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di Giovanni MANEA* (Febbraio 2004) |
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“Sì,sì.
Anch’io sono per la solidarietà e tutto il resto. Ma te lo ripeto:
c’è un limite a tutto!”
La
sua bocca finalmente si concesse una breve sosta. Sorrise con i suoi grandi
occhi tondi e trasparenti. Poi aggiunse candidamente:
“Non
è che mi offriresti un altro bicchiere? Eh? In nome della solidarietà,
intendo dire. Che ne dici?”
Reclinai
la testa all’indietro e fui colto da un lieve capogiro. Fissai il soffitto.
O almeno ciò che era ancora visibile: il fumo di mille sigarette
stazionava opprimente e denso in quel cielo fatto di legno. Era come la
nebbia che circondava quella porzione di pianura Padana dimenticata dal
resto del mondo in cui vivevo. Pianura nella quale avevo trascorso la maggior
parte della mia vita tra qualche matrimonio, qualche funerale e poco
d’altro ancora. Riportai lo sguardo ad altezza d’uomo. La faccia del mio
interlocutore pareva un dipinto cubista di Picasso. Dissi:
“
D’accordo professore. D’accordo. Ma questo è l’ultimo.”
Poi
come per scusarmi aggiunsi:
“Non
ho più un soldo.”
Il
professore scese con slancio dallo sgabello. Slittò sul pavimento
untuoso, sbandò su di me, e picchiò la testa sul bancone
di legno duro e scuro. Ma non esitò un solo istante per portare
a termine il suo proposito: sia pure con passo lento e instabile,
si diresse verso la fine dell’interminabile banco dove Enzo sonnecchiava
aggrappato alla cassa. L’accento autoritario del professore riecheggiò
nell’aria fuligginosa:
“Forza
buon’uomo! Altri due bicchieri del tuo vino migliore!”
Enzo
riemerse dalla fase REM, alzando lentamente la sua lucida e pesantissima
testa. Le uniche cose che davano ancora qualche testimonianza di vita su
quella faccia strangolata dal lavoro, erano i suoi baffi neri e lunghi
simili a due serpenti che parevano esistere in forma autonoma. Egli disse:
“Tra
due minuti chiudo. Il vino buono è finito. Anche quello cattivo
è finito. Ritornate domani.”
Riappoggiò
la testa sulla cassa e richiuse gli occhi. Il professore si voltò
verso di me. La sua faccia assunse una colorazione aristocratica. Poi con
lo sguardo abbracciò il vuoto desolante del locale e iniziò
a parlare come se si fosse trovato su di un podio.
“Amici,
vi prego.”
“Amici?”
Pensai divertito.
Il
bar era infatti vuoto almeno da un paio d’ore.
“Amici,
un momento di attenzione. Questo villano si rifiuta di garantirmi la giusta
soddisfazione che mi è dovuta. Tutti voi mi avete udito rilasciare
insegnamenti e perle di saggezza a piene mani. Ho chiesto forse un compenso
per tutto questo? No! Eppure il mio tempo vale tanto oro quanto pesa! Ho
chiesto solo un bicchiere e mi è stato clamorosamente negato!”
Richiamai
l’attenzione dell’oratore.
“Ah,
buona questa. Da quando il tempo ha un peso?”
Il
professore si irrigidì. Il suo sguardo divenne netto e severo. Le
sue gambe malferme ripresero la via del ritorno.
“Vediamo
cosa s’inventa adesso.” Pensai ancor più divertito.
Mi
si accostò investendomi con la sua fiatata alcolica. Disse:
“Mio
caro amico, tutto in natura ha un suo peso specifico.”
Rimanemmo
immobili a rifletterci l’uno negli occhi dell’altro per diversi secondi.
Aspettavo quasi con impazienza la continuazione del nuovo argomento. Si
inumidì le sue labbra strette e lunghe come lo erano le stringhe
delle sue scarpe fuori moda. Poi disse:
“Ovviamente
sono in grado di dimostrare quanto affermo.”
Sorrisi.
Non era un sorriso offensivo e, a scanso di equivoci, pensai di ribadirlo
con le parole.
“Ma…Sia
chiaro che non intendo insultarla, ma le sue dimostrazioni sono un po’…Come
dire…Carenti. Anche prima ha tentato di dimostrarmi che la solidarietà,
superato un certo limite, è dannosa. Ma non c’è riuscito.
Io infatti sono ancora convinto del contrario.”
Lui
appoggiò entrambe le mani sul bancone. Le esaminammo assieme. Erano
mani vecchie e dure. Sembravano di cuoio. Disse:
“Non
ci sono riuscito perché tu non hai voluto capire.”
Infilò
in tasca quei due pezzi da museo e continuò dicendo:
“Tagliamo
la testa al toro! Prendiamo ad esempio quel villano laggiù.”
Anche
se non era assolutamente necessario, lo indicò con un movimento
della testa dicendo:
“
Sì, quello là. Quello che si è rifiutato di servirmi
da bere.”
