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di Giovanni MANEA* (Gennaio 2004) |
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“Certo
che se lo avessi saputo in anticipo… Di come si sarebbe conclusa la festicciola
intendo dire…Mi sarei dato per malato. O per morto!”
Mi
limitai ad annuire. Adriano continuò dicendo:
“Dovevamo
festeggiare un compleanno in fin dei conti. Ogni festa di compleanno che
si rispetti finisce con una sbornia ciclopica. Lo sanno tutti! Questa è
una regola.”
Dissi:
“Tieni
le mani sul volante e pensa a guidare.”
Adriano
sbuffò con il vigore di una locomotiva. Poi disse:
“Non
c’è alcun pericolo. La strada è vuota come il water di uno
stitico. E poi non sono ubriaco.Come potrei esserlo? Quell’infame ci ha
dato da bere gazzosa e coca cola!”
Diede
un pugno sul cruscotto e aggiunse:
“
Ma ti rendi conto? A mezzanotte, quel verme che stavamo festeggiando, ha
avuto la brillante idea di farci vedere i suoi dannati filmini delle sue
maledette vacanze! Subito ho pensato che volesse farci uno scherzo. Ma
quello faceva sul serio! Siamo rimasti lì come due cretini, per
tre ore di fila a sorbirci…”
Ero
annoiato. E le lamentele di Adriano, per quanto sacrosante, iniziavano
a darmi sui nervi. Dissi:
“Senti:
oramai è andata così. Ha maciullato le palle a noi esattamente
come a tutti gli altri invitati. E questo è un fatto. Sono le tre
e mezza del mattino. E questo è un altro fatto. Abbiamo da percorrere
altri venti chilometri su questa provinciale. Manteniamo la giusta dose
di calma e di rassegnazione. Ok?”
Adriano
serrò le mascelle. Poi disse:
“Sì,si.
Intanto ci siamo bruciati anche questo ennesimo sabato sera. E gli abbiamo
regalato pure un orologio. Adesso avrei voglia di tornare indietro, strapparglielo
dal polso, e infilarglielo nel…”
Capii
che non aveva alcuna intenzione di smettere. Isolai i condotti uditivi,
e volsi lo sguardo sul mio lato destro. La Luna illuminava debolmente la
campagna. Era un quadro desolante. I campi fatti di terra robusta e brinata
si ammassavano uno sull’altro, senza aver nulla da esibire e tanto meno
da raccontare, in quella cruda notte d’inverno. E il continuo berciare
del mio amico non aiutava di certo a migliorare la mia visione della vita.
Una vita noiosa e cruda come quella campagna. I miei pensieri andavano
e venivano come delle folate di vento.
“Perché
non riesco a trovarmi una fidanzata? Perché non la pianto di sciupare
in questo modo il mio tempo libero? Perché non accade mai niente?
Perché…”
La
voce di Adriano imbrattò l’abitacolo con un paio di bestemmie
di intensità tale da far impallidire un indemoniato. Piegai il mio
sguardo verso quegli occhi ai quali non sfuggiva mai nulla. Dissi:
“Che
ti prende?! Cosa ti passa per la testa?!”
Il
mio amico gridò:
“Tieniti
per Dio! Ci è addosso!”
Al
di là della faccia spiritata del mio amico c’era qualcosa. Una sagoma
piatta, rischiarata dalla debole luce lunare, proveniva a velocità
sostenuta dai campi alla nostra sinistra. La intravidi solo per pochi attimi.
L’ombra scura, volando rasoterra, superò l’avvallamento del fossato
che delimitava la carreggiata, con una traiettoria che non lasciava dubbi:
era in rotta di collisione con la nostra auto. Adriano sterzò con
determinazione, ma l’impatto fu inevitabile. L’oggetto misterioso ci colpì
sul cofano e sbandammo malamente uscendo di strada. La mia testa picchiò
il finestrino laterale, per poi rimbalzare sulla nuca di Adriano. Dopo
la carambola l’auto si fermò sulla terra nera e gelata. Il motore
ragliò penosamente; si spense, mentre i fari continuarono a proiettare
la luce nel vuoto della campagna. Il mio amico aveva perso i sensi. Lo
chiamai a gran voce, scotendolo e schiaffeggiandolo. Finalmente la sua
bocca diede dei segni di vita: iniziò a macinare insulti senza posa.
Dissi:
“Cosa
è successo? Adriano! Cosa è successo?”
Si
decise a guardarmi in faccia. La sua fronte era sormontata da un bernoccolo
impressionante. Adriano mi fissava e bestemmiava. Poi con voce strozzata
disse:
“Lo
hai visto anche tu! Ci ha tagliato la strada! Guarda la mia auto!”
Il mio amico era sotto shock. Mi guardai attorno e dissi:
“Sì,
ma cosa…Chi ci è venuto addosso?”
