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di Michele Nigro* (Aprile 2005) |
Esce finalmente allo scoperto, dopo anni di diari personali, quaderni e fogliettini volanti, partecipando al XXXVI Premio Nazionale “Sìlarus” di Battipaglia e ricevendo una segnalazione nell’ambito narrativo per il racconto intitolato “Le roselline di Persano” pubblicato sul n. 233-234 della storica rivista battipagliese “Sìlarus”. La giuria del 18° Concorso Letterario Internazionale “Giovanni Gronchi” di Pontedera (PI) gli assegna il 3° premio – sezione narrativa inedita – partecipando con il racconto “L’agenda”. Altrettanto entusiasmante l’esperienza della VI edizione del Concorso Nazionale di poesia e narrativa “Fauno d’oro” di Contursi Terme (Sa), classificandosi al 2° posto – sezione narrativa inedita – con il racconto “Il poliziotto che amava i libri”. Lo stesso scritto verrà pubblicato sul volume collettaneo “Concerto” edito dalla casa editrice “Il Fauno”. Interessato da sempre alla narrativa e alla cinematografia fantascientifiche, partecipa – con il racconto “Pancetta affumicata” – alla Rassegna di letteratura fantascientifica “Strade Perdute” e il suo lavoro viene selezionato per essere pubblicato sull’omonima antologia edita dalla poliedrica casa editrice “Cut – up” di La Spezia. Insieme ad altri amici scrittori e poeti esordienti di Battipaglia, fonda , nel Dicembre 2003, la rivista trimestrale di scrittura e letteratura “Nugae – scritti autografi” (Edizioni Nugae) su cui pubblica narrativa, recensioni e piccoli lavori di “sperimentalismo poetico” come nel caso di “Odissea notturna”, “Rondinità” e “Cyberpoetry”. Riceve giudizi positivi dalla rivista “Inchiostro” per il suo racconto di fantascienza “Crionica”. |
Non appena
ebbe finito di leggere l’ultima pagina, l’uomo diede uno sguardo tenero
alla dedica scritta su uno dei “fogli di guardia” e comprimendo i due lati
della copertina tra le sue mani disposte in preghiera, avvicinò
il taglio del libro alla bocca come a voler baciare la persona che con
estrema cura aveva scelto per lui quell’ opera antica.
Sua moglie
lo conosceva in profondità e i suoi gusti letterari non erano un
segreto per lei.
Si trattava
del “Die Idee der Phänomenologie. Fünf Vorlesungen“ (*1)di
Edmund Husserl e alzandosi lentamente dalla poltrona della sala carteggio,
scelse il posto migliore in cui conservarlo durante il lungo viaggio. Trovò
uno spazio libero tra due contenitori di pleximappe e lì infilò
il suo libro sfiorandone il dorso con le dita.
Chiudendo
gli occhi, non poté fare a meno di ripensare a quando sulla Terra
sfiorava nello stesso modo la schiena perfetta della sua donna mentre sonnecchiava
nuda.
Un brivido
stonato di piacere e dolore percorse il corpo dell’uomo.
Riaprendo
gli occhi ricordò perché era lì e abbandonando l’espressione
tenera che fino a pochi secondi prima lo aveva accompagnato nelle sue escursioni
mentali, si diresse con severità e determinazione verso il settore
della nave con cui avrebbe condiviso i prossimi nove mesi del suo affascinante
e solitario viaggio surreale.
Tutto era
pronto: il sistema generale era perfettamente programmato, i sensori allertati
e il dispositivo di mantenimento vitale provato e riprovato fino alla nausea.
Le settimane precedenti trascorse sull’attracco orbitante intorno alla
Terra erano state frenetiche e i tecnici onnipresenti non gli avevano ancora
dato l’opportunità di ritrovarsi dinnanzi alla dura prova della
solitudine siderale.
