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di Giovanni MANEA* (Novembre 2003) |
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“Dai
pivello, forza! Aiutami a tirar fuori dal bagagliaio questo sacco di merda!”
Guardai
Enzo con apprensione. Lui mi ricambiò con un’occhiata tempestosa.
Dissi
“Sì.
Diamogli quel che si merita.”
Afferrai
il prigioniero per le gambe. Enzo allungò la sua mano destra sulla
capigliatura del malcapitato e lo sollevò con vigore. La nostra
preda si dimenò mugugnando penosamente. Enzo gli scaricò
sulla faccia la mano sinistra. Il naso dell’uomo legato reagì
al violento colpo con uno scricchiolio da voltastomaco. Poi il sangue corse
veloce come un fiume in piena. Portammo l’uomo annodato e imbavagliato
dentro al casolare. Lo scaricammo sul pavimento come fosse un tronco. Corsi
a chiudere la porta d’ingresso. Mi soffermai alcuni secondi. Allungai gli
occhi oltre la strada bianca e al di là della lunga fila di alberi.
Non vi era anima viva e il buio stava inghiottendo tutto. La casa della
morte, come la soprannominavamo noi della banda, era sola e derelitta
in quella campagna fatta di terra fredda e rugosa e spietata alle porte
di Vicenza. Enzo disse
“Dai,
forza! Sistemiamo questo stronzo alla svelta. Ho un sacco di cose importanti
da fare questa sera. E non ho alcuna intenzione di sprecare tutto il mio
tempo qui.”
Mi
ero arruolato nella cosca da qualche anno. Non avevo ancora ammazzato nessuno.
Anche perché nessuno me lo aveva ancora chiesto di farlo. Però
sapevo bene che prima o poi sarebbe arrivato quel momento. Il momento era
arrivato e mi tremavano le gambe e la lingua e il cervello. Dissi
“Come…come
dobbiamo fare?”
Enzo
mi rispose serrando le mascelle.
“Prendi
la pistola e sparagli in fronte.”
Ero
talmente agitato che non ricordavo neppure dove fosse la mia pistola.
Enzo aggiunse
“Ehi
pivello! Dopo devi scavargli la fossa là fuori sul prato. Ti aiuterei,
ma lo sai…il mio mal di schiena purtroppo non mi dà pace.”
Enzo
era uno che non andava molto per il sottile. Non lo avevo mai visto in
azione, ma i ragazzi mi avevano raccontato che una volta fece a pezzi un
uomo con un’accetta, dopodiché con le mani ancora lorde di sangue
se ne andò tranquillamente al ristorante a riempire il suo enorme
stomaco e senza fondo, come se non fosse accaduto nulla. Dissi
“Ma
perché l’abbiamo portato dentro se poi lo dobbiamo riportare fuori?”
Enzo
mi rispose in malo modo.
“Non
fare domande del cazzo! Questa è la prassi! Dai! Muoviti!”
L’uomo sul pavimento girò su sé stesso. Dissi
“Ma
che ha combinato questo tipo?”
Enzo
mi rispose ancora più seccato.
“E
chi se ne frega di cosa ha combinato? Il capo ci ha ordinato di farlo fuori!
Chiaro? E allora muoviti!”
Guardai
l’uomo sul pavimento. I suoi occhi imploravano pietà. Sapevo cosa
dovevo fare, ma tentai di guadagnare tempo nella speranza che Enzo si spazientisse
dal tutto e decidesse così di ucciderlo con le sue stesse mani.
Dissi
“Credo
che voglia dire qualcosa. Lasciamolo parlare.”
Enzo
roteò la sua massiccia testa da cinghiale e disse
“Oh
Cazzo! Che ti sei messo dentro alla zucca?! Eh?! Pivello!”
“Magari
è qualcosa di importante.” Dissi con un filo di voce.
Enzo
strappò il bavaglio dalla bocca del prigioniero e sbraitò
“Ok!
Contento?! Sentiamo che cazzate ha da dire, e poi gli spari! Chiaro?”
L’uomo
sul pavimento inghiottì una gran quantità d’aria. Poi con
la voce strozzata dalla paura disse
“Datemi
cinque minuti per pregare. Solo cinque minuti. Vi prego.”
Meccanicamente
dissi
“Sì.
Sì prega.”
Enzo
strinse i pugni e disse rabbiosamente
“Ma
che cazzo di situazione! In tanti anni non mi era mai successa una cosa
del genere! Io non posso perdere tempo. Mi aspettano al tavolo da gioco
tra meno di mezz’ora!”
Dissi
“Diamogli
questi due minuti. Sta per morire. Non possiamo negargli una preghiera.”
