Brevi
storie ...
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essere riprodotte senza il consenso degli stessi.
Pancetta
affumicata
di
Michele Nigro*
(Marzo
2004)
|
* Michele
Nigro è nato a Castellammare di Stabia (Na) il 21-05-1971 e dopo
aver vissuto i suoi primi sette anni nella mitica Pompei, si trasferisce
nel 1978 con la famiglia a Battipaglia (Sa) dove risiede tutt’ora… Trascorsa
un’infanzia relativamente anonima tra la parrocchia e i boy scout (la meravigliosa
avventura scout gli rivelerà i mille e più orizzonti romantici
della vita a contatto con la natura), si andrà ad impelagare nel
1990 in una contorta vicenda universitaria iscrivendosi alla Facoltà
di Medicina Veterinaria dell’ateneo fredericiano di Napoli.
Da
sempre appassionato di cinema, musica e letteratura, non disdegna le fughe
in bicicletta e le escursioni con gli amici.
Estimatore
incondizionato di Franco Battiato, possiede quasi tutto del cantautore
e ogni anno partecipa almeno ad uno dei suoi concerti.
Da
poco ha dato vita, insieme ad altri amici battipagliesi, alla rivista letteraria
“Nugae – Scritti Autografi” - scrittiautografi@tiscali.it
con cui cerca di “stanare” i vari scrittori esordienti e chi considera
la scrittura come un semplice strumento catartico senza per questo avere
scopi editoriali e di successo… La rivista si occupa di poesia, prosa e
saggistica… Tra non molto, diventando Onlus, “Nugae”cercherà di
fare breccia nel tessuto cittadino proponendo la scrittura autogestita
e autofinanziata quale mezzo sociale per sublimare nella scrittura stessa
le proprie speranze, paure, desideri, ricordi…
Michele
partecipa a concorsi letterari nazionali sia con racconti di fantascienza
e sia con scritti che abbracciano le varie componenti della personalità
umana: dalla memoria ai racconti visionari; dalla descrizione apparentemente
ovvia del quotidiano all’invettiva nei confronti dei fatti attuali…
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“Pancetta
affumicata!” Fu questo l’ordine ferreo che formulò Ingrid con lo
sguardo rivolto verso i pulsanti luminosi del replicatore molecolare.
I “REPLIHOME” – questo il nome commerciale dei replicatori - erano in dotazione
all’equipaggio e alle migliaia di abitanti della stazione spaziale “Jupiter
III” orbitante intorno a Giove.
Vi
era un replicatore in ogni “appartamento”: uno per ogni nucleo familiare.
Avevano pensato anche alle esigenze dei numerosi single con la comoda serie
“RepliSolitude”. Il problema non era tanto il dover replicare la pancetta,
in quanto il file “grassi” era piuttosto avanzato, ma le complicazioni
nascevano nel momento in cui si dovevano riprodurre gli aromi dell’affumicatura.
Per affumicare certi prodotti occorrono legni particolari da far bruciare
lentamente per produrre fumo denso e senza superare determinate temperature.
Ingrid
non aveva mai visto un albero perché i suoi genitori partirono per
Giove ancor prima di conoscersi e sposarsi : quindi figuriamoci che cosa
ne poteva sapere di legni per l’affumicatura delle pancette..! Per non
parlare delle sue conoscenze sui maiali d’allevamento: l’unica foto di
un grosso e grasso maiale di razza Landrace l’aveva vista in un file di
paleozootecnia alle scuole elementari nel settore K-12 della stazione.
Ingrid
aveva 25 anni ed era una bella ragazza di origini terrestri con tre lauree
in ingegneria e una “insana” passione più volte contrastata dai
genitori e dai tutori di “Jupiter III” : l’archeologia gastronomica.
Tutto
cominciò quando Ingrid conobbe Bob, un “camionista” androide, assiduo
frequentatore della rotta Giove-Terra e con il compito, come tanti altri
androidi programmati simili a lui, di mantenere i contatti commerciali
tra la stazione “Jupiter III” e il congestionato pianeta Terra.