Ora, invece,
era veramente solo…
La Terra
ridotta ad appena un puntino, difficile da individuare nel mare cosmico,
e “la parte finale dell’inizio” che doveva essere necessariamente attuata.
Per sopravvivere al viaggio…
Rasò
accuratamente la testa e aspirò i capelli tagliati affinché
non se ne andassero in giro per la nave intrufolandosi in circuiti delicati
e vitali. Rasò anche i peli sul torace e fece un’ “ultima” doccia.
Con estrema
meticolosità cosparse tutta la superficie del corpo con una crema
speciale e infilò le gambe nella tuta criostatica che avrebbe svolto
la funzione di “pigiama” nei prossimi mesi. Lasciò scoperto, ancora
per un po’, il petto unto di crema e davanti allo specchio cominciò
ad applicare dei sensori lungo la linea precordiale per seguire la danza
del cuore e le sue pause.
Si sarebbero
presi cura di lui…
Gli ultimi
sensori li collocò sul cranio lucido e, alzando il cappuccio della
tuta sulla testa, chiuse la cerniera lungo il torace. Era pronto.
Vide su
uno dei numerosi monitor della nave che i sensori avevano già cominciato
a registrare i suoi parametri vitali ed era sicuro del fatto che il computer
avrebbe sospeso il “letargo” se qualche cosa nel suo organismo avesse cominciato
a fare i capricci.
Alcune
ore prima della “vestizione” aveva consumato un pasto nutriente e facilmente
digeribile. E gustando una birra fredda, si era rilassato ascoltando della
musica classica.
Diede un’ultima
“ripassata” alle stelle guardando attraverso la visuale del ponte di comando:
dopo nove mesi ne avrebbe viste di nuove.
Non era
nostalgico: voleva solo essere sicuro di portare con se tutte le cose belle
in cui credeva; desiderava riempire la propria memoria di scenari positivi
e meravigliosi. Per sognare…
Era stato
istruito alla perfezione sia tecnicamente che psicologicamente… La preparazione
scrupolosa a cui era stato sottoposto costituiva il fulcro della missione
e dall’ equilibrio raggiunto dipendeva anche la sua stessa sopravvivenza.
Rivolgendosi
al computer, come se stesse parlando ad una persona in carne ed ossa, disse:
“…mi sembra di non aver dimenticato nulla! Che ne pensi?... Mantieni rotta
e velocità… Chiudi i pannelli delle visuali. Convoglia l’energia
dei settori inutilizzati verso il sistema centrale: voglio avere il massimo
della sicurezza nella mia “culla” ! Attiva i sensori dei reparti sottostanti
e stabilizza la gravità artificiale ad un livello medio… Non penso
che camminerò molto nei prossimi mesi!”- concluse con un cenno di
autoironia che lasciava presagire una raggiunta serenità.
Passò
in un settore parallelo e rivolgendosi sempre al suo unico “compagno” di
viaggio, gli intimò: “…apri il portello della criosala!”
Erano state
montate solo due capsule: una per il viaggiatore e l’altra nel caso in
cui il computer avesse riscontrato un guasto in quella utilizzata dall’uomo.
“Apri la
capsula!”- disse mentre si infilava i guanti, l’ultima parte della sua
“divisa da sonno”.
Entrò
nello strano letto trasparente e si distese supino cercando di rilassare
ogni centimetro del proprio corpo; aprì una piccola cerniera della
tuta sul braccio destro e con le dita della mano sinistra individuò
la porta endovenosa in cui inserire il deflussore. Attraverso quel tubicino
sarebbero entrati, nel suo circolo sanguigno, un liquido crioprotettivo
emocompatibile e altri medicinali che il computer avrebbe iniettato lentamente
durante il viaggio. Sostanze nutrienti e farmaci neurostabilizzanti avevano
la funzione di assicurare un risveglio rapido e senza danni organici. La
“scienza dell’ibernazione”, necessaria nei viaggi spaziali, aveva fatto
passi incredibili partendo dall’imitazione del mondo animale e migliorando
l’invenzione di madre natura con tecnologie sempre più avanzate
e sostanze chimiche capaci di rendere operativo un “risvegliato” nel giro
di poche ore.
