Brevi storie ...



I diritti delle opere pubblicate sono dei rispettivi autori e non possono essere riprodotte senza il consenso degli stessi.
Una notte, all'improvviso
di Giovanni MANEA*
(Ottobre 2003)
* 36 anni, coniugato, per campare lavora in una piccola industria metalmeccanica, è un buon bevitore di birra e legge di tutto praticamente da sempre. Quasi ci dimenticavamo: ogni tanto scrive qualche racconto.

“Perché ci hai messo così tanto ad aprirmi?”
Daniel non fece caso al mio aspetto: anche se ero sudato, stravolto, e sfigurato dalla paura, mi caricò con la furia di un toro.
 “Cosa! Perché ci ho messo così tanto? Razza di imbecille! Lo sai che ore sono? Rispondimi! Lo sai che ore sono?!”
 Forse non aveva tutti i torti: erano le tre del mattino. Mi aggiustai i capelli e il vestito, quindi replicai
“Daniel, sono nella merda fino al collo. Aiutami. Fammi entrare. Te ne prego Daniel.”
 Mi fece cenno di venire avanti, e disse
 “Che hai combinato? No! Lasciami indovinare. Tanto per cambiare ti sei sbronzato e tua moglie non ti lascia entrare in casa. Giusto?”
Risposi con parole cariche di terrore.
“No. No Daniel. Questa volta l’ho combinata grossa. Ho investito un alieno con l’automobile.”
Il mio amico parve cadere in preda ad una paralisi psicomotoria. Ci pensò sua moglie a ravvivare l’ambiente, mentre scendeva le scale che conducevano alle camere da letto.
“Ho capito bene? Hai accoppato un alieno? E che fai ancora qui? John, è meglio che te la svigni alla svelta! Va’ a nasconderti nella foresta amazzonica! O sulla cima dell’Everest! Cosa aspetti? Quelli non perdonano!”
Daniel disse
“Ti ha visto qualcuno?”
Mi detersi freneticamente il sudore dalla faccia e dissi
“No. No ero in una strada isolata. Quel bastardo è saltato fuori all’improvviso, e non ce l’ho fatta a schivarlo. Daniel! Lo sai come sono tra di loro i Grigi! Quelli sono una mafia. Se lo trovano ci metteranno un paio di giorni a risalire alla mia macchina. Hanno agganci dappertutto! Anche all’interno delle nostre amministrazioni terrestri. Ho le ore contate! Aiutami Daniel.”
Il mio amico riprese a respirare. Quindi disse
 “Ok, ok. Andiamo con ordine. Dov’è l’alieno adesso?”
 Tentai di evitare l’imminente burrasca che avrebbe potuto inevitabilmente scatenarsi, e fornii metà risposta.
“Nel bagagliaio della mia auto.”
Sua moglie volle approfondire subito quel tema, e non mi fu più possibile rinviare la tempesta. Peccato. Ero convinto che se fossi riuscito a prendere tempo, in seguito sarebbero stati certamente più comprensivi. Lei chiese
“E dov’è la tua auto?”
 Sospirai, e non potei far altro che darle la parte mancante della risposta.
“La mia auto è parcheggiata sul vostro vialetto d’ingresso.”
La donna assunse una colorazione più rossa della vestaglia che indossava. Esplose. In seguito a quella mutazione cromatica, diede proprio di matto.
“Brutto figlio di puttana! No, no fammi capire! Hai ammazzato un alieno e ce lo hai portato qui come fosse un pacco regalo?! Tu al posto del cervello devi avere dello sterco di volatile, figlio di puttana! Quei maledetti etì faranno la pelle anche a noi quando sapranno, o meglio, quando crederanno che noi siamo tuoi complici!”
Daniel non fu da meno.
