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di Giovanni MANEA* (Novembre 2003) |
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“E
questo lo chiami un travestimento? Che razza di roba è?”
Il
tono della sua voce picchiò più irritante del solito nelle
mie orecchie. Risposi
“Sono
vestito da tigre. Perché? Non si capisce forse?”
Gli
occhi di Sergio vagabondarono sul soffitto come due naufraghi nell’oceano.
Parevano cercare la terra ferma. Disse
“Qui
siamo a Venezia. Qui non facciamo il Carnevale tanto per fare qualcosa.
Questo è, e lo sottolineo, questo è, il Carnevale! Capisci?”
Avrei
dovuto, e voluto, dirgli che il suo mascheramento da uomo primitivo faceva
pena e schifo. E che l’odore delle sue ascelle faceva venire il voltastomaco.
Ma Sergio è uno ricco. Ricco fino al punto da poter permettersi
di affittare una vecchia residenza signorile nel cuore del capoluogo Veneto,
solo per togliersi lo sfizio di dare una festa in maschera per competere
con la manifestazione ben più rilevante che puntualmente si svolge
nella città lagunare da tempo immemorabile. Dissi
“Allora?
Posso entrare?”
Mi
rifilò una pesante stoccata sullo stomaco con la sua clava di plastica
e disse
“Sì,
sì. Entra. Gli altri duecento invitati sono già qui e… tra
poco saranno tutti ubriachi e non faranno più caso al tuo ridicolo
costume.”
Diedi
un’occhiata alle mie spalle. L’oscurità iniziava a impadronirsi
dei canali e delle piazzette. Essa avvolgeva uomini e donne e maschere
annullandoli a poco a poco, lasciando sopravvivere solo l’odore salmastro
e corrosivo di quell’acqua che da tanti secoli cullava premurosamente la
sua creatura fatta di ponti, di pietra, e di storia. Entrai, mettendomi
in ammollo in un grande salone composto di colori, di schiamazzi, e di
eccessi. Vi erano persone che probabilmente si erano indebitate in maniera
brutale pur di trovare vestiti da esibire solo per qualche ora. Vi erano
altri che avevano ingurgitato alcolici con costanza e determinazione, al
punto tale che picchiavano la testa sui pavimenti come dei pesci morti.
Poi c’erano quelli come me. Quelli regolari e sempre attenti, sempre impegnati
a guardarsi intorno affinché nessuno abbia la possibilità
di poter sparlarti alle spalle. Dopo aver subito per un’ora tutte quelle
esuberanze, mi affacciai ad una grande finestra che dava su di un minuscolo
spiazzo. Osservai per un po’ le persone che transitavano all’esterno in
quella fredda serata. Stavano anche loro festeggiando il Carnevale, e lo
facevano con molta calma ed eleganza. Erano tutti molto disinvolti. Non
mi sentivo a mio agio là dentro. E probabilmente non mi ci sarei
trovato neanche fuori. Decisi comunque di rischiare e di uscire. Avviandomi
verso l’uscio, mi resi malinconicamente conto che nessuno si sarebbe
accorto della mia mancanza. Dovevo avere sicuramente una faccia triste
e stinta in quel momento. Ero a pochi passi dalla porta d’ingresso, quando
una clava di gomma mi colpì in testa.
“Ehi!
Proprio te cercavo. Vieni con me. Ci sono un paio di amici che…dai andiamo.”
Guardai
Sergio con occhio feroce. Poi dissi
“È
la seconda bastonata che mi molli con quell’aggeggio! Non è che
potresti piantarla, vero?”
Parve
sorpreso dalla mia reazione. Quindi distese il suo volto, e sorridendo
disse
“Tu
non riesci mai a divertirti, eh? Perché credi che ti abbia portato
qui? Per la tua bella faccia forse?”
Sentii
la rabbia montarmi lungo la colonna vertebrale. Dissi
“Non
lo so. Dimmelo tu il motivo!”