Molte
cose venivano replicate presso la stazione, ma molte altre dovevano essere
“importate” dalla Terra tramite viaggi spaziali della durata di mesi (e
non di anni, grazie alle nuove velocità ottenute dai traguardi scientifici
e tecnici del 23° secolo !!!). Nonostante il progresso si pensò
ugualmente di usare androidi come Bob, con una vita artificiale lunghissima
e senza stupide nostalgie per una casa che non esisteva. E soprattutto
senza il rischio di versare lacrime su una patetica foto di famiglia con
tanto di moglie e figli sorridenti durante una gita sulla Terra nei bio-parchi
di Futureland.
Unico
compito: pilotare gli astro-tir della Compagnia senza aver bisogno di delicate
ibernazioni e senza correre il rischio di impazzire dopo mesi di viaggio.
L’ultima volta che Bob era stato sulla stazione aveva ricevuto un ordine
clandestino da Ingrid: “…Portami dalla Terra un libro di cucina, preferibilmente
con ricette italiane..!” e guardandosi intorno per paura che qualcuno della
sicurezza la sentisse, aggiunse : ”…Non farti scoprire da quelli del Reparto
Anti-Nostalgia, altrimenti per te è finita..!” E poi avvicinando
la bocca al sensore uditivo di Bob, con gli occhi stretti e le labbra come
quelle di chi riproduce l’atmosfera di una minaccia, concluse : “Sarebbero
capaci di formattarti la memoria androide e sicuramente ti cambierebbero
di rotta…!”
Il
Reparto Anti-Nostalgia nacque quando i primi coloni giunsero dalla Terra
nel lontanissimo 2175 – anno della migrazione interplanetaria – ed ebbe
in affidamento la missione chirurgica di estirpare ogni forma di nostalgia
nei confronti della Terra da parte dei coloni.
“Una
nuova vita, una nuova mente”: questo il motto dei funzionari del Reparto.
Ma
quale nostalgia poteva nutrire Ingrid se non aveva mai visto un albero,
un fiore, un animale, un ruscello…? E soprattutto quale nostalgia poteva
avere una ragazza concepita nello spazio , nata in una nursery con vista
sulla Grande Macchia Rossa di Giove ed allevata con omogeneizzati sintetici
? Eppure da quando aveva ricevuto quel libro di cucina italiana,
grazie all’abile “contrabbando spaziale” di Bob, la sua vita era cambiata.
I suoi amici non la riconoscevano più ed erano piuttosto preoccupati
per alcuni suoi atteggiamenti nei confronti soprattutto del cibo. La sera
“uscivano” per andare al solito “pub biotecnologico” dove si riunivano
tutti i giovani della stazione e il robot che stava al bancone serviva
saporite creme di carne sintetica e integratori vitaminici con bollicine
artificiali… Spesso Ingrid rimaneva assorta nei suoi pensieri e osservava
la crema di carne scivolare flaccida dal cucchiaio mentre i suoi amici
ridevano e scherzavano parlando degli esami all’Accademia Interplanetaria
e della difficile prova al computer di Esobiologia. Ingrid aveva già
dato il meglio di sè all’università: con le sue tre lauree
poteva anche permettersi di distrarsi mentre i suoi amici parlavano. Ma
la sua distrazione era di altra natura: erano mesi che ormai Ingrid tentava
di riprogrammare clandestinamente il replicatore molecolare del suo appartamento
e grazie al libro di Bob, intitolato “L’Italia a tavola” (un’edizione ingiallita
del 2024!), aveva fatto breccia nei misteri della cucina casalinga e, con
la scusa di volersi aggiornare sulle tecniche di coltivazione idroponica
per un inesistente dottorato di ricerca in paleobotanica, aveva riprodotto
nei magazzini della stazione (con il rischio di essere beccata dalle
telecamere della sicurezza) una rachitica pianta di “pomodori”: frutti
lucenti di colore rosso della Solanum lycopersicum, una strana pianta già
da tempo estinta sulla Terra ma ancora in memoria negli archivi botanici
della stazione. Dopo questi primi successi biotecnologici, Ingrid si impegnò
duramente per replicare anche il “grano” da cui ricavare la “farina” (una
polvere biancastra ottenuta dal traumatico schiacciamento dei chicchi di
grano). E il “peperoncino”: un parente alla larga del pomodoro che aveva
una caratteristica assolutamente straordinaria e mai provata né
da Ingrid, né da qualsiasi altro abitante della stazione orbitante.