 “Stammi a sentire brutto stronzo! Ma che ti è saltato in testa?! Tu mi odi vero? E perché mi odi che mi hai fatto questo! John! Ora tu prendi su la tua dannata carretta con quel dannato figlio di puttana di un alieno, e sparisci dalla mia vita! Mi hai capito?!”
Persi qualsiasi forma di riguardo nei confronti della mia dignità. Iniziai a piagnucolare come un poppante.
“Daniel. Se non mi aiuti sono morto. Se non mi aiuti, gli amici di quel bastardo mi faranno a pezzi con un’accetta. Daniel, ti prego…in nome della nostra amicizia.”
 I due mi avevano già afferrato per le braccia, sospingendomi energicamente verso l’uscita.  Le mie suppliche non sortirono alcun effetto.Tentai il ricatto.
“Daniel. Prima che mi squartino ti denuncerò! Ti ricordi quei fondi che hai fregato all’amministrazione? Quelli stanziati per l’integrazione razziale a favore degli alieni? Te li ricordi, eh? Lo sai che c’è la pena di morte per quel tipo di reato, vero?”
 I due si bloccarono di colpo. La donna disse
“Te l’ho mai detto che sei un figlio di puttana?!”
Capii di aver trovato il modo di farli ragionare.
“Sì Betsy, me lo hai già detto.”
La donna mi sputò in faccia e disse
“E pensare che dieci anni fa, stavo per mollare tutto per scappare in Messico con te! Brutto figlio di puttana!”
Daniel, bianco come un salma, strabuzzò gli occhi e ringhiò ferocemente.
“Cosa?! Che storia è questa? Cosa vuol dire che stavi per mollare tutto?!”
La donna lo colpì con uno schiaffo. Sembrava un’indemoniata.
 “Cosa vuol dire? Mi chiedi cosa vuol dire?! Va’ all’inferno Daniel! Ecco cosa vuol dire! Hai occhi solo per i tuoi maledetti libri! Ecco cosa vuol dire! Sono solo una serva! E quando qualcuno allunga le mani su questa serva tu non te ne accorgi nemmeno! Ecco cosa vuol dire!”
Il marito, schiumando come un idrofobo, la colpì con un pugno sul viso. Lei, dopo qualche istante in cui perse la percezione del tempo e dello spazio, gli affondò le unghie sul collo. Iniziarono a volare sganassoni a ritmo serrato tra i due. Menando colpi alla cieca, e ricevendone, riuscii a dividerli. Urlai con tutto il fiato che avevo in gola, superando di gran lunga il tetto massimo dei decibel consentiti in ambienti chiusi.
“Piantatela! Abbiamo un problema più serio ora! Dobbiamo disfarci dell’alieno! Le risolverete domani le vostre beghe matrimoniali!”
Gli occhi dell’uomo, cerchiati dall’odio e dal sonno, sfrigolarono come un ceppo gettato sul caminetto. Egli disse
“Per te Betsy, non ci sarà un domani!”
Poi innestò i suoi bulbi oculari nei miei, e dalla sua bocca insanguinata, uscirono delle rasoiate.
“E bravo il mio carissimo amico! Mi hai rubato anche qualcosa altro, oltre a mia moglie? Forza, non essere timido! Rispondi animale!”
Abbassai lo sguardo sulle punte delle mie scarpe infangate. Dissi
 “Non è come pensi.”
Egli parlò con i denti stretti.
“Ok, ok! Sistemiamo pure questa faccenda dell’alieno. Domani, quando tutto sarà finito, io ti dimostrerò quanto ho appreso nei lunghi anni di studio sulle torture medievali.”
 Mi limitai a guardarlo, con quella che doveva sembrare a tutti gli effetti una faccia da pesce lesso. In quel momento non mi faceva paura. La mia paura, erano gli amici del Grigio che avevo steso. Daniel aggiunse
“Da domani, io e te saremo come l’acqua e il fuoco. Come il giorno e la notte. Come il lupo e l’agnello.”
 Puntò il suo indice sul mio naso. La sua voce pareva provenire dall’oltretomba.
