrancavano lungo la strada sterrata scansando buche e pozzanghere e, percorso un lungo tratto assolato, dove le case diradavano e i campi incolti prendevano il posto della città, giunse alle grotte, le bianche rocce calcaree che sorgevano improvvise dalla steppa circostante.
4.
La macchina era una sfera di titanio, lucida e apparentemente senza aperture, ma a Gabriela fu sufficiente avvicinare il palmo aperto perché il portellone scivolasse all’interno. Entrò con cautela, sempre tenendo stretto Juanito e si mise ai comandi. Stava per regolare il cronoscopio quando fu colta da un dubbio improvviso. E se il futuro si fosse rivelato peggiore, dopo la sua incursione? Niente escludeva che potesse scoppiare una nuova guerra mondiale o che un’epidemia distruggesse gran parte dell’umanità. La sua, era una missione sperimentale; del suo proposito di recarsi cinquant’anni indietro erano a conoscenza in pochissimi e solo la sua amica Victoria, la più stretta collaboratrice al progetto sapeva il perché di quella scelta. Le migliori intenzioni avrebbero pur sempre potuto generare un disastro. E dire che il suo atto, in sé, non aveva niente di eccezionale o meglio, non era affatto eccezionale che un neonato sparisse, nella favela. E che si trattasse di un predestinato, poteva saperlo solo lei. Al momento Juanito era solo una delle tante, troppe bocche da sfamare. L’avrebbero dimenticato presto, tutti, persino sua madre, nei rari momenti di lucidità. No, avrebbe regalato al bambino e al mondo solo un futuro migliore.
5.
Si stupì, quando il portellone cominciò ad aprirsi, di essere investita dalla luce. Poi vide il cielo sopra di sé e si accorse che la volta della grotta era scomparsa. Anche le pareti erano parzialmente crollate, come sotto l’effetto di un terremoto. O di una fortissima esplosione... Accoccolato sul sedile, Juanito dormiva ancora. Gabriela lo sollevò delicatamente; quasi cominciava a dispiacerle non poterlo tenere con sé. Col bambino in braccio uscì dalla macchina; certo non era molto prudente che la sfera restasse così in vista, ma al momento non sapeva cosa farci.
6.
Quella che mezzo secolo prima era stata una favela, ora appariva come un elegante quartiere residenziale, di villette col prato all’inglese tutto attorno, il Barrio Alonso. Fra queste, una dall’aspetto dimesso, quasi anonimo rappresentava una citazione del passato e veniva spacciata per la casa natale del dittatore. Gabriela, vestita di stracci e col neonato in grembo, aveva l’aria di una mendicante; ma non era certo questo a preoccuparla, ma il fatto che tutto sembrasse al suo posto, identico, come se niente fosse accaduto. Non fu facile convincere il tassista che aveva i soldi per pagare la corsa. Il taxi si avviò verso la circonvallazione, attraversò i quartieri meridionali e giunse infine davanti al portone della villetta in cui abitava Gabriela. Lungo la strada incontrarono almeno una decina di enormi cartelloni con la faccia di Juan Pablo Alonso, in un misto di rigore e di paterna comprensione. Sentì Juanito divincolarsi e lo vide aprire gli occhi, confuso. Di colpo scoppiò a piangere. Ha fame, azzardò il tassista e Gabriela sorrise, a disagio. Entrò in casa col bambino che urlava e si chiuse la porta alle spalle, ansimando.
7.
La casa era in ordine: chissà perché si era figurata di trovarvi le tracce di un cataclisma. Ricordò la grotta semidistrutta: certo era quella, la chiave del mistero. Ma ora doveva pensare a Juanito. Lo depose sul letto, si lavò in fretta e corse in cucina per preparare il latte. Ricordò di essersi recata in una farmacia all’altro capo della città per non suscitare sospetti. Non avrebbe saputo giustificare l’acquisto di latte in polvere e pannolini. Mezz’ora dopo Juanito, stanco e appagato, dormiva profondamente nella sua nuova, improvvisata culla. e Gabriela poté finalmente dedicarsi alle sue indagini. Telefonò a Victoria, ma una voce sconosciuta la informò che sarebbe tornata più tardi. Nell’attesa rimuginò sui fatti. Perché la grotta era esplosa? Quando era successo? Come poteva essere sopravvissuta all’esplosione, se questa era stata la conseguenza dell’esperimento? Squillò il telefono. Gabriela rispose e la voce di Victoria quasi urlò il suo nome. Non è possibile, non è possibile, ripeteva.
8.
L’amica
le raccontò quanto era accaduto o almeno quanto si riteneva che
fosse accaduto. La macchina era svanita nel nulla mentre una violenta esplosione
faceva crollare la volta della grotta proiettandone i detriti nell’area
circostante. Miracolosamente non c’erano stati feriti, niente di grave,
almeno, ma si dava per scontato che Gabriela fosse morta e la macchina
distrutta, anche se non ne era stata trovata alcuna traccia, nemmeno il
più piccolo frammento.
Per
quello che ne so, aggiunse Victoria, tu sei ancora viva e dunque anche
la macchina è integra.
Gabriela
si sentì rinfrancata. La macchina è nella grotta, confermò,
e quanto a me...
L’amica
prese un’aria sospettosa: sempre che tu sia la stessa che è partita.
9.