Solo uno dei più vecchi coloni giunti dalla Terra una volta si lasciò
sfuggire qualche frase entusiasta sulla “leggenda del peperoncino”. Il
vecchio era uno degli ultimi piloti d’astronave “umani” in pensione e alla
veneranda età di 98 anni poco gli importava delle leggi che vietavano
l’istigazione alla nostalgia e così spesso si sfogava con Ingrid
: “…Che vengano pure a prendermi quei bastardi del Reparto Anti-Nostalgia!!!
Sai quanto me ne può importare di essere imprigionato…!?” E così
dicendo ricordava, con lo sguardo perso nell’oceano di stelle che si spostavano
lentissime nell’oblò e felicemente ignare della umana legge di gravitazione
universale, il periodo di detenzione scontato presso le miniere di solipsite
sull’asteroide Reo IV.
L’esperienza
detentiva fu causata da una poesia declamata con l’interfono della stazione
dopo una sbronza presa con gli amici del circolo piloti che avevano messo
le mani su una partita sequestrata di neurobirra prodotta dai monaci marziani
di una delle più antiche colonie missionarie del pianeta rosso.
Il componimento voleva celebrare l’infatuante incontro con la nuova ragazza
addetta alla sala ologrammi del livello Z-45 :
Nel
silenzio del cosmo
il
mio cuore ibernato
ha
scoperto una stella
che
brilla solo per me.
Perfetti
i suoi seni
come
gli anelli di Xilon.
Rosse
le labbra
più
dei vulcani di Protyn.
Simili
alla nebulosa di Aberom
i
suoi morbidi capelli…
Traccerò
nuove rotte
verso
le costellazioni
della
sua passione…
E
il vento solare
non
mi sorprenderà più
sulle
spiagge interstellari
della
fredda solitudine.
Amava
quella poesia… Anche se le conseguenze non furono piacevoli: tre anni a
scavare nelle miniere. Motivo della condanna: “pubblica istigazione a relazioni
improduttive.”
E
poi il vecchio, rinvenendo dai suoi ricordi di gioventù, si confidava
con Ingrid assumendo un tono più familiare e garbato come farebbe
un qualsiasi nonno nel raccontare una favola alla sua nipotina: “…Prima
di partire per Giove, tanti e tanti anni fa, sentii parlare del peperoncino
e delle sue strane virtù…Dicevano che potesse infiammare la bocca
in maniera insopportabile e che nessun liquido fosse capace di calmare
quel bruciore che passava solo dopo alcuni minuti…Alcuni lacrimavano per
la forte sensazione, rimanendo a bocca aperta. E guai se qualcuno si strofinava
gli occhi dopo averlo sbriciolato con le mani..! Ah,ah,ah..!” – rise il
vegliardo – “In quei secoli la gente si divertiva con poco!”
E
poi con aria affranta aggiungeva: “Sai figliola, io non so se queste cose
siano vere perché prima della mia partenza dalla Terra molte piante
ed animali erano già estinti e quindi quello che so mi è
stato tramandato da chi era vecchio all’epoca della mia giovinezza…!” Ma
Ingrid aveva fede e anche se le immagini dell’archivio botanico non confermavano
le cose dette dal vecchio, presto avrebbe sperimentato gli effetti lei
stessa e ogni dubbio sarebbe sparito…Ormai Ingrid, grazie anche alla sua
ineccepibile cultura ingegneristica e alla sua curiosa e fervida intelligenza,
aveva capito come riprogrammare il replicatore e ricreare le cellule vegetali
e animali da cui ricavare i prodotti che le servivano per uno dei più
audaci esperimenti di archeologia gastronomica mai tentati nella
storia delle esplorazioni interplanetarie. Tutti i suoi studi sulla replicazione
delle piante estinte avevano avuto un eccellente successo. Cipolla, peperoncino,
pomodori, farina di grano e quindi “la pasta”: un materiale ricavato dall’unione
della farina con l’acqua, dapprima molle e poi solido , a cui si poteva
dare qualsiasi forma. Ingrid osservò attentamente l’immagine del
libro di cucina e con le mani sporche di farina cercava di ricreare quella
strana pasta molto simile ai tubi di plastica usati nei circuiti elettrici
della stazione. Con la sola differenza che questo tubo era tagliato in
tante piccole sezioni uguali tra loro ed il taglio era obbliquo. Chissà
perché sul libro c’era scritto “penne”…Non avevano certo la forma
di quegli antichi strumenti con cui scrivevano nel ventesimo secolo! Passarono
alcune ore e quel tubo di pasta tagliato si era solidificato in tante penne.