Compì
un altro fugace gesto con il mento a indicare qualcosa oltre il bancone,
e disse:
“Cosa
vedi là, tra quelle bottiglie di grappa?”
Mi
sforzai di protendere i miei occhi stanchi nel punto indicatomi. Era una
foto racchiusa in una cornice dorata. Enzo diceva che era d’oro. Dissi:
“Be’,
quello è Enzo assieme ai suoi cinque figli.”
“Molto
bene.” Disse con vero trasporto il professore.
Quindi
continuò dicendo:
“Io
non ho figli. Eppure pago le tasse affinché, tramite il sistema
delle ripartizioni solidali dello stato, i figli di quel bruto abbiano
diritto alla scuola, all’assistenza sanitaria, e tutto il resto.”
Sgranai
gli occhi ed esclamai:
“E
che c’è di male?”
Egli
fece una mezza flessione sulle gambe, e disse:
“Te
lo spiego subito! Ma come? Quel villano scopazza a destra e a manca come
un coniglio, e io devo pagare tasse esose per mantenere i frutti del suo
piacere? E che cazzo! Questo dimostra che la solidarietà e dannosa
perlomeno al mio portafoglio! Chiaro, no?”
Guardai
Enzo. I suoi baffi ondeggiarono per qualche istante. Poi più niente.
Dissi:
“Ma…D’accordo,
d’accordo. Io…Lasciamo perdere.”
“Sì,
lasciamo perdere.” Convenne il professore piuttosto contrariato.
Poi
aggiunse:
“Come
ho detto prima, il mio tempo vale tanto oro quanto pesa.”
Sottolineò
le parole tempo, e pesa, con molta enfasi. Lo guardai rapidamente di sbieco.
Intuii subito che non era ancora soddisfatto della vittoria appena ottenuta.
Capii che voleva attirarmi in un’altra trappola. Lo avevo conosciuto solo
qualche ora prima, ma oramai avevo ben compreso che con i suoi maledetti
giri di parole poteva portarmi lontano. Ma non solo lontano. Poteva portarmi
molto in alto per poi farmi precipitare. In quel momento pensai che
doveva essere sicuramente il suo passatempo preferito, guardare le sue
vittime cadere nei burroni che lui stesso scavava. “Correrò il rischio.
Ha terminato il suo combustibile.” Pensai riferendomi al vino.
“Senza
benzina non sarà in grado di percorrere ancora molta strada.” Conclusi
fiduciosamente.
Dissi:
“Su
avanti. Vedo che non sta più nella pelle. Cos’è questa storia
del peso del tempo?”
Si
illuminò. Fece scricchiolare le sue mani di corame, e disse:
“È
molto semplice. Un giorno pesa tre grammi.”
“Oh.
Tutto qui?” Dissi ironicamente.
Per
qualche istante parve un felino pronto a dare una zampata alla propria
preda. L’artigliata sulla mia schiena giunse puntuale.
“Vedi,
caro amico, il tempo non va’ né avanti, né tanto meno indietro.
Ma più semplicemente cade dall’alto verso il basso.”
Non
potei far altro che rimanere immobile. Lui continuò dicendo:
“Hai
presente una clessidra?”
Non
attese certo una mia risposta. Disse:
“I
granelli di sabbia passano dall’ampolla superiore a quella inferiore grazie
alla forza di gravità. Ogni granello ha un suo peso. Capisci? Il
tempo che deve venire non fa altro che cadere su di noi. Il tempo ha un
suo peso.”
Avrei
voluto dirgli:
“Come
no! Ubriacone della malora!”
Invece
dissi:
“E
quando l’ampolla superiore è vuota, che succede?”
Egli
con tono grave rispose:
“Quando
questo accade è la fine del vostro tempo. Tanto il tuo, tanto quello
di quel villano laggiù.”
Tentai
di contestare l’affermazione. Ma il professore continuò a marciare
spedito per la sua strada.
“Il
tempo è una serie di ampolle disposte in cerchio l’una collegata
all’altra. Le quantità di tempo, e ti ricordo che ogni quantità
di qualcosa ha un peso, passa nell’ampolla successiva. Da lì prosegue
il suo viaggio sino a ritornare al punto di partenza. Per poi ripartire
nuovamente in un movimento senza fine.”
Scossi
la testa come un mulo indispettito. Ridacchiai. Era una risata di scherno.
Dissi:
“Fantasioso.
Molto fantasioso. Complimenti.”
Mi
si avvicinò all’orecchio. Bisbigliò.
“Io
mi sono aggrappato a uno di quei granelli di tempo. Ho perso il conto dei
numeri di giri che ho compiuto sulla clessidra circolare.”
Scesi
dallo sgabello. Le mie gambe intorpidite avevano voglia di rimettersi in
funzione prendendolo a calci nel sedere. Mi limitai a dire:
“Credo
sia ora di andare a casa.”
I
suoi occhi chiari e carichi di elettricità mi si incollarono addosso.