Sergio
era molto di più che ubriaco. Disse candidamente
“Perché
ti voglio bene. Voglio che tu ti diverta…vieni con me. Non te ne pentirai.”
Le
sue parole, anche se provenienti da misture alcoliche improbabili e incontrollate,
mi smontarono. Abbassai la guardia e dissi
“Andare
dove?”
La
sua faccia lampeggiante e ondulata mi fece segno di seguirlo. Qualche corridoio,
ed entrammo in una stanza di modeste dimensioni. Oltre alla pregevole mobilia,
c’erano anche un paio di individui sparsi malamente sul pavimento a far
da contorno. Quello vestito da pirata disse
“Era
ora. Dove diavolo eri andato?”
Sergio,
indicandomi, disse
“A
cercare il mio amico.”
Poi
sedendosi sul pavimento aggiunse
“Anche
lui ha un gran bisogno di divertirsi. È pronta la bomba?”
“Sicuro.”
Disse quello in divisa da alpino.
Il
pirata mostrò fieramente quello che doveva essere un suo manufatto
di forma cilindrica. Gagliardamente, e con tono da intenditore, disse
“Dopo
che ci saremo fumati questo, inizieremo ufficialmente, e finalmente, la
festa. Con questo faremo tutta una tirata; fino all’alba! Garantito!”
Percepii
una pressione allo stomaco: non erano situazioni che facevano per
me. Il trio notò immediatamente la mia espressione di sgomento
mista a preoccupazione. Sergio disse
“Che
succede? Ti vedo…come dire…”
“Perplesso!”
Suggerì sgarbatamente il pirata.
Poi,
senza guardarmi in faccia, disse
“Be’
se il novellino non se la sente e meglio che si levi di torno. Eh, Sergio?”
Non
so esattamente cosa mi prese, è veramente difficile dirlo. Quel
che è certo è che per rendermi socialmente accettabile mentii
spudoratamente. Dissi
“Senti
cocco, io di questa porcheria ne ho fumata a vagonate! Ne ho fumata talmente
tanta che mi è uscita dagli occhi. E non solo da quelli! Comprendi?”
L’alpino
ridacchiò mettendo in bella mostra i suoi denti cariati e sbilenchi.
Sergio parve esitante di fronte alla mia sentenza. L’altro allungò
la sua faccia simile ad una zolla di terra arsa verso di me, e disse
“Che
irruenza! Che impeto! Hai parlato con un tale slancio che quasi quasi ti
credo.”
Risposi
sprezzante, usando il tono di un generale nell’atto di sorprendere una
recluta addormentata durante il turno di guardia.
“Falla
finita capitan Uncino! E dai fuoco a quel coso storto e puzzolente! Lo
si vede lontano un chilometro che ti hanno appioppato dell’ immondizia!
Ci vorrebbe ben altro per me…comunque, avanti. In mancanza di altro, va
bene anche questo.”
Avevo
fatto tutto da solo. Non avevo la minima idea a cosa stavo andando incontro.
Il pirata aspirò un paio di boccate. Disse
“Questa
è roba fine. Sissignori! Fine e selezionata, e soprattutto sapientemente
amalgamata. Non vi dico neppure cosa mi è costato questo mix. È
roba da fare un mutuo. Con questa andremo avanti fino a domani mattino.
Ve lo garantisco nuovamente.”
Fu
il mio turno. Il fumo amaro e denso si incollò nei mie polmoni.
Dopo qualche secondo di sbandamento, mi sentii stranamente nitido
e sgrassato e luminoso. E con una gran voglia di parlare. Scaricai un torrente
di ragionamenti addosso al pirata.
“È
proprio come dicevo! Ti hanno fregato. Sai cosa ti hanno rifilato? Del
the andato a male! Sì, proprio così. Questa mattina qualcuno
si è svegliato e per colazione ha deciso di farsi un infuso, ma
sul più bello si è accorto che il the che aveva nella credenza
era scaduto. E sai cosa ha fatto? L’ha messo in una bustina di plastica.