“Tu sarai l’agnello! Chiaro?!”
Non è che in quel momento me ne importasse molto. Dissi
“Sono venuto qui perché voi in cantina avete l’inceneritore. È quello di cui io ho bisogno. Non resterà alcuna traccia dell’alieno. Daniel aiutami a portarlo dentro per favore.”
 Mi resi conto di esser stato veramente ridicolo a chiedere per favore. L’uomo rispose
 “Va’ all’inferno! Arrangiati! Io non ce le metto le mie mani su quel cadavere!”
Non so esattamente perché, ma ritenei, erroneamente, che stavo per riprendere il controllo della situazione, e mi permisi di replicare astiosamente.
“Stammi a sentire, professore dei miei stivali! Quel sacco di merda peserà almeno ottanta chili! Non ce la posso fare da solo.”
L’altro soffiò come un cavallo imbizzarrito e mi diede uno spintone con tale violenza che finii a gambe all’aria. Quindi disse
 “Muoviamoci! Voglio finire questa storia al più presto! E tu, razza di troia! Vai a mettere in funzione l’inceneritore.”
La donna, piangendo istericamente, infilò la porta della cantina pestando gli zoccoli sul pavimento come una bambina dispettosa. Uscimmo sul vialetto. Aprii il bagagliaio della mia auto. L’extraterrestre sembrava un brutto burattino disarticolato. La sua testa ovale era a ridosso della ruota di scorta. I due grandi occhi neri dell’alieno si schiusero di scatto. Dalla sua piccola bocca uscì un rantolo. Io e Daniel indietreggiammo con i cuori che parevano voler decollare verso Saturno. Non so chi iniziò a correre per primo, ma qualche attimo dopo ci ritrovammo ansimanti all’interno dell’abitazione. Daniel mi guardò inferocito. Egli disse
 “E adesso?! Cosa facciamo adesso?”
“Dobbiamo ammazzarlo!” Risposi.
 Il mio ex amico disse
“Eh no bello! Tu devi ammazzarlo! Lo hai fatto tu questo casino! Ora tu vai là fuori e lo finisci. Strangolalo! O spaccagli la testa con un mattone! O magari con il cric. Poi va’ a consolare la sua vedova, così almeno lascerai in pace Betsy! Ascoltami con attenzione brutto bastardo: tu puoi fare come credi, ma io non muoverò un dito. Io non sono un macellaio, lo sai bene! Io sono un professore d’università. Uno stimatissimo professore d’università! A me piace la vita tranquilla. Non sta scritto da nessuna parte che io debba trucidare un alieno! Posso aver commesso qualche errore nella mia vita, ma…”
“Piantala Daniel!”
 Fui costretto a porre una diga a quel fiume in piena. Poi dissi
 “Prenderò un coltello da cucina. Sì, farò così.”
Ritornammo nel vialetto. Tenevo davanti a me il grosso coltello. Avevo visto quella lama in azione almeno quindici volte nel corso della mia vita: era il coltello che Daniel usava abitualmente per tagliare il tacchino il Giorno del Ringraziamento. Daniel mi seguiva ad una distanza di dieci metri. Oltre a tener d’occhio la macchina, dovevo continuamente voltarmi verso il professore. Avevo paura che mi aggredisse: in quel momento Daniel mi angosciava ancor di più di quello che avrei dovuto fare di lì a poco.  Mi affacciai sul baule che avevo lasciato aperto a causa della concitata fuga di qualche minuto prima. Era vuoto. Vuoto come la mia testa. Vuoto come il mio conto in banca. Vuoto come l’ultimo boccale di birra che mi ero scolato prima di incocciare l’extraterrestre.  Mi voltai verso Daniel, e lui vedendo la mia faccia capì tutto al volo. Con un filo di voce, egli disse
“Dovrei ammazzarti. Non tanto per la storia di Betsy. Dovrei ammazzarti perché tu sei un imbecille figlio di puttana. Ecco perché dovrei farlo!”