Quando
Victoria vide Juanito addormentato si sentì intenerire. Poi riprese
il suo fare indagatore. Tu sei sicura che questo sia...
Sicurissima,
replicò Gabriela. Victoria andava con lo sguardo dal neonato all’amica
e non riusciva a credere ai suoi occhi. Certo, una vaga rassomiglianza...
Si sorprese a pensare al bambino come al figlio di Gabriela. Ancora una
volta provò commozione, ma si sforzò di essere lucida.
Dobbiamo
trovare una spiegazione logica a tutto questo. Se Alonso venisse a saperlo...
Non
lo saprà mai, la rassicurò Gabriela. Ho pensato a tutto.
Non
penserai di tenertelo...
Gabriela
sorrise. Stanotte lo lascerò davanti al portone dell’Istituto di
suore in viale Bolìvar.
Victoria
le prese la mano. Non riusciva a nascondere le sue emozioni. Credevo d’averti
perduta... disse e Gabriela l’abbracciò carezzandole i capelli.
Sedettero sul letto, accanto a Juanito, senza staccare gli occhi da lui.
Poi un dubbio s’insinuò in Gabriela.
Quand’è
che sono partita?
Ieri,
alle otto e trenta in punto.
Un
momento. Oggi è il ventotto novembre?
Ventinove,
la corresse l’amica.
Sei
sicura?
Certo.
Martedì ventinove novembre duemila...
No,
aspetta, la interruppe l’altra. Mi stai dicendo che sono tornata il giorno
dopo?
10.
Potresti
essere un’altra. Così aveva detto Victoria e Gabriela non aveva
saputo obiettare. Troppe erano le incongruenze, temporali e non. Ma era
sicura di essere sempre se stessa.
Tu
mi conosci da vent’anni. Come puoi dire che sono un’altra?
Intendo,
un’altra Gabriela.
Ma
come...
Vuol
dire che non hai viaggiato nel tempo o meglio che il tuo viaggio ha causato
una interferenza modificando il futuro da cui eri partita e rendendolo
contraddittorio con le sue premesse, insomma col rapimento del bambino.
E
allora?
E
allora ti sei ritrovata in un mondo che non è in contraddizione
con quello che hai fatto.
Ma
se ci sono due Alonso...
Ce
ne sarà uno in meno nel futuro da cui sei partita.
Allora
è stato tutto inutile.
Non
direi... è solo che non puoi goderne i frutti.
A
proposito, la Gabriela di questo mondo, quale fine avrebbe fatto?
Non
lo so. Forse vaga nel limbo o in un altro universo. Forse è morta
nell’esplosione. Può darsi che in questo mondo i viaggi del tempo
siano impossibili o che la tecnologia non sia ancora adatta.
Quindi
io sono dove non dovrei essere. Come Juanito.
Ho
paura di sì.
Un’intrusa.
Due intrusi.
Apolidi,
per così dire.
Ma
c’è un dato di fatto. Io sono arrivata qui con la macchina del tempo
e non sono esplosa arrivando. Dunque i viaggi sono possibili anche in questo
universo.
Dev’essere
così. Probabilmente la tua macchina è costruita in modo leggermente
diverso.
Certo,
bastano pochi dettagli perché tutto sia diverso.
E’
ancora nella grotta?
Se
nessuno l’ha portata via...
Stai
a sentire. Lasciamo Juanito alle suore e ripartiamo insieme.
Insieme?
Ma il tuo lavoro...
Era
questo, il mio lavoro.
Ti
rendi conto del pericolo?
La
macchina è integra?
Credo
di sì.
Ci
vediamo qui da te alle undici. Il tempo di fare una valigia. C’entrerà,
una valigia, nella macchina...
11.
Erano
davanti alla sfera, illuminata dalla luce delle torce. Nell’avvicinare
la mano alla paratia, Gabriela ripensò al bambino e in una frazione
di secondo si vide madre, con Juanito ormai divenuto un ragazzo, che si
era fatto curioso e faceva domande, voleva sapere di suo padre e lei col
magone, a dare risposte evasive. Come avrebbe mai potuto raccontargli la
verità? Pensò anche che il bambino sarebbe cresciuto col
nome di un altro se stesso, proprio come uno dei tanti neonati a cui si
dava il nome del presidente, centinaia, migliaia di altri piccoli Juanito
a cui immancabili oroscopi predicevano l’identico, radioso avvenire. Sospirando
entrò nella sfera, seguita da Victoria. L’una accanto all’altra,
come dai tempi del liceo, le due amiche affrontarono il viaggio.
Dove
andiamo? domandò Victoria.
Non
dove. Quando.
Gabriela
regolò il cronoscopio sulla data del ventotto novembre, cinquant’anni
più tardi. La sfera svanì nel nulla.
12.
Quando
il portellone scivolò scoprendo il panorama circostante, Gabriela
e Victoria si resero conto di trovarsi in una immensa pista di atterraggio.
La luce calda e vivida di un mattino già estivo la illuminava e
riverberando su decine di sfere argentee, simili alla loro, ma di tutte
le dimensioni. Ne videro di enormi, che potevano portare forse cento persone.
Stringendo le palpebre per difendersi dalla luce accecante le due amiche
scesero dalla macchina del tempo. E tenendosi per mano, confuse e incerte
come al primo giorno di scuola s’incamminarono in silenzio incontro al
futuro.