Adriano
puntò il suo lungo indice come fosse stato una pistola. Disse:
“Quello!
È stato quel miserabile! Adesso esco e faccio piazza pulita!”
Vidi
quella cosa. Era nel fossato e sembrava uscita da un film di fantascienza.
Sentii il panico elevarsi a ondate implacabili lungo la colonna vertebrale.
Adriano scese dall’auto con la stessa foga di un toro introdotto nell’arena
in giornata di corrida. Si posizionò di fronte all’auto. Aveva le
lacrime agli occhi. Strinse i pugni e li picchiò sul cofano.
“La
mia macchina! Guarda la mia macchina! Distrutta! Distrutta!”
Mosse
alcuni passi verso la sagoma discoidale che si trovava ad una ventina di
metri da noi.
“Ehi!
Bastardo! Vieni fuori! Vieni a vedere come hai ridotto la mia macchina!
Esci!”
Attinsi
a piene mani dalla mia riserva di coraggio e uscii dall’abitacolo. Dissi:
Piantala!
Piantala…Se quello viene fuori ci disintegra!”
Il
mio compagno si voltò. La sua faccia gonfia e illuminata dai fari
pareva una maschera mostruosa. Disse:
“Ehi!
Ma da che parte stai tu?!”
“Cosa?”
Risposi incredulo.
Poi
continuai dicendo:
“Tu
sei fuori di testa. Ma ti rendi conto contro cosa abbiamo cozzato?”
Egli
reagii pestando i piedi per terra. La sua voce divenne isterica.
“Già
l’anno scorso quell’albanese del cazzo mi ha distrutto la macchina! E non
ha tirato fuori un soldo! A questo non gliela faccio passare liscia! Nossignore!
Manco per il cazzo!”
Tentai
di impormi sui suoi deliri.
“Tu
sei uscito di cervello! Quello dell’altra volta era un extracomunitario!
Questo è un extraterrestre!”
In
tutta risposta piantò le nocche sul parabrezza e diede inizio ad
un turpiloquio:
“Ehi!
Ehi! Non incominciare a tirare fuori cazzate! Non è assolutamente
una questione di razze! Tu lo sai bene che io non ho niente contro gli
extracomunitari! Io amo tutti…cinesi, albanesi, keniani e cazzi vari! Anzi,
sai cosa ti dico? Che se avessi quattro soldi da parte io adotterei molto
volentieri un bel keniano del cazzo! Anche uno di trenta, trentacinque
anni! Sissignore! Me lo porterei a casa, e gli metterei in mano la mia
carta di credito senza fare storie! Ma non è questo il punto!”
Ebbi
la netta impressione di trovarmi sull’orlo della follia. Dissi:
“Ah
no? E qual è il punto?”
L’altro
non si fece certo pregare per continuare l’esposizione del suo pensiero.
“Il
punto è che quel bastardo può anche arrivare da un’altra
galassia, ma non se ne andrà di qui senza aver compilato il foglio
amichevole! Questo è il punto!”
Non
potei far altro che ribadire la cosa più ovvia del mondo:
“Adriano,
devi calmarti. Sei sconvolto. Sei fuori di testa. Devi calmarti.”
Il
mio amico si mosse deciso. Allungò il suo mastodontico bernoccolo
verso il mio naso. Disse:
“Stammi
bene a sentire cazzone! Sei liberissimo di infischiartene di questa storia.
Puoi anche fregartene del fatto che la mia assicurazione tirerà
fuori un sacco di storie per i risarcimenti! Ma non venire a dirmi cosa
devo o cosa non devo fare! Chiaro?!”
Avevo
già visto Adriano litigare. Sapevo per esperienza che quando
dava del cazzone a qualcuno, quel qualcuno faceva meglio mettersi in disparte
e lasciar perdere il diverbio, se non voleva correre il rischio di
farsi frantumare le ossa. Si portò sul retro dell’auto scagliando
bestemmie verso i quattro angoli dell’universo. Rovistò furiosamente
nel bagagliaio. Ripartì alla carica mulinando il crick al di sopra
della testa.
“Esci
di lì, brutto porco! Esci fuori!”
Era
una situazione così folle che mi abbandonò anche la paura.
Non potevo contare nemmeno più su quella. Adriano coprì la
distanza che lo separava dal suo nuovo nemico con un scatto olimpionico.
Sferrò una decina di mazzate terrificanti sullo scafo del disco
volante. Piangeva e al contempo urlava disperato.
“Pezzo
di merda! Esci da lì! Esci da lì se sei un uomo!”
Ripetei
mentalmente:
“Se
sei un uomo?”
Poi
mi sgolai a mia volta.
“Adriano!
