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di Giovanni MANEA* (Dicembre 2003) |
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“Non mi sento bene. Credo di avere la febbre.”
Il mio capo continuò a torturare la penna a sfera che aveva tra le sue mani ossute e callose ancora per qualche istante. Poi si decise a rispondermi.
“Senti…sono le due del mattino. Devi stringere i denti e continuare la vigilanza almeno fino alle cinque. Poi lo trovo qualche sostituto…Ma lo capisci anche tu che non posso richiamare in servizio qualcuno a quest’ora.”
Appoggiai le mie mani molli e senza contorno sulla sua scrivania. Dissi:
“Non posso continuare il mio turno. Non posso proprio. Ora vado a casa.”
Il mio capo riversò la testa all’indietro. Le sue parole schioccarono come dei colpi di frusta.
“Sono due anni che te lo dico! E ora te lo ripeto per l’ultima volta: tu non sei adatto a fare il metronotte!”
Sbatté con violenza i resti della penna nel cestino, e proseguì dicendo:
Va’ a casa! Vai! E fatti un favore: trovati un altro lavoro. Dai retta a me. Prenditi qualche giorno e trovati qualcosa altro da fare.”
Non avevo alcuna voglia di continuare a discutere con quell’individuo tutto ossa e niente cervello. Ruotai su me stesso e infilai la porta. Uscendo lo udii accavallare mesti borbottii di vario genere tra di sé:
“E adesso con chi lo rimpiazzo quell’imbecille? Con Ghezzi? Giorgi? Chi diavolo chiamo a quest’ora?”
Deposi le chiavi dell’auto di servizio. Uscii nel parcheggio. Sollevai il bavero del mio pesante giaccone. Il cielo gelido e nero e spazzato dal vento mi fissava. Anch’io lo fissai per qualche istante. Le stelle brillavano e spumeggiavano del tutto insensibili al mio malessere. Un malessere fisico. Ma non solo. Era da diverso tempo che avvertivo nella mia testa una strana sensazione. Sapevo che qualcosa non andava per il verso giusto. Ma non sapevo cosa. Guidai oltre la periferia guardando di tanto in tanto il cielo. Era sempre nero, e a tratti mi dava l’impressione che qualche pezzo avrebbe potuto cadermi sulla testa. Finalmente vidi stagliarsi il bianco della mia casa, modesta e solitaria, nell’inesorabile campagna dura e gelata fuori Rovigo. Posteggiai la mia utilitaria. Camminai sulla ghiaia senza fare rumore. Le chiavi di casa ritrovarono senza sforzo la robusta serratura d’entrata. Attraversai agevolmente il pian terreno infilando le scale che dovevano condurmi al meritato riposo. Non volevo svegliare mia moglie. Veleggiavo sicuro verso la camera da letto.
“No. Non così, mi fai male.”
Mi bloccai di colpo. Era la voce di Claudia. Affrontai l’interminabile corridoio senza riflettere, posizionandomi di fronte alla porta di legno duro, scuro, e offeso dal tempo della mia, mia, camera. I rumori erano sordi e inequivocabili. Afferrai la maniglia che le mie mani conoscevano da cinque anni. Luce accesa e due corpi nudi sopra le coperte in quella stanza calda come un delirio. Lei bella ed elastica come sempre. Lui pallido e piatto come un cadavere. Si congelarono e ammutolirono. Ritrassi la testa come un serpente dopo aver colpito la propria preda. Richiusi la porta di slancio. Non poteva essere vero. I secondi si contorsero facendomi perdere la cognizione del tempo e dello spazio. Dalla stanza giungevano parole concitate, ma le mie orecchie si rifiutavano di coglierne il senso. Le mie mani azzannarono nuovamente la maniglia senza il mio consenso, e spalancarono nuovamente la porta del mio inferno. I due bloccarono parole e movimenti. La mia mano destra si mosse per conto suo. Afferrò con decisione la pistola d’ordinanza che pendeva sonnacchiosa da molto tempo nel suo comodo fodero. La puntai su di lei. Claudia si portò le mani sul viso mostrandomi i suoi palmi delicati nel tentativo di parare le pallottole che avrebbero dovuto uscire dalla mia pistola. Ma vidi i suoi occhi al di là delle sue esili dita. Spostai il braccio di poco, e inquadrai la faccia anonima e sbiadita di quell’uomo che aveva invaso il mio spazio.