Testa
di cinghiale disse
“E
cosa vuoi che cambi per lui? Tra poco sarà comunque morto.”
Poi
si chinò sul prigioniero e disse
“Ehi!
Cosa credi, che verrà qualcuno a salvarti? Puoi metterti a pregare
anche in cinese se credi, ma ti garantisco che tra poco ti ritroverai con
un buco in testa.”
L’uomo
legato disse con disperazione
“Io
ho fede nel Signore. Non voglio andarmene dal mondo senza dire la mia ultima
preghiera.”
Enzo
si rialzò e sprezzantemente disse
“Io
lo so cosa vuoi fare. Speri che il tuo Signore ti mandi qualcuno a salvarti.
Eh, stronzo?! Dai retta a me che so tutto in materia. Non c’è
nessuno che raccoglierà la tua preghiera. Non c’è nessuno
là fuori. Tu sei carne morta e niente di più.”
Il
prigioniero rispose
“Io
ho la fede.”
Enzo
gli sferrò un calcio nello stomaco e disse
“Davvero?!
Allora facciamo una cosa. Io ti lascio cinque minuti. Tu prega, e se il
tuo Dio ti manda qualcuno a salvarti ti lascio libero. Forza brutto stronzo!
Datti da fare e fammi vedere se sono vere tutte quelle stronzate che ci
raccontano i preti! Hai cinque minuti!”
Poi
si rivolse verso di me e disse
“Adesso
voglio proprio vedere! Voglio proprio vedere chi è l’imbecille tra
me e questo stronzo!”
Io
pensai, ma lo pensai solamente, che lo stronzo doveva essere Enzo. L’uomo
a terra con il naso rotto e la faccia insanguinata pregava con tutte le
sue forze. A tratti lo faceva sottovoce; a tratti quasi gridava.
Enzo ridacchiava e gli sputava addosso. Io nel frattempo pensai che avevo
fatto un gran sbaglio a mettermi con quella gente. I cinque minuti erano
ormai agli sgoccioli. Sapevo che oramai non c’era più nulla da fare.
Presi in mano la mia pistola e tutto il mio coraggio. Sempre che se sia
una questione di coraggio sparare a qualcuno steso a terra. Fu in quel
momento che la porta si spalancò. Entrò nella stanza un essere
alto due metri dall’aspetto imponente e solenne. I suoi capelli erano
biondi e lunghi. Il suo era un viso come se ne vedevano solamente
negli antichi dipinti, eseguiti da quei pittori che avevano trascorso la
vita a rappresentare le divinità soprannaturali. Egli mosse
alcuni passi verso il centro della stanza. La sua tunica era bianca da
graffiare gli occhi. In una mano teneva uno spadone di acciaio limpido
e lucente e abbagliante. Enzo urlò
“Sparagli!
Sparagli! Cosa aspetti razza di idiota?!”
Ma
il mio braccio era ipnotizzato dalla figura che avevo di fronte. La mano
che reggeva la mia pistola era lontana da me mille miglia. La faccia di
Enzo era quella di un uomo che aveva paura. Egli rovistò nella sua
fondina e con movimenti incerti e affannosi afferrò la pistola.
La puntò sull’essere e scaricò i sei colpi del tamburo. L’essere
con la spada rimase fermo e ritto come un faro nella tempesta. Enzo non
aveva solamente la faccia di un cinghiale, anche i versi che emise parevano
ormai dei grugniti.
“Ma
che cazzo…questa maledetta pistola era caricata a salve! Ma chi ha potuto…”
Gridai
terrorizzato
“A
salve?! Ma non vedi i buchi che hai fatto sul muro?! I proiettili lo hanno
passato da parte a parte senza nemmeno scalfirlo!”
Indietreggiammo
di alcuni passi. L’uomo sul pavimento riuscì a mettersi in ginocchio
lodando tutti i santi del Paradiso, e ringraziando Dio di avergli inviato
un Angelo a salvarlo. Enzo con quel che rimaneva della sua voce che non
aveva più nulla di umano disse
“Sparagli!
Ammazzalo! Ammazzali tutti e due maledizione!”
“Taci!
Stai zitto!” Gli urlai di rimando.
L’essere
biondo guadagnò il centro della stanza. Egli disse
“È
da molto tempo che vi teniamo sott’occhio. Non solo voi tre. Tutti gli
umani intendo dire.”
Il
panico mi immobilizzò tutti i muscoli. Dissi
“Chi
sei? Da dove vieni?”
Lui
con molta calma rispose
“Io
vivo nel vostro cielo. Siamo in molti lassù. Siamo stati noi a portare
la vita in questo pianeta. Ora siamo ritornati per vedere chi ha seminato
bene. Siamo ritornati perché i tempi sono maturi. Ora dovrete rendere
conto delle vostre azioni.”