Tutto era pronto: mancava solo quel dannato ingrediente che il computer
del replicatore non riusciva a processare : la pancetta affumicata.
Ingrid
rielaborò i dati intensificando il fattore fumo e cercando di rendere
il più realistico possibile il rapporto casuale tra “magro” e “parte
grassa”…Il linguaggio di Ingrid era ormai compromesso e a volte si ritrovava
a parlare da sola dinnanzi al computer discutendo di “pancetta magra” e
“pancetta grassa”…”Quale percentuale di grasso devo introdurre e quale
di magro?” si domandava dubbiosa. Lasciò decidere alle leggi del
caos e fornì al computer una provvida equità tra grasso e
magro…
I
dati erano pronti per l’ennesima volta. Le altre volte aveva ottenuto solo
liquami grassi puzzolenti o blocchi di pseudocarne disidratata… A volte
sbagliava la percentuale di acqua; altre volte dimenticava di introdurre
nel programma lo schema del tessuto adiposo dei suini…L’impresa era difficile,
ma più sbagliava e più lei imparava dai suoi errori. Spesso
si fermava scoraggiata interrogandosi : “…Ma perché devo rischiare
la prigione cercando di ricreare un alimento fatto con piante e animali
estinti?” E poi continuava: “…devo essere impazzita per perdere tempo con
questa archeologia gastronomica mentre i miei colleghi ingegneri si danno
da fare per progettare nuovi metodi di estrazione dei metalli dalle lune
di Giove!”
Ingrid
ripensava ai racconti che giungevano sulla stazione e che riguardavano
le condizioni di vita nella prigione interplanetaria su Europa…Non era
certamente attirata dal fatto che una condanna del Reparto Anti-Nostalgia
l’avrebbe rovinata sia dal punto di vista della carriera che dal punto
di vista sociale…Ammesso che si potesse parlare di “società” dal
momento che tutti pensavano di essere liberi in quel mondo artificiale
orbitante intorno ad un pianeta inospitale, ma nessuno era veramente libero
di fare ciò che voleva e le personalità erano da tempo assopite
sotto i colpi di un sistema che doveva controllare centinaia di persone
senza che queste potessero esprimere velleità di alcun tipo. Tutti
erano vestiti uguali in modo tale da non consumare energia per produrre
abiti poco funzionali e inutili; tutti dovevano mangiare lo stesso fluido
proteico al quale avevano osato dare il nome di “carne” e tutti dovevano
vivere una vita concentrandosi su un unico, grande, necessario scopo: scoprire
nuove fonti di energia nello spazio. Ormai erano decenni che Giove costituiva
la mèta ambita di industriali, scienziati e tecnici…Ma per scendere
su un pianeta inospitale come Giove e sui suoi satelliti, occorreva formare
una classe di scienziati e di tecnici tutti tesi verso quel unico grande
obiettivo. Quindi come poteva trovare consensi in una tale comunità
di esseri uniformati, un desiderio così semplice ma dispendioso
: le penne all’arrabbiata ?
