Brevi storie ...



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Cingiti i fianchi, uomo!
di Giovanni MANEA*
(Novembre 2003)
* 36 anni, coniugato, per campare lavora in una piccola industria metalmeccanica, è un buon bevitore di birra e legge di tutto praticamente da sempre. Quasi ci dimenticavamo: ogni tanto scrive qualche racconto.

“Dai pivello, forza! Aiutami a tirar fuori dal bagagliaio questo sacco di merda!”
 Guardai Enzo con apprensione. Lui mi ricambiò con un’occhiata tempestosa. Dissi
 “Sì. Diamogli quel che si merita.”
 Afferrai il prigioniero per le gambe. Enzo allungò la sua mano destra sulla capigliatura del malcapitato e lo sollevò con vigore. La nostra preda si dimenò mugugnando penosamente. Enzo gli scaricò sulla faccia la mano sinistra. Il naso dell’uomo legato  reagì al violento colpo con uno scricchiolio da voltastomaco. Poi il sangue corse veloce come un fiume in piena.  Portammo l’uomo annodato e imbavagliato dentro al casolare. Lo scaricammo sul pavimento come fosse un tronco. Corsi a chiudere la porta d’ingresso. Mi soffermai alcuni secondi. Allungai gli occhi oltre la strada bianca e al di là della lunga fila di alberi. Non vi era anima viva e il buio stava inghiottendo tutto. La casa della morte, come la soprannominavamo noi della banda, era sola e derelitta  in quella campagna fatta di terra fredda e rugosa e spietata alle porte di Vicenza. Enzo disse
“Dai, forza! Sistemiamo questo stronzo alla svelta. Ho un sacco di cose importanti da fare questa sera. E non ho alcuna intenzione di sprecare tutto il mio tempo qui.”
Mi ero arruolato nella cosca da qualche anno. Non avevo ancora ammazzato nessuno.  Anche perché nessuno me lo aveva ancora chiesto di farlo. Però sapevo bene che prima o poi sarebbe arrivato quel momento. Il momento era arrivato e mi tremavano le gambe e la lingua e il cervello. Dissi
“Come…come dobbiamo fare?”
 Enzo mi rispose serrando le mascelle.
 “Prendi la pistola e sparagli in fronte.”
 Ero talmente agitato che non ricordavo neppure dove fosse la mia pistola.  Enzo aggiunse
 “Ehi pivello! Dopo devi scavargli la fossa là fuori sul prato. Ti aiuterei, ma lo sai…il mio mal di schiena purtroppo non mi dà pace.”
Enzo era uno che non andava molto per il sottile. Non lo avevo mai visto in azione, ma i ragazzi mi avevano raccontato che una volta fece a pezzi un uomo con un’accetta, dopodiché con le mani ancora lorde di sangue se ne andò tranquillamente al ristorante a riempire il suo enorme stomaco e senza fondo, come se non fosse accaduto nulla. Dissi
“Ma perché l’abbiamo portato dentro se poi lo dobbiamo riportare fuori?”
 Enzo mi rispose in malo modo.
“Non fare domande del cazzo! Questa è la prassi! Dai! Muoviti!”
  L’uomo sul pavimento girò su sé stesso. Dissi
 “Ma che ha combinato questo tipo?”
 Enzo mi rispose ancora più seccato.
“E chi se ne frega di cosa ha combinato? Il capo ci ha ordinato di farlo fuori! Chiaro? E allora muoviti!”
 Guardai l’uomo sul pavimento. I suoi occhi imploravano pietà. Sapevo cosa dovevo fare, ma tentai di guadagnare tempo nella speranza che Enzo si spazientisse dal tutto e decidesse così di ucciderlo con le sue stesse mani. Dissi
“Credo che voglia dire qualcosa. Lasciamolo parlare.”
Enzo roteò la sua massiccia testa da cinghiale e disse
 “Oh Cazzo! Che ti sei messo dentro alla zucca?! Eh?! Pivello!”
“Magari è qualcosa di importante.” Dissi con un filo di voce.
 Enzo strappò il bavaglio dalla bocca del prigioniero e sbraitò
“Ok! Contento?! Sentiamo che cazzate ha da dire, e poi gli spari! Chiaro?”
 L’uomo sul pavimento inghiottì una gran quantità d’aria. Poi con la voce strozzata dalla paura disse
 “Datemi cinque minuti per pregare. Solo cinque minuti. Vi prego.”
 Meccanicamente dissi
“Sì. Sì prega.”
 Enzo strinse i pugni e disse rabbiosamente
“Ma che cazzo di situazione! In tanti anni non mi era mai successa una cosa del genere! Io non posso perdere tempo. Mi aspettano al tavolo da gioco tra meno di mezz’ora!”