Gli dispiaceva gettarlo nell’immondizia. Sai, la crisi economica e tutto
il resto. Sono momenti di magra e…bisogna risparmiare. Sai di cosa sto
parlando vero? Poi quel tizio ha pensato bene che avrebbe potuto ricavarci
qualcosa da quel the marcio e ripugnante . E così ha pensato di
venderlo al primo stronzo che si fosse trovato davanti per la strada.
Ed eccoti qui. Ti hanno proprio fregato. Come vedi la tua robaccia non
mi fa un cazzo di niente. Chiunque lo può constatare.”
Mi
resi improvvisamente conto che i tre si stavano attorcigliando uno sull’altro
a furia di ridere. Chissà da quanto tempo lo stavano facendo. Iniziai
a ridere. E a ruggire. Volevo far onore al mio costume. Mi sentivo proprio
esilarante. Mentre Sergio e i suoi compari continuavano a dimenarsi sul
pavimento felici di esistere, io entrai trionfalmente nel salone, dove
solo qualche minuto prima ero talmente annoiato e fuori luogo che stavo
per andarmene. Ridevo con tutti e su tutto. A momenti mi chiedevo se non
fossi impazzito. Io che recitavo sempre la parte di un lord inglese infelice,
ero lì che saltellavo e strillavo come un bambino. Mi sentivo veramente
bene. Poi scorsi lei. Mora e splendida e con la schiena dritta. Era vestita
da cacciatrice. Pareva uscita da un set di Hollywood. Mi presentai dicendo
“Sei
pronta per un safari?”
I
suoi occhi neri si mossero a piccoli sbalzi sulla mia pelle tigrata. Disse
“Sono
sempre pronta per la caccia grossa. Cosa hai da propormi?”
Ruggii
come un pagliaccio e dissi
“Me
stesso. Ti pare poco?”
Lei
sorrise. Poi disse
“Bene
uomo tigre. Mi sembri un bell’esemplare e sono sicura che la tua pelle
me la pagheranno bene.”
Mi
lanciai a capofitto. Mi sentivo leggero e frizzante. Lei era splendida.
Stavo volando dentro ai suoi magici occhi scuri, quando disse
“Che
ne dici se usciamo da qui?”
La
bomba del pirata mi fece esplodere in bocca un sonoro sì carico
di aspettative. Lei disse
“Ho
il mio piccolo motoscafo qui fuori. Ti va di estraniarti per un po’ dal
rumore e dalla gente?”
In
circostanze normali avrei fatto parte dell’arredamento per tutta la durata
della festa, ma in quel momento quasi non credevo a me stesso: avevo rimorchiato.
Salimmo sul suo piccolo battello. Lei guidava con mano ferma e sicura,
attraverso il notevole traffico composto dalle imbarcazioni straripanti
di maschere traballanti e chiassose. I ponti, e le piazze grandi e piccole,
brulicavano di vita. Anch’io stavo brulicando di vita. Poi lei ad un certo
punto diresse l’imbarcazione fuori dalla città. Gli amichevoli
lampioni, e le calde luci delle case si allontanavano sempre più.
“Ehi.”
Dissi “Non è che ci stiamo allontanando un po’ troppo? Non sarà
pericoloso?”
Mi
guardò in volto. Era buio, ma le vidi scintillare gli occhi come
fossero due scimitarre. Disse
“Sono
abituata a pilotare al buio. Non vi è proprio nulla di pericoloso.
E poi…io sono una cacciatrice. Fa parte del mio mestiere il rischio.”
La
sbornia, a dispetto di quanto aveva assicurato il pirata, mi stava lasciando
rapidamente. Sorrisi nervoso e dissi
“Eh,
già. Vero. E io sono una preda. Ma…che ne dici di buttare l’ancora?
Vorrei farti vedere le mie qualità di tigre.”
Anche
lei sorrise. Era un sorriso affilato e inquietante e allungato verso il
cielo. Un cielo nero come mai l’avevo visto prima. Avevo paura. Lei ormai
si stava dirigendo a tutta velocità in mare aperto. Mi decisi a
protestare.
