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di Giovanni MANEA* (Ottobre 2003) |
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“Perché
ci hai messo così tanto ad aprirmi?”
Daniel
non fece caso al mio aspetto: anche se ero sudato, stravolto, e sfigurato
dalla paura, mi caricò con la furia di un toro.
“Cosa!
Perché ci ho messo così tanto? Razza di imbecille! Lo sai
che ore sono? Rispondimi! Lo sai che ore sono?!”
Forse
non aveva tutti i torti: erano le tre del mattino. Mi aggiustai i capelli
e il vestito, quindi replicai
“Daniel,
sono nella merda fino al collo. Aiutami. Fammi entrare. Te ne prego Daniel.”
Mi
fece cenno di venire avanti, e disse
“Che
hai combinato? No! Lasciami indovinare. Tanto per cambiare ti sei sbronzato
e tua moglie non ti lascia entrare in casa. Giusto?”
Risposi
con parole cariche di terrore.
“No.
No Daniel. Questa volta l’ho combinata grossa. Ho investito un alieno con
l’automobile.”
Il
mio amico parve cadere in preda ad una paralisi psicomotoria. Ci pensò
sua moglie a ravvivare l’ambiente, mentre scendeva le scale che conducevano
alle camere da letto.
“Ho
capito bene? Hai accoppato un alieno? E che fai ancora qui? John, è
meglio che te la svigni alla svelta! Va’ a nasconderti nella foresta amazzonica!
O sulla cima dell’Everest! Cosa aspetti? Quelli non perdonano!”
Daniel
disse
“Ti
ha visto qualcuno?”
Mi
detersi freneticamente il sudore dalla faccia e dissi
“No.
No ero in una strada isolata. Quel bastardo è saltato fuori all’improvviso,
e non ce l’ho fatta a schivarlo. Daniel! Lo sai come sono tra di loro i
Grigi! Quelli sono una mafia. Se lo trovano ci metteranno un paio di giorni
a risalire alla mia macchina. Hanno agganci dappertutto! Anche all’interno
delle nostre amministrazioni terrestri. Ho le ore contate! Aiutami Daniel.”
Il
mio amico riprese a respirare. Quindi disse
“Ok,
ok. Andiamo con ordine. Dov’è l’alieno adesso?”
Tentai
di evitare l’imminente burrasca che avrebbe potuto inevitabilmente scatenarsi,
e fornii metà risposta.
“Nel
bagagliaio della mia auto.”
Sua
moglie volle approfondire subito quel tema, e non mi fu più possibile
rinviare la tempesta. Peccato. Ero convinto che se fossi riuscito a prendere
tempo, in seguito sarebbero stati certamente più comprensivi. Lei
chiese
“E
dov’è la tua auto?”
Sospirai,
e non potei far altro che darle la parte mancante della risposta.
“La
mia auto è parcheggiata sul vostro vialetto d’ingresso.”
La
donna assunse una colorazione più rossa della vestaglia che indossava.
Esplose. In seguito a quella mutazione cromatica, diede proprio di matto.
“Brutto
figlio di puttana! No, no fammi capire! Hai ammazzato un alieno e ce lo
hai portato qui come fosse un pacco regalo?! Tu al posto del cervello devi
avere dello sterco di volatile, figlio di puttana! Quei maledetti etì
faranno la pelle anche a noi quando sapranno, o meglio, quando crederanno
che noi siamo tuoi complici!”
Daniel
non fu da meno.
“Stammi
a sentire brutto stronzo! Ma che ti è saltato in testa?! Tu mi odi
vero? E perché mi odi che mi hai fatto questo! John! Ora tu prendi
su la tua dannata carretta con quel dannato figlio di puttana di un alieno,
e sparisci dalla mia vita! Mi hai capito?!”
Persi
qualsiasi forma di riguardo nei confronti della mia dignità. Iniziai
a piagnucolare come un poppante.