 Dissi
“Diamogli questi due minuti. Sta per morire. Non possiamo negargli una preghiera.”
Testa di cinghiale disse
“E cosa vuoi che cambi per lui? Tra poco sarà comunque morto.”
 Poi si chinò sul prigioniero e disse
“Ehi! Cosa credi, che verrà qualcuno a salvarti? Puoi metterti a pregare anche in cinese se credi, ma ti garantisco che tra poco ti ritroverai con un buco in testa.”
 L’uomo legato disse con disperazione
 “Io ho fede nel Signore. Non voglio andarmene dal mondo senza dire la mia ultima preghiera.”
 Enzo si rialzò e sprezzantemente disse
“Io lo so cosa vuoi fare. Speri che il tuo Signore ti mandi qualcuno a salvarti. Eh, stronzo?! Dai retta a me che so tutto in materia.  Non c’è nessuno che raccoglierà la tua preghiera. Non c’è nessuno là fuori. Tu sei carne morta e niente di più.”
 Il prigioniero rispose
“Io ho la fede.”
 Enzo gli sferrò un calcio nello stomaco e disse
“Davvero?! Allora facciamo una cosa. Io ti lascio cinque minuti. Tu prega, e se il tuo Dio ti manda qualcuno a salvarti ti lascio libero. Forza brutto stronzo! Datti da fare e fammi vedere se sono vere tutte quelle stronzate che ci raccontano i preti! Hai cinque minuti!”
 Poi si rivolse verso di me e disse
“Adesso voglio proprio vedere! Voglio proprio vedere chi è l’imbecille tra me e questo stronzo!”
Io pensai, ma lo pensai solamente, che lo stronzo doveva essere Enzo. L’uomo a terra con il naso rotto e la faccia insanguinata pregava con tutte le sue forze. A tratti lo faceva  sottovoce; a tratti quasi gridava. Enzo ridacchiava e gli sputava addosso. Io nel frattempo pensai che avevo fatto un gran sbaglio a mettermi con quella gente. I cinque minuti erano ormai agli sgoccioli. Sapevo che oramai non c’era più nulla da fare. Presi in mano la mia pistola e tutto il mio coraggio. Sempre che se sia una questione di coraggio sparare a qualcuno steso a terra. Fu in quel momento che la porta si spalancò. Entrò nella stanza un essere alto due metri dall’aspetto imponente e solenne.  I suoi capelli erano biondi e lunghi. Il suo era un viso come se ne vedevano solamente  negli antichi dipinti, eseguiti da quei pittori che avevano trascorso la vita a  rappresentare le divinità soprannaturali. Egli mosse alcuni passi verso il centro della stanza. La sua tunica era bianca da graffiare gli occhi. In una mano teneva uno spadone di acciaio limpido e lucente e abbagliante. Enzo urlò
 “Sparagli! Sparagli! Cosa aspetti razza di idiota?!”
 Ma il mio braccio era ipnotizzato dalla figura che avevo di fronte. La mano che reggeva la mia pistola era lontana da me mille miglia. La faccia di Enzo era quella di un uomo che aveva paura. Egli rovistò nella sua fondina e con movimenti incerti e affannosi afferrò la pistola. La puntò sull’essere e scaricò i sei colpi del tamburo. L’essere con la spada rimase fermo e ritto come un faro nella tempesta. Enzo non aveva solamente la faccia di un cinghiale, anche i versi che emise parevano ormai dei grugniti.
 “Ma che cazzo…questa maledetta pistola era caricata a salve! Ma chi ha potuto…”
 Gridai terrorizzato
“A salve?! Ma non vedi i buchi che hai fatto sul muro?! I proiettili lo hanno passato da parte a parte senza nemmeno scalfirlo!”
 Indietreggiammo di alcuni passi. L’uomo sul pavimento riuscì a mettersi in ginocchio lodando tutti i santi del Paradiso, e ringraziando Dio di avergli inviato un Angelo a salvarlo. Enzo con quel che rimaneva della sua voce che non aveva più nulla di umano disse
“Sparagli! Ammazzalo! Ammazzali tutti e due maledizione!”
 “Taci! Stai zitto!” Gli urlai di rimando.
 L’essere biondo guadagnò il centro della stanza. Egli disse
“È da molto tempo che vi teniamo sott’occhio. Non solo voi tre. Tutti gli umani intendo dire.”
 Il panico mi immobilizzò tutti i muscoli. Dissi
“Chi sei? Da dove vieni?”
 Lui con molta calma rispose
“Io vivo nel vostro cielo. Siamo in molti lassù. Siamo stati noi a portare la vita in questo pianeta. Ora siamo ritornati per vedere chi ha seminato bene. Siamo ritornati perché i tempi sono maturi. Ora dovrete rendere conto delle vostre azioni.”