“Spegni
il motore! Anzi, torna indietro! Mi hai stancato con questa storia!”
“Smettila
di frignare! E fai da bravo la tua parte fino in fondo!” Rispose lei con
cattiveria.
Rimasi
sbalordito da quelle parole, e dissi
“La
mia parte? Ma di che diavolo parli? Gira subito questa barca, o ti giuro
che…”
Non
mi lasciò terminare la frase. Mi colpì al collo con qualcosa
di acuminato. La paralisi fu quasi istantanea. Ero disarticolato come un
burattino. Non riuscivo nemmeno a parlare. La mia testa si trovava in una
posizione innaturale, scomodamente rivolta verso il fondo dell’Adriatico.
Osservavo la massa d’acqua scura e fredda. Non potevo fare altro. La piccola
imbarcazione bianca cinta da una striscia di vernice rosso sangue, proseguì
la sua corsa sul mare nero e gelido. Il terrore si dilatava e si contorceva
nella mia testa senza sosta. La mia mente volava alla cieca. Era simile
a un pipistrello. Ma non ero in grado di fare assolutamente nulla. Dopo
un’ora la cacciatrice rallentò. Si fermò. Disse
“Tranquillo
uomo tigre. Tra poco saranno qui. Ti daranno un’occhiata, e se sarai di
loro gradimento farai un lungo viaggio.”
Lei
mi sollevò la testa e mi fissò con aria funebre. Il mio stomaco
riversò nell’acqua, e sul mio vestito striato, i postumi delle ore
precedenti. Ero sempre fermo immobile, quando nel cielo qualcosa di tormentoso
e luccicante ci sorvolò compiendo delle orbite concentriche. La
forma sferica e luminosa si posizionò senza sforzo sopra di noi.
Fui attirato all’interno della struttura come fossi stato un pesce preso
all’amo. Il buio era totale, totale come la mia angoscia. All’improvviso
una luce verdognola rischiarò l’ambiente, e tre individui bassi
e biancastri con grosse teste e labbra sottili, mi si pararono davanti.
Mi sollevarono e mi collocarono su di un tavolo freddo e lungo. Mi osservarono
per diverso tempo, poi, ad un cenno di quello che pareva il superiore,
iniziarono a lavorare su di me. La mia testa era reclinata in avanti, e
li vidi aprirmi il petto. Poi, per fortuna, la mia anima staccò
la spina e fu il buio. Fu buio per molto tempo. L’aria era fredda
e il sole stava sorgendo quando ripresi conoscenza. La cacciatrice, con
sforzi enormi, mi stava issando sulla piccola banchina sul lato nascosto
del grande palazzo in cui ero stato catturato. I miei muscoli stavano ritornando
lentamente alla vita. Ma non potevo ancora pronunciare una sola sillaba.
La vidi ripartire. Ero lì nudo e bianco e infreddolito nel corpo
e nella mente. Quando finalmente fui in grado di mettermi in posizione
da seduto sul piccolo molo piatto e tagliato dal sole, udii una voce alle
mie spalle. Era il pirata.
“Ah!
Ecco dov’eri! Sono ore che ti cerchiamo.”
Mi
si avvicinò con prudenza. Poi disse
“Ehi…ti
ha preso un po’ male, eh? Sei nudo. Da quanto sei qui?”
Agitò
la testa come un mulo e disse
“Dovevi
dirlo che non eri abituato a certe cose.”
Finalmente
riuscii a emettere qualche suono.
“Mi…hanno.
Hanno rapito.”
Il
pirata si dissolse rapidamente, e altrettanto rapidamente ricomparve in
compagnia di Sergio. Quest’ultimo esclamò allegramente
“Che
cavolo stai facendo? Stai prendendo la brezza marina?”