“Daniel.
Se non mi aiuti sono morto. Se non mi aiuti, gli amici di quel bastardo
mi faranno a pezzi con un’accetta. Daniel, ti prego…in nome della nostra
amicizia.”
I
due mi avevano già afferrato per le braccia, sospingendomi energicamente
verso l’uscita. Le mie suppliche non sortirono alcun effetto.Tentai
il ricatto.
“Daniel.
Prima che mi squartino ti denuncerò! Ti ricordi quei fondi che hai
fregato all’amministrazione? Quelli stanziati per l’integrazione razziale
a favore degli alieni? Te li ricordi, eh? Lo sai che c’è la pena
di morte per quel tipo di reato, vero?”
I
due si bloccarono di colpo. La donna disse
“Te
l’ho mai detto che sei un figlio di puttana?!”
Capii
di aver trovato il modo di farli ragionare.
“Sì
Betsy, me lo hai già detto.”
La
donna mi sputò in faccia e disse
“E
pensare che dieci anni fa, stavo per mollare tutto per scappare in Messico
con te! Brutto figlio di puttana!”
Daniel,
bianco come un salma, strabuzzò gli occhi e ringhiò ferocemente.
“Cosa?!
Che storia è questa? Cosa vuol dire che stavi per mollare tutto?!”
La
donna lo colpì con uno schiaffo. Sembrava un’indemoniata.
“Cosa
vuol dire? Mi chiedi cosa vuol dire?! Va’ all’inferno Daniel! Ecco cosa
vuol dire! Hai occhi solo per i tuoi maledetti libri! Ecco cosa vuol dire!
Sono solo una serva! E quando qualcuno allunga le mani su questa serva
tu non te ne accorgi nemmeno! Ecco cosa vuol dire!”
Il
marito, schiumando come un idrofobo, la colpì con un pugno sul viso.
Lei, dopo qualche istante in cui perse la percezione del tempo e dello
spazio, gli affondò le unghie sul collo. Iniziarono a volare sganassoni
a ritmo serrato tra i due. Menando colpi alla cieca, e ricevendone, riuscii
a dividerli. Urlai con tutto il fiato che avevo in gola, superando di gran
lunga il tetto massimo dei decibel consentiti in ambienti chiusi.
“Piantatela!
Abbiamo un problema più serio ora! Dobbiamo disfarci dell’alieno!
Le risolverete domani le vostre beghe matrimoniali!”
Gli
occhi dell’uomo, cerchiati dall’odio e dal sonno, sfrigolarono come un
ceppo gettato sul caminetto. Egli disse
“Per
te Betsy, non ci sarà un domani!”
Poi
innestò i suoi bulbi oculari nei miei, e dalla sua bocca insanguinata,
uscirono delle rasoiate.
“E
bravo il mio carissimo amico! Mi hai rubato anche qualcosa altro, oltre
a mia moglie? Forza, non essere timido! Rispondi animale!”
Abbassai
lo sguardo sulle punte delle mie scarpe infangate. Dissi
“Non
è come pensi.”
Egli
parlò con i denti stretti.
“Ok,
ok! Sistemiamo pure questa faccenda dell’alieno. Domani, quando tutto sarà
finito, io ti dimostrerò quanto ho appreso nei lunghi anni di studio
sulle torture medievali.”
Mi
limitai a guardarlo, con quella che doveva sembrare a tutti gli effetti
una faccia da pesce lesso. In quel momento non mi faceva paura. La mia
paura, erano gli amici del Grigio che avevo steso. Daniel aggiunse
“Da
domani, io e te saremo come l’acqua e il fuoco. Come il giorno e la notte.
Come il lupo e l’agnello.”
Puntò
il suo indice sul mio naso. La sua voce pareva provenire dall’oltretomba.
“Tu
sarai l’agnello! Chiaro?!”
