Brevi storie ...



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Spostamenti singolari
di Giovanni MANEA*
(Febbraio 2004)
* 36 anni, coniugato, per campare lavora in una piccola industria metalmeccanica, è un buon bevitore di birra e legge di tutto praticamente da sempre. Quasi ci dimenticavamo: ogni tanto scrive qualche racconto.

“Sì,sì. Anch’io sono per la solidarietà e tutto il resto. Ma te lo ripeto: c’è un limite a tutto!”
 La sua bocca finalmente si concesse una breve sosta. Sorrise con i suoi grandi occhi tondi e trasparenti. Poi aggiunse candidamente:
 “Non è che mi offriresti un altro bicchiere? Eh? In nome della solidarietà, intendo dire. Che ne dici?”
 Reclinai la testa all’indietro e fui colto da un lieve capogiro. Fissai il soffitto. O almeno ciò che era ancora visibile: il fumo di mille sigarette stazionava opprimente e denso in quel cielo fatto di legno. Era come la nebbia che circondava quella porzione di pianura Padana dimenticata dal resto del mondo in cui vivevo. Pianura nella quale avevo trascorso la maggior parte della mia vita tra qualche matrimonio,  qualche funerale e poco d’altro ancora. Riportai lo sguardo ad altezza d’uomo. La faccia del mio interlocutore pareva un dipinto cubista di Picasso. Dissi:
“ D’accordo professore. D’accordo. Ma questo è l’ultimo.”
 Poi come per scusarmi aggiunsi:
 “Non ho più un soldo.”
 Il professore scese con slancio dallo sgabello. Slittò sul pavimento untuoso, sbandò su di me, e picchiò la testa sul bancone di legno duro e scuro.  Ma non esitò un solo istante per portare a termine il suo proposito: sia pure con passo  lento e instabile, si diresse verso la fine dell’interminabile banco dove Enzo sonnecchiava aggrappato alla cassa. L’accento autoritario del professore riecheggiò nell’aria fuligginosa:
 “Forza buon’uomo! Altri due bicchieri del tuo vino migliore!”
 Enzo riemerse dalla fase REM, alzando lentamente la sua lucida e pesantissima testa. Le uniche cose che davano ancora qualche testimonianza di vita su quella faccia strangolata dal lavoro, erano i suoi baffi neri e lunghi simili a due serpenti che parevano esistere in forma autonoma. Egli disse:
 “Tra due minuti chiudo. Il vino buono è finito. Anche quello cattivo è finito. Ritornate domani.”
 Riappoggiò la testa sulla cassa e richiuse gli occhi. Il professore si voltò verso di me. La sua faccia assunse una colorazione aristocratica. Poi con lo sguardo abbracciò il vuoto desolante del locale e iniziò a parlare come se si fosse trovato su di un podio.
“Amici, vi prego.”
 “Amici?” Pensai divertito.
 Il bar era infatti vuoto  almeno da un paio d’ore.
 “Amici, un momento di attenzione. Questo villano si rifiuta di garantirmi la giusta soddisfazione che mi è dovuta. Tutti voi mi avete udito rilasciare insegnamenti e perle di saggezza a piene mani. Ho chiesto forse un compenso per tutto questo? No! Eppure il mio tempo vale tanto oro quanto pesa! Ho chiesto solo un bicchiere e mi è stato clamorosamente negato!”
 Richiamai l’attenzione dell’oratore.
“Ah, buona questa. Da quando il tempo ha un peso?”
 Il professore si irrigidì. Il suo sguardo divenne netto e severo. Le sue gambe malferme ripresero la via del ritorno.
 “Vediamo cosa s’inventa adesso.” Pensai ancor più divertito.
 Mi si accostò investendomi con la sua fiatata alcolica. Disse:
 “Mio caro amico, tutto in natura ha un suo peso specifico.”
 Rimanemmo immobili a rifletterci l’uno negli occhi dell’altro per diversi secondi. Aspettavo quasi con impazienza la continuazione del nuovo argomento. Si inumidì le sue labbra strette e lunghe come lo erano le stringhe delle sue scarpe fuori moda. Poi disse:
 “Ovviamente sono in grado di dimostrare quanto affermo.”
 Sorrisi. Non era un sorriso offensivo e, a scanso di equivoci, pensai di ribadirlo con le parole.
 “Ma…Sia chiaro che non intendo insultarla, ma le sue dimostrazioni sono un po’…Come dire…Carenti. Anche prima ha tentato di dimostrarmi che la solidarietà, superato un certo limite, è dannosa. Ma non c’è riuscito. Io infatti sono ancora convinto del contrario.”
 Lui appoggiò entrambe le mani sul bancone. Le esaminammo assieme. Erano mani vecchie e dure. Sembravano di cuoio. Disse:
 “Non ci sono riuscito perché tu non hai voluto capire.”
 Infilò in tasca quei due pezzi da museo e continuò dicendo:
 “Tagliamo la testa al toro! Prendiamo ad esempio quel villano laggiù.”