Non c’era
altra scelta: per non impazzire e per non morire di fame… Poiché
non c’era abbastanza spazio sulla nave per imbarcare alimenti in quantità
sufficiente per l’andata e il ritorno!
L’elemento
vincente di questa forma alternativa di viaggio era naturalmente il freddo.
Per rallentare le funzioni vitali senza danneggiare l’attività cerebrale
bisognava adottare le basse temperature. Scegliere l’ipotermia adattativa
per assecondare la mancanza di cibo e quindi di energia… Solo che, in questo
caso, l’inverno sarebbe arrivato dal “soffio gelido” di un computer!
L’uomo
mise la mascherina dell’ossigeno sul viso e diede gli ultimi ordini alla
sua “balia elettronica” con voce cavernosa: “…chiudere capsula!...” - odiava
quel momento. Non perché soffrisse di claustrofobia, ma la sensazione
di doversi affidare totalmente e incondizionatamente al computer di bordo,
lo agitava. Era più forte di lui! Sapeva benissimo che il computer
provvedeva già alle numerose funzioni della nave anche quando era
sveglio, mentre leggeva un libro o espletava le sue funzioni fisiologiche…
Anche dopo tanti anni di evoluzione tecnologica, l’uomo non riusciva a
seppellire definitivamente l’istinto primordiale della vulnerabilità
notturna. Si trattava di un meccanismo atavico che nessun computer avrebbe
inceppato e risalente alle notti primitive dell’ homo sapiens durante le
quali, pur riposando accanto al fuoco appena scoperto, conservava la costante
preoccupazione di essere attaccato da qualche belva feroce e affamata.
Quella attenzione primitiva era diventata parte del patrimonio genetico
e durante la chiusura del portello l’uomo la sentì ritornare più
agguerrita e rinvigorita che mai. Alla fine l’addestramento ebbe il sopravvento
e facendo un lungo e meditato respiro, l’uomo ripeté a se stesso
che tutto andava bene e che tutto avrebbe funzionato alla perfezione. La
fede nei confronti della macchina riemerse dai meandri di una paura radicata
e naturale.
“Spegnere
luci…! Attivare deflussione…!” - disse l’uomo con un respiro meno frequente
e più sereno.
La fase
più fastidiosa di adattamento alla capsula era stata superata e
nel giro di pochi secondi il viaggiatore sentì il liquido che espandendosi
lentamente lungo i numerosi vasi sanguigni, gli avrebbe assicurato la vita…
I medicinali iniettati cominciavano ad avere i primi effetti e una “calma
farmacologica” invase la mente dell’uomo. Si sentiva leggero e perfettamente
rilassato.
Era vicino,
ormai, il momento in cui il computer avrebbe iniettato la sequenza finale
dei “farmaci letargici” e grazie ai quali il viaggiatore si sarebbe affidato
tra le braccia decisamente insolite di un artificiale Morfeo. Con un sorriso
drogato abbozzato sulle labbra, rivolse al computer un ultimo, fondamentale,
drammatico ordine. Una sola parola, scandita a forza tra i tentacoli del
sonno, e la macchina avrebbe avviato il processo di ibernazione.
“…Crionica!”
- disse l’uomo quasi dormendo.
In pochi
decimi di secondo la capsula fu invasa dal gelo e lo sportello trasparente
da cui si poteva vedere benissimo l’intero corpo dell’ospite fino a qualche
attimo prima, si appannò a causa del leggero strato di ghiaccio
che si era formato sul lato interno del vetro.
Era tutto
finito.