Porca di quella troia! Là dentro può esserci qualsiasi cosa…
Ma di sicuro non ci sono uomini! Via! Vai via da lì!”
Quando
il mio amico ebbe terminato la sua sfuriata ai danni di quell’inverosimile
mezzo spaziale, cadde in ginocchio e incominciò ad ansimare dallo
sforzo. Mi avvicinai lentamente al disco, con la stessa prudenza di un
gatto al quale venga offerto del cibo da una mano sconosciuta. Ero a pochi
metri dal mio amico. Egli continuava ad inspirare ossigeno voracemente,
restituendolo all’ambiente circostante sotto forma di bestemmie e parolacce
inventate per l’occasione. Anche se ormai non aveva alcun senso, mi sforzai
di parlare sotto voce.
“Andiamo.
Forza, alzati e andiamo via prima che ci succeda qualcosa.”
Lui
si girò verso di me. La sua intonazione non aveva più nulla
di umano.
“Andare
via dici? Sei proprio un bell’amico! Ma come? Un pezzo di merda dello spazio
mi distrugge l’automobile e tu…E tu vuoi andartene come niente fosse?”
La
sua figura massiccia si ricollocò in posizione eretta. La sua faccia
pareva la corteccia di un tronco rinsecchito. Disse:
“Tu
a questo punto mi costringi a trarre delle considerazioni di tipo pessimistico
sui nostri rapporti. Sissignore! Tu mi costringi a farlo!”
Aveva
detto proprio così. Non lo avevo mai sentito esprimersi in quel
modo. Adriano, di norma, faticava parecchio a mettere in fila tre parole
e a dar loro un senso compiuto. Infatti tutti i vuoti lessicali e di contenuto
li riempiva con bestemmie e volgarità. Lui gridava, io bisbigliavo.
Una scena davvero comica a ripensarci. Dissi:
“Ti
costringo a fare cosa? Ma ti rendi conto di dove siamo e in che casino
ci troviamo? Quelli là dentro possono uscire da un momento all’altro
con un disintegratore…Metterci dentro un panino e…”
Lui
sollecitò le proprie corde vocali fino a ottenere il massimo dei
decibel consentiti in luoghi aperti.
“Anche
tu sei un pezzo di merda! Maledetto Giuda! Quante volte ti ho parato il
culo?! Dimmelo! Quante volte?! Non lo sai nemmeno tu! E adesso, il signorino,
visto che si cacca addosso dalla paura dice che dobbiamo andarcene. E chi
se ne frega della mia macchina?! Eh!? Chi!?”
Fissai
per qualche istante quegli occhi stravolti che parevano volermi ingoiare.
Dissi:
“Ma
che t’inventi? Che vuol dire che mi hai parato…Senti bello, sono io adesso
che devo trarre delle considerazioni di tipo pessimistico al riguardo dei
nostri rapporti!”
Roteai
il mio indice come una scimitarra, perforando quell’aria che iniziava a
surriscaldarsi pericolosamente tra le nostre facce, e lo puntai come
un cannone verso l’ abnorme e orripilante bozzolo sulla sua fronte. Dissi:
“Ehi,
ma non ti è mai passato per la testa che tu senza di me ti ritroveresti
solo come un cane rognoso?! Eh?! Ma cosa credi! Anche questa sera…Credi
che ti avrebbero invitato alla festa se non ci fossi stato io? Eh?! E vogliamo
parlare di tutte le figure di merda che mi fai fare?! Lo sai che la gente
comincia ad evitarmi se sono in tua compagnia!?”
Adriano
rimase immobile. Pareva una statua. Solo il suo bernoccolo continuava a
gonfiarsi e a dimenarsi su quella fronte grande come un campo da calcio.
Aggiunsi:
“Sì,
hai capito bene quello che ho detto. Le cose stanno proprio così.
Quindi pensaci dieci volte prima di offendermi. Io sono l’unico che ha
pietà di te! Ricordatelo. Tu sei solo! Sei volgare e stupido! La
gente non ti vuole attorno! Ma lo sai che per permetterti di venire
alla festa di questa sera, ho dovuto supplicare il padrone di casa perché
invitasse anche te!? Hai capito?!”
Era
sempre immobile. Pensai che forse avevo esagerato con quelle ultime frasi.
Adriano dilatò la bocca in uno spasimo di odio. Disse:
“Sei
un bastardo! Sei un bastardo molto raffinato! Ma ora dimmi una cosa. Quando
al sabato sera andiamo in giro a bar, com’è che vanno a finire le
serate? Eh?! Non dire niente! Te lo dico io. Ti ubriachi come un imbecille!