Sono certo che se non avessi brandito il coltello con decisione verso il mio vecchio amico, quello mi avrebbe attaccato e ucciso a pugni. Betsy uscì in quel momento sul vialetto. Il suo viso tumefatto, faceva molta impressione con la debole luce proveniente dai lampioni della strada. Ella disse
“Allora? Giù è tutto pronto. Cosa aspettate?”
Daniel disse “Vai a fare le valige. L’arrosto è rinviato e… non abbiamo un minuto da perdere. Muoviti!”
 Betsy si avvicinò a suo marito, prese tra le sue mani quella mano che poco prima l’aveva colpita con tanta violenza, e disse
“Sì, Daniel. Farò come dici. Ti prometto che ti ubbidirò sempre.”
 Io mi mantenei a distanza di sicurezza, e dissi
“Forse dovremmo cercarlo. Non può essere andato lontano in quelle condizioni.”
La donna rientrò in casa. La faccia del professore si distese come una coperta su di un letto. Egli disse
“No. Per me questa storia è chiusa.”
Poi con un ghigno beffardo, aggiunse
“Ci andrò io in Messico con Betsy.”
 Si lisciò la barba e disse
“Come ci si sente a rovinare la vita ad un uomo? E a rovinare quella di un alieno? Che sensazioni ti sta dando tutto questo? Io lo so perché lo hai investito. Perché eri ubriaco! Sei sempre ubriaco…anche quando sei sobrio! Ti ritieni un grand’uomo, e i grandi uomini devono saper bere! Vero?! Ma dimmi: è stato più divertente rovinare la mia vita, o quella dell’alieno? Dai grand’uomo, rispondi!”
Mi appoggiai sul cofano della mia automobile. Finalmente provai del rimorso. Dissi
“Daniel. Io…io non so nemmeno che parole usare per chiedere il tuo perdono.”
Mi voltò la schiena e guardò il cielo stellato. La sua voce atona giunse stancamente alle mie orecchie.
“Non dire niente. Sei sempre stato un farabutto. Ho sempre pensato che sarei riuscito a far di te una persona migliore. È stato un grosso sbaglio. È stato lo sbaglio di chi si crede infallibile.”
 Mossi qualche passo verso di lui. Dissi
“Daniel, ma ora come sono le cose tra di noi?”
Si decise a voltarsi. Mi rispose
“Tra di noi? Non c’è niente tra di noi. Tu vai per la tua strada, io vado per la mia. Te l’ho detto anche prima. Uno è il buio, l’altro è la luce. Non c’è motivo che la luce e il buio si incontrino. Perché quando questo accade, si genera il crepuscolo. Ed è tutto molto tetro. Tetro e lugubre e miserabile come lo sei tu. È con il crepuscolo che si tendono gli agguati. È nella penombra che si trama alle spalle degli amici.”
Annuii. Forse per la prima volta in vita mia, riuscii a intendere ciò che aveva da dire un essere umano. E quello non era un essere umano qualunque. Egli era stato mio amico. L’unico che avessi mai avuto.  Non li rividi mai più. Chissà…forse andarono in Messico.  In quanto a me, i Grigi riuscirono a stanarmi qualche anno dopo quella tragica notte. Non mi uccisero. Mi trasportarono sul loro dannato pianeta per usarmi come un passatempo. L’alieno che avevo investito, aveva un locale che era più o meno l’equivalente di uno dei nostri bar terrestri. Io passo la giornata incatenato lì. I clienti entrano, si ingollano dei torci budella dall’odore rivoltante, e sfogano tutte le frustrazioni di una vita su di me. Ho sempre le ossa rotte. Mi resta la consolazione che, prima o poi, in questo modo espierò tutte le mie colpe.
 

Giovanni MANEA
Torna alla pagina "Ai confini della realtà"