 Anche se non era assolutamente necessario, lo indicò con un movimento della testa dicendo:
 “ Sì, quello là. Quello che si è rifiutato di servirmi da bere.”
 Compì un altro fugace gesto  con il mento a indicare qualcosa oltre il bancone, e disse:
“Cosa vedi là, tra quelle bottiglie di grappa?”
 Mi sforzai di protendere i miei occhi stanchi nel punto indicatomi. Era una foto racchiusa in una cornice dorata. Enzo diceva che era d’oro. Dissi:
 “Be’, quello è Enzo assieme ai suoi cinque figli.”
 “Molto bene.” Disse con vero trasporto il professore.
 Quindi continuò dicendo:
 “Io non ho figli. Eppure pago le tasse affinché, tramite il sistema delle ripartizioni solidali dello stato, i figli di quel bruto abbiano diritto alla scuola, all’assistenza sanitaria, e tutto il resto.”
 Sgranai gli occhi ed esclamai:
 “E che c’è di male?”
 Egli fece una mezza flessione sulle gambe, e disse:
“Te lo spiego subito! Ma come? Quel villano scopazza a destra e a manca come un coniglio, e io devo pagare tasse esose per mantenere i frutti del suo piacere? E che cazzo! Questo dimostra che la solidarietà e dannosa perlomeno al mio portafoglio! Chiaro, no?”
 Guardai Enzo. I suoi baffi ondeggiarono per qualche istante. Poi più niente. Dissi:
 “Ma…D’accordo, d’accordo. Io…Lasciamo perdere.”
 “Sì, lasciamo perdere.” Convenne il professore piuttosto contrariato.
 Poi aggiunse:
 “Come ho detto prima, il mio tempo vale tanto oro quanto pesa.”
 Sottolineò le parole tempo, e pesa, con molta enfasi. Lo guardai rapidamente di sbieco. Intuii subito che non era ancora soddisfatto della vittoria appena ottenuta. Capii che voleva attirarmi in un’altra trappola. Lo avevo conosciuto solo qualche ora prima, ma oramai avevo ben compreso che con i suoi maledetti giri di parole poteva portarmi lontano. Ma non solo lontano. Poteva portarmi molto in alto per poi farmi precipitare.  In quel momento pensai che doveva essere sicuramente il suo passatempo preferito, guardare le sue vittime cadere nei burroni che lui stesso scavava. “Correrò il rischio. Ha terminato il suo combustibile.” Pensai riferendomi al vino.
 “Senza benzina non sarà in grado di percorrere ancora molta strada.” Conclusi fiduciosamente.
 Dissi:
 “Su avanti. Vedo che non sta più nella pelle. Cos’è questa storia del peso del tempo?”
 Si illuminò. Fece scricchiolare le sue mani di corame, e disse:
 “È molto semplice. Un giorno pesa tre grammi.”
 “Oh. Tutto qui?” Dissi ironicamente.
 Per qualche istante parve un felino pronto a dare una zampata alla propria preda. L’artigliata sulla mia schiena giunse puntuale.
 “Vedi, caro amico, il tempo non va’ né avanti, né tanto meno indietro. Ma più semplicemente cade dall’alto verso il basso.”
 Non potei far altro che rimanere immobile. Lui continuò dicendo:
 “Hai presente una clessidra?”
 Non attese certo una mia risposta. Disse:
 “I granelli di sabbia passano dall’ampolla superiore a quella inferiore grazie alla forza di gravità. Ogni granello ha un suo peso. Capisci? Il tempo che deve venire non fa altro che cadere su di noi. Il tempo ha un suo peso.”
 Avrei voluto dirgli:
 “Come no! Ubriacone della malora!”
 Invece dissi:
 “E quando l’ampolla superiore è vuota, che succede?”
 Egli con tono grave rispose:
 “Quando questo accade è la fine del vostro tempo. Tanto il tuo, tanto quello di quel villano laggiù.”
 Tentai di contestare l’affermazione. Ma il professore continuò a marciare spedito per la sua strada.
“Il tempo è una serie di ampolle disposte in cerchio l’una collegata all’altra. Le quantità di tempo, e ti ricordo che ogni quantità di qualcosa ha un peso, passa nell’ampolla successiva. Da lì prosegue il suo viaggio sino a ritornare al punto di partenza. Per poi ripartire nuovamente in un movimento senza fine.”
 Scossi la testa come un mulo indispettito. Ridacchiai. Era una risata di scherno. Dissi:
 “Fantasioso. Molto fantasioso. Complimenti.”
 Mi si avvicinò all’orecchio. Bisbigliò.
 “Io mi sono aggrappato a uno di quei granelli di tempo. Ho perso il conto dei numeri di giri che ho compiuto sulla clessidra circolare.”
 Scesi dallo sgabello. Le mie gambe intorpidite avevano voglia di rimettersi in funzione prendendolo a calci nel sedere. Mi limitai a dire:
 “Credo sia ora di andare a casa.”