E quando sei ubriaco come un’imbecille, cosa fai? Eh!? Incominci a rompere
le palle a chiunque incontri. Quante volte hai rischiato di prendere un
sacco di legnate? Diciamo quaranta, diciamo cinquanta volte? E chi è
che ti ha sempre difeso? Chi è che si è preso i cazzotti
al posto tuo? Eh, razza di bastardo?! Il sottoscritto! Ecco chi ti ha sempre
salvato il culo! Ti credi uno elegante, vero? Ti credi uno che sa vivere,
vero? La gente non ti evita perché sei in mia compagnia. Ti evita
perché sei un fanfarone alcolizzato del cazzo!”
Le
sue parole furono come delle coltellate. Mi avevano procurato un dolore
acuto e profondo e insopportabile al ventre. Cercai sollievo a quelle fitte
allo stomaco vomitando qualche parola:
“Sei
un figlio di puttana! Mi hai sentito Adriano? Ti ho detto che sei un figlio
di puttana!”
Mi
caricò con ferocia. Sentii la mia mascella scricchiolare. In circostanze
normali sarei finito a terra implorando pietà. Ma in quel momento
ero determinato. Molto determinato. Mi giostrai con un buon gioco di gambe,
fintai di sinistro e partii con un destro prepotente e carico di aspettative.
Centrai il bersaglio. Ma non poteva finire lì. La lucidità
venne meno a tutti e due e iniziammo a dare e ricevere colpi alla cieca.
Ci aggrappammo uno all’altro come due piovre impazzite. Rotolammo a terra
sull’erba corta e congelata, e continuammo la nostra battaglia richiamando
sulle mani tutte le nostre energie. Stavamo ancora lottando ferocemente
quando degli arti estranei, robusti e luccicanti ci separarono con violenza.
Ruotai sbalordito la testa. Gli individui che erano intervenuti erano chiaramente
gli occupanti del disco volante. Erano in quattro. Erano alti e massicci
ed indossavano degli scafandri simili ad armature. Due erano su di me.
Due su Adriano. Tentai di mettere a fuoco quelle incredibili immagini con
i miei occhi tumefatti e cerchiati dall’odio. Il mio cervello vorticava
affannosamente nel tentativo di trovare delle parole adatte da rivolgere
agli alieni. Mi serviva qualcosa di solenne. Qualcosa di storico. Un incontro
del genere non è certo cosa da tutti i giorni. Ma non me ne diedero
il tempo: iniziarono a picchiarci e a batterci come due vecchi tappeti
polverosi. Ci lasciarono sul terreno come due sacchi di immondizia. Risalirono
sul loro formidabile mezzo spaziale e decollarono agilmente in uno sfavillio
di luci colorate. Ero disteso su di un fianco e osservavo Adriano che aveva
la faccia e la pancia rivolta a terra. Si lamentava sommessamente. Non
provai nemmeno a rialzarmi, perché il più piccolo movimento
mi procurava dei dolori atroci. Anche muovere semplicemente la bocca era
molto doloroso. Ma mi sforzai comunque di parlare. “Adriano, mi senti?
Come stai?” Giunsero alle mie orecchie un paio di bestemmie forti e chiare.
Poi disse:
“Perché?
Perché ce ne hanno date così tante?”
Dissi:
“Io…Io
credo che fossero incazzati quanto te. Forse…Dal loro punto di vista…Si
sono convinti che siamo stati noi a tagliare loro la strada.”
Sputò.
Poi disse:
“E
perché diavolo ci hanno messo così tanto a uscire dal quel
coso volante?”
“Boh.”
Risposi.
Quindi
aggiunsi: “Forse subito avevano paura. Come ne avevo io.”
“O
forse stavano terminando una partita a carte, quei quattro bastardi.” Mi
fece eco.
Dissi:
“Ehi,
Adriano. Ti rendi conto? Abbiamo avuto un contatto con una civiltà
aliena. Non è incredibile?”
Tentò
di rialzarsi, ma ricadde pesantemente al suolo come fosse caduto da un
albero. Disse:
“Sai
una cosa? Avrei qualche altra considerazione di tipo pessimistico da fare.
Ma non su di te. Vorrei farla su quei quattro rotti in culo spaziali, che
oltre ad avermi distrutto la macchina mi hanno distrutto anche le ossa.”
Adriano
era così. Quelle parole ebbero il potere di farmi ridere. Le mie
mascelle erano squassate come le portiere di un’auto da demolizione, ma
non mi fu proprio possibile trattenere una lunga e fragorosa risata. A
quel punto non ci rimaneva altro da fare se non aspettare l’aiuto di un
qualche automobilista di passaggio. Anche se, vista la piega che aveva
preso la nottata, l’idea mi faceva un po’ paura: chi poteva assicurarmi
che il suddetto automobilista, invece di prestarci soccorso non avrebbe
preferito rapinarci? E in effetti andò proprio così. Ma quella
è un’altra storia.