“No! No! Non è come sembra!”
Gridò terrorizzato. Avrei voluto sputargli in faccia prima di sparargli. Avrei anche voluto dirgli che avrebbe potuto dire qualcosa di più significativo prima di morire. Ma avevo la gola chiusa. Vidi la mia immagine riflessa sul grande specchio appena alla sua sinistra. La mia non sembrava neppure la figura di un uomo. Era una sagoma febbricitante e opprimente ai miei stessi occhi. Puntai nuovamente l’arma su mia moglie. Lei si avvolse e si storse tra le sue braccia lisce e luminose. Il mio indice era come morto appoggiato al grilletto. Ritentai con l’uomo. Ma non c’era niente da fare. Abbassai la pistola. Respiravo pesantemente. Ma il fatto stesso di non essere riuscito a inchiodarli sul mio letto, ebbe il potere di far rifluire nella mia gola l’ossigeno. Dissi:
“Mettetevi in ginocchio. E supplicatemi di non ammazzarvi! Fatelo ora prima che ci ripensi!”
Claudia protese le sue belle mani verso di me. Con voce strozzata disse:
“Posso spiegarti tutto. Non è quello che credi. Io ti amo…”
Il mio braccio legnoso rimise la pistola in linea di tiro. Gridai:
“Zitta cagna! Mettiti in ginocchio!”
Fu in quel momento che qualcosa arrivò alle mie spalle, ingobbite dalla rabbia e dalla frustrazione, e mi afferrò contemporaneamente alla gola e alla mano armata. Mi sentii trascinare all’indietro. La sorpresa fu tale che non riuscii a opporre resistenza. La mia arma scivolò lontana come una saponetta. Il mio aggressore in pochi attimi mi immobilizzò. Claudia e l’uomo pallido balzarono nel corridoio. Tentai disperatamente di ruotare la testa di lato per rendermi conto di cosa fosse accaduto. Intravidi una faccia dura e spigolosa. Anche l’uomo nudo mi rotolò addosso. Mi dimenai disperatamente, ma i due invasori erano forti e determinati. Udii la voce di mia moglie.
“Basta! Basta! Così lo uccidete! Basta!”
Ero sfinito. Alzai bandiera bianca. Ansimando dissi:
“Lasciatemi. Lasciatemi. Uscite di casa mia. Uscite fuori da questa casa.”
Uno di loro disse:
“Sì. Ora ti lasceremo. Ti teniamo solo per qualche minuto, finché non ti sarai calmato.”
Avevo la pancia e la faccia schiacciata sulle mattonelle. Ripresi fiato. Dissi:
“Sono calmo. Ho capito tutto. Ora lasciatemi e andatevene.”
Poi con tono furente aggiunsi:
“E non dimenticatevi di portarvi via anche quella puttana!”
Claudia disse:
“Loro sono qui per aiutarci. Non vogliono fare niente di male. Io stessa ho accettato il loro programma. Se me ne dai il tempo, io…”
“Stai zitta razza di troia!” Ringhiai sputando sangue e saliva.
Poi dissi:
“Ma cosa ti stai inventando?! Ti trovo a letto con quel verme, e un altro…E un altro che…Che cos’è? Un guardone?! O stava aspettando il suo turno?!”
Riempii i polmoni, e continuai dicendo:
“Non ti basta avermi fatto questo?! Cosa vuoi ancora?!”
Quello più vicino al mio orecchio disse:
“Devi calmarti. Possiamo spiegarti tutto. Sono convinto che parteciperai al programma con entusiasmo.”
“Maledizione.” Dissi con voce atona.
Poi aggiunsi:
“Ma cosa vi siete messi in testa? Perché continuate a dire cazzate? Ho capito tutto. Non c’è bisogno che continuate con questa farsa!”
Claudia si chinò su di me. Disse:
“Loro vengono da un pianeta lontano. Posso dimostrartelo.”