Non
è che in quel momento me ne importasse molto. Dissi
“Sono
venuto qui perché voi in cantina avete l’inceneritore. È
quello di cui io ho bisogno. Non resterà alcuna traccia dell’alieno.
Daniel aiutami a portarlo dentro per favore.”
Mi
resi conto di esser stato veramente ridicolo a chiedere per favore. L’uomo
rispose
“Va’
all’inferno! Arrangiati! Io non ce le metto le mie mani su quel cadavere!”
Non
so esattamente perché, ma ritenei, erroneamente, che stavo per riprendere
il controllo della situazione, e mi permisi di replicare astiosamente.
“Stammi
a sentire, professore dei miei stivali! Quel sacco di merda peserà
almeno ottanta chili! Non ce la posso fare da solo.”
L’altro
soffiò come un cavallo imbizzarrito e mi diede uno spintone con
tale violenza che finii a gambe all’aria. Quindi disse
“Muoviamoci!
Voglio finire questa storia al più presto! E tu, razza di troia!
Vai a mettere in funzione l’inceneritore.”
La
donna, piangendo istericamente, infilò la porta della cantina pestando
gli zoccoli sul pavimento come una bambina dispettosa. Uscimmo sul vialetto.
Aprii il bagagliaio della mia auto. L’extraterrestre sembrava un brutto
burattino disarticolato. La sua testa ovale era a ridosso della ruota di
scorta. I due grandi occhi neri dell’alieno si schiusero di scatto. Dalla
sua piccola bocca uscì un rantolo. Io e Daniel indietreggiammo con
i cuori che parevano voler decollare verso Saturno. Non so chi iniziò
a correre per primo, ma qualche attimo dopo ci ritrovammo ansimanti all’interno
dell’abitazione. Daniel mi guardò inferocito. Egli disse
“E
adesso?! Cosa facciamo adesso?”
“Dobbiamo
ammazzarlo!” Risposi.
Il
mio ex amico disse
“Eh
no bello! Tu devi ammazzarlo! Lo hai fatto tu questo casino! Ora tu vai
là fuori e lo finisci. Strangolalo! O spaccagli la testa con un
mattone! O magari con il cric. Poi va’ a consolare la sua vedova, così
almeno lascerai in pace Betsy! Ascoltami con attenzione brutto bastardo:
tu puoi fare come credi, ma io non muoverò un dito. Io non sono
un macellaio, lo sai bene! Io sono un professore d’università. Uno
stimatissimo professore d’università! A me piace la vita tranquilla.
Non sta scritto da nessuna parte che io debba trucidare un alieno! Posso
aver commesso qualche errore nella mia vita, ma…”
“Piantala
Daniel!”
Fui
costretto a porre una diga a quel fiume in piena. Poi dissi
“Prenderò
un coltello da cucina. Sì, farò così.”
Ritornammo
nel vialetto. Tenevo davanti a me il grosso coltello. Avevo visto quella
lama in azione almeno quindici volte nel corso della mia vita: era il coltello
che Daniel usava abitualmente per tagliare il tacchino il Giorno del Ringraziamento.
Daniel mi seguiva ad una distanza di dieci metri. Oltre a tener d’occhio
la macchina, dovevo continuamente voltarmi verso il professore. Avevo paura
che mi aggredisse: in quel momento Daniel mi angosciava ancor di più
di quello che avrei dovuto fare di lì a poco. Mi affacciai
sul baule che avevo lasciato aperto a causa della concitata fuga di qualche
minuto prima. Era vuoto. Vuoto come la mia testa. Vuoto come il mio conto
in banca. Vuoto come l’ultimo boccale di birra che mi ero scolato prima
di incocciare l’extraterrestre. Mi voltai verso Daniel, e lui vedendo
la mia faccia capì tutto al volo. Con un filo di voce, egli disse
“Dovrei
ammazzarti. Non tanto per la storia di Betsy. Dovrei ammazzarti perché
tu sei un imbecille figlio di puttana. Ecco perché dovrei farlo!”