Ogni dubbio
sospeso e ogni indecisione rimandata all’infinito. La fame, la sete, la
vescica piena, lo starnuto, lo sbadiglio, il tic nervoso, il continuo salire
e scendere delle palpebre, le esigenze intellettuali, i gusti alimentari,
gli intercalari nei dialoghi, le paure e le presunzioni, le speranze e
le gioie, la tristezza e la rabbia, i sonni agitati e le polluzioni, il
prurito nel palmo della mano e la ginnastica della mattina, le dita nel
naso e le timide erezioni pensando alla moglie… Tutte queste cose erano
ormai congelate. Non c’era più spazio per gli sprechi energetici:
solo il minimo indispensabile. L’intimo lavorio degli enzimi cellulari
e le due principali funzioni fisiologiche, erano le uniche attività
ancora concesse in quella culla gelata.
Il computer,
che era stato dotato di un “programma ironico” per fare compagnia all’uomo
durante le pause della vita spaziale, si lasciò sfuggire un ultimo,
freddo: “…buona notte!”
L’uomo
già non poteva più udirlo. Il corpo ibernato e immobile dietro
quell’ apparente morte gelida, conservava ancora tutte le sue funzioni
microscopiche anche se rallentate e pigre. Un battito cardiaco ogni
minuto e un atto respiratorio ogni trenta secondi… Un’ eternità
inconcepibile; una vera sfida per la razionalità. Nel tempo enorme
e silenzioso che separava un battito cardiaco dall’altro, si concentrava
tutta la morte dell’universo. I fisiologi lo chiamavano “grande silenzio”:
ma rapportato all’esperienza dell’ibernazione quel silenzio diventava inevitabilmente
infinito.
Il mistero
di quella vita solitaria e sospesa al filo di un computer, sfidava ogni
umana comprensione.
“Sognerò?”
- aveva chiesto l’uomo sulla Terra agli scienziati che lo addestravano
per il viaggio.
Presto
lo avrebbe saputo.
Nel buio
silenzioso della capsula, quel corpo gelido provvisto di una flebile vita
possedeva ancora le chiavi chimiche della memoria e le proiezioni elaborate
dall’inconscio non furono rallentate dal freddo.
L’uomo
sognò il corpo caldo della sua donna bella e profumata; sentì
le voci divertite della gita al lago in cui lui le chiese di sposarlo…
E poi altri sogni assurdi: sveglie giganti che suonavano motivetti rock
e gente con la faccia a forma di libro che lo salutava mentre camminava
in un parco pieno di fiori di carta… Ghiaccioli alla menta, grandi come
un albero, che lo rincorrevano sudando cubetti di ghiaccio e ragazze hawaiane
completamente nude che conservavano enormi quantità di frutta esotica
in un frigo… Sognò la dacia di Borìs Pasternàk ricoperta
di neve e la sua vecchia nonna con un punch bollente tra le mani… Sognò
i ghiacciai islandesi e gli iceberg nello stretto di Bering… Le foche del
pack e i pinguini… Si ritrovò con la mente sognante nella tana di
un orso in letargo e dopo pochi secondi il suo sogno si spostò nella
tana di una famiglia di marmotte in pieno inverno… Sognò di essere
un ghiro e calandosi nella cavità di un tronco d’albero, si riscoprì
scoiattolo su un letto di ghiande e noci… Piumoni soffici e cuscini morbidissimi
attraversavano la sua mente… Letti a baldacchino e carillon si alternavano
a pigiami di lana e lenzuola di flanella… Che bello il letargo!
L’astronave
era un minuscolo oggetto metallico proiettato a velocità sostenuta
verso un preciso traguardo apparentemente perso nel nulla.
L’uomo
si sarebbe risvegliato, con quell’ algido sorriso stampato sul viso, dopo
nove mesi…
Come in
una resurrezione programmata.
Nel frattempo
i suoi freddi sogni lo avrebbero tenuto in buona compagnia.
*1
"L'idea della fenomenologia. Cinque lezioni"