Spinsi gli occhi più in alto che potei. Incontrai i suoi. Dissi:
“Facciamola finita. Lasciatemi e vi giuro che non farò nulla. Andatevene. Andatevene tutti e tre da questa casa.”
Quello che mi tratteneva per le gambe disse:
“Ascolta tua moglie. Ciò che dice è la verità. E possiamo dimostrartelo.”
Mi sentivo così male che non riuscii più a reagire. Volevo solo che se ne andassero via quei tre, e che mi lasciassero solo con la mia pistola. E con almeno un proiettile. Claudia disse:
“Una notte di alcuni mesi fa, vidi dei bagliori oltre la fila di alberi che dà sull’argine del torrente. Ebbi paura e tentai di telefonarti al lavoro. Ma il telefono era inutilizzabile. Non funzionava.”
Mi sfuggii un’imprecazione. Poi dissi:
“Perché continui a…”
Lei mi pose una mano sulla bocca. Disse:
“Lasciami continuare. Te ne prego.”
Fece una piccola pausa. Quindi disse:
“Poi vidi due figure muoversi nell’oscurità. Entrarono nel giardino. Credevo di morire dalla paura. Aprirono con facilità la porta d’ingresso. Erano loro due.”
“Sì.” Confermarono all’unisono i miei carcerieri.
Claudia continuò dicendo:
“Mi scovarono ben presto. Ero terrorizzata. Ma non mi fecero alcun male. Mi tranquillizzarono e mi misero al corrente del loro programma.”
Mi sembrava di trovarmi in un incubo. I due allentarono la pressione sul mio corpo e dissi:
“Voglio alzarmi.”
“D’accordo.” Rispose quello vicino al mio orecchio.
L’individuo nudo e il suo compare, dopo avermi posizionato con le spalle al muro, si attestarono ai miei fianchi. Claudia era di fronte a me. I suoi occhi parevano sinceri. Ella disse:
“Vogliono creare una razza ibrida. Loro sono i nostri fratelli dello spazio. Sono come noi.”
Poi si corresse:
“Sono meglio di noi.”
Continuavo a guardare quegli occhi nitidi che tanti anni prima mi avevano fatto perdere la testa. Non mi riusciva di parlare. La mia testa pesava come un macigno. Lei disse:
“Noi due non riusciamo ad avere figli. Ma loro, dopo avermi esaminata, mi hanno assicurato che potrò diventare madre. Capisci? Sarò la madre di una nuova razza.”
Abbassai lo sguardo sul pavimento. Non c’era niente da fare: la mia mente era schiacciata. Se ne era andata lasciandomi vuoto e inespressivo. Quello nudo disse:
“Lei aveva paura a parlartene. Aveva paura che tu la lasciassi.”
Lo guardai in faccia. Dissi:
“Chissà cosa glielo ha fatto pensare, eh?”
Guardai mia moglie. Dissi:
“Io vorrei che questa notte finisse. È stata una notte troppo lunga per me.”
Poi, con lo sguardo, iniziai ad ispezionare il corridoio alla ricerca della mia pistola. Quello con la faccia dura e spigolosa disse:
“Dovresti essere fiero di tua moglie.”
Digrignai i denti e abbaiai:
“Sarò fiero di lei quando tu mi lascerai scopazzare tua sorella!”
Quello nudo disse:
“Sulla Terra ci sono altre migliaia di donne che hanno aderito al programma. E i loro compagni sono d’accordo con questa splendida iniziativa. E soprattutto orgogliosi.”
La mia voce divenne stridula come il rumore prodotto da uno studente di violino alla sua prima lezione.
“Migliaia di donne hai detto? Certo che ci dai dentro bene tu, eh? Chi l’avrebbe mai detto. Sei pallido e magrolino ma…”
Lui mi interruppe.
“È un programma di dimensioni colossali. Vi sono migliaia di fecondatori dello spazio coinvolti. Ma non capisci? Nascerà una nuova razza. Con tutto il meglio della tua razza e della mia. E il tutto avverrà in maniera pacifica ed equilibrata.”
“Sì.” Gli fece eco l’altro.