Sono
certo che se non avessi brandito il coltello con decisione verso il mio
vecchio amico, quello mi avrebbe attaccato e ucciso a pugni. Betsy uscì
in quel momento sul vialetto. Il suo viso tumefatto, faceva molta impressione
con la debole luce proveniente dai lampioni della strada. Ella disse
“Allora?
Giù è tutto pronto. Cosa aspettate?”
Daniel
disse “Vai a fare le valige. L’arrosto è rinviato e… non abbiamo
un minuto da perdere. Muoviti!”
Betsy
si avvicinò a suo marito, prese tra le sue mani quella mano che
poco prima l’aveva colpita con tanta violenza, e disse
“Sì,
Daniel. Farò come dici. Ti prometto che ti ubbidirò sempre.”
Io
mi mantenei a distanza di sicurezza, e dissi
“Forse
dovremmo cercarlo. Non può essere andato lontano in quelle condizioni.”
La
donna rientrò in casa. La faccia del professore si distese come
una coperta su di un letto. Egli disse
“No.
Per me questa storia è chiusa.”
Poi
con un ghigno beffardo, aggiunse
“Ci
andrò io in Messico con Betsy.”
Si
lisciò la barba e disse
“Come
ci si sente a rovinare la vita ad un uomo? E a rovinare quella di un alieno?
Che sensazioni ti sta dando tutto questo? Io lo so perché lo hai
investito. Perché eri ubriaco! Sei sempre ubriaco…anche quando sei
sobrio! Ti ritieni un grand’uomo, e i grandi uomini devono saper bere!
Vero?! Ma dimmi: è stato più divertente rovinare la mia vita,
o quella dell’alieno? Dai grand’uomo, rispondi!”
Mi
appoggiai sul cofano della mia automobile. Finalmente provai del rimorso.
Dissi
“Daniel.
Io…io non so nemmeno che parole usare per chiedere il tuo perdono.”
Mi
voltò la schiena e guardò il cielo stellato. La sua voce
atona giunse stancamente alle mie orecchie.
“Non
dire niente. Sei sempre stato un farabutto. Ho sempre pensato che sarei
riuscito a far di te una persona migliore. È stato un grosso sbaglio.
È stato lo sbaglio di chi si crede infallibile.”
Mossi
qualche passo verso di lui. Dissi
“Daniel,
ma ora come sono le cose tra di noi?”
Si
decise a voltarsi. Mi rispose
“Tra
di noi? Non c’è niente tra di noi. Tu vai per la tua strada, io
vado per la mia. Te l’ho detto anche prima. Uno è il buio, l’altro
è la luce. Non c’è motivo che la luce e il buio si incontrino.
Perché quando questo accade, si genera il crepuscolo. Ed è
tutto molto tetro. Tetro e lugubre e miserabile come lo sei tu. È
con il crepuscolo che si tendono gli agguati. È nella penombra che
si trama alle spalle degli amici.”
Annuii.
Forse per la prima volta in vita mia, riuscii a intendere ciò che
aveva da dire un essere umano. E quello non era un essere umano qualunque.
Egli era stato mio amico. L’unico che avessi mai avuto. Non li rividi
mai più. Chissà…forse andarono in Messico. In quanto
a me, i Grigi riuscirono a stanarmi qualche anno dopo quella tragica notte.
Non mi uccisero. Mi trasportarono sul loro dannato pianeta per usarmi come
un passatempo. L’alieno che avevo investito, aveva un locale che era più
o meno l’equivalente di uno dei nostri bar terrestri. Io passo la giornata
incatenato lì. I clienti entrano, si ingollano dei torci budella
dall’odore rivoltante, e sfogano tutte le frustrazioni di una vita su di
me. Ho sempre le ossa rotte. Mi resta la consolazione che, prima o poi,
in questo modo espierò tutte le mie colpe.