Enzo
mi strappò la pistola. Gridò
“Ora
vi ammazzerò tutti come dei cani!”
L’essere
roteò con molta abilità la lunga spada al di sopra della
sua testa e disse
“Cingiti
i fianchi uomo! Pentiti e convertiti!”
Io
caddi in ginocchio come un macigno. Enzo fece appena in tempo a esplodere
qualche colpo in direzione dell’essere che pareva brillare di luce propria.
La pesante spada si abbatté con furia sul collo di Enzo. La testa
che pareva quella di un cinghiale roteò nell’aria e ricadde in un
angolo della stanza. Quello che rimaneva di Enzo ricadde in avanti pesantemente
come fosse precipitato da un albero. L’essere luminoso disse
“Questa
spada l’ho temprata nel sangue degli assassini sin dal tempo dei tempi.
Presto però potrò riporla nel ventre della terra poiché
dopo che avremo finito rimarranno solo gli uomini di buona volontà
su questo pianeta.”
Strisciai
accanto a quello che fino a qualche minuto prima era il mio prigioniero.
Sciolsi i suoi nodi e giunsi le mani di fronte al mio viso. Guardai gli
occhi profondi e sereni dell’essere e dissi
“Abbi
pietà di me.”
Egli
disse
“Non
io. Ma lui dovrà averne.”
Dicendo
questo indicò l’uomo accanto a me. L’uomo con il naso fracassato
disse
“Io?
Perché io?”
L’essere
disse
“Perché
è così che vi abbiamo lasciato scritto: che ognuno di voi
abbia pietà del suo prossimo.”
L’uomo
con il naso rotto disse
“Ma…io
non capisco. Voi siete Angeli. Perché dite…”
“No!”
Disse l’essere con slancio.
Poi
continuò dicendo
“Noi
siamo di un altro pianeta. Non l’abbiamo creato noi l’universo e tanto
meno conosciamo chi l’abbia pensato e realizzato. Noi vi abbiamo messo
su questa terra e vi abbiamo dato delle regole da rispettare. Non devi
confondere le cose.”
Lasciai
cadere le mie braccia lungo i fianchi e dissi
“Siete
degli alieni. Siete solo degli alieni.”
Percepii
l’energia elettrica rifluire nel mio corpo. Mi alzai in piedi. La mia voce
era ancora poco più che un tremolio. Dissi
“Io
non sono sicuro di volermi inginocchiare di fronte a qualcuno di voi due.
Nessuno di voi due è qualcosa più di me.”
L’
alieno disse
“Tu
hai voluto dare cinque minuti di tempo al tuo prigioniero. Io ora darò
a te cinque ore. Dovrai decidere se divenire un uomo di buona volontà.
Quando ritornerò dovrai darmi una risposta. Altrimenti il tuo destino
sarà segnato dalla mia spada affamata di carne e di sangue di assassino.”
Ero
avvilito e ingiallito. In quel momento non provavo paura. Provavo solo
delusione. Dissi
“Perché
i proiettili passano attraverso al tuo corpo?”
L’alieno
scosse la testa. Poi disse
“Ti
ho appena offerto una possibilità di redenzione. E tu…e tu vuoi
sapere perché le vostre stupide pallottole non mi fanno nemmeno
il solletico? Voialtri della terra siete incredibili. Siete stati uno sbaglio,
ecco cosa siete stati. Io l’ho sempre detto anche agli altri che piantare
la vita su questo sasso sarebbe stato solo del tempo perso.”
Si
avviò verso la porta. Poi si voltò di scatto e disse
“È
il frutto della nostra tecnologia. Ecco perché i vostri ridicoli
proiettili non possono scalfirci. Uomo! Hai cinque ore. Ricordati di questo
e lascia perdere tutto il resto che non puoi capire ora e che non potrai
capire mai più.”
Detto
questo, uscì dalla stanza con portamento regale. Guardai l’uomo
con la faccia insanguinata. Egli disse
“Ma
io non ho ancora capito cosa devo fare.”
Gli
dissi
“Guarda
là. È la mia pistola. Prendila e fatti un favore: sparati
un colpo.”
Uscii
anch’io fuori dalla vecchia casa, giusto in tempo per vedere l’alieno salire
sulla sua piccola astronave a forma di disco. Partì con un’accelerazione
priva di rumore e solcò il cielo come una saetta. A Vicenza il boss
stava aspettando me e Enzo. Nel cielo, degli alieni con spada e tunica,
aspettavano una mia risposta. Mi appoggiai a un grande albero a pochi passi
dalla casa. Pensai che l’unica cosa da fare era quella di attendere una
risposta da Dio. Quello vero, intendo.