Quindi continuò dicendo:
“Quando il programma sarà stato portato a termine, l’universo sarà decisamente migliore di adesso. Te lo ripeto: dovresti essere fiero e orgoglioso di tua moglie. E poi, tu stesso sarai il padre di una nuova razza. Non ne sei fiero? Pensaci: questa è evoluzione.”
Con gli occhi continuavo a cercare la pistola. Con tono beffardo dissi:
“Dovete scusarmi…Ma io non sono così emancipato da essere felice di ritrovarmi con un paio di corna sulla testa. Ammesso che siano solo un paio! Dico bene!?”
Quello nudo disse:
“Ora vieni con noi. Andiamo sull’argine del fiume. Ti renderai conto che non stiamo mentendo.”
Si rivestì alla svelta. Claudia disse:
“Sì, vai con loro. È necessario che tu li segua.”
Quei due individui scarni e smunti avevano dei vestiti da umani. Troppo umani. Dissi:
“Dite un po’: venite a rifornirvi di indumenti nei nostri grandi magazzini per caso?”
“Non vuoi seguirci?” Disse uno di loro.
Allargai gli occhi. Dissi:
“Non è necessario che…State a sentire: vi siete divertiti, ok? Va bene così. Io sto male e ho la febbre e una donna perversa e maiala. Non pensate che sia abbastanza?! Non vi aspetterete che creda anche a tutta quella storia del cazzo che mi avete propinato, vero?!”
“Vieni con noi a vedere con i tuoi occhi.” Disse quello con la faccia spigolosa.
“Vai.” Disse dolcemente Claudia.
Sorrisi ironicamente. Dissi:
“Ok. Vi accompagnerò fino all’argine. Poi mi butterò nel fiume. Non m’importa più un cazzo di niente!”
Seguii quelle due figure sulla terra aspra e gelata sotto il cielo sempre più nero e le stelle sempre più luminose e insensibili che avessi mai visto. Oltrepassammo la lunga fila di alberi spogli a ridosso dell’argine. C’era qualcosa. Quasi gli andai addosso. Pareva un disco volante. Guardai i due accompagnatori. Dissi:
“Maledizione! Ma guarda questi. Fate le cose in grande stile voi due, eh? Di cosa è fatto? Di legno? Di cartone?”
Aprirono un portello. Il disco si illuminò. La mia mente si spense. I due si infilarono agilmente delle tute che parevano fatte di metallo. Io ero lì sotto il cielo, fermo come un imbecille. Quello che avevo sorpreso a letto con mia moglie disse:
“Ora noi dobbiamo andare. Ora che hai visto, ritorna da Claudia. Avete molte cose da dirvi. Ah, quasi dimenticavo: tieni la tua pistola. L’ho tenuta in custodia io. Tu capisci, vero?”
Lo sportello si richiuse. Il disco volante si librò nell’aria senza emettere alcun suono, e fu ingoiato dal cielo nero. Non so per quanto tempo rimasi lì inebetito e stravolto. Poi le mie gambe iniziarono a muoversi per conto loro e mi condussero di corsa alla mia auto, che ignara di quanto era successo era appisolata in giardino. La svegliai e la feci sgommare con rabbia. Uscii da quella campagna da incubo che stava per essere sommersa dalla nebbia. Attraversai la periferia perforando la sua aria opprimente e ritornai in centro città. Sorpresi il mio capo addormentato sulla sua scrivania. Dissi:
“Riprendo servizio!”
La sua testa scattò come una molla verso il soffitto. I suoi occhi traballarono. Disse:
“Ma…Da dove diavolo arrivi? Hai una faccia….Cosa diavolo ti è successo?”
“Riprendo servizio!” Ripetei meccanicamente.
Lui rimase a fissarmi con un’aria forse ancora più disorientata della mia. Dissi:
“Da ora riprendo il mio turno di guardia. Hai capito? Lo riprendo in maniera permanente e definitiva! Non smonterò mai più dal mio servizio! Neanche se mi sparano!”
Dalla bocca del mio capo scivolarono fuori solo alcune parole:
“Tu… Tu devi essere impazzito!”
Sì.
Probabilmente aveva ragione lui.