Disse:
“Non
mi credi vero? Il mio tempo sta per scivolare, ma…forse…”
Infilò
una mano in tasca e iniziò a rovistarvi dentro. Terminata la breve
ricerca portò la sua mano chiusa di fronte ai miei occhi. Aprì
lentamente il pugno. Sul palmo vi era una piccola sfera luccicante. La
sfera scintillava vivace nei miei occhi sbalorditi, facendo dondolare i
miei pensieri tra uno stato d’animo di meraviglia e uno strano senso di
inquietudine. Dissi:
“Posso
toccarla?”
Il
professore ritrasse la mano esclamando:
“No!
Ora non puoi!”
Mi
girai verso il barista. Dormiva profondamente. Poi riportai tutta la mia
attenzione nuovamente verso il professore. La sua faccia era quella di
un uomo trionfante. Disse:
“Niente
male vero? Pensa, se tu prima avessi avuto un po’ più di fede in
quanto ti dicevo, ti avrei lasciato toccarla. E se tu lo avessi voluto,
ti avrei portato con me.”
In
quel momento dovevo avere senza dubbio un’aria vecchia e stinta come i
pantaloni che indossavo. Dissi:
“Professore
cos’è quella roba?”
Me
la riportò di fronte. La sua voce era raggiante.
“Questo
è uno di quei granelli di sabbia di cui ti parlavo. Io giro con
lui attraverso la grande clessidra che chiamiamo tempo.”
Fui
colto da un altro lieve capogiro. Fui costretto a risedermi sul vecchio
sgabello di legno consunto che si trovava alle mie spalle. Dissi:
“È
forse uno scherzo?”
Lui
rispose:
“Continui
a non credere, vero?”
Divenne
serio, quasi preoccupato. Aggiunse:
“Questa
sfera è un passaporto per l’eternità.”
Mi
tesi verso di lui, facendo scricchiolare le mie ossa unitamente al legno
martoriato da mille e più sederi sul quale mi ero appollaiato. Dissi:
“Dove
l’ha trovata?”
Con
tono solenne egli rispose:
“È
tardi. Il granello sta scivolando. Pesa solo tre grammi come ti ho
già detto prima. Ma quando sta per passare nell’ampolla successiva,
grazie alla forza di caduta, acquista velocità e aumenta notevolmente
di peso. Già ora lo sto trattenendo a fatica.”
Chiuse
entrambi le mani sulla piccola sfera. Le sue braccia si piegarono verso
il pavimento. Il professore disse:
“Peccato
che tu sia uno senza fede. Devo andare. Addio.”
Doveva
essere pesantissima la sfera in quel momento. Essa trascinò l’uomo
verso il basso. Vidi il professore immergersi nel pavimento come se si
fosse tuffato a pesce in uno specchio d’acqua. Scomparve. Andai con le
mani a tastare quelle mattonelle che lo avevano inghiottito. Erano fredde,
e sporche, e probabilmente stanche di essere calpestate. Ma erano indubbiamente
solide e resistenti. Esse componevano un pavimento robusto e orgoglioso.
Un pavimento che, ne ero certo, non si sarebbe mai arreso di fronte all’attacco
di un uomo. Non di un uomo qualsiasi almeno. Chiamai Enzo. Poi lo richiamai.
Ma nemmeno i suoi baffi sempre decisi e vigili mi risposero. Ero l’unico
testimone. Ritornai sullo sgabello. Appoggiai la testa sul bancone,
e la ricoprii con le mie braccia. Piansi. Il professore era stato chiaro:
se avessi avuto un po’ di fede in lui, mi avrebbe portato via da lì.
Lontano da quel tempo, lontano da quella pianura, e soprattutto lontano
dal solito modo di ragionare. Ripensai per qualche istante a quanto aveva
detto il professore sul tema della solidarietà. Quanto aveva detto
era dannatamente bizzarro.
“Mah!
Forse uno che viaggia nella grande clessidra del tempo può permettersi
qualsiasi genere di dissertazione.”
Pensai
tra l’amareggiato e il dilettato. Le ore passarono. O meglio: caddero.
Ora sapevo per certo che cadevano. Enzo continuava a dormire. Io continuavo
a rimuginare pensieri, studiando con cura le sottili venature del bancone
sul quale avevo passato almeno metà della mia vita. Mi convinsi
che il professore stava cercando compagnia per proseguire il suo interminabile
pellegrinaggio. Pensai che quello strano individuo mi aveva messo alla
prova con i suoi strani discorsi. Evidentemente stava cercando qualcuno
pronto a ribaltare il proprio modo di vedere il mondo, così…su due
piedi. Uno che fosse in grado di seguire dei percorsi singolari senza
riportare conseguenze. Ma io non avevo superato l’esame. Non ero pronto.
Mi aveva colto di sorpresa. Ed era davvero difficile poter credere che
sarebbe potuto giungere dalle mie parti un altro professore. Davvero molto
difficile.