Questa
volta i dati erano giusti e Ingrid non poteva sostenere altre ore interminabili
di esperimenti davanti al computer. Doveva funzionare assolutamente! Diciamo
pure che Ingrid aveva ereditato perfettamente la disciplina ferrea e quella
concentrazione maniacale tipica di chi lavora nello spazio. Quando ti trovi
a milioni di chilometri dalla Terra e la vita di centinaia di persone è
affidata ai tuoi calcoli matematici e al mantenimento di un ecosistema
artificiale controllato dal computer, non puoi non assumere una “forma
mentis” ferrea e rigorosa. Ma questa volta Ingrid applicava tutta la sua
rigorosità su una ricerca che non sarebbe stata approvata dal Consiglio
di Stazione e dentro di sé sapeva benissimo che la sua ricerca,
per la prima volta in vita sua, era solo frutto di un puro, sano, troppo
inibito egoismo. Non lavorava per la stazione, ma per il gusto di ricreare
una cosa che non esisteva più e che (cosa peggiore!) nessuno ricercava
più nei meandri di un ancestrale desiderio. Aveva dovuto fare prima
un lungo lavoro psicologico su se stessa per accettare questa sua idea
e per capire che doveva dare sfogo ad un’ esigenza dell’anima e non solo
ad un capriccio scientifico.
“Anima”:
una parola che assumeva un nuovo significato dinnanzi a questa prova di
cucina che pian piano si stava trasformando in una prova di vita. Rinnegare
i valori fino a quel momento difesi; riesaminare tutta la fiducia data
alle tecnologie che davano da mangiare a migliaia di persone con poche
energie. Ingrid immaginava le conseguenze del suo gesto ribelle e pensava
: “…E se tutti volessero cucinarsi le mie penne all’arrabbiata?” Sarebbe
stata crisi energetica e soprattutto culturale. Nuovi spazi per le coltivazioni,
tempi lunghissimi di cottura, energie sprecate, guerre civili e ribaltamenti
di potere, in nome di che cosa ? Del gusto? Ingrid non poteva credere a
se stessa: stava mandando in rovina anni di cultura spaziale e di economia
interplanetaria per un piatto di penne all’arrabbiata viste su un maledetto
libro di ricette ingiallito e rubato chissà da quale museo dell’arte
tipografica. Bob, pur essendo un androide, aveva ricevuto una buona programmazione
e con un lavoro di alterazione dei dati nel suo sistema operativo poteva
compiere anche molte altre azioni illegali come trasportare psico-tabacco
dalle lune di Saturno o sakè transgenico da Callisto...
Ma
mai nessuno aveva rischiato la cella per un libro.
Non
si usavano libri da quasi due secoli sia per la loro tendenza a deperirsi
con l’umidità o a essere distrutti dal fuoco e sia perché
trasmettevano strane idee alla gente non sempre conformi ai progetti del
Consiglio Interplanetario. Erano più controllabili e veloci i messaggi
elettronici di un computer proiettati su un paio di occhiali video…!
Ingrid
aveva già oltrepassato il limite legale nel momento in cui aveva
riprogrammato Bob per ricevere il suo libro. Tanto valeva andare avanti
e vedere che cosa avrebbe combinato questa volta il replicatore molecolare.
La voce fredda del replicatore avvisava delle varie sequenze: “dati grassi
inseriti…dati percentuale aroma fumo inseriti…rapporto magro-grasso inserito…schema
tessuto adiposo specie “Sus domesticus” inserito…” E poi dopo qualche secondo
di elaborazione: “ struttura molecolare in elaborazione…attendere prego…DNA
replicato conforme ai dati…” Era un buon segno per Ingrid: quando il replicatore
confermava il DNA voleva dire che il passo successivo dal DNA alle proteine
era vicinissimo dal realizzarsi… E infatti : “…struttura in elaborazione…struttura
in elaborazione…! “
Ingrid
non potè contenere la gioia immensa che scaturì da quel suo
personale e privatissimo successo scientifico. Non si trattava della solita
miniera di uranio scoperta su qualche luna di Giove, ma aveva replicato
il grasso di un animale estinto da tanto tempo!
Durante
le ore che trascorreva in compagnia del replicatore, Ingrid non amava essere
avvolta dal silenzio ma spesso ascoltava, a volume basso per non farsi
scoprire, un antichissimo compact disc pirata, ricevuto in regalo dal prodigo
Bob, contenente tracce audio proibite di un cantautore siciliano del ventesimo
secolo. Le parole di quelle “canzoni” (così venivano chiamati all’epoca
gli audaci accostamenti tra musica e parola), pur appartenendo a culture
e popolazioni scomparse, le sentì immediatamente scivolare sull’anima
come carezze perché descrivevano sorprendentemente l’esistenza condizionata
degli abitanti di Jupiter III:
“…Noi
provinciali dell’Orsa Minore
alla
conquista degli spazi interstellari
e
vestiti di grigio chiaro
per
non disperdersi…
Un
capitano del centro impressioni
colto
da esaurimento
venne
presto mandato in esilio…”
Ora
che la pancetta affumicata aveva fatto la sua comparsa su quella fredda
stazione spaziale affacciata sull’atmosfera di Giove, Ingrid poté
attuare il completamento della sua ossessione culinaria: mangiare come
gli uomini del ventesimo secolo.