Enzo mi strappò la pistola. Gridò
“Ora vi ammazzerò tutti come dei cani!”
 L’essere roteò con molta abilità la lunga spada al di sopra della sua testa e disse
“Cingiti i fianchi uomo! Pentiti e convertiti!”
Io caddi in ginocchio come un macigno. Enzo fece appena in tempo a esplodere qualche colpo in direzione dell’essere che pareva brillare di luce propria. La pesante spada si abbatté con furia sul collo di Enzo. La testa che pareva quella di un cinghiale roteò nell’aria e ricadde in un angolo della stanza. Quello che rimaneva di Enzo ricadde in avanti pesantemente come fosse precipitato da un albero. L’essere luminoso disse
“Questa spada l’ho temprata nel sangue degli assassini sin dal tempo dei tempi. Presto però potrò riporla nel ventre della terra poiché dopo che avremo finito rimarranno solo gli uomini di buona volontà su questo pianeta.”
 Strisciai accanto a quello che fino a qualche minuto prima era il mio prigioniero. Sciolsi i suoi nodi e giunsi le mani di fronte al mio viso. Guardai gli occhi profondi e sereni dell’essere e dissi
“Abbi pietà di me.”
 Egli disse
 “Non io. Ma lui dovrà averne.”
 Dicendo questo indicò l’uomo accanto a me. L’uomo con il naso fracassato disse
 “Io? Perché io?”
 L’essere disse
“Perché è così che vi abbiamo lasciato scritto: che ognuno di voi abbia pietà del suo prossimo.”
 L’uomo con il naso rotto disse
 “Ma…io non capisco. Voi siete Angeli. Perché dite…”
“No!” Disse l’essere con slancio.
 Poi continuò dicendo
 “Noi siamo di un altro pianeta. Non l’abbiamo creato noi l’universo e tanto meno conosciamo chi l’abbia pensato e realizzato. Noi vi abbiamo messo su questa terra e vi abbiamo dato delle regole da rispettare. Non devi confondere le cose.”
 Lasciai cadere le mie braccia lungo i fianchi e dissi
“Siete degli alieni. Siete solo degli alieni.”
Percepii l’energia elettrica rifluire nel mio corpo. Mi alzai in piedi. La mia voce era ancora poco più che un tremolio. Dissi
 “Io non sono sicuro di volermi inginocchiare di fronte a qualcuno di voi due. Nessuno di voi due è qualcosa più di me.”
 L’ alieno disse
“Tu hai voluto dare cinque minuti di tempo al tuo prigioniero. Io ora darò a te cinque ore. Dovrai decidere se divenire un uomo di buona volontà. Quando ritornerò dovrai darmi una risposta. Altrimenti il tuo destino sarà segnato dalla mia spada affamata di carne e di sangue di assassino.”
Ero avvilito e ingiallito. In quel momento non provavo paura. Provavo solo delusione. Dissi
“Perché i proiettili passano attraverso al tuo corpo?”
 L’alieno scosse la testa. Poi disse
“Ti ho appena offerto una possibilità di redenzione. E tu…e tu vuoi sapere perché le vostre stupide pallottole non mi fanno nemmeno il solletico? Voialtri della terra siete incredibili. Siete stati uno sbaglio, ecco cosa siete stati. Io l’ho sempre detto anche agli altri che piantare la vita su questo sasso sarebbe stato solo del tempo perso.”
 Si avviò verso la porta. Poi si voltò di scatto e disse
“È il frutto della nostra tecnologia. Ecco perché i vostri ridicoli proiettili non possono scalfirci. Uomo! Hai cinque ore. Ricordati di questo e lascia perdere tutto il resto che non puoi capire ora e che non potrai capire mai più.”
 Detto questo, uscì dalla stanza con portamento regale. Guardai l’uomo con la faccia insanguinata. Egli disse
 “Ma io non ho ancora capito cosa devo fare.”
 Gli dissi
 “Guarda là. È la mia pistola. Prendila e fatti un favore: sparati un colpo.”
 Uscii anch’io fuori dalla vecchia casa, giusto in tempo per vedere l’alieno salire sulla sua piccola astronave a forma di disco. Partì con un’accelerazione priva di rumore e solcò il cielo come una saetta. A Vicenza il boss stava aspettando me e Enzo. Nel cielo, degli alieni con spada e tunica, aspettavano una mia risposta. Mi appoggiai a un grande albero a pochi passi dalla casa. Pensai che l’unica cosa da fare era quella di attendere una risposta da Dio. Quello vero, intendo.
 

Giovanni MANEA
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