 I suoi occhi chiari e carichi di elettricità mi si incollarono addosso. Disse:
 “Non mi credi vero? Il mio tempo sta per scivolare, ma…forse…”
 Infilò una mano in tasca e iniziò a rovistarvi dentro. Terminata la breve ricerca portò la sua mano chiusa di fronte ai miei occhi. Aprì lentamente il pugno. Sul palmo vi era una piccola sfera luccicante. La sfera scintillava vivace nei miei occhi sbalorditi, facendo dondolare i miei pensieri tra uno stato d’animo di meraviglia e uno strano senso di inquietudine. Dissi:
 “Posso toccarla?”
 Il professore ritrasse la mano esclamando:
 “No! Ora non puoi!”
 Mi girai verso il barista. Dormiva profondamente. Poi riportai tutta la mia attenzione nuovamente verso il professore. La sua faccia era quella di un uomo trionfante. Disse:
 “Niente male vero? Pensa, se tu prima avessi avuto un po’ più di fede in quanto ti dicevo, ti avrei lasciato toccarla. E se tu lo avessi voluto, ti avrei portato con me.”
 In quel momento dovevo avere senza dubbio un’aria vecchia e stinta come i pantaloni che indossavo. Dissi:
 “Professore cos’è quella roba?”
 Me la riportò di fronte. La sua voce era raggiante.
“Questo è uno di quei granelli di sabbia di cui ti parlavo. Io giro con lui attraverso la grande clessidra che chiamiamo tempo.”
 Fui colto da un altro lieve capogiro. Fui costretto a risedermi sul vecchio sgabello di legno consunto che si trovava alle mie spalle. Dissi:
 “È forse uno scherzo?”
 Lui rispose:
“Continui a non credere, vero?”
 Divenne serio, quasi preoccupato. Aggiunse:
 “Questa sfera è un passaporto per l’eternità.”
 Mi tesi verso di lui, facendo scricchiolare le mie ossa unitamente al legno martoriato da mille e più sederi sul quale mi ero appollaiato. Dissi:
 “Dove l’ha trovata?”
 Con tono solenne egli rispose:
 “È tardi. Il granello sta scivolando. Pesa solo tre  grammi come ti ho già detto prima. Ma quando sta per passare nell’ampolla successiva, grazie alla forza di caduta, acquista velocità e aumenta notevolmente di peso. Già ora lo sto trattenendo a fatica.”
 Chiuse entrambi le mani sulla piccola sfera. Le sue braccia si piegarono verso il pavimento. Il professore disse:
 “Peccato che tu sia uno senza fede. Devo andare. Addio.”
 Doveva essere pesantissima la sfera in quel momento. Essa trascinò l’uomo verso il basso. Vidi il professore immergersi nel pavimento come se si fosse tuffato a pesce in uno specchio d’acqua. Scomparve. Andai con le mani a tastare quelle mattonelle che lo avevano inghiottito. Erano fredde, e sporche, e probabilmente stanche di essere calpestate. Ma erano indubbiamente solide e resistenti. Esse componevano un pavimento robusto e orgoglioso. Un pavimento che, ne ero certo, non si sarebbe mai arreso di fronte all’attacco  di un uomo. Non di un uomo qualsiasi almeno. Chiamai Enzo. Poi lo richiamai. Ma nemmeno i suoi baffi sempre decisi e vigili mi risposero. Ero l’unico testimone. Ritornai sullo sgabello.  Appoggiai la testa sul bancone, e la ricoprii con le mie braccia. Piansi. Il professore era stato chiaro: se avessi avuto un po’ di fede in lui, mi avrebbe portato via da lì. Lontano da quel tempo, lontano da quella pianura, e soprattutto lontano dal solito modo di ragionare. Ripensai per qualche istante a quanto aveva detto il professore sul tema della solidarietà. Quanto aveva detto era dannatamente bizzarro.
“Mah! Forse uno che viaggia nella grande clessidra del tempo può permettersi qualsiasi genere di dissertazione.”
Pensai tra l’amareggiato e il dilettato. Le ore passarono. O meglio: caddero. Ora sapevo per certo che cadevano. Enzo continuava a dormire. Io continuavo a rimuginare pensieri, studiando con cura le sottili venature del bancone sul quale avevo passato almeno metà della mia vita.  Mi convinsi che il professore stava cercando compagnia per proseguire il suo interminabile pellegrinaggio. Pensai che quello strano individuo mi aveva messo alla prova con i suoi strani discorsi. Evidentemente stava cercando qualcuno pronto a ribaltare il proprio modo di vedere il mondo, così…su due piedi. Uno che fosse in grado di seguire dei percorsi singolari  senza riportare conseguenze. Ma io non avevo superato l’esame. Non ero pronto. Mi aveva colto di sorpresa. Ed era davvero difficile poter credere che sarebbe potuto giungere dalle mie parti un altro professore. Davvero molto difficile.
 

Giovanni MANEA
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