Intanto
il cd clandestino costruiva l’atmosfera giusta proiettando, sotto forma
di musica, antiche visioni di mondi seppelliti eppure in un certo qual
modo attuali:
“Migliaia
di prigionieri immobili
costretti
sulle macchine ai semafori
quando
non c’è traffico per le vie del centro
solitario
me ne vò per la città…”
E
mentre tagliava la pancetta che emanava un odore stranissimo ma invitante:
“…No
Time No Space
another
Race of Vibrations
the
Sea of the Simulation
keep
your feelings in memories
I
love you especially tonight…”
Un
irrazionale brivido carnivoro si impossessò di Ingrid che rideva
generosamente pensando alla faccia del Direttore del Reparto Anti-Nostalgia
quando durante la pausa mensa lo si vedeva succhiare soddisfatto con la
cannuccia i suoi frappè alla carne.
E
intanto l’estinto siciliano incalzava cantando:
“…ma
l’animale che mi porto dentro
non
mi fa vivere felice mai
si
prende tutto anche il caffè
mi
rende schiavo delle mie passioni
e
non si arrende mai e non sa attendere
e
l’animale che mi porto dentro vuole te.”
Utilizzando
un laser a bassa potenza preso in prestito dai laboratori di fisica applicata
delle scuole primarie della stazione, fece riscaldare l’acqua e quando
vide delle strane bolle piene di vapore uscire dal recipiente metallico,
capì che quello era il momento giusto per immergere la pasta nell’acqua.
Quando ricomparvero le bolle di vapore gettò nell’acqua una pasticca
di sale sintetico . La pancetta affumicata tagliata a pezzetti, il pomodoro
tagliato e la cipolla tritata erano già stati cotti e il peperoncino
aggiunto… Inserendo alcune equazioni di deviazione molecolare nel replicatore,
aveva ricavato dal grasso animale anche “l’olio” in cui soffriggere la
pancetta e gli altri ingredienti. Fra non molto avrebbe saputo tutto sulla
leggenda del peperoncino e sugli strani effetti che provocava. Ed ancora,
dagli altoparlanti del suo appartamento, altri sprazzi di quella musica
primitiva:
“Innumerevoli
stati d’assedio
propongono
ricette per la vita
ma
ho già l’astrologia babilonese.
Nel
Medioevo rinascimentale
c’è
chi cerca una liberazione
e
c’è chi scopre un’altra particella.”
Trascorsi
alcuni minuti, la pasta era diventata più morbida e aveva il colorito
come si vedeva dall’immagine del suo libro clandestino: poteva toglierla
dall’acqua bollente. Sulla strana massa di “tubi cotti” Ingrid poté
spargere la altrettanto strana massa di pomodori e pancetta…Nell’immagine
sembrava ben mescolata e così la mescolò…Non restava che
assaggiare! Con alcune pinze da laboratorio Ingrid prese una penna con
un po’ di condimento e pose sulla sua giovane bocca vergine il risultato
del suo strano esperimento. Masticò delicatamente come se stesse
maneggiando le cariche esplosive che lei e i suoi colleghi usavano per
estrarre i metalli dagli asteroidi. I suoi occhi si spalancarono atterriti
e compiaciuti al tempo stesso e mentre stava per declamare la bontà
della tanto agognata pancetta, si sentì invadere la bocca da un
incendio di strana natura. Subito ricordò le parole del vecchio
pilota sul peperoncino e con viva commozione sapeva che stava provando
una cosa non accessibile a tutti.
Con
un filo di voce e mentre le lacrime le scendevano sul viso Ingrid ordinò
al replicatore: “acqua!”
Michele
NIGRO