I
due scoppiarono a ridere. Mi sollevarono e mi trascinarono all’interno
dell’abitazione. Durante l’operazione di trasloco, continuavo a fornire
meccanicamente la mia versione dei fatti. Mi distesero su di un divano,
e mi gettarono addosso una coperta e delle occhiate divertite. I pochi
reduci ancora presenti alla festa mi si accalcarono attorno. Le loro facce
strangolate dalla lunga nottata reagivano in movimenti e in espressioni
di scherno ad ogni mia parola. Sergio, forse stanco del gioco, si impose
con decisione sui miei discorsi confusi. Disse
“Calmati.
Calmati. La roba che ci siamo fumati era un miscuglio di allucinogeni micidiali.
Capisci? L’unica cosa che ti è realmente successa, è che
ti sei strappato di dosso la tua pelle di tigre e poi sei andato a gettarti
là fuori sul molo. Non hai alcun segno di ferite o di operazioni
chirurgiche. Capisci? Tutta questa storia è nata ed è morta
dentro alla tua mente. Capisci cosa sto dicendo?”
Reagii
con aggressività e disperazione.
“Piantala!
Mi hanno rapito e torturato! Sei tu che devi capire! Gli alieni…e quella
maledetta donna vestita da cacciatrice…mi hanno rovinato!”
Non
riuscii più a trattenere le lacrime. Il pirata disse
“Qualcuno
tra di voi ha visto qualche dannata donna vestita da cacciatrice qui dentro?
Forza maledizione! Rispondete. Qualcuno l’ha vista?”
Vi
fu un coro compatto di dinieghi. Singhiozzando dissi
“C’erano
almeno un centinaio di persone qua dentro. E non sapete nemmeno come
siete vestiti voi. Lasciatemi in pace. Andatevene e lasciatemi in pace.”
Percepii
il mio sistema nervoso scricchiolare. Sergio disse
“Dai
gente, fuori di qui. Lasciamolo solo. Aspettiamo che si calmi.”
La
piccola folla, delusa dalla calata del sipario su quel tragico quadretto
che stavo rappresentando, abbandonò il salone. Sergio, prima di
andarsene a sua volta, disse
“Senti,
ora ti cercherò un sonnifero o qualcosa del genere. Guardami. Ti
assicuro che è stato solo il frutto della tua mente. Se ti raccontassi
che tipo di allucinazioni ho avuto io…be’, la tua storia non è niente
al confronto.”
Mosse
alcuni passi leggeri verso l’uscio. Si voltò di scatto e disse
“Ma
pensaci un momento. Ammettiamo pure che ci siano degli alieni che si divertono
a prelevare la gente dalla Terra per…per fare quelle cose che hai detto
tu. Ma secondo te si servirebbero di una donna vestita da cacciatrice munita
di motoscafo per procurarsi…pensaci solo per un momento. Non ti pare una
cosa da ridere?”
Rientrai
a Milano in treno. Non mi fu possibile ritornare al lavoro, e mi diedi
per malato. Passai qualche giorno ipnotizzato di fronte alla televisione
senza mangiare, senza bere e senza pensare. Lentamente mi stavo convincendo.
Doveva essere stato un incredibile incubo. Non vi era altra spiegazione.
Ma…Un notiziario serale mise in onda un servizio riguardante il Carnevale
di Venezia appena trascorso. L’inviato in questione stava descrivendo l’allegra
e gioiosa atmosfera di quella serata che per me, o per la mia mente come
diceva Sergio, era stata tanto tragica. Nel piccolo e chiassoso canale
alle spalle del giornalista, passò un minuscolo motoscafo cinto
da una striscia di colore rosso sangue. Al posto di guida vi era
una donna vestita da cacciatrice. Era seria, mora, e con la schiena dritta.
Al suo fianco vi era un uomo vestito da tigre. Egli si sbracciava e rideva.
Il piccolo battello si nascose per qualche istante dietro la figura dell’inviato.
Poi ricomparve di lato e uscì dallo schermo. La cacciatrice e la
sua preda stavano andando la largo. Avevano un appuntamento